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Caselli: sul bacio a Riina dubitavamo anche noi

 

«Col senno di poi, la parte delle indagini che riguardava il famoso bacio di Totò Riina a Giulio Andreotti si sarebbe anche potuta "tagliare", dal punto di vista probatorio. Ma c' era ben altro e in abbondanza. Lo prova la sentenza finale», racconta Giancarlo Caselli. «Sentenza finale che afferma, va ribadito, che fino al 1980 l' imputato aveva tenuto una serie di comportamenti tali da configurare il reato di associazione a delinquere: scambi di favori; incontri con esponenti mafiosi (Stefano Bontate e altri) prima e dopo l' omicidio di Piersanti Mattarella, allora presidente della regione Sicilia, un uomo politico onesto che con la mafia non voleva avere niente a che fare... Bacio o non bacio, c' era comunque un problema. E noi della procura, con le nostre indagini, lo avevamo individuato. Ma tutto questo è stato cancellato, stravolto....». Giancarlo Caselli, capo della Procura di Torino, rimane asserragliato nella sua trincea. Anche nell' anno del Signore 2008, seduto nello studio fasciato di pannelli di legno, fra crocifissi, fotografie con Giovanni Paolo II e l' ex capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, ricorda il processo di Palermo con una voglia prepotente di riaffermare le ragioni dell' accusa. Caselli vuole scacciare l' ombra della sconfitta che si è allungata sulla Procura di Palermo... Per questo ricorda i retroscena e le conseguenze della storia del bacio che, secondo il pentito Baldassarre Di Maggio, il boss mafioso Totò Riina avrebbe dato ad Andreotti in un giorno del settembre 1987. ... Verrebbe da dire: maledetto quel bacio. Doveva essere l' emblema della contiguità, di più, della complicità fra Andreotti e la mafia. E invece, alla fine l' episodio si trasformò nel tallone d' Achille dell' inchiesta. Caselli ritorna con la memoria a quei giorni. «Ne discutemmo, in procura. Ci dicemmo che la storia del bacio, con tutte le polemiche anche strumentalmente scatenate, rischiava di non tenere, e che comunque non era essenziale nel quadro probatorio complessivo. Valutammo a lungo, ma non era tecnicamente possibile scartare la testimonianza di un "pentito" che mille volte, in altri processi, era risultato credibile. Sono certi media che hanno fatto diventare il "bacio" l' elemento essenziale per delegittimare il processo dall' esterno...». Si coglie una punta di amarezza, nelle sue parole. «...Pochi hanno voluto notare che Di Maggio, il pentito che ci diede l' informazione dell' incontro e del bacio nell' ambito di un processo condotto dai procuratori Giuseppe Pignatone e Franco Lo Voi, a un certo punto lo facemmo riarrestare proprio noi della procura. Fu soprattutto il mio aggiunto, Lo Forte, a intuire che poteva essere tornato a delinquere... Sapevamo che il suo ritorno in carcere avrebbe avuto una ricaduta negativa sul processo, eppure andammo avanti, seguendo ovviamente quello che imponevano la coscienza e la legge». Rimane il mistero dei motivi che hanno spinto non tanto ad ammettere fra le prove di colpevolezza di Andreotti una storia considerata poco verosimile..., ma a fare affidamento su quell' elemento... Il "virus" del bacio era troppo attraente per non colpire l' immaginazione degli inquirenti, infilandoli in un labirinto di date e contraddizioni, nel quale Di Maggio li avrebbe risucchiati loro malgrado... «Già dall' inizio la storia del bacio, sulla base delle comuni conoscenze del carattere riservato del senatore, ci sembrò inverosimile. Tuttavia non potevamo, ovviamente, né cancellarla né rimuoverla» spiega Natoli. «Non a caso, la sentenza d' appello ha considerato più significative le dichiarazioni di Marino Mannoia sugli incontri che il senatore Andreotti aveva avuto con Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo prima e dopo l' omicidio di Piersanti Mattarella, avvenuto nel gennaio 1980." Forse, però, in questa ricostruzione manca ancora una piena consapevolezza del clima che si era creato... Sembrava che nulla potesse scalfire la convinzione di avere finalmente scoperchiato un verminaio al centro del quale si annidava lui, Andreotti. Era lo stesso motivo per cui Caselli e Lo Forte non gli avevano creduto durante il primo interrogatorio a Roma, nel quale si erano sentiti dire dal senatore a vita che non aveva mai conosciuto i Salvo. «Non ci aspettavamo quella risposta sui Salvo» ammette Lo Forte. «C' era una foto all' hotel Zagarella che li riprendeva insieme in un gruppo di persone. E poi, non c' era nulla di strano né di male se li avesse conosciuti: i Salvo furono indagati solo dopo il 1984. Sembrava scontato che li conoscesse. Il suo no era in oggettivo contrasto con l' indagine. E dunque ci chiedemmo perché lo dicesse...». Ma quando si domanda ai magistrati se si sentono sconfitti, la risposta è corale: no. Caselli ribadisce: «Senza presunzione, ritengo che l' inchiesta e il processo al senatore fossero doverosi: abbiamo fatto il nostro elementare dovere di fronte a una montagna di elementi acquisiti. Non agire sarebbe stato illegale e disonesto. Nel primo grado di giudizio, a Palermo, quasi tutti i fatti sostenuti dall' accusa, fatti gravi, sono stati provati come effettivamente accaduti, ma poi Andreotti è stato assolto sostanzialmente per insufficienza di prove. Vuol dire che non ci eravamo inventati niente... Non bastasse - aggiunge Caselli - la suprema Corte di cassazione ha confermato in via definitiva e irrevocabile la sentenza di appello che, ribaltando la decisione del tribunale, stabiliva che il reato di associazione a delinquere con Cosa Nostra era stato commesso fino al 1980, con prove sicure e precise. E non c' è stata condanna di Andreotti per quel periodo solo perché il crimine era prescritto». ... Eppure, è difficile contestare che Andreotti sia stato percepito come "il vincitore", e Caselli e i suoi sostituti come "gli sconfitti". «Lo so che è passata l' idea che il senatore Andreotti abbia vinto» dice Natoli. «Ma questo si deve esclusivamente al potere di suggestione dei media. La stampa e la Tv non hanno fatto, in questo caso, il proprio dovere di informare correttamente... Il bacio è diventato un' arma mediatica in mano alla difesa» sostiene Natoli. «Ma non credo che gli avvocati del senatore abbiano alcun reale motivo per gioire della conclusione del processo». ... Col suo imputato eccellente, il procuratore capo di Torino non ha più avuto rapporti. Gli stringerebbe la mano, oggi? «... Prima chiederei conto ad Andreotti di quella frase che ha detto: "Sarebbe meglio se Caselli e Violante non fossero mai nati". Scusarsi sarebbe il minimo». Si indovina un baratro di ostilità e recriminazioni reciproche, non colmato dal tempo. È come se anche adesso la verità giudiziaria stesse stretta a quella storica e politica, e viceversa. Per Caselli «bisognerebbe studiare anche la sapiente tessitura del senatore Andreotti. Esaminare al rallentatore la sua regia processuale e soprattutto extraprocessuale.. esibendo di se stesso il profilo di un grande statista apprezzato da molti, Vaticano compreso... Un' immagine incompatibile con le bassezze processuali di cui si occupano piccoli giudici». ... Caselli cita il Vaticano. Gli auguri di papa Giovanni Paolo II per gli ottant' anni del senatore, nel 1999. Eppure, a Natoli pesa di più un altro episodio. «Il papa fece pervenire al senatore Andreotti i propri auguri in forma privata e personale. L' allora presidente del Consiglio, Massimo D' Alema, invece, glieli fece in modo pubblico. Questo mi porta a pensare che la Santa Sede mostrò una capacità di apprezzamento della situazione processuale superiore a quella avuta, all' epoca, da palazzo Chigi... L' onorevole D' Alema non avrebbe dovuto esprimere i propri auguri in modo pubblico, in pendenza di giudizio, senza tenere conto della ricaduta mediatica di questo suo gesto». ... Andreotti ricordava bene il primo incontro con Caselli e Lo Fortre alla Dia nel 1993. «Mi mostrarono una foto in cui c' era Nino Salvo. Ero fotografato insieme con il povero Piersanti Mattarella, Attilio Ruffini e un' altra persona: Salvo, appunto. Vidi i sorrisetti di Caselli e Lo Forte. Sembrava che dicessero: come puoi pensare che ti crediamo? O erano prevenuti, o convinti di trovarsi di fronte il capo della Capula mafiosa...». Andreotti puntava il dito contro la sinistra. «Basta andarsi a rileggere il libretto nel quale Gerardo Chiaromonte (ex dirigente di primo piano del Pci) parlava della presa del potere delle sinistre attraverso la via giudiziaria...».


Massimo Franco , Corriere Della Sera, 6 ottobre 2008

Pubblicato il 6/10/2008 alle 22.54 nella rubrica Giustizia.

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