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Assalti ai turisti e tratta di clandestini, così prosperano i predoni del deserto

 

Un tempo erano in gran parte nomadi, poi le guerre continue, la siccità, la rovina delle antiche civiltà tribali o semplicemente la miseria sempre più dura ne hanno trasformato parecchi in predoni, predoni del deserto, talvolta guerriglieri. Spesso tutte e due le cose. Il fenomeno dei predoni del deserto copre un'immensa fascia di territorio, quella che siamo soliti chiamare, piuttosto genericamente, fascia subsahariana. Si tratta di un territorio immenso che va dall'Oceano Atlantico al Mar Rosso e comprende Paesi anche molto diversi come il Marocco meridionale, la Mauritania, il Mali, il Niger, il Ciad, la Libia desertica del sud, l'Egitto che confina con il Sudan e la Libia e il Sudan stesso.

Fa un po' effetto sentir parlare di predoni del deserto, molti credevano che fossero cose da romanzi di Salgari (che ha appunto titolato una delle sue opere "I predoni del Sahara") o da film di avventura dozzinali. Invece, come i pirati del resto (basti pensare alla Somalia o allo Stretto di Malacca) assistiamo al loro ritorno.

Ma chi sono questi banditi che assalgono i turisti, le carovane, ma che affiancano anche (quando non lo sono essi stessi) i mercanti di carne umana che trasportano i clandestini che poi arriveranno a Lampedusa durante la traversata del deserto? Ce ne sono di vari tipi. Iniziando dal Sudan, piuttosto noti sono i janjawid, i cosiddetti diavoli a cavallo, oggi reclutati o perlomeno tollerati dal governo di Khartum e usati nella lotta, ma forse sarebbe meglio dire nel massacro, delle popolazioni nere del Darfur. I janjawid non hanno mai disdegnato l'attività predatoria, come sanno bene le carovane che si avventurano in quella zona del Sudan. Un tempo i carovanieri se la cavavano pagando una sorta di tassa agli uomini armati. Oggi le cose sono cambiate, i janjawid passano dagli attacchi armati ai neri ai saccheggi e non disdegnano ogni altra attività criminosa, forti della immunità.

Spostandoci più a ovest ai confini tra Sudan, Egitto, Libia e Ciad agiscono i nomadi spesso di etnia Toubus, quegli stessi Toubus che condussero negli anni 80 del secolo scorso una dura guerriglia contro il governo del Ciad. Cessata la grande guerriglia si sono dati alla guerriglia spicciola, contro chi ha la sfortuna di cadere nelle loro mani. Ancora più a Ovest, sono molte le bande di predoni, spesso di etnia berbera (tra di essi anche popolazioni Tuareg) dedite al banditismo. Si ricorderà la famiglia di turisti francesi assassinata in Mauritania. Un'attività, quella dei predoni, che spesso si mescola a quella di bande integraliste in qualche modo legate aii gruppi salatiti se non addirittura ad al Qaeda.

Un'attività che ha fatto praticamente morire la Parigi-Dakar, ritenuta ormai troppo pericolosa. I predoni, di solito, non si limitano a depredare le loro vittime, ma spesso, soprattutto quando si tratta di occidentali, pretendono un grosso riscatto per lasciarli liberi. I soldi dei riscatti non servono solamente a mantenere le tribù cui appartengono le bande, ma anche a finanziare un fiorente contrabbando che va dalle armi agli esseri umani, ai beni di consumo. I predoni hanno gioco facile: solo loro sanno spostarsi e sopravvivere in una delle zone più ostili del mondo. Solo loro conoscono le piste, i pozzi, i rifugi del grande deserto. E, grazie all'uso delle moderne tecnologie, sanno comunicare con i governi o con i parenti delle loro vittime per trattare il riscatto.
 
E' in questo misto di arcaico e di moderno che essi prosperano e le polizie, gli eserciti, i commandos dei Paesi coinvolti possono farci ben poco.Anche se riescono a localizzarli sono spesso trattenuti dall'intervenire per non mettere a rischio la vita degli ostaggi. C'è poi, come si diceva, la questione dei fondamentalisti islamici. Alcune fonti parlano (soprattutto per Mauritania, Algeria e Niger) di una vera e propria alleanza tra i banditi e i terroristi. Il che rende ancora più complicata la situazione.

Marco Guidi, Il Messaggero, 29 settembre 2008

Pubblicato il 29/9/2008 alle 16.23 nella rubrica Diario.

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