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La provocazione di Teheran


Obama è nei guai. L'uomo cui aveva appena teso la mano per ricucire dopo trent'anni i rapporti Usa-Iran, sperando che lo aiutasse a sganciarsi onorevolmente dall'Iraq e dall'Afghanistan, ha festeggiato a suo modo il centoventesimo compleanno di Adolf Hitler.
Mahmud Ahmadinejad ha rubato la scena alla conferenza Onu di Ginevra con una tirata contro il "governo razzista" (leggi: Israele) che i vincitori della seconda guerra mondiale avrebbero imposto alla "Palestina occupata".
Una provocazione mirata, con cui il presidente della Repubblica Islamica intendeva cogliere almeno tre obiettivi.

Primo, sfruttare l'"effetto Gaza", l'indignazione della piazza islamica (e non solo) per il comportamento delle truppe israeliane durante la recente campagna militare, che ha portato la popolarità dello Stato ebraico nel mondo ai minimi di sempre. Secondo, volgere il summit delle Nazioni Unite in spot gratuito ad uso domestico per la sua rielezione alla presidenza dell'Iran, nel voto di giugno. Terzo, chiarire agli americani e agli europei che nella partita del nucleare iraniano è lui a guidare le danze, giacché sono loro a trovarsi in stato di necessità. Per conseguenza, sarà lui a dettare il tono e a creare l'atmosfera del negoziato, se mai decollerà.

Ahmadinejad ha ottenuto ciò che desiderava. Il consenso di buona parte dei delegati, che hanno applaudito la sua invettiva contro "gli Stati occidentali rimasti in silenzio di fronte ai crimini di Israele a Gaza". La divisione del campo occidentale, visto che inizialmente solo la classica famiglia anglosassone in versione ridotta (Stati Uniti, Australia, Canada, Nuova Zelanda) più quattro Stati europei (Olanda, Italia, Polonia e Germania) ha seguito Israele nel boicottaggio di "Durban 2", assemblea prevedibilmente indirizzata sulle orme antisemite di "Durban 1". Sicché diversi delegati occidentali erano in aula quando il presidente iraniano è salito sul palco, con il preciso intento di costringerli a un poco glorioso abbandono alla prima salva contro Israele. Ma alla maggioranza degli europei questo non pare ancora sufficiente per tornarsene a casa.

Non che Ahmadinejad abbia detto alcunché nuovo. Come la pensi sull'Olocausto e sull'"entità sionista" è stranoto. Gli occidentali e tutti coloro che non condividono le sue tesi, a cominciare ovviamente dagli israeliani, avevano avuto tutto il tempo per concordare una risposta comune, all'altezza della sfida. Boicottando in massa la conferenza - con tanti saluti all'Onu, che consapevolmente si prestava a scatenare la grancassa anti-israeliana e anti-occidentale - o accettando tutti insieme il contraddittorio. Né l'uno né l'altro. Il leader iraniano li ha divisi e infilzati a fil di spada, uno per uno. E a margine, ha contribuito all'ennesimo round fra mondo ebraico e Vaticano, con la Santa Sede sotto accusa per non essersi sottratta alla "conferenza dell'odio", cui continua a partecipare: il nunzio non ha neanche abbandonato la sala quando il leader iraniano ha iniziato ad attaccare Israele.

Con studiata perfidia - esibendo sangue freddo e notevole abilità politica - Ahmadinejad ha lasciato cadere a margine del suo comizio una maliziosa apertura a Obama. Assicurando di "accogliere positivamente" la svolta Usa verso l'Iran, di puntare solo al nucleare civile e di rifiutare quello militare. In attesa di "fatti concreti" da parte americana, ha rimandato la palla nel campo avversario.
Ora Obama deve scegliere. O persiste a cercare il dialogo, malgrado tutto, per districare il suo paese dall'imbroglio mediorientale in cui l'ha ficcato Bush, ciò che è impossibile senza un'intesa con l'Iran. O smentisce se stesso, dimostrando di non avere una rotta, per evitare una gravissima crisi con Israele.

Con la sua provocazione, Ahmadinejad ha messo Obama con le spalle al muro. E noi europei con lui, per quel poco che contiamo. Soprattutto, rischia di portare in superficie il profondo dissidio fra Usa e Israele su come trattare l'Iran, finora tenuto in sordina in nome della profonda, intima amicizia fra i due popoli e i due Stati. Per Netanyahu e Lieberman le avances della Casa Bianca al regime dei pasdaran sono anatema. I militari israeliani sono pronti a colpire obiettivi iraniani, se Teheran si avvicinerà irrevocabilmente alla soglia della bomba atomica. Molti fra loro pensano l'abbia già fatto. Pare che il Mossad consideri la politica mediorientale di Obama un pericolo per la sicurezza di Israele e lo abbia fatto sapere al governo.

Gerusalemme, se necessario, farà da sola. Mirando al cuore del programma iraniano, sempre che di cuori non ve ne siano troppi per la sola aviazione israeliana.
Ma in caso di attacco israeliano ai siti nucleari persiani, il dilemma di Obama non sarà più tra vellicare Ahmadinejad o rassicurare Netanyahu. Sarà tra assistere all'incendio del Medio Oriente o intervenire al fianco di Israele per difenderlo dalle rappresaglie iraniane e islamiste. Dichiarando guerra al paese cui ha appena offerto un clamoroso segno di pace.
 
Lucio Caracciolo, La Repubblica, 21 aprile 2009

Pubblicato il 10/5/2009 alle 16.21 nella rubrica Diario.

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