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Crisi, c'è chi piange e chi di essa si nutre

 

Il Tempo 12-10-2008 Carlo Lottieri

 

In ogni situazione di crisi la libertà individuale declina, poiché quando la stabilità dei rapporti sociali viene meno i politici di qualunque colore intravvedono l’opportunità di ampliare il loro potere.
Per questo, il crollo delle borse rappresenta in ambito economico quello che fu in politica estera la distruzione delle Twin Towers, ma oggi sono gli scambi ad essere sovvertiti dall’imporsi del nuovo statalismo. Per chi governa l’America o l’Europa non è importante sapere quali siano le cause del disastro, nè quali saranno gli effetti del salvataggio delle banche, del rastrellamento dei titoli «tossici», della
nazionalizzazione del credito, dell’assicurazione statale da ogni rischio. Quando viene meno la terra sotto i piedi, la parola d’ordine è intervenire ovunque: costi quel che costi. Il guaio è che la crisi attuale è figlia di una politica monetaria espansiva, la quale ha fissato un costo del denaro troppo basso, e non gia del mercato. Dovrebbe insomma esser chiaro che all’origine di tutto vi è la gestione statale del credito. Non è quindi vero che questa fase segni il fallimento del capitalismo, perché semmai è l’opposto. E quando si passa dalla diagnosi alla terapia, oggi il comportamento più avveduto consisterebbe nel lasciar affondare le imprese disastra
te, così che il mercato possa ripulirsi.
La classe politica, però, ha altre mire. L’economista Paul Krugman ha rilevato che «come non vi sono atei sul letto di morte, così non vi sono fautori del mercato nel mezzo di una crisi finanziaria». Ma questo significa solo che quando l’economia crolla, è più facile per i politici realizzare ciò che di solito è impensabile: e così in America ci si è impadroniti in poche ore di 700 miliardi di dollari (sottraendo circa 7 mila euro a famiglia), ma qualcosa di simile avviene ovunque. Lo Stato produce crisi, caos, disordini e povertà, e poi si candida a risolvere tutto ciò moltiplicando il proprio controllo sulla comunità e aggiungendo danno a danno.
D’altro canto, le società terrorizzate sono spesso disposte ad abbracciare soluzioni autoritarie e quando scoppiò la crisi del 1929 sul «New York Times» vi fu chi augurò all’America un Mussolini che potesse evitarle un Lenin. Anche oggi il dirigismo che sta imponendosi incarna una logica economica autoritaria. Lo riconobbe lo stesso Keynes, quando nel 1936 scrisse la prefazione all’edizione tedesca della Teoria generale e suggerì a Hitler di adottare le sue idee: «La teoria della produzione aggregata, che è il punto cruciale del mio libro, può essere più facilmente adattata alle condizioni di uno Stato totalitario che alla teoria della produzione e della distribuzione di un’economia caratterizzata da libera competizione e da un ampio grado di laissezfaire».
Oggi non vi sono croci uncinate all’orizzonte. Per ora, sono «soltanto» i nostri risparmi ad essere in pericolo, ma questa riduzione dell’autonomia economica può aprire la strada ad una compressione delle nostre libertà tout court.

 

Pubblicato il 12/10/2008 alle 19.19 nella rubrica Economia.

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