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Ma chi ha ragione non deve cambiare

 

La Stampa 12-10-2008 Giacomo Galeazzi


 ROMA Senatore Giulio Andreotti, durante i processi, a
differenza di altri imputati celebri, lei non ha mai avuto «mutazioni» rispetto alla sua consueta immagine pubblica. Perché?
«Non saprei, forse avrò peccato un po’ di superbia o non avrò sentito abbastanza forte il richiamo dell’umiltà. Oppure magari la necessità di una “captatio benevolentiae” e di un atteggiamento dimesso si avvertono meno quando si è tranquilli e sicuri delle proprie ragioni. Poi, francamente, credo che a dover parlare siano soprattutto le carte e l’accertamento dei fatti. Serve molto più quello dei segni esteriori, di plateali modificazioni del comportamento o di un’imma
gine addomesticata».
Quindi non serve un aspetto dimesso? «Non credo, anche perché poi c’è una questione di fondo. Non è che uno debba polemizzare o contrastare ad ogni costo ma mi sembra sempre preferibile ispirarsi ad una condotta equilibrata piuttosto che a una di maniera. Dentro di me ho sempre pensato: “Come non sempre ho ragione, così non sempre ho torto”. Dunque se so che le cose stanno diversamente da come si sostiene, lo dico senza esitazioni».
E’ contrario ai cambiamenti «ad hoc»?
«Quando è il caso di opporsi e farsi sentire c’è poco da mostrarsi dimessi. Le maschere non servono. Non ho dubbio che sia preferibile far valere le proprie ragioni in maniera lineare e coerente».
E’ rimasto sorpreso da qualche repentino «cambio d’immagine» processuale? «Non è che abbia seguito granché questi recenti casi di cronaca, però credo che valga la vecchia regola per la quale il proprio volto autentico è sempre il migliore possibile. Una condotta forzata e artificiosa produce forse un po’ di effetto sull’opinione pubblica o sui mass media, non credo proprio che influenzi una corte in un senso o nell’altro».
Quasi un boomerang?
«Non ritengo, sinceramente, che un troppo disinvolto e rapido mutamento di esteriorità e di condotta finiscano per risultare premianti o saggi. Mi sembra che la tranquillità sia un po’ come il coraggio di Don Abbondio. Uno non se la può dare se non ce l’ha. C’è inoltre una questione che mi sembra più importante».
Quale?
«In situazioni di personale difficoltà come un processo la serenità nasce dall’interno e trova alimento nell’ambiente che si ha attorno. Io ho sempre creduto nell’importanza di vagliare attentamente ogni circostanza e ogni dato focalizzandomi sui contenuti. All’immagine esterna che ne usciva non mi sembra sia il caso di dare troppo peso. E’ già abbastanza impegnativo seguire le varie fasi procèssuali per dedicare energie anche alla forma esteriore».
Mai avuto la tentazione di mostrarsi dimesso?
«Sono sempre rimasto me stesso. Per rapportarsi io non credo che ci sia un modo più efficace dell’autenticità. Francamente non concepisco altra maniera possibile, ma forse appunto non sono abbastanza umile. Non ho mai creduto che si debba piegare il capo pure quando non ce ne sia motivo».

 

Pubblicato il 12/10/2008 alle 21.1 nella rubrica Giustizia.

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