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Referendum: a cosa serve, quanto ci costa
 
Come mai il referendum appassiona tanto i politici?
E’ sempre così quando si tocca la legge elettorale: una sola virgola spostata può inghiottire interi partiti. Dinamite pura. La sola prospettiva che questo referendum si tenesse, quattordici mesi fa, fu sufficiente a far cadere Prodi (Mastella si dimise anche per questo). E stavolta, giura Berlusconi, siamo stati prossimi alla crisi per mano della Lega.

Quanti sono i quesiti?
Tre. Però i primi due mirano allo stesso traguardo della semplificazione politica, in pratica un’unica domanda. La terza punta a vietare le candidature multiple. Oggi un leader può presentarsi in più circoscrizioni e risultare eletto in luoghi diversi, salvo optare poi. Il risultato è che così decide chi far scattare tra i primi dei non eletti. I promotori del referendum lo giudicano uno sconcio. Gli altri, un dettaglio.

A che cosa si riferiscono i quesiti della discordia?
Che il premio di maggioranza non venga più attribuito alla coalizione vincente (nell’ultimo caso Pdl più Lega e MpA). Propongono di cancellare la parola coalizione e di attribuire il «premio» a un unico partito: quello che otterrà la percentuale migliore. Per assurdo, col 25 per cento dei voti potrà conquistare il 55 per cento dei seggi alla Camera (oppure la maggioranza su base regionale al Senato). Tutti gli altri si divideranno il rimanente 45 per cento.

E’ vero che i partitini verrebbero fatti fuori?
Sì e no. Per i «nanetti», condanna garantita. Dovranno bussare con il cappello in mano alla porta dei fratelli maggiori. Troveranno accoglienza solo rinunciando a nome e simbolo. Sorte migliore per i partiti in grado di superare lo sbarramento (4 per cento alla Camera, 8 per cento al Senato): eleggeranno la loro quota di deputati e senatori, che significano diritto di tribuna e finanziamenti pubblici. Alle passate elezioni l’Udc realizzò l’impresa. Secondo i pronostici, oggi la sfangherebbero pure Lega e Idv.

La Lega, dunque, sopravviverebbe. Ma allora, come mai spara contro il referendum?
Perché non conterebbe più nulla. A contendersi il «premio» per governare l’Italia sarebbero Pd e Pdl. Il famoso bipartitismo. E vista l’aria che tira, se tornasse domani alle urne Berlusconi potrebbe conquistare la maggioranza da solo, dando un calcione a Bossi.

Che senso ha litigare sulle date e sull’abbinamento con Europee e amministrative?
Votare una domenica anziché l’altra, in abbinamento con amministrative ed Europee può far raggiungere il quorum (metà degli elettori, più uno) oppure no. Niente quorum, referendum fallito. E’ dal 1995 che l’ostacolo non viene superato. Gli ultimi tentativi hanno registrato un’affluenza del 25%.

Gli avversari del referendum puntano sull’astensione. Non potrebbero battersi per il no?
Fanno un calcolo machiavellico. Mandare la gente al mare è più facile che convogliarla ai seggi. L’astensionismo consapevole si aggiunge a quello, fisiologico, di chi non può andare alle urne, o non gli interessa.

Abbinato all’«election day», il referendum avrebbe avuto più chances?
Certamente sì. Il 6-7 giugno gli italiani saranno chiamati a pronunciarsi per il Parlamento Ue e, in molti luoghi, per le amministrative. Se il referendum si agganciasse a questo «trenino», non faticherebbe a raggiungere il quorum.

È vero che il mancato abbinamento sottrae 400 milioni di euro ai terremotati?
Le spese certe dello Stato oscillano tra 170 e 200 milioni di euro. La cifra di 400 si ottiene (vedi www.lavoce.info) solo se si aggiungono i costi indiretti dei cittadini: ore di riposo perse, benzina per andare in macchina ai seggi, babysitter per badare nel frattempo ai figli piccoli, e via così.

Quanto si risparmia votando il 21 giugno?
Dipende dal numero di province che arriveranno al ballottaggio. In teoria potrebbero essere 60, a giudicare dai sondaggi saranno una ventina. In questo caso, 50 i milioni salvati. Per gli altri 120-150 milioni di spese vive, nulla da fare.

La Lega dice che è la Costituzione a vietare il referendum nell’«election day»...
Prova ne è, secondo loro, che in 40 anni non si sono mai abbinati referendum ed elezioni generali. Sciocchezze, replicano i promotori Guzzetta e Segni, che citano un paio di precedenti di segno opposto e il parere di presidenti emeriti della Consulta. Comunque il problema è ormai alle spalle: il governo ha già lasciato scadere i termini per votare il 7 giugno. Restano il 14 e il 21. Più l’ipotesi (che al momento non attecchisce) del rinvio di un anno.

Mettiamo che non si raggiunga il quorum. A quel punto che succede?
Ci teniamo il sistema elettorale attuale, meglio noto come «Porcellum». Rendendo inutili le 820 mila firme raccolte dai promotori. Vittoria della Lega, soddisfazione dei centristi Udc, sollievo di parte del Pd. E rimpianto del Cavaliere, che grazie al referendum poteva governare da solo. Ma ha perso l’attimo.
 
Ugo Magri, La Stampa, 20 aprile 2009

Pubblicato il 10/5/2009 alle 16.15 nella rubrica Politica.

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