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Una battaglia di democrazia

 la Repubblica, Miriam Mafai, 29 ottobre 2008


Rischia di essere, quella di ieri, una giornata infausta per la storia della nostra democrazia. La giornata nella quale un presidente del Consiglio, rifiutando con arroganza ogni invito alla discussione che gli viene da una parte importante del Parlamento e dallo stesso Presidente della Repubblica, annuncia che intende procedere per la sua strada. E che intende modificare a suo piacimento la legge elettorale con la quale gli italiani dovranno tra qualche mese scegliere i propri rappresentanti al Parlamento europeo.

Si può modificare una legge elettorale a colpi di maggioranza? Teoricamente si può. Nessuna norma lo vieta. Ma la storia ci insegna che le leggi elettorali approvate a maggioranza non sono soltanto il segno di una sofferenza della democrazia, ma aprono una lacerazione profonda nel paese dalla quale nessuna forza politica trae un duraturo vantaggio. Basti ricordare la tormentata vicenda della cosiddetta «legge truffa» del 1953 cui seguì la sconfitta della Dc e di un leader politico come Alcide De Gasperi.

Le leggi elettorali, non possono essere che l´esito di un confronto e di un accordo tra le varie forze politiche. La legge elettorale fissa le regole del gioco democratico, trasforma i voti espressi nel segreto dell´urna in seggi da attribuire nella assemblea per la quale si vota. Si prefigurano così o si determinano, anche a seconda della legge adottata, le possibili maggioranze. Ma, in qualsivoglia gioco, le regole devono essere stabilite in accordo tra i giocatori. In caso contrario, quando questo non si verifichi, l´esito del gioco risulterà arbitrario, falsato dalla violenza o dall´inganno di uno dei giocatori.

E´ la regola che ci siamo dati quando, entrata in crisi la cosiddetta Prima Repubblica con il suo sistema rigorosamente proporzionale, si è proceduto, di comune accordo, alla adozione di un sistema misto (maggioritario e con una quota proporzionale) che avrebbe dovuto garantire, come di fatto garantì insieme rappresentanza e governabilità. A quel sistema ha fatto seguito quello che lo stesso suo autore, l´on. Calderoli, ha definito in uno slancio di sincerità, il «porcellum». E´ stata la prima pesante forzatura di quella norma non scritta che voleva che le leggi elettorali venissero cambiate solo con un accordo tra le parti in gioco.

Ora siamo alla seconda puntata della violazione della regola. La proposta di modifica della legge elettorale per le europee che la maggioranza ha presentato lunedì nell´aula di Montecitorio prevede uno sbarramento elettorale al 5% e l´abolizione del voto di preferenza. Lo sbarramento se approvato impedirebbe l´entrata nel Parlamento europeo (dove non esistono esigenze di governabilità) di forze oggi minoritarie, sia dello schieramento di centro come l´Udc sia di quella sinistra che già, in nome della governabilità, è stata esclusa dal parlamento nazionale. L´abolizione poi del voto di preferenza suona come una rinnovata pretesa di arroganza da parte dei partiti che vogliono nominare essi stessi, nel chiuso delle loro segreterie, i parlamentari europei, dopo avere scelto, nel chiuso delle stesse segreterie, i parlamentari nazionali.

Sul tema è intervenuto ieri con la consueta autorevolezza ed equilibrio il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ricordando non solo l´opportunità di ricercare, sulla eventuale riforma elettorale, un ampio consenso in Parlamento, ma indicando anche come necessaria l´esigenza di «non comprimere il pluralismo politico» e, insieme, la necessità di «garantire un effettivo intervento dei cittadini elettori nella scelta dei loro rappresentanti». Su questa linea, che vuole una riduzione della soglia dello sbarramento e il mantenimento della preferenza, sono già schierati il Pd di Walter Veltroni, l´Idv di Di Pietro, e l´Udc di Casini.

La battaglia è aperta alla Camera. E tutto fa pensare che il Pd intenda utilizzare, questa volta, tutte le possibilità che il regolamento della Camera (e le divisioni che vanno emergendo nella maggioranza) gli consente e gli offre. Non tutte queste possibilità vennero utilizzate a suo tempo, quando il cosiddetto «Porcellum» venne in discussione nella precedente legislatura, sottovalutando probabilmente i pericoli che da quella legge sarebbero venuti alla stessa vita democratica del paese.

Ora, ogni illusione è scomparsa. La risposta fornita da Berlusconi alle preoccupazioni del presidente Napolitano, l´arroganza con la quale rifiuta ogni confronto con l´opposizione, la esplicita pretesa di arrogarsi il diritto di «nominare», mandandoli in Europa, i suoi personali esperti e i suoi avvocati (senza consentire agli elettori di esprimere le proprie preferenze) è l´anticipazione di un modello di democrazia già disciplinata o meglio dimezzata. La democrazia è fatta anche, forse soprattutto, di contrasti, di polemiche, di contrapposizione di idee, di scelte e soluzioni. E´ un processo che richiede in primo luogo il rispetto dell´avversario politico, la presa in considerazione delle sue idee, delle sue opzioni, perché sono le idee le opzioni le scelte di quella metà del paese che non ha votato per chi ha vinto le elezioni...

In democrazia chi vince le elezioni ha il compito di governare, ma non è il padrone del paese. E ha soltanto in prestito il governo, per un numero limitato di anni. Chi pensa, come Berlusconi, di essere il padrone del governo e del paese, rappresenta un reale pericolo per la nostra vita democratica. E´ augurabile che se ne rendano conto anche alcuni che fanno parte, oggi, della sua maggioranza. Prima che sia troppo tardi.

Pubblicato il 29/10/2008 alle 19.52 nella rubrica Opinioni.

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