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Ortese-Sciascia: la nostra povera Italia
 

Difficile immaginare scrittori più diversi, eppure tra Leonardo Sciascia e Anna Maria Ortese si stabilì un' amicizia a distanza e una reciproca stima insospettate ai più. Lo dimostra lo scambio epistolare che viene pubblicato nei vent' anni della morte dello scrittore siciliano dal semestrale «Il Giannone», diretto da Antonio Motta, che gli dedica un ricchissimo numero monografico. Si tratta di un corpus lacunoso e un po' sbilanciato, che prende avvio all' indomani dell' uscita de L' affaire Moro: due sono le lettere di Sciascia (conservate nell' Archivio di Stato di Napoli), quindici quelle della Ortese (conservate nella Fondazione Sciascia di Racalmuto). Già in Todo modo, del ' 74, a proposito del rapporto con la realtà Sciascia aveva evocato un racconto della Ortese, Un paio di occhiali, il racconto «della bambina di vista debolissima cui danno finalmente gli occhiali; e la miseria del vicolo napoletano in cui vive le balza improvvisamente incontro, le provoca vertigine e vomito». Un tributo insolito, per uno scrittore che amava citare soprattutto i classici. Ma non è escluso che la corrispondenza nascesse da un comune sentire attorno all' assassinio del politico democristiano, a proposito del quale la stessa Ortese aveva scritto sul «Secolo XIX» un vibrante j' accuse contro l' indifferenza della classe politica. È possibile che la Ortese avesse deciso di esprimere la propria solidarietà a Sciascia dopo aver letto su «Panorama» l' articolo in cui l' autore del Giorno della civetta definiva lo Stato un «guscio vuoto». A una prima lettera (perduta) della scrittrice napoletana (datata 7 luglio ' 78), Sciascia risponde da Racalmuto il 4 novembre scusandosi per il ritardo («per scrivere un libro, ogni anno, ho bisogno di un quasi assoluto isolamento»): «Le sue domande sono anche le mie. E principalmente questa: che cos' è questo Paese? Un Paese, sembra, senza verità; un Paese che non ha bisogno di scrittori, che non ha bisogno di intellettuali. Disperato. Pieno di odio. E nella disperazione e nell' odio propriamente spensierato, di una insensata, sciocca vitalità. Sembra». Tuttavia, aggiunge Sciascia, sotto sotto si scopre «come nascosto, come clandestino, un Paese serio, pensoso, preoccupato, spaventato», costretto a «fare i conti con quell' altro Paese, quello del potere, dei poteri: quello che non vuole la verità, che non ci vuole, che ci costringe a quella che Moravia chiama estraneità dolorosa». En passant, lamenta pure di essere «bersaglio degli imbecilli, degli invidiosi, dei servi, e per aver scritto una verità che mi pare persino ovvia». E riprendendo parole della Ortese sembra quasi farne una questione ontologica: «Sì, credo anch' io nel "male". Nell' oggettività del "male". Nel male che torna a invadere l' uomo che non sa più coltivare il bene: così come qui, intorno a me, la campagna non più coltivata è ora invasa dalle erbe». Devono passare diversi mesi perché la corrispondenza riprenda, ma d' ora in poi le testimonianze sono quasi a senso unico. Nel maggio ' 79, Anna Maria Ortese esprime l' auspicio che il suo interlocutore si allontani il più possibile dall' incandescenza dell' attualità: «Sarebbe bello se Lei si mettesse a scrivere adesso, un altro libro sigillato (non destinato a nessuno) lasciando tutto il resto (...) temo il rumore del mondo». E dopo un mese ritorna sul tema: «Temevo soltanto per Lei - per i Suoi libri - l' urto con la vecchia Italia (ma dovrei dire la nuova - la prima non era meschina)». Lo invita a stare alla larga dal «mondo romano». Confessa di aver votato radicale per le politiche, ma socialista per il Parlamento europeo. Antonio Motta fa giustamente notare quanto le considerazioni della Ortese, consegnate a due saggi del febbraio-aprile 1980, somiglino a quelle di Sciascia sull' Italia, percepita come un Paese estraneo alla ragione, lontano e indifferente. La sfiducia della scrittrice non è limitata alla politica. Le sue angosce in questi anni come in passato riguardano la sua sfera privata, in particolare la drammatica condizione economica e lo stato di prostrazione psicologica in cui si trova a vivere con la sorella. Da Rapallo, in una lunga lettera del 24 agosto ' 81, rende partecipe Sciascia della sua disperazione, chiedendo senza mezzi termini il suo aiuto: «Sono a Rapallo dal ' 75. Vivo con mia sorella. Mia sorella - senza una sua famiglia, solo me - ha artrosi, altri mali, e soprattutto un sistema nervoso sconvolto (...). Stati di depressione e stati di agitazione sono continui, malgrado le cure, la mia vita è a soqquadro, e un' angoscia, come davanti a un mistero, mi domina». La casa in affitto, procuratale per interessamento del presidente della Banca Commerciale, Innocenzo Monti, marito di Lalla Romano, «è una casa del tempo di Garibaldi, con pavimenti rotti, senza balconi, solo finestre, e il rumore delle macchine, tutte le volte che non piove, è una mostruosità. Rumore, ma senza sole, e d' inverno niente riscaldamento». Né il sindaco del paese né l' editore Rizzoli, sollecitato a venirle in soccorso, intervengono: «Sempre silenzio. Imparai allora a dormire, quando mi sentivo proprio male, con i pollici nelle orecchie». Il desiderio è quello di poter «tornare a scrivere storie, e vedere un po' in pace mia sorella». L' appello a Sciascia è di presentare «questa situazione desolata a qualcuno di Roma. Anche, occorrendo, a Giovanni Spadolini». Spadolini è il presidente del Consiglio e conobbe la Ortese quando era direttore del «Corriere». Ancora prima che arrivi una risposta, Anna Maria Ortese esprime a Sciascia tutta la sua gratitudine e la sua ammirazione: «Sono mortificata ma insieme tanto contenta di aver bussato dov' era scritto il Suo nome: Grande Sicilia. Lei solo ha aperto». Soltanto la bontà «può sollevare il mondo, oggi, lo so. Tutto il resto è sogno». E la generosità di quell' uomo apparentemente ombroso che era Sciascia ripaga questi gentili pensieri. Da una lettera del 27 novembre, si intuisce che l' intervento di Sciascia, deputato nelle fila dei Radicali, presso Spadolini è andato a buon fine: «Ho ricevuto una lettera dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri (firmata credo da Francesco Compagna): mi si comunica l' assegnazione di un premio di cultura, di 2 milioni. Può immaginare la mia gioia! È una sorpresa, ma anche una provvidenza grande, perché mi consente di affrontare senza angosce economiche l' anno nuovo (...). Ora sto meglio, davvero; e penso di doverlo a Lei. Dio La benedica, caro Sciascia». Il 21 gennaio ' 83 Sciascia manda un biglietto d' auguri dalla clinica di Montreux, in Svizzera, dove è ricoverato. Le apprensioni della Ortese non scemano, anzi: l' obiettivo è sempre quello di lasciare la casa di Rapallo. Chiede aiuto ai politici nazionali e alle autorità locali ma nessuno le risponde. Si domanda: «È sparito il nostro Paese? Non ne so più nulla». In quella che considera una «vicinanza nella quasi comune passione del giusto», dopo Moro c' è un altro nome su cui i due amici solidarizzano: Enzo Tortora. «Sono vicina al "caduto" di turno: Enzo Tortora (io che non apro il televisore da anni). Ho alcune sue lettere (...). Sono blocchi di dolore e disperazione - scritte da uno "scrittore" naturale: non una incrinatura - specchio di carattere. Credo in Tortora. Comunque, adesso è mio fratello. Come vorrei aiutarlo! Gli hanno detto che solo fra due anni giudicheranno. Sembra di sognare. Se non c' è giudizio - come può esserci pena? Fondata su un pre-giudizio, dunque?». Le ansie civili accompagneranno sempre quelle private. Seguiranno altre lettere di disperazione e richieste d' aiuto. Gli aiuti arriveranno: Anna Maria Ortese, grazie alla Legge Bacchelli, nel giugno 1986 otterrà un vitalizio che le permetterà di pagare il mutuo della nuova casa, ma la sua disperazione era una bestia che aveva poco a che fare con il denaro, come mostrano anche le ultime lettere all' amico Sciascia, al quale confesserà il proprio senso di colpa per godere di un mensile che lo Stato nega a Mario La Cava, un altro scrittore povero.

 La rivista Il numero del semestrale «Il Giannone» dedicato a Leonardo Sciascia nel ventennale della morte sarà in libreria nei primi giorni di maggio. Il volume contiene lettere, interviste, saggi critici, testimonianze e immagini inedite. «Il Giannone», diretto da Antonio Motta, è pubblicato dall' Istituto di Istruzione secondaria superiore Pietro Giannone di San Marco in Lamis (Foggia)

Paolo Di Stefano, Corriere della Sera, 24 aprile 2009

Pubblicato il 10/5/2009 alle 16.24 nella rubrica Cultura.

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