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Il papa buono

l 'Unità, Giuseppe Tamburrano, 28 ottobre 2008

Giovanni XXIII è passato nell’immaginario collettivo come il «Papa buono». E tale certamente fu il
pontefice che veniva da una famiglia contadina non ricca. Stupende le parole «Fate una carezza ai
vostri bambini da parte del papa». Significativo il suo interessamento per gli operai dell’Arsenale di
Venezia quando fu patriarca in quella città. Ma Papa Giovanni fu qualcos’altro, di grande
importanza: aveva cuore e cervello, e usò la sua intelligenza, la sua saggezza, la sua cultura per una
profonda riforma degli orientamenti della Chiesa cattolica «universale». Ha raccontato Fanfani che
un giorno, vedendo una moltitudine di contadini che scendeva da una collina, il Papa gli disse:
«Ecco, io a quelle persone non chiederei da dove vengono, ma dove vanno per fare eventualmente il
cammino insieme». In questa frase vi è la «rivoluzione» giovannea.
Pio XII fu il papa della «condanna dell’errore» e volle una chiesa combattente, animatrice della
crociata contro il comunismo. Giovanni XXIII volle una chiesa universale, di tutti gli uomini e
donne di buona volontà, a prescindere dalle loro provenienze ideologiche o culturali: una chiesa
evangelica e pastorale. E fu il papa del «dialogo con l’errante». Molti furono i segnali di questo suo
orientamento ben prima di salire sulla cattedra di Pietro. Ne ricordo uno significativo, anche per le
sue implicazioni politiche (nel senso più alto). Il Partito socialista tenne a Venezia nel febbraio del
1957 il suo XXXII congresso. Il patriarca salutò l’assise con un manifesto beneaugurante con
queste parole molto significative: «Io apprezzo l’importanza eccezionale dell’avvenimento che
appare di grande rilievo per l’immediato indirizzo del nostro Paese» (le Gerarchie lo indussero ad
una ritrattazione).
Salito al soglio pontificio esattamente cinquanta anni or sono, papa Roncalli dispiegò la sua azione
riformatrice che consisté nel rinnovamento non delle Gerarchie (se si esclude la direzione
dell’Osservatore Romano), ma degli indirizzi ecclesiastici. La prima enciclica è la Mater et
Magistra, del luglio 1961, che rinnova la dottrina sociale della chiesa cattolica della Rerum
novarum di Leone XIII, e nella quale è sollecitato l’impegno ad operare per la giustizia sociale
scegliendo autonomamente le alleanze necessarie: è il superamento dell’integralismo, è l’apertura ai
soggetti collettivi impegnati nel sociale. L’enciclica successiva, Pacem in terris (10 aprile 1963), è
il documento fondamentale dell’indirizzo giovanneo che ispirerà il Concilio Vaticano II. Ecco il
passaggio centrale: «Va altresì tenuto presente chen on si possono neppure identificare false
dottrine filosofiche sulla natura, l’origine e il destino dell’universo e dell’uomo con movimenti
storici e finalità economiche e sociali, culturali e politiche… Inoltre, chi può negare che in quei
movimenti, nella misura in cui sono conformi ai dettami della retta ragione e si fanno interpreti
delle giuste aspirazioni della persona umana, vi siano elementi positivi e meritevoli di
approvazione? Pertanto, può verificarsi che un avvicinamento o un incontro di ordine pratico, ieri
ritenuto non opportuno e non fecondo, oggi invece sia tale, o lo possa divenire domani».
Per comprendere l’importanza del papato di Giovanni XXIII e il suo contributo al superamento
della guerra fredda, occorre collocarlo nel contesto mondiale, oltre che in quello nazionale. Era il
tempo in cui i popoli coloniali conquistavano l’indipendenza ed entravano nella storia e sulla scena
internazionale: il Terzo Mondo che fu fattore di equilibrio tra le due grandi potenze atomiche. Un
giovane intelligente e lungimirante entra alla Casa Bianca, J. F. Kennedy, con il programma della
«Nuova Frontiera» che non era solo impegno per la distensione internazionale, ma anche apertura ai
nuovi paesi del mondo sottosviluppato. Dalla rigida nomenclatura sovietica emerge un segretario
generale estroso, iconoclasta, Nikita Krusciov, che favorisce il disgelo con l’Occidente e avvia la
destalinizzazione (un cambiamento nel e non del sistema burocratico e autoritario del partito unico
russo). L’Italia è investita dal miracolo economico che rinnova il tenore di vita, le abitudini e le
culture, «europeizzava» il paese e faceva cadere gli steccati della rigida contrapposizione, specie tra
le forze sociali e politiche. Una parte della sinistra, il PSI di Nenni, aveva rotto col PCI di Togliatti
ed era disponibile all’incontro con i cattolici di sinistra e con la DC. La vecchia politica centrista e
conservatrice era in crisi e la DC non aveva più una maggioranza in Parlamento. È in questo
contesto che si collocano e risaltano l’opera del «Papa buono» e il suo Concilio. Egli ha favorito
una svolta decisiva nella politica italiana: ritirandosi nella sfera religiosa ed evangelica ha fatto
crescere l’autonomia politica dei cattolici: e Fanfani e Moro ebbero meno freni alla loro iniziativa
verso i socialisti. Ma l’indirizzo giovanneo non era solo una implicita apertura al dialogo tra
socialisti e cattolici. Il suo «dialogo con l’errante» è universale: riguarda tutti coloro che operano
per il «bene comune», e si rivolge anche ai popoli nuovi usciti dal dominio coloniale. La prima
traduzione concreta di questo dialogo fu in Italia il centro-sinistra. I socialisti furono profondamente
legati al Pontefice. Non per caso il 19 febbraio 1965 fu Nenni a celebrare all’ONU la Pacem in
Terris.

Pubblicato il 28/10/2008 alle 19.46 nella rubrica Religioni .

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