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Il ritorno del modello Iri

 


la Repubblica, Alberto Statera, 18 ottobre 2008

 


«WHAT' S Iri?», che cos' è l' Iri, si è sentito chiedere l' altro giorno Sergio Trauner, ex consigliere d' amministrazione e membro del Comitato di presidenza dell' originariamente mussoliniano Istituto per la Ricostruzione Industriale. A porre la domanda un elegante giovane leone, trader nella City, mentre Gordon Brown avviava a Londra una gigantesca nazionalizzazione del sistema bancario britannico e un ingresso dello Stato in economia forse senza precedenti. Dopo che anche George Bush era stato costretto a tradire la religione liberista. Trauner è un avvocato settantenne che è stato anche presidente dell' Ilva, fattrice dell' acciaio di Stato nell' Italia del boom del dopoguerra e che tra gli anni Ottanta e Novanta, epoca di tripudio del «Caf» (C come Craxi) e della lottizzazione politica, fu designato dal Partito Liberale (liberale!), il Pli di Renato Altissimo, a rappresentarlo nel maggiore conglomerato industriale del paese. L' Iri era più grande e potente della Fiat, il caposaldo di quel poco di impresa privata che la presunta liberale borghesia italiana, boriosa ma inetta, era riuscita a tenere in vita. Per spiegare al giovane operatore della finanza londinese cosa l' Iri fosse allora, al di là della formula burocratica di «gruppo polisettoriale integrato», Trauner, che ha buona memoria, ha dovuto rispolverare un antico apologo di Franco Schepis, ex-potente direttore centrale del Servizio Pubbliche Relazioni, dotato ai tempi del presidente fanfaniano Giuseppe Petrilli di risorse quasi illimitate da destinare alla politica e alla «stampa amica» (pressoché tutta). «Un turista straniero arriva in Italia con un aereo dell' Alitalia?» - chiedeva l' inclito Schepis, che a piazza del Gesù, sede storica della Diccì, ma anche a via del Corso, nido delle aquile socialiste, aveva ingresso libero di giorno e di notte. «L' Alitalia - si rispondeva da solo - è la compagnia aerea dell' Iri. Quel turista sbarca a Genova da uno dei più bei transatlantici del mondo, come la Michelangelo o la Raffaello, la Cristoforo Colombo o la Leonardo da Vinci? Sono dell' Iri. Noleggia una macchina veloce ed elegante, come un' Alfa Romeo? E' dell' Iri. Per uscire da Genova percorre la prima strada sopraelevata costruita in Italia? E' dell' Iri ed è stata realizzata con l' acciaio della Finsider (Iri) e il cemento della Cementir (Iri). Uscito dalla città, quel turista straniero prende un' autostrada della più estesa rete esistente in Europa? E' dell' Iri. Si ferma per pranzare in un Autogrill? E' dell' Iri. Dopo pranzo telefona alla fidanzata nella sua città straniera usando la prima teleselezione integrale da utente del continente? E' una linea della Sip, cioè dell' Iri. Deve cambiare valuta? Va in una delle principali banche italiane (la Commerciale, il Banco di Roma o il Credito Italiano). Anch' essa è dell' Iri». Ecco, le banche. Il salvataggio delle banche, da cui l' Iri nacque nel 1933, fu la tecnicizzazione del sistema produttivo colpito dalla crisi come strumento culturale del neocapitalismo degli anni Trenta, l' operazione del regime fascista per inserire l' intervento dello Stato in un disegno più generale con la creazione delle corporazioni, come sostiene lo storico Lucio Villari. Sembra che oggi il mondo intero, da Washington a Reykjavik, sia tentato di copiare quello schema, mentre a Stoccolma l' Accademia Svedese dà il Nobel al neokeynesiano Paul Krugman, trent' anni dopo aver consegnato l' alloro al suo opposto, il liberista Milton Friedman. Corsi e ricorsi. Ma per dare allo yuppie della City gli autentici punti di riferimento della singolare epopea dell' Iri, che allo straniero giunto con l' Alitalia e sfrecciante su un' Alfa Romeo poteva offrire perfino deliziosi panettoni di produzione propria, l' antico liberale Trauner avrebbe dovuto segnalare un libro in imminente uscita per «Bevivinoeditore» («I venti anni che sconvolsero l' Iri») ad opera di Carlo Troilo, uno dei funzionari dell' Istituto che partecipò alla cosiddetta «Rivolta dei dirigenti», quando il management si rivoltò pubblicamente contro la gestione clientelare e democristiana del primo gruppo industriale italiano, tormentato da lotte di potere e di concretissimo interesse (monetario) tra i partiti della prima Repubblica. Lì è la piccola miniera che può insegnare qualcosa sullo statalismo rinascente, non solo in Italia, ma nel mondo intero, da Londra a Berlino, da Washington a Parigi. Per la verità, stando a Troilo, cui si perdona persino un' affezione un po' smodata alla sua ex «azienda» privatizzata negli anni Novanta «follemente» (come dicono gli aficionados) dalla «Scuola Goldman Sachs», ci fu già un' epoca in cui da tutto il mondo, persino dalla Cina, venivano a vedere cos' era questa meraviglia italica dell' impresa pubblica. Poi la formula diventò un' idrovora di denaro pubblico. Troilo svela tante storie sostanzialmente inedite, come i mille «patti leonini» siglati per salvare, anno dopo anno, imprese private in difficoltà, pubblicizzando le perdite a carico di tutta la collettività e privatizzando i profitti. Non il tondinaro di Brescia, che sgobbava, ma l' aristocrazia dell' impresa privata, che nello Stato padrone ha trovato per interi lustri la sua più disponibile àncora di salvataggio. Si distingue al rimorchio dello Stato padrone, la Fiat, che stabilisce con aziende dell' Iri intese «paritetiche» per poi scomparire lasciando in eredità le perdite. E' il caso degli accordi con la Fincantieri per la «Grandi Motori Trieste» o con la Finsider per gli acciai speciali. Insipienza dei massimi capi dell' Iri e complicità della politica. Fino ai grandi scandali, che datano da tempi assai remoti. Correva il 1976, per dirne uno, quando Camillo Crociani, presidente della Finmeccanica, caricò sul suo aereo personale la giovane moglie Edy Wessel, ex «attrice», e volò in Messico per sfuggire all' arresto, inseguito dai magistrati che scoprirono le tangenti Lockheed, uno scandalo nel quale forse ingiustamente lasciò le penne persino il presidente della Repubblica Giovanni Leone. La signora è sopravvissuta a lungo al marito e soltanto poco tempo fa, in altri regimi, ha venduto allo Stato - a chi se no? - la Vitrociset, azienda di strumenti per il controllo tecnico del volo strategica per la sicurezza nazionale, che Crociani aveva creato riciclando i ricchi benefici, diciamo così, riscossi come manager pubblico. La signora, tuttavia, anche da potente manager in proprio non riuscì mai a scrollarsi di dosso, per sua sfortuna mondana, quella che va sotto il nome di «saga del Montalcino», esempio preclaro della satrapia che in epoca prima Repubblica - ma la seconda o terza fanno di tutto per imitarla e, se possono, superarla - dava la cifra della potenza dei singoli boiardi democristiani e socialisti. La signora è in crociera col marito, allora presidente della Finmare, di cui con la Tirrenia subiamo tuttora una fresca aura pubblica fatta di perdite, e pretende dallo sconfortato sommelier che un Brunello di Montalcino d' annata le venga servito gelido. Quello - viva i professionisti - si rifiuta risolutamente, mettendo a serio rischio il posto del comandante della «Michelangelo», di cui Crociani chiede il licenziamento. Amenità? Questo era lo stile del potere dato per grazia politica a molti ircocervi che navigavano tra politica e affari. Vi risparmieremo la storia grottesca della presunta «onda anomala» che nell' aprile 1966, in pieno oceano Atlantico rischiò di far naufragare la «Michelangelo», appena visitata da Elena Castellucci Buonarroti, ultima discendente di Michelangelo, e tutti gli aneddoti raccolti da Troilo in un lavoro certosino, per cercare la morale di un mondo che oggi, dopo le ustioni e i tradimenti dall' iperliberismo di Chicago, sembra tornare all' ideologia dell' intervento statale come ultima e salvifica panacea. Il destino dell' Iri, di cui molti chiedono adesso il segreto di un antico successo vissuto quando era quasi un esempio di intervento statale capace di produrre un boom dell' economia di un paese uscito dalle distruzioni di una guerra perduta, fu segnato dagli scandali politici, dall' intrusione di una casta vorace. Una casta che tradì la saggezza dei fondatori, Beneduce, Menichella, Sinigaglia e di quei molti successivi manager di grande qualità. Credevamo con Troilo che l' Iri, divenuto terra di conquista di una classe miope quando non corrotta, fosse un episodio della storia concluso con il ventesimo secolo per noi e per il resto del mondo. Se non fosse per lo yuppie della City che tanti anni dopo, speranzoso, chiede: «What' s Iri?». Lo Stato «ultima spe»?

Pubblicato il 18/10/2008 alle 17.19 nella rubrica Economia.

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