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STUFI DEL NOBEL, SIMBOLO AMBIGUO E INATTENDIBILE

 

Il Tempo 12-10-2008 Franco Cardini

 

 

Una delle cose più importanti, nel mondo moderno, ce l’ha insegnata Max Weber quando ha elaborato il concetto di «disincanto». Il disincanto è un elemento fondamentale della Modernità: rispetto al mondo premoderno fondato sulle auctoritates, la Tradizione e il dogma, la Modernità ha proposto un altro canone intellettuale fondato sulla ragione, la verifica,
l’esperienza. La Modernità ha pertanto disincantato il mondo occidentale. Ma la Modernità si è lasciata a sua volta di nuovo «incantare» dalle ideologie, dalle ipocrisie del politically correct, dalle complesse macchine maassmediali, dalle metamorfosi (anche «democratiche») del sistema, dal principale meccanismo produzione-profitto-consumo.
La Modernità, nata come «disincanto» d’un mondo tradizionale, fideistico, si è così lentamente addormentata nel sogno della Ragione, che produce mostri è necessario
risvegliarci da esso; è indispensabile una nuova «età del Disincanto» che ci liberi dagli idoli che il nostro stesso Occidente si è fabbricato per giustificarsi dinanzi a se stesso.
Il Premio Nobel è, tra queste divinità, una delle forse meno dannose, una delle più autorevoli e ambigue. Dunque, pericolosa. Nato per onorare un grande scienziato che si era pentito della sua invenzione, la dinamite, che però tanto ha contribuito al progresso del genere umano (e non si potrebbe dire la stessa cosa dell’energia nucleare?), il Premio Nobel si è rapidamente convertito in una grande vetrina dei «valori d’eccellenza» del mondo moderno, gestita con dovizia di mezzi da un Comitato di Saggi che tali sono del resto sul serio, ma che solo per un’ autoreferenza legittimata  da un monarca mecenate, il re di Svezia, incoronano ogni anno i Primi della Classe del mondo. Il valore effettivo di questo Guinness non solo delle scienze e della cultura, ma anche dei valori morali (si pensi al «Nobel per la Pace») è non solo simbolico, ma anche altamente e pericolosamente soggettivo e inquinato da ogni sorta di condizionarnenti e di
sollecitazioni che lo rendono una Kermesse del tutto inattendibile. Non troppo diversamente che non per gli Oscar e i concorsi di Miss Universo, i vincitori vengono proclamati sulla base di un reticolo di norme non scritte, di esigenze da comporre e da calibrare, di astuzie diplomatiche e di calcoli opportunistici. È ovvio che, alla fine, vincono sempre e comunque personaggi di alto profilo ed eminente livello: i concorrenti sono sempre dei purosangue, mai dei brocchi. Ma è appunto per questo che il Nobel funziona esattamente come il Palio di Siena:
che è una corsa talmente truccata, violenta, feroce e corrotta che alla fine le varie componenti illegittime si annullano reciprocamente e spesso vince sul serio il migliore. Spesso: non sempre. E, comunque, è in ogni caso indimostrabile che chi vince sia il migliore o non lo sia.
Di questa funzionale inattendibilità di fondo soffre appunto il Nobel. Ma tutto ciò contrasta con l’aura sacrale, con l’alone di «mistica» e di «sacralità» laiche di cui il premio più famoso del mondo ha saputo ammantarsi con l’acquiescenza dei poteri politici, delle autorità accademiche e dei gestori massmediali dell’opinione pubblica. Omaggio dunque agli austeri signori in redingote che si riuniscono ogni anno per indicare le eccellenze del nostro mondo; gratitudine al re di Svezia, che accetta di premiare i migliori, felicitazioni ai premiati. Ma che tutto si fermi lì, senza pretendere di fondare su ciò alcun culto laico, senza venerazione fideistica per un evento che, ormai, rientra nella routine delle celebrazioni cui si sente l’obbligo di prestare conformistico omaggio.

Pubblicato il 12/10/2008 alle 20.50 nella rubrica Cultura.

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