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Si comincia con i terroristi arabi ma si punta sempre ai soliti fitusi del sud
 
 

Il fatto è che non avendo vere palle per fare leggi di segregazione razziale, e magari farsi sputare dal mondo, si accontentano di proibire il kebab. Solita storia: non potendo mangiare carne si prendono il brodino leguleio. Ed è per questo che la regione Lombardia, non potendo bombardare Gaza, se n’è venuta con questa pensata di vietare il consumo “negli spazi esterni al locale”. Giusto per rendere la vita difficile ai terroristi, incapaci di stare a tavola con forchetta e coltello. Giusto per esportare la democrazia del ristorante. Giusto per occhiuta fobia piccolo-borghese, vorremmo dire. Così nel nome dei valori, se non ci fosse l’ovvio cognome della tipica cretineria di destra che – Dio ce ne scampi – quanto ad ingegno si fa fottere solo dallo scecco o asino che dir si voglia, il quadrupede con la cui carne una volta si faceva la mortadella, quella dei panini. Quelli che si mangiavano passeggiando: orgoglio e vanto della gastronomia da strada.
A proposito di cretineria di destra, si ricorderà di quando si tentò di proibire il consumo di cono-gelato. Quello tutto da leccare. Per ovvia allusione erotica. Ma allora era solo ero-fobia, adesso c’è l’islamofobia e in Italia, si sa, sempre tardi si arriva con gli aggiornamenti bellici.

Ma il fatto è che hanno preso la piazza e la strada per nemico. Già nessuno canta più per via, tutti inforcano gli iPod. Nessuno si saluta incontrandosi, tutti digitano sms. E pure questa si deve anche vedere, nessuno più masticare un pezzo di conforto in bocca? La vera guerra è alla socialità, alla folla, alla confusione a quella polifonia multicolore della teocrazia popolare della casbah dove nessuno è solo, ma sempre in mezzo a tutti i suoi rutti e al bicarbonato. Proteine, latticini, vitamine e gusto. Tutto questo è il kebab. Così come la porchetta a Roma e frutti di mare a Napoli, succhiati dalle vive vulve dei mitili e così anche i fish & chips di celtica memoria, minutaglie unte e ghiotte, da leccarsi i baffi (oltre che le dita). Ma il fatto è che l’igiene è regola di bagnetto e salviettina, dogma di liofilizzato, tabù della mono porzione (nel senso di mangiare da solo come un cane). Solo una società marcia e moscia può temere la bancarella e la sana sugna delle fritture e tanto per cominciare il boccone del povero è prezioso dono di soccorso sociale. Intendiamoci: a Palermo, con un euro, si mangia. E si mangia bene. Certo, si consuma per strada. Tutti sono costretti alla camminata ad angolo retto per non lordarsi di sublime grasso gocciolante ma con un solo euro – una volta anche con cinquecento lire – il palato accoglie pietanze degne da Re. Che cosa non sono, infatti, le stigghiola? Una vera leccornia: budella d’agnellino ripiene di cipollina, mollica di pane fritta e aglio. Un menu con hamburger da McDonald’s costa sette euro. E si mangia direttamente nel vasino.

Intendiamoci: anche a Milano, anche a Torino, ovunque arrivi la prolifica razza terrona si può allestire la bisboccia dell’arrosti e mangia. E intendiamoci, appunto: si comincia con i terroristi arabi ma sempre ai soliti fitusi del meridione si punta. E non potendo rinnegare l’Unità d’Italia troppo sfacciatamente, si proibisce il doner infilzato per cancellare il menu mediterraneo delle bancarelle e così sfregiare l’ultima periferia dello Stivale. Addio ai monti allora, e addio alle patate bollite, ai carciofi arrosto, alle lumache dette crastoni, al polpo bollito e salato, al pane coi ricci e, infine, addio al quarume. Trattasi di cartilagini, amorevolmente cucinate in mezzo al traffico. Trattasi di cose strane che riempiono la pancia, come il pane con la meuza, ossia quella milza che la regola di socialità – alla faccia della cucina molecolare – propone secondo due regole: schetta o maritata. Traduzione: signorina o coniugata. E perciò milza coniugata con pecorino, con ricotta e limone, o con nobile caciocavallo. Ragusano, va da sé.

Pietrangelo Buttafuoco, 24 aprile 2009

Pubblicato il 10/5/2009 alle 16.25 nella rubrica Cultura.

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