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Assassinata Malalai la poliziotta coraggio che sfidava i Taliban








Alle tv internazionali che l' avevano intervistata aveva consegnato dichiarazioni sobrie, rifiutando il canone eroico cui la candidava già il suo nome: Malalai, come la leggendaria afgana che alla fine dell' Ottocento guidò alla riscossa i suoi compatrioti in una battaglia contro le truppe di un altro invasore, in quel caso l' impero britannico. Ieri mattina, quando si è trovata di fronte ai Taliban che l' attendevano davanti alla porta di casa, non dev' essersi sorpresa. Il capitano Malalai Kakar sapeva perfettamente di essere un bersaglio tra i più pregiati. Non soltanto era una donna che disobbediva al divieto di lavorare, ma aveva un incarico di potere, per giunta un potere che includeva il possesso e l' uso di armi, prerogative che il fondamentalismo afgano, per tradizione guerriero, considera esclusivamente maschile. E soprattutto, dirigeva il dipartimento Crimini contro le donne nella capitale storica dei Taliban, Kandahar, una città dove dozzine di donne furono lapidate o fucilate al tempo dell' emirato, talvolta soltanto perché avevano osato ribellarsi alla dittatura dei mullah. E per tutto questo, il solo fatto che il capitano Kakar restasse in vita rappresentava, agli occhi dei Taliban, una sfida al loro contropotere, una bestemmia intollerabile, un oltraggio all' intero sistema di valori cui quei miliziani sono stati allevati e da cui pretendono di
ricavare la loro legittimazione. L' unica cosa che resta da capire è perché il capitano Malalai sia rimasta al suo posto, ad attendere la pallottola che le era stata promessa in vario modo, con infinite minacce e vari attentati alla sua vita, sventati o falliti per poco. Forse coraggio, dignità, senso dell' onore; o fedeltà alla memoria della poliziotta che aveva sostituto due anni fa, quando anche quella era stata assassinata dai Taliban. e oltre a tutto questo, la consapevolezza che migliaia di afgane avrebbero interpretato le sue dimissioni come una fuga - come l' annuncio di una sconfitta ormai definitiva, irrevocabile, cui sarebbe stato vano opporsi. L' hanno ammazzata alla sette di mattina, in una stradina di Kandahar. I sicari che le hanno sparato sulla porta di casa hanno ridotto in fin di vita anche uno dei suoi sei figli, un ragazzino, tuttora in coma. Più tardi il portavoce dei Taliban, Yousuf Ahmadi, come accade in questi casi si è premurato di telefonare alle agenzie di stampa per incidere ufficialmente un' altra tacca sulla pistola. «Abbiamo ucciso Malalai Kakar. Era un nostro bersaglio e con successo abbiamo eliminato il bersaglio». Laconico e glaciale come un bollettino militare. Era un bersaglio, l' abbiamo fatto fuori. Che ciascuno prenda nota: così finiscono i nostri nemici. Non ci saranno monumenti a ricordarne il nome, che sbiadirà presto e sparirà nell' oblio, come la memoria delle maestre fucilate, pugnalate, sgozzate in Afghanistan perché osavano insegnare, e per giunta insegnare a bambine; e delle centinaia di afgane uccise finora dal fondamentalismo afgano perché rifiutavano i codici dell' invisibilità e della sottomissione. Nel porgere le condoglianze alla famiglia e al governo di Hamid Karzai, ieri il rappresentante speciale dell' Unione europea in Afghanistan, Ettore Sequi, ha giudicato «particolarmente ripugnante l' uccisione di una donna che era di esempio a tutte le afgane». Altre parole di cordoglio sono venute da Agenzie delle Nazioni Unite presenti in Afghanistan. Ma questo non modificherà la percezione di quella parte rilevante d' Europa cui questa strage di afgane, questo femminicidio, pare l' esito ovvio di una "cultura" che l' Occidente sbaglierebbe a contrastare. Propria la vita ardimentosa e spesso sfortunata di donne come il capitano Malalai Kakar dimostra che la "cultura afgana" è più complicata di come la pretende quell' essenzialismo che in Europa unisce molta destra e molta sinistra. Se una donna accetta di
sacrificare la propria vita per la speranza di una società diversa, sarebbe onesto quantomeno coltivare il sospetto che almeno una parte della popolazione femminile afgana non ha alcuna voglia di seppellirsi sotto un burqa, di scomparire dalla vita pubblica e di accettare una condizione non dissimile a quella delle capre, perché così prescriverebbe, giurano i Taliban, il Corano. Anche se spesso preferiamo ignorarlo, c' è un Afghanistan che non vuole saperne del fondamentalismo. Il capitano Malalai Kakar vi apparteneva. Più esattamente, apparteneva alla generazione divenuta
adulta negli anni Ottanta, al tempo dell' occupazione sovietica. Per quanto la presenza dell' Armata rossa in Afghanistan si ispirasse ad una brutalità di tradizione coloniale, tuttavia quel periodo permise a migliaia di scolare afgane la consapevolezza che la donna non è una creatura inferiore. In genere i mujahiddin consideravano "comunista" questa concezione, e i loro sponsor,in testa l' amministrazione Reagan e gli occidentali a seguire, non tentarono mai di convincerli ad accettare qualcosa di simile alla parità tra i sessi. Figlia di un poliziotto, Malalai Kakar entrò nella polizia afgana ancora un' adolescente, sul finire degli anni Ottanta. Caduto il regime filo-sovietico (1991), si trovò disoccupata, e con l' avvento dei Taliban, molto più rigidi dei mujahiddin, emigrò in Pakistan. Dissoltosi l' emirato, fu la prima donna ad arruolarsi nella polizia di Kandahar. «Combatto per la pace, combatto il terrorismo», aveva detto in febbraio a un giornalista di Al Jazeera International. Il reportage la mostrava perquisire case e interrogare arrestati: uomini. A Kandahar si raccontava che avesse ucciso tre Taliban, quando quelli avevano tentato di ucciderla. E anche questo entrerà nella sua leggenda, se mai qualcuno avrà cura di tramandarla.

per saperne di più

www.womenforafghanwomen.org 
 www.rawa.org


La Repubblica , Guido Rampoldi, 29 settembre 2008

Pubblicato il 29/9/2008 alle 17.25 nella rubrica Donne.

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