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L'Islam oltre le parole del Corano Così si cura il fondamentalismo

 Corriere della Sera, Abdelwahab Meddeb, 27 ottobre 2008


L' Islam non sta bene. In realtà, è malato. Mi è capitato di diagnosticare la sua malattia in una serie
di quattro libri scritti dopo il trauma prodotto dagli attentati criminali dell'11 settembre 2001. È una
malattia che si riassume nell'uso della violenza in nome di Dio. È su questo punto che dobbiamo
interrogarci, per sapere se si tratta di una fatalità propria all'Islam o se abbiamo a che fare con una
struttura che circola all'interno delle costruzioni religiose.
Fin d'ora, occorre riconoscere che la violenza generata dalla fede non è una caratteristica dell'Islam.
Si esprime in maniera virulenta anche nelle religioni venute dal sub-continente indiano, che lo
stereotipo associa alla spiritualità compiutasi nel miracolo della non violenza. Questa
predisposizione alla violenza si manifesta quindi persino al di fuori della sfera dei monoteismi il cui
conflitto interno, inutile ricordarlo, è fratricida.
Se consideriamo la sfera dei monoteismi, c'è da osservare che la guerra condotta in nome del
Signore fu biblica prima d'essere coranica. Basti pensare al massacro ordinato da Mosè in collera,
quando scopre la regressione del suo popolo al paganesimo. Dopo l'episodio del Vitello d'Oro, i
Leviti uccisero tremila persone in un giorno, su ordine del loro profeta pontefice (Es 32,28). Giosuè,
come successore del fondatore, non fu da meno. Per convincervi, vi invito a rileggere il passaggio
sul massacro che egli fece eseguire dopo l'assedio di Gerico, in cui né gli uomini né le donne né i
giovani né i vecchi e nemmeno le bestie furono preservati (Gs 6,21). Al giorno d'oggi, esistono fra
gli ebrei alcuni fanatici che interpretano letteralmente la Bibbia e che vogliono universalizzare e
attualizzare quello che loro chiamano il «giudizio di Amaleq», in riferimento al capo degli
Amaleciti: tribù che gli ebrei dovettero combattere perché impediva loro di giungere alla Terra
Promessa (Es 17, 8-15).
Così, per quanto riguarda la violenza, il profeta dell'Islam discende direttamente dalla legge
mosaica. Il famoso «verso della spada» (Corano IX,5), che ordina di uccidere i pagani, e quello
detto «della guerra» (Corano IX, 29), che chiama a una lotta a morte contro ebrei e cristiani, hanno
consonanza biblica. E sono questi versi a nutrire il fanatismo assassino degli integralisti islamici.
Se l'esercizio della violenza divina sembra in coerenza con i Testi Rivelati, è bene fare una
distinzione per gradi fra Giudaismo e Islam. Il secondo universalizza il primo.
Infatti il Giudaismo conduce la guerra del Signore per la sola Terra d'Israele, mentre l'Islam ha il
mondo come orizzonte di conquista. La jihad, ottimizzata dagli integralisti, non è un'invenzione
loro. È stata il motore dell'espansione islamica. Cito come testimone un cronista cinese del X secolo
(Ou-yang Hsui) che aveva constatato come le truppe musulmane si gettassero nel pieno della
battaglia alla ricerca del martirio dopo essere state galvanizzate dal loro capo, il quale prometteva il
paradiso a chi moriva combattendo sulla strada di Dio.
Vero è che il testo evangelico prende le distanze da questa violenza. Quel che sorprende è il ricorso
dei cristiani alla grande violenza attraverso la storia. In questo fenomeno scorgiamo un tradimento
del loro testo. Certo, Sant'Agostino ha teorizzato la guerra giusta per difendere le conquiste della
civiltà contro le invasioni barbariche. Ma non si trattava di una chiamata alla guerra in nome della
fede. Il dottore di Ippona doveva legittimare questa esortazione, pur sapendo che non corrispondeva
allo spirito evangelico. Tuttavia, il cristianesimo ha impiegato circa mille anni, con le Crociate, a
cristallizzare una nozione equivalente alla jihad.
Ricorro a queste rievocazioni non per attenuare il male che affligge l'Islam, ma per mostrare che il
Testo fondatore può essere oltrepassato, se non superato. Se il cristianesimo non ha onorato il
pacifismo del proprio testo evangelico, l'Islam può trovare i mezzi di neutralizzare le disposizioni
che, nel testo coranico, invitano alla guerra. È a questo che miriamo insistendo in particolare sulla
questione del contesto in cui fu emesso e ricevuto il testo.
Questa neutralizzazione attraverso il ritorno al contesto è assolutamente necessaria, non solo per
quanto riguarda il problema della violenza, ma anche per i molteplici anacronismi antropologici che
trascina con sé il diritto emanante dallo spirito e dalla lettera del testo fondatore (penso alla sharia
che il Corano ispira).
Quanto alla violenza, bisognerà evidentemente agire sugli Stati di genesi islamica per indurli a
prendere coscienza che hanno il dovere di neutralizzare la nozione di guerra santa, di jihad, poiché
essa è in flagrante contraddizione con la loro partecipazione al concerto delle nazioni, al cammino
verso l'utopia kantiana della «pace perpetua», che resta nello spirito del secolo, malgrado il
persistere delle guerre e degli effetti egemonici dei potenti e malgrado la loro emulazione per
acquisire la forza che li porterà a governare il mondo. Del resto, la diversità umana di questi tempi
si manifesta persino in questa pretesa all'egemonia universale attraverso la forza delle armi o del
denaro. Non si percepisce forse tale ambizione nell'emergere di Cina, India, Stati petroliferi arabi al
fianco di Europa e America?
È imperativo intervenire presso gli Stati islamici affinché aprano gli occhi su un mondo e un secolo
che cambiano. Per quanto riguarda l'identità religiosa, l'Islam continua a vedere i cristiani come
fossero ancora i protagonisti medievali del Cristianesimo. Da tempo invece i concetti di nazione e di
popolo hanno ridotto il riferimento alla religione. Ora che la scommessa dello Stato sembra postnazionale,
il ruolo determinante della religione si allontana ancora di più. In Europa, per esempio,
esso può essere ammesso solo se accostato alla nozione primaria e prioritaria di cittadino.
Questa nozione di cittadino porta con sé l'assimilazione di un altro diritto costruito al di fuori delle
prescrizioni religiose, che appartengono a un'altra epoca.
Insomma, quel che viene chiesto all'Islam per guarire, per uscire dalla maledizione, è di costruirsi
un sito post-islamico che possa essere contemporaneo ai siti in cui sono insediati ebrei e cristiani. È
necessario per non turbare il concerto delle nazioni. Ma, per il momento, gli Stati islamici — in
particolare l'Arabia Saudita — si accontentano di mettere in guardia i propri cittadini stimolandoli a
integrare un Islam del giusto mezzo, destinato a distinguerli da chi, fra i loro correligionari, vive la
propria fede secondo un'interpretazione estrema, massimalista. Questi Stati fondano il proprio
appello teologicamente, assimilando i massimalisti islamici a coloro che adottano la nozione di
ghulw, l'eccesso che il Corano vieta quando raccomanda alla «Gente del Libro» la moderazione
nell'interpretare il proprio dogma (Corano IV, 171; V, 77).
È un passo lodevole, ma davvero insufficiente, timido, soprattutto per la presenza dell'Islam in
Europa. Per tale presenza, abbiamo i mezzi di rendere operativo il sito post-islamico, incitando i
cittadini musulmani d'Europa a vivere nella libera coscienza secondo lo spirito del diritto positivo e
della Carta dei Diritti dell'uomo, abolendo qualsiasi riferimento alla sharia. Così, come musulmani
della libera scelta, potranno praticare un culto spiritualizzato che sapranno alimentare attingendo
alla mistica — ricchissimo capitale del sufismo — prodotta dalla loro tradizione religiosa.

Pubblicato il 27/10/2008 alle 17.15 nella rubrica Religioni .

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