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I bimbi fantasma di Lampedusa

 

la Repubblica, Attilio Bolzoni, 07 ottobre 2008 


AGRIGENTO - Arrivano in Sicilia e di loro non si sa più nulla. Cambiano nome, s' inventano un' altra età, a volte finiscono a spacciare o a vendersi. Sbarcano a Lampedusa, li portano in una «casa famiglia» e da lì spariscono. Per un po' o per sempre. Su 1320 approdati in questo 2008 sui loro barconi sono almeno 400 quelli che non si trovano più. Nelle statistiche li chiamano «minori non accompagnati». Sono bambini, bambine, ragazzini che da soli attraversano il Mediterraneo. Non si trova più Appiaj, diciassette anni, ghanese. Non si trova più Karim, sedici anni, palestinese. Non si trovano più neanche Falis e Seth, Agyapon e Akpama. Li avevamo incontrati nella penultima settimana di giugno al «centro di accoglienza» di Lampedusa, ci avevano regalato le loro lettere e i loro disegni, ci avevano consegnato le loro speranze. Tre mesi dopo sono tanti piccoli fantasmi. «Il minore si è allontanato arbitrariamente per ignota destinazione», c' è sempre scritto sul foglio dell' ufficio emigrazione accanto ai loro nomi e ai loro numeri. Il 34 del secondo sbarco del 21 giugno, il 18 del terzo sbarco del 21 giugno, il 36 del quarto sbarco del 22 giugno. Anche loro tutti scomparsi. Tranne Aymen, un adolescente tunisino che abbiamo rintracciato nelle campagne agrigentine fra Naro e Campobello di Licata, tutti gli altri sono diventati «irregolari». Clandestini. «Un terzo di quelli che entrano nel nostro paese fanno perdere le loro tracce per i motivi più diversi», racconta Girolamo Di Fazio, questore di Agrigento, la provincia che è la porta d' Europa per chi viene dal mare. E tanti sbarchi come quest' anno non ce n' erano stati mai. Dal 1 gennaio al 30 settembre se ne contano 332. Più di 21 mila i fuggiaschi dalle coste libiche. Dallo scoglio di Lampedusa sono già 100 mila quelli entrati dal 2002. In questa massa di migranti ci sono i «minori non accompagnati». Negli ultimi nove mesi ne sono arrivati moltissimi: fra il 7 e l' 8 per cento degli sbarcati. Neri dell' Africa orientale e di quella occidentale, magrebini, pakistani, palestinesi. Tutti dai dodici ai diciassette anni, tutti identificati e poi quasi tutti inghiottiti in qualche angolo d' Italia o d' Europa. Molti fuggono per raggiungere uno zio o un cugino o un fratello che è già finito da questa parte del mondo, altri si disperdono nelle grandi città, i meno fortunati scivolano negli artigli del racket. Il 24 settembre otto ragazze nigeriane minorenni - le avevano raccolte nel mare di Lampedusa alla fine di agosto - sono state allontanate da Santa Margherita Belice, un paese in fondo alla valle dove nel '68 ci fu il grande terremoto. Erano tutte ospiti di una delle tante «casa famiglia», però nel pomeriggio si vendevano. Un' altra ragazzina di colore, arrivata sull' isola appena qualche giorno prima in compagnia di due adulti, ha avuto il coraggio di confessare tutto ai poliziotti. La coppia che l' aveva in «custodia», marito e moglie, dicevano che D. - questo il nome della diciassettenne - era loro figlia. In lacrime D. ha raccontato che quei due l' avevano portata qui in Italia per farla prostituire. I poliziotti hanno fatto eseguire l' esame del Dna sui due adulti e sulla ragazza e hanno scoperto che non erano consanguinei. «Ma non possiamo fare il test del Dna a tutti, l' emergenza che stiamo affrontando a Lampedusa è senza precedenti», dice ancora il questore Di Fazio mentre spiega come i suoi uomini si destreggiano contro un traffico sempre più spaventoso di esseri umani sul fronte sud. C' è una task force della squadra mobile di stanza a Lampedusa. Aspetta gli sbarchi, identifica i naufraghi, li seleziona per etnia, raccoglie informazioni e dichiarazioni. Una procedura che vale per tutti, adulti e minori. I più piccoli trovano riparo per due o tre o quattro giorni nel «centro di accoglienza» dell' isola, poi il Servizio centrale immigrazione li smista in ogni provincia italiana. I ragazzini che sono soli vengono sistemati nelle «casa famiglia». E proprio da lì se ne vanno, scompaiono. «Non sono ristretti», ricorda Paolo Di Caro, il direttore di «Casa Amica», un borgo agricolo costruito nell' era fascista fra i vigneti di Naro, cinque casermoni e cinquantuno ospiti. In queste «case» i ragazzi ci possono stare fino a quando diventeranno maggiorenni o fino a quando riusciranno ad avere il permesso di soggiorno. Ma non tutti resistono. Sono già in contatto con qualcuno ancora prima di toccare terra, numeri di telefono, indirizzi. Appena capiscono che possono allontanarsi, scappano. «Anche a noi risulta che quest' anno centinaia di loro se ne siano andati dalle comunità, rischiando di finire così nei circuiti di sfruttamento», denuncia Valerio Neri, direttore di Save the Children Italia. Aggiunge Neri: «Le ragioni che li spingono alla fuga sono diverse: dalle condizioni di accoglienza della comunità alla mancanza di informazioni sul percorso di tutela per loro qui in Italia». Da qualche anno i trafficanti dei «viaggi» affidano proprio a loro i barconi. Su 76 scafisti arrestati nel 2008 dalla polizia di Agrigento - un record anche quest' altro - 5 erano minorenni. «Scaricano sui minori ogni responsabilità, c' è da dire però che in qualche caso i ragazzini che si autodenunciano come minori in realtà poi si rivelano maggiorenni», spiega il questore Di Fazio. Quando c' è qualche dubbio li portano in ospedale per una radiografia al polso, l' esame che con una leggera approssimazione può stabilire l' effettiva età dell' adolescente. In alcuni casi non falsificano solo la loro età. Ma anche il nome. Come l' unico ragazzino che siamo riusciti a rintracciare dopo cento giorni dal suo sbarco a Lampedusa. Appena arrivato aveva detto di chiamarsi Mohamad D., nato nel luglio del 1990. Oggi si chiama Aymen K. - e questo è il suo vero nome - nato nel gennaio del 1993. È un tunisino di Sidi Bouzid, una cinquantina di chilometri da Sfax. Anche lui è arrivato in Italia da solo. Trasferito nella «casa famiglia Juvenilia» di Campobello di Licata, dopo pochi giorni è fuggito. È andato prima a Roma e poi a Milano. È tornato a Campobello e l' hanno ripreso nella «casa famiglia». Poi è fuggito un' altra volta. È tornato ancora, ma non l' hanno voluto più. «Era un cattivo esempio per tutti gli altri ragazzi che rispettavano le regole della nostra comunità», racconta la direttrice Cettina Bonetta. L' hanno accolto a Naro. Adesso Aymer vive lì. Di mattina va in campagna con Antonio, un contadino che ha la vigna. Gli dà 20 euro a giornata, quello che Aymar al suo paese guadagnava in un mese per vendere sarde sul carrettino. In Tunisia ha lasciato tre sorelle e due fratelli. Il sogno di Aymer è di raggiungere suo zio Abdmlak: «Voglio lavorare con lui, fare la bella vita che fa lui». Da dodici anni lo zio Abdmlak si rompe la schiena nelle serre fra Comiso e Vittoria, dall' altra parte della Sicilia.


 

Pubblicato il 7/10/2008 alle 20.23 nella rubrica Cronaca.

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