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1)Veltroni - 2)Scuola - 3)Cognome madre - 4)Donne - 5)Sofri - 6)Castelvolturno - 7)Caucaso

 




1)Veltroni: con Berlusconi democrazia svuotata Come la Russia di Putin

Walter Veltroni, perché lei parla di «bullismo al governo »?

«Perché vedo un cambio di passo in questa legislatura, uno scarto rispetto ai governi della storia repubblicana. La società italiana e occidentale vive in uno stato di angoscia che non ho mai visto da quando sto al mondo. Mi viene in mente Dickens: "Era il migliore e il peggiore dei tempi, era il periodo della luce e il periodo delle tenebre, la primavera della speranza e l'inverno della disperazione". Anche nel nostro tempo accadono meraviglie: la scienza, la comunicazione. Eppure in Italia vedo prevalere i segni del tempo peggiore. Sulla fiducia vincono paura, chiusura, arroccamento. E la paura è un moltiplicatore della crisi. Quando una società ha paura, è tentata dal barattare democrazia per decisione. È una sorta di maleficio: ogni volta che la crisi democratica si è saldata con la crisi sociale e con il prevalere di suggestioni populistiche e autoritarie, sono accadute le tragedie peggiori nella storia dell'umanità».

Siamo messi così male?

«
Viviamo un tempo che ha in sé gravi rischi. Se non ci sarà una sufficiente controreazione, rischiamo di veder realizzarsi anche in Italia il modello Putin. È il rischio di tutto l'Occidente. Una democrazia sostanzialmente svuotata. Una struttura di organizzazione del potere che rischia di apparire autoritaria. Il dissenso visto come un fastidio di cui liberarsi, la divisione e l'autonomia dei poteri come un ostacolo da rimuovere ».



L'incapacità di decidere è stata fatale al centrosinistra.

«È vero. Sono il primo a dire che la democrazia è anche decisione. Ma la democrazia prevede che si governa pro tempore, non che si è al potere. Che si governa nell'interesse di tutti i cittadini, non di una fazione o di una persona. Loro invece si comportano come gente che ha preso il potere. Il capo del governo oscilla dal discorso alla Adenauer del primo giorno a una quotidianità in cui il capo dell'opposizione è definito ora "un fallito", ora "un funambolo", ora "inesistente". L'hanno fatto con Rutelli, con Prodi, adesso con me. Una cosa che non avviene in nessun Paese del mondo».



Dove vede i segni del «modello Putin»?

«Il governo tratta il Parlamento come fosse una perdita di tempo, una rottura di scatole, un impedimento. Ora, mi è evidente la lentezza dei lavori parlamentari; ma il rimedio è ridurre le Camere a una e i parlamentari alla metà, non impedire di discutere e migliorare leggi che sono discutibili e migliorabili. Il governo ha l'obiettivo di far male ai sindacati. Ora, io sono tra coloro che stimolano il sindacato ad assumere un atteggiamento riformista. Ma indebolire i sindacati è una scelta suicida, il cui risultato è la proliferazione delle rappresentanze autonome e corporative. Il governo addita negli immigrati un nemico; ma se espelli un uomo dalla società, si comporterà come un espulso, e avremo un Paese non più sicuro ma meno sicuro, in cui già ora accadono episodi gravissimi di intolleranza, di caccia allo straniero. L'assassinio di Abdul per un pacco di biscotti è un segno del tempo peggiore. C'è tutto: la povertà, l'esasperazione, il razzismo. E i genitori che dicono: "Pensavamo di essere italiani, abbiamo scoperto di essere neri"».



Il movente razzista è stato escluso dalla Procura.

«Ma è stato ammesso da La Russa. Del resto, non ho mai sentito di un ragazzo sprangato al grido di "sporco bianco". Ancora: il governo ha nel mirino le autorità indipendenti; ora toccherà a quella per l'energia e il gas; l'indipendenza dà fastidio. Il governo muove all'attacco della magistratura. Anche noi vogliamo la riforma, convocheremo gli Stati generali della giustizia per discuterla; ma ci preoccupano i diritti di sessanta milioni di cittadini, non i problemi di uno solo. E, per la scuola, l'idea di bocciare alle elementari e alle medie i ragazzi che hanno anche solo un'insufficienza significa favorire l'abbandono e l'elusione scolastica, specie tra i più poveri; qualcosa che farebbe accapponare la pelle a un uomo come don Milani».



Di «putinizzazione» parlò in piazza Navona Flores d'Arcais. Non teme di essere accostato all'opposizione più radicale?

«Questa preoccupazione l'hanno espressa in molti, anche molti moderati. E poi non c'è nulla di più radicale di quello che stanno facendo loro. Radicalità non nel cambiamento, ma nella sistematica conversione del governo in potere. La mia non è solo una denuncia, è anche un appello. Ripristiniamo le condizioni minime, fisiologiche del confronto. Guardiamo agli Stati Uniti, dove Bush chiama e i democratici rispondono. Bush non ha insultato Obama, l'ha consultato. Così funzionano le grandi democrazie. Ci vuole un po' più di moderazione; ma la moderazione è estranea a un governo che ha un'idea sostanzialmente autoritaria delle relazioni con chi è diverso. Mi chiedo dove diavolo arriveremo».

 

Si è offeso per le polemiche su Alitalia?

«Guardi, qui in casa mia, su quei due divani là in fondo, si sono seduti Epifani e Colaninno, e hanno trovato l'accordo. Io ho un giudizio pessimo di come il governo ha gestito la vicenda, compresa la scelta di una cordata non si sa in base a quali principi. Avrei potuto lasciare che il governo andasse a sbattere e ne pagasse le conseguenze. Ho fatto una scelta diversa, recuperando una trattativa che era morta, con la cordata che dopo aver scaricato i debiti sui contribuenti intendeva scaricare sui lavoratori ulteriori margini di profitto. In un Paese civile, il capo del governo in questi casi dà atto al capo dell'opposizione. Costa tanto fare questo sforzo? Ma lui, che vive nel terrore della comunicazione, improvvisa uno spot a freddo contro di me, si inventa che avrei fatto saltare la trattativa che invece stavo riannodando».

 


Sull'Alitalia il Pd è stato a lungo in difficoltà. Del resto, il vostro ministro ombra è il figlio del capo della cordata.

«Lei non pensa che in Italia cominci a esserci un pensiero unico? Sono stanco dell'assenza di una coscienza critica che ignora la trave e si concentra sulla pagliuzza. Il premier è padrone di mezzo Paese, sua figlia entra nel consiglio di Mediobanca, e il conflitto di interessi è quello di Matteo Colaninno? Se in passato l'egemonia della sinistra ha asfissiato la destra, ora l'egemonia della destra asfissia il Paese. C'è un clima plumbeo, conformista, come se a chi governa fosse consentita qualsiasi cosa. La Gelmini arriva a Cernobbio in elicottero, come neppure Dick Cheney. Il premier non va all'Onu, non partecipa alla trattativa Alitalia, per andare al centro Messegué; senza che nessun tg lo dica. Leggo sull'Espresso che a San Giuliano c'è stata una selezione tra gli operai, per fargli incontrare solo quelli più bassi di lui. Non so come li abbiano trovati; so che queste cose accadono nei sistemi autoritari. Ma i riflettori vengono puntati su di noi. Se un dirigente locale del Pd fa una critica, finisce in prima pagina. Se il sindaco di Roma smentisce Berlusconi sulla legge elettorale per le Europee, finisce in un colonnino».

 


Lei teme anche per l'indipendenza dei giornali?

«Sì. È giusto che il governo cambi con un provvedimento amministrativo le regole di erogazione dei fondi pubblici ai quotidiani, riportandolo sotto il suo controllo? È giusto che, in questo clima asfissiante, chiudano il manifesto, il Secolo, Liberazione, Europa? Un clima in cui il sedicente portavoce del governo definisce Leoluca Orlando "esponente di un partito contrario ai valori della libertà e della democrazia". Come se spettasse al dottor Bonaiuti dare patenti di libertà e democrazia».

 

A proposito di Rai, qual è il vostro candidato alla presidenza?

«Il presidente è un tassello di un percorso. Che deve cominciare con l'elezione di Orlando alla Vigilanza. Noi accettammo Storace; perché loro non possono accettare un esponente del partito di Di Pietro, cui Berlusconi offrì il Viminale? Poi occorre riformare la governance della Rai. Se le regole non cambiano, e se c'è il consenso sul nome di Petruccioli, per noi va bene. Ma è la destra a essere divisa: tra chi vuole alla direzione generale Parisi e chi vuole Gorla, tra chi vuole dare al direttore generale più poteri e chi no. Io non mi opporrei a rafforzarlo, se questo significa ridimensionare il peso dei partiti in Rai. Purtroppo il pensiero unico prevale anche in televisione. Al riguardo, non può non essere visto con grande preoccupazione l'annuncio de La7 di voler licenziare 25 giornalisti; di tutto c'è bisogno in Italia tranne che di limitare ulteriormente la libertà d'informazione».



È sicuro di aver fatto bene a lasciare il comitato per il museo della Shoah?

«Sì. Al clima plumbeo concorre pure la rivalutazione del fascismo. Il museo della Shoah era un'idea della comunità ebraica e mia. Il nuovo sindaco ha fatto l'apologia di un regime che, ben prima delle leggi razziali, ha provocato la morte di tutti i capi dell'opposizione: il liberale Gobetti, il comunista Gramsci, il socialista Matteotti, il cattolico don Minzoni, gli azionisti Carlo e Nello Rosselli. Il giorno dopo, anziché correggersi ha aggravato le cose, condannando l'esito ma non la natura del fascismo. Con un sindaco che non si mette a urlare di fronte ai saluti romani, gli stessi saluti che hanno accompagnato gli uomini che andavano a morire a via Tasso o alle Ardeatine, per me è difficile discutere della Shoah».




Non la preoccupa anche lo stato del Pd? I prodiani la attaccano e Prodi tace. Il partito è diviso in ogni regione, in Sardegna la bega finisce in tribunale. Dopo D'Alema, pure Rutelli annuncia la sua corrente.


«No, non sono preoccupato. Lo ero sino ad agosto. Ma da settembre, dalle feste e dalla summer school, dal contatto con il nostro popolo, credo siamo usciti tutti convinti che va benissimo il pluralismo culturale, non il correntismo esasperato. Abbiamo una base molto forte e molto sana. Nei sondaggi stiamo risalendo. Il clima sta cambiando. Lo vedremo quando tra quattro settimane manifesteremo contro la politica economica di un governo che occulta la povertà, non si occupa di prezzi e salari, fa sparire pure i soldi della social card. La destra pagherà la sua confusione culturale, il passaggio brusco e zuzzurellone da Reagan a Zhivkov, dalla deregulation allo statalismo. Il tempo migliore può ancora prevalere sul tempo peggiore».

Aldo Cazzullo, Corriere della Sera, domenica 28 settembre 2008











2)
   Il riformismo bocciato

Walter Veltroni, nell'eccellente discorso del Lingotto (27 giugno 2007) con cui ufficializzò la sua candidatura a leader del Partito democratico, e nei discorsi dei mesi successivi, mise a punto la carta di identità di una moderna sinistra riformista proponendola al neonato partito. Veltroni batteva allora con vigore su un tasto: il Partito democratico avrebbe sviluppato una reale capacità di intercettare le aspirazioni degli elettori e dei ceti sociali più dinamici e orientati alla modernizzazione del Paese, solo se avesse abbandonato, su un ampio arco di problemi, le posizioni conservatrici che avevano in passato caratterizzato la sinistra. La visione articolata da Veltroni appariva allora forte ed efficace ma restavano sospesi due interrogativi. Sarebbe egli riuscito a imporre un così radicale cambiamento di prospettiva a tanti militanti fino ad allora di diverso orientamento? Sarebbe riuscito, soprattutto, a ottenere un riposizionamento e un rinnovamento, culturale e di proposte, di quel sindacato (la Cgil in primo luogo) il cui appoggio è necessario a un partito di sinistra riformista? Non solo quel riposizionamento del sindacato non c'è stato ma è lo stesso Partito democratico a reagire oggi alle difficoltà suscitate dalla sconfitta ritornando sui propri passi, abbandonando la strada del rinnovamento, ridando spazio a quelle posizioni conservatrici che il Veltroni del Lingotto sembrava determinato a combattere.

Il miglior test per sondare lo «spessore riformista » di un partito italiano consiste nel valutare le posizioni che esso assume sulla scuola. La scuola pubblica è come l'Alitalia: rovinata da decenni di management interessato a garantirsi clientele e da un sindacalismo cui si è consentito di cogestirla con gli scadenti risultati (in tema di preparazione dei ragazzi) che i confronti internazionali ci assegnano. Solo che nel caso della scuola pubblica non ci sono cordate di imprenditori o compagnie straniere cui affidarla. Proprio nel caso della scuola il Partito democratico sta fallendo il test sullo spessore riformista. Perché ha scelto ancora una volta (come faceva il Pci/Pds/Ds) di accodarsi acriticamente alle posizioni della Cgil, di un sindacato che, in concorso con altri, porta pesanti responsabilità per lo stato disastrato in cui versa la scuola, un sindacato interessato solo alla difesa dello status quo (come è successo, del resto, nel caso di Alitalia fin quando ha potuto). Prendiamo la questione del ritorno al maestro unico deciso dal ministro Gelmini. Sembra diventato, per la sinistra, sindacale e non, il simbolo del «vento controriformista» che soffierebbe oggi sulla scuola. Al punto che, come è accaduto a Bologna, si arriva persino a far sfilare i bambini contro il ministro (nel solco di una tradizione italiana, antica e spiacevole, di uso dei bimbi per fini politici). Si fa finta di dimenticare che la riforma della scuola elementare del 1990, quella che abolì il maestro unico, fu un classico prodotto del consociativismo politico-sindacale che caratterizzava tanti aspetti della vita repubblicana. Nel caso della scuola funzionava allora un'alleanza di fatto fra Dc, Pci e sindacati. L'abolizione del maestro unico fu dettata esclusivamente da ragioni sindacali.

E' antipatico citarsi ma alla vigilia dell'approvazione della legge scrissi su questo giornale: «Nonostante le nobili e altisonanti parole con cui l'operazione viene giustificata la ratio è una soltanto: bloccare qualsiasi ipotesi di ridimensionamento del personale scolastico come conseguenza del calo demografico e anzi porre le premesse per nuove, massicce, assunzioni di maestri. Non a caso sono proprio i sindacati i più entusiasti sostenitori della riforma (…) Questa classe politica ha sempre trattato così la scuola, incurante delle esigenze didattiche ma attentissima a quelle sindacali» (Corriere della Sera, 22 novembre 1989). Veltroni e il Partito democratico dovrebbero spiegarsi: è quella cosa lì che, ancora una volta, vogliono difendere? Per il futuro vedremo ma la verità è che, fino a questo momento, il ministro Gelmini ha fatto pochi errori. I provvedimenti fino ad ora adottati sono di buon senso e per lo più tesi ad arrestare il degrado della scuola. Ma, anziché riconoscerlo e dare il proprio contributo di idee e di proposte (come dovrebbe fare un vero partito riformista, ancorché all'opposizione), il Partito democratico preferisce ripercorrere l'antica strada: quella della «mobilitazione», della sponsorizzazione dei sindacati, anche quando questi difendono posizioni indifendibili.

Non è casuale che proprio sulla scuola la Cgil si appresti a fare lo «sciopero generale ». Difende un potere di cogestione che viene da lontano e che ha contribuito a danneggiare assai la scuola (dove la quasi totalità delle risorse se ne va in stipendi a insegnanti troppo numerosi, mal pagati e mal selezionati). Un potere di cogestione che fino ad oggi ha sempre potuto contare sulla complicità di governi e opposizioni. Non è plausibile che nel Partito democratico siano tutti felici di queste scelte (che danno un brutto colpo alla credibilità del Pd come partito riformista). E infatti non è così. Ricordo un intervento critico di Claudia Mancina ( Il Riformista) sulle attuali posizioni del Pd sulla scuola. O le parole per nulla critiche nei confronti della Gelmini pronunciate (a proposito della polemica sull' impreparazione di certi insegnanti meridionali) da uno che di scuola se ne intende: l'ex ministro dell'Istruzione Luigi Berlinguer. Sarebbe bene che anche molti altri, dentro il Partito democratico, venissero allo scoperto. Ha senso continuare a trattare la scuola pubblica come un «dominio riservato» del sindacalismo? 

Angelo Panebianco, Corriere della sera, domenica 28 settembre 2008

 

 

 

 

 

  3)  Il diritto di scegliere


Una coppia milanese va dal giudice e chiede di poter dare, al proprio
bambino appena nato, il cognome della madre. Il giudice rifiuta. Un secondo
giudice ratifica il rifiuto. I figli devono portare il nome del padre.
Perché? Perché si è sempre fatto così, da tempo immemorabile. La coppia non
cede e ricorre in Cassazione. E la Suprema Corte acconsente. C'è una carta
dei diritti dell'Unione Europea che vieta «ogni discriminazione fondata sul
sesso» e, soprattutto, c'è il buon senso comune che considera il patronimico
«retaggio di una concezione patriarcale della famiglia non più in sintonia
con l'evoluzione della società».

E soprattutto c'è anche il fatto, incontrovertibile, che i padri non sono
più quelli di una volta. Quelli che, per intenderci, mantenevano la famiglia
per tutta la vita, al servizio di matrimoni indissolubili contratti con
fanciulle totalmente dedite alla procreazione e alla cura del nido,
condannate innocenti a scontare un perpetuo stato di minorità. Il cognome
dell'uomo veniva, all'epoca e fino a ieri, assunto dalla donna che, le
piacesse o no, perdeva il suo, in una spoliazione simbolica per la quale non
nutriamo alcuna nostalgia. Il cognome dell'uomo veniva imposto al bambino
come un marchio di proprietà. I bambini erano messi al mondo dalle donne e
educati dalla assoluta autorità degli uomini. Oggi non è più così. Le donne,
è vero, continuano a mettere al mondo i bambini, poiché soltanto nel loro
corpo si nasconde il dispositivo che consente la procreazione, però, sempre
più spesso, si trovano anche a educarli, mantenerli, crescerli, concedere o
negare permessi, reprimere o premiare eccetera eccetera. I matrimoni, non
più indissolubili, si dissolvono con una certa frequenza. Gli uomini vanno,
fanno altri figli con altre donne, o trovano donne che non vogliono figli o
ne hanno già e sono disposte a fermarsi. Possono continuare a frequentare i
bambini nati dal loro seme o sparire, possono contribuire al mantenimento e
imboscarsi. Del resto: finchè una donna non li avverte, gli uomini non hanno
alcuna possibilità di scoprirlo, che sono sul punto di diventare padri.

La paternità è una scelta culturale, la maternità è un fatto fisico. Possono
fare il padre o non farlo più, gli uomini. Le donne restano sempre lì,
accanto ai loro figli, restano madri. Per vocazione, per natura, per
istinto, per convenzione, per tradizione... non so, comunque non scappano,
non mollano. Le madri sono madri per sempre, non esistono le ex madri, come
non esistono gli ex assassini: se hai dato la vita, se hai tolto la vita
farai sempre i conti con quello che hai fatto. Nel bene, nel male.
Dolorosamente, felicemente, nel profondo. Quindi: era ora, certo che era
ora, si è insistito anche troppo a lungo, nell'imporre il nome del padre a
bambini che possono perderlo da un momento all'altro, il padre, e allora il
nome si svuota come il carapace di un granchio abbandonato sulla battigia.
Naturalmente, se è la donna a chiederlo, se ci tiene, se, magari, si sente
più protetta, va bene anche il "patronimico". Diciamo che il passo avanti,
anche in questo caso come nel caso dell'interruzione di gravidanza, è aver
sancito il diritto di scegliere.

Peccato che le leggi non si fanno in Corte di Cassazione.

Ratificherà, il governo di centrodestra (il nostro centrodestra, non un
centrodestra qualsiasi) con una opportuna modifica del diritto di famiglia,
la saggia decisione dei giudici? Non credo. No, non perché dal Governo non
mi aspetto niente di buono, ma perché il diritto di dare ai figli il proprio
nome è anche un segno di rispetto verso le donne, un riconoscimento del loro
essere cittadine a pieno titolo. E questo centrodestra, finora, di rispetto
per le donne, ne ha dimostrato davvero poco.
Va da sé, come sempre, che sarei ben felice di sbagliarmi.
 
Lidia Ravera, L'Unità mercoledì 24 settembre 2008


 
 
 
 
 
 

  4)  Due o tre cose che non

       so delle donne 

I misteri dell' universo sono infiniti. Non vorrei parlare dei grandi misteri: Dio, il big bang, il Male, il tempo, l' evoluzione; in primo luogo perché non è argomento da giornali, e poi non ne so nulla. Ma di un piccolo mistero, che gli uomini di sesso maschile contemplano ogni giorno, e contro il quale talvolta si scontrano: le donne. Mi ha sempre colpito la differenza dei rapporti femminili con il tempo e lo spazio. Di solito, la donna ha una relazione buonissima con il tempo, sia pure non cronologico: distingue gli anni, i mesi, i giorni, i minuti: coglie l' atmosfera, il colore e il profumo di ogni istante di vita: ricorda i vestiti, i golf, le scarpe, i costumi da bagno, i cappelli portati durante la propria esistenza: vibra e cambia col passare dei minuti; e difficilmente sa dimenticare il passato. I maschi non posseggono questa sensibilità molecolare per il tempo, e si muovono con meraviglia e goffaggine in questa dimensione che non capiscono, o che capiscono soltanto leggendo Anna Karenina e La signora Dalloway. In compenso, la donna non ha sovente nessun senso dello spazio. Non sa leggere una carta geografica, né una carta stradale, o un orario ferroviario. Se camminate per Roma o Milano, state attenti a non chiedere informazioni ad una di loro: vi manderà certamente in un luogo sbagliato. Per tre anni ho preso di continuo il treno da Monaco di Baviera a Roma: mia moglie è convinta ancora oggi che passi per Milano e non per Verona. Forse una donna, che capisce mirabilmente la molteplicità del tempo, non comprende la molteplicità dei luoghi. Conosce il luogo dove passeggia in questo momento: per lei, il resto del mondo non esiste, o è nascosto da una nuvola grigia. Ma quando arriva in un luogo, lo possiede con la mente: la sua attenzione è spasmodica. Osserva ogni particolare: conosce ogni pietra di via Montenapoleone o di corso Venezia o di via Condotti o di qualsiasi altra strada e piazza le interessi. Per secoli le donne sono state tenute lontane dai libri, come dalle navate centrali delle chiese cristiane; e qualcuno potrebbe credere che esecrino la letteratura. Invece nutrono per i libri un desiderio e una nostalgia appassionati. Cacciate o chiuse o auto-rinchiuse nei conventi, hanno creato una meravigliosa letteratura mistica, sprofondandosi nell' abisso di Dio, o trasformando Cristo in un corpo vivente accanto al loro, o nel loro stesso corpo. Se volete cogliere la differenza tra la sensibilità di una donna e la superficialità di un maschio, leggete le lettere tra Eloisa ed Abelardo, dove la debolezza del filosofo si annulla davanti all' ardore e alla verità della monaca. Quando sono stati aperti i salotti, con quale finezza le padrone di casa studiarono i sentimenti, le sfumature e le contraddizioni che occupavano il cuore dei loro invitati. Mentre incideva aforismi col bisturi, La Rochefoucauld aveva sempre una donna accanto a sé. Nel diciannovesimo e ventesimo secolo, la lirica, il romanzo e il racconto sono state il terreno naturale dove le donne, da Jane Austen a Flannery O' Connor, sono cresciute. Quanto alla filosofia, le donne evitano, di solito, la forza e lo schematismo del "sistema". Ma, in Virginia Woolf e Simone Weil, la mens non è meno intensa di quella dei filosofi di professione. Entrambe posseggono un dono rarissimo: il coraggio dell' estremo. Nei monasteri e negli studi, le donne non hanno mai rivelato un istinto pittorico così straordinario. Quando parlano o scrivono, posseggono una sensibilità sottilissima per i colori, le forme e i profumi, che di rado concentrano in un quadro. Le loro mani orchestrano bellissimi mazzi di fiori, ma rifiutano di usare il pennello e di fondere i colori sulla tavolozza. Vermeer non è una donna. Chardin non è una donna. I maestri dell' impressionismo sono maschi dalla foltissima barba. Eppure essi incarnano quanto di più femminile esiste al mondo: le stanze chiuse, le cose impregnate di luce, il riflesso degli argenti e delle vesti, una bambina col volano, i gatti, la fioritura delle ninfee sotto i cieli rosa che si riflettono nell' acqua rosa. Non ne capisco la ragione. Forse le donne amano il colore delle cose, e non quello dipinto: forse dipingere è, per loro, un' offesa all' immensa fantasia della natura.
 
Pietro Citati, La Repubblica, martedì 23-09-2008
 
 
 
 
 
 
 
 
 

  5)  Ci si può accanire su Sofri, a certe condizioni

Adriano Sofri non ha scritto niente di così scandaloso, niente che implichi la sua messa in stato di accusa sul piano morale o altre forme di risentimento. Capisco il dissenso o l’incomprensione, ma non le accuse risentite, che nel caso Sofri sono la regola da oltre vent’anni. Per come l’ho capita, ed è chiara, la tesi di Sofri è che, con il passare degli anni, un odioso delitto ha cambiato di significato. Chi ha ucciso il commissario non aveva un piano terroristico per attaccare il cuore dello Stato, voleva bensì vendicare la morte dell’anarchico Pinelli. Sono due cose completamente diverse, il terrorismo e l’assassinio di Luigi Calabresi.

Chiunque ragioni con equilibrio capirà che questa differenza di significato, sanzionata per di più dal fatto che gli imputati sono stati condannati per un omicidio di diritto “comune”, non è un dettaglio. Non è un dettaglio per due motivi almeno. Primo: se il delitto Calabresi fu un atto di terrorismo, Lotta continua fu un partito terrorista, ciò che Sofri e i suoi amici negano. (E che io, cacciatore di terroristi e di lottacontinuisti in quell’epoca ferrigna, nego con altrettanta convinzione per evidenti ragioni storiche: erano due cose diverse e antitetiche, due aspetti non assimilabili di un’unica grande crisi politica e sociale e della sua deriva violenta). Secondo: se fu un atto di terrorismo, scompare il movente specifico, e cioè tutta la storia torbida e insoluta, civilmente e storicamente devastante per una intera generazione politica, di Pinelli e della strage della Banca dell’Agricoltura e della caccia agli anarchici e di tutto il resto. Compreso il clima di menzogna in cui visse la Questura di Milano in quei giorni, un clima rievocato da Mario Calabresi nel suo libro a tutela della propria vita, dei propri affetti, della memoria delle vittime del terrorismo e della storia personale di suo padre.

Certo, Sofri è sconfitto. Non è difficile accanirsi contro di lui. E’ stato condannato in via definitiva come mandante di quell’omicidio, ciò che è un’enormità bestiale ai suoi occhi e agli occhi di chi ha letto le carte del processo e sa chi è veramente Adriano Sofri. In più, pur essendo non colpevole, Sofri non è e non si considera “innocente”, nel senso che la sua organizzazione scatenò contro il commissario una aberrante campagna di denuncia e di odio personale e simbolico al culmine della quale l’omicidio fu compiuto. E Sofri disse senza equivoci, in un discorso pubblico tenuto prima del suo arresto e della sua incriminazione, che a quell’epoca molti della sua generazione, lui compreso, erano pronti al delitto politico.

Sofri si è assunto la responsabilità civile delle sue cattive azioni, e ha preso su di sé anche qualcosa di quelle degli altri. (Io aggiungo che il famoso appello degli intellettuali e dei notabili della sinistra contro il commissario dimostra che la responsabilità del clima in cui maturò l’omicidio Calabresi fu tragicamente condivisa da molti che poi hanno fatto finta di niente). Sofri si è pentito, e lo ha ripetuto nell’articolo del Foglio, di aver scritto che “in quell’atto gli sfruttati riconoscono la loro volontà di giustizia”. Ha cercato con dignità e umiltà di stabilire un contatto psicologico e morale con il dolore della famiglia del commissario assassinato, senza cercare vantaggio personale. Ha subito un linciaggio forsennato, fino al paragone obliquo con il capitano Erich Priebke delle Fosse Ardeatine. Ha accettato senza vittimismi e senza piagnucolare una condanna penale che ritiene ingiusta. Perché dovrebbe accettare senza discutere anche il bollo di terrorista? Perché deve incassare senza fiatare l’oblio per Pinelli e per il dolore della vedova?

In conclusione, a me sembra che per accanirsi su Sofri, per censurare moralmente la sua versione invece di discutere le sue tesi sul delitto Calabresi e sul terrorismo, occorra essere sicuri di alcune cose, tenerle per certe. Che Pinelli sia stato vittima di un “malore attivo”, secondo la sentenza del giudice Gerardo D’Ambrosio. Che lo Stato italiano e i suoi rappresentanti a molti livelli fossero estranei a una torbida vicenda di depistaggi, di false accuse, di coperture in relazione alla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969.

 

 

 

 

 

 

 

 

         

 6)    Il clan dei giovani    «impazziti»: l' eccidio, poi spari per fare festa

Quelli del bar Monica si difendono in proprio. Sulla veranda con vista su una delle tante rotonde di cemento della Domiziana ci sono cinque indigeni che aspettano in piedi l' arrivo dei «niri». Due di loro stringono nella mano destra una pistola, puntata verso la strada. Gli altri, più concilianti, brandiscono delle spranghe di acciaio. «Negri di m..., ci provassero a venire vicino, gli facciamo scoppiare la testa», dice quello che sembra più anziano in virtù dei capelli bianchi. Scusate, ma provare con la Polizia? A momenti si mettono a ridere. C' è un posto in Italia dove sei persone vengono ammazzate con 170 colpi di mitra e pistole, alle nove di sera, su un lungomare non certo deserto, con gli assassini che una volta finito il lavoro sottolineano il loro operato sparando qualche raffica in aria. E il giorno seguente gli amici delle vittime, che nulla dicono agli inquirenti di quanto hanno visto, reagiscono fracassando auto e fioriere, ribaltando cassonetti, lanciando sassi grandi quanto un pugno nelle finestre della case. Non c' è da stupirsi. Castelvolturno è un luogo dove la violenza è ritagliata sulla vita quotidiana come un abito di sartoria. Vi aderisce perfettamente, indirizza ogni singolo comportamento, ogni parola. La Portofino del Sud, così era chiamata a metà degli anni Settanta. Le villette sulla Domiziana erano considerate un investimento sicuro e prestigioso. Il declino fu veloce, inarrestabile. Le case in costruzione vennero requisite per gli abitanti di Pozzuoli colpiti dal bradisismo, le falde acquifere e il mare si riempirono dei veleni prodotti dai rifiuti tossici sversati illegalmente. La Portofino del Sud divenne oggetto di furiose e folli speculazioni immobiliari. Arrivarono gli extracomunitari, a lavorare nei cantieri e nei campi di pomodori. Fino alla metà degli anni Ottanta si trattò di una immigrazione mista. Poi la città divenne il punto di raccolta dei nigeriani. Partivano da Lagos con la parola «Castelvolturno» scritta a pennarello sulla mano. Oltre a usi e costumi, importarono anche la loro criminalità, in un territorio che ne era già saturo. La strage di Pescopagano segnò la resa dei conti con la malavita locale, ma anche l' inizio di una nuova fase. Il 24 aprile 1990 un commando di camorristi di Mondragone sparò all' impazzata in un bar, inseguì alcuni immigrati che erano fuggiti in macchina, li trucidarono in mezzo alla strada. I clan non gradivano che i «niri» venissero a spacciare a casa loro. Dopo il massacro, gli lasciarono un territorio dove esercitare i loro affari, dietro parcella settimanale da elargire ai Casalesi. Da allora camorristi e mafiosi nigeriani conducono vite parallele basate su un patto di mutuo soccorso. Scambi di armi e killer, case per le reciproche latitanze. Casalvolturno è diventata un ghetto segnato da spaccio e prostituzione. Le vie interne alla Domiziana sono piccoli inferni di overdosi e violenze. Le ville disabitate sono il luogo dove recludere e seviziare le ragazze appena arrivate dall' Africa, prima di sbatterle sulla strada. Così arroganti, i nigeriani, da aver creato altri ghetti per gli altri, espellendoli dal loro mondo. Ghanesi e liberiani sono confinati nella frazione di Varcaturo. I senegalesi se ne stanno in fondo alle campagne di Lago Patria. La città conta ufficialmente 21 mila abitanti, ma accanto ad essi è come se fosse sorta una città gemella popolata solo da clandestini. Lo dice chiaro l' ammontare pro capite della tassa sui rifiuti. Il Comune paga esattamente il doppio di quello che dovrebbe produrre in base ai residenti registrati all' anagrafe. Ma Castelvolturno è soprattutto la città dei Casalesi. Il posto che contiene gli investimenti immobiliari a cinque stelle e i tuguri dei disperati nei quali pescare reclute a basso costo, i grandi progetti e i boschi dove si nascondono gli eroinomani da rifornire con la dose quotidiana. L' Alfa e l' Omega del loro atlante criminale, dentro al quale adesso si agita una scheggia impazzita. Un piccolo gruppo di camorristi giovani e imbottiti di cocaina, stanchi del limbo nel quale il clan dei Bidognetti è stato costretto da arresti e condanne, che ha deciso di rinegoziare ogni alleanza, e di alzare il prezzo con gli stranieri, per rivendicare il primato della camorra. Negli ultimi dieci mesi hanno firmato 16 omicidi. All' inizio erano 4-5 elementi, adesso sono già una dozzina. La violenza paga, fa proseliti. In questa Babele, è l' unico linguaggio riconosciuto. L' atteggiamento dello Stato è inspiegabile. Castelvolturno è uno dei territori europei meno «disturbati» dalla legalità. Come se tutti ci avessero rinunciato. Anche per questa strage le telecamere in zona hanno funzionato a vuoto, come accadde per l' imprenditore Domenico Noviello o per i due albanesi ammazzati all' inizio di agosto. Occhi ciechi, giocattoli senza videocassetta. Il commissariato locale dispone di 35 unità e poche macchine sfiatate che devono inseguire di tutto, camorristi, papponi, trafficanti di rifiuti e pusher di eroina. È stato calcolato che se lavorassero tutti insieme nello stesso momento, gli uomini delle forze dell' ordine potrebbero controllare al massimo tre chilometri quadrati di territorio cadauno. Di notte, viaggiando da Napoli fino a Mondragone, capita raramente di incrociare una Volante. Il controllo sul territorio è pari a zero, non esiste. Un posto senza pietà, governato da un sovrano invisibile e temuto. La disoccupazione giovanile sfiora il 90 per cento, stessa percentuale, fornita dai carabinieri, dei clandestini che delinquono. I Casalesi non hanno bisogno di inseguire la gente per farsi pagare il pizzo. Ci sono decine di intercettazioni che testimoniano dello zelo con il quale commercianti e imprenditori si mettono in coda per avere un padrone. Ci sono camorristi impazziti che sparano come fossero ad una festa di paese, e immigrati che si sfogano nell' unico modo che da queste parti è considerato legittimo. A voler cercare, c' è di tutto a Castelvolturno. Manca solo lo Stato. * * * La strage Sette morti in due agguati La mattanza Giovedì alle 21 i killer hanno esploso 170 colpi contro 6 extracomunitari che si trovavano nei pressi dell' hotel Millenium al chilometro 43 della Domiziana a Varcaturo (foto). Poche ore prima, nella zona è stato ucciso Antonio Celiento, titolare di una sala giochi Il movente Per gli investigatori, il presunto gruppo di spacciatori africani si sarebbe rifiutato di pagare la tangente alla camorra. I maggiori indizi ricadono ora su Alessandro Cirillo, capo delle nuove leve dei Casalesi legati al clan Bidognetti

Marco Imarisio, Corriere della Sera,  sabato 20 settembre 2008

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

  7)  Vladimir Putin e la guerra nel Caucaso: dieci miti da sfatare

Mito n. 1: Putin è il grande vincitore Senza dubbio Vladimir Putin ci ha dimostrato chi comanda in casa: non il presidente russo Dimitri Medvedev. Putin ha ottenuto da entrambe le camere del Parlamento russo il consenso unanime all' invasione della Georgia e all' occupazione di parte del Paese. Ma con questo gli è anche riuscito di unire nuovamente l' Europa dopo gli anni di discordia seminata da George W. Bush. Putin non ha potuto tirare dalla sua parte neppure la Cina, l' alleata di un tempo. Mito n. 2: Il ritorno della Guerra fredda Dopo il 1945 stavano l' uno di fronte all' altro, in un nuovo confronto, due sistemi dal punto di vista ideologico rigorosamente divisi. Il conflitto georgiano, invece, è una guerra in seno al medesimo sistema, quello capitalistico. La Russia segue una sorta di capitalismo nazionalistico, controllato dallo Stato, fatto su misura per la generazione di ex funzionari del Kgb a cui Putin appartiene. Mito n. 3: Dal 1989 la Russia è stata umiliata Al contrario: non c' è stato alcun altro ex avversario, alcun' altra ex tirannia, a cui sia stata riservata un' accoglienza altrettanto calorosa. La Russia è stata accettata nel G7, i suoi generali hanno sede nel quartier generale della Nato. Anche il Consiglio d' Europa le ha aperto le porte. G. W. Bush, Tony Blair e Gerhard Schröder hanno fatto a gara nell' elogiare Putin. Mito n. 4: L' Occidente non tratta la Russia come un partner con pari diritti Difficile immaginarsi che cosa si potrebbe ancora fare per conferire alla Russia uno status di maggior prestigio. A dire il vero è la Russia il Paese che non tratta gli altri con pari diritti, specialmente quelli a Nord, a Est, e nel territorio del Mar Nero, che nell' epoca zarista o sovietica, avevano vissuto sotto l' egida russa. Finora la Russia non ha compreso il credo fondamentale dell' Ue, secondo il quale tutti gli Stati vanno trattati con rispetto. Mito n. 5: L' Occidente cerca di accerchiare la Russia Si può accerchiare un continente? La Russia è l' unica nazione a cui è permesso di collocare missili antibalistici intorno alla sua capitale. La Polonia e gli Stati del Baltico potranno anche non stimare troppo la Russia, ma una cosa è certa: non la occuperanno. Ma prescindendo da questo: con che diritto non può essere permesso a degli Stati sovrani di decidere autonomamente di quale organizzazione far parte? Lungi dal respingere la Nato con la sua avventura georgiana, Putin ha reso più probabile il suo ampliamento. Mito n. 6: I «Neocons» a Washington decidono la politica occidentale nei confronti della Russia Il presidente G. W. Bush diede inizio al suo rapporto con Putin usando termini che avrebbero fatto arrossire un teenager. Sulla questione iraniana l' America cercò addirittura la cooperazione russa. Mentre la Russia opponeva il suo rifiuto all' appoggio del piano Ahtisaari, sponsorizzato dall' Ue, il quale prevedeva che il Kosovo potesse divenire indipendente. Non già i «Neocons», fu l' Ue a prendere l' iniziativa di annientare il nodo Kosovo, e la Serbia oggi ha un governo filoeuropeo. Nessun osservatore del sud del Caucaso prende sul serio l' idea che la Russia in Georgia non si sarebbe sbilanciata, se l' indipendenza del Kosovo fosse stata rinviata oltre. Mito n. 7: Il prossimo presidente Usa sarà più amichevole con la Russia Il Senatore John McCain ha detto che guardando negli occhi Putin, legge tre lettere: «Kgb». A sua volta il senatore Joe Biden è amico stretto del presidente georgiano Mikhail Saakashvili e nelle questioni politiche viene considerato un intransigente. Che sia eletto Obama o McCain, la politica americana nei confronti della Russia non cambierà. Mito n. 8: L' Europa è divisa Nel summit dell' Ue di inizio settembre è stata sorprendente la decisione unanime di sospendere i colloqui con la Russia su di un nuovo accordo di partnership. È stato sorprendente che proprio Silvio Berlusconi, una volta il «cocco» della destra d' America, abbia giocato l' improbabile ruolo dell' avvocato di Putin. Ma Berlusconi non apporta in tal senso nell' Ue alcun peso particolare sul piatto della bilancia. È stato di maggiore importanza che Finlandia e Svezia abbiano manifestato le loro preoccupazioni e che David Miliband sia divenuto la voce dell' unità dell' Europa nei confronti di Mosca. Mito n. 9: L' Europa è fiacca e remissiva Appunto, e non bisogna sottovalutare neppure un passo. Già adesso parlamentari nel Consiglio d' Europa hanno fatto appelli a che si rinunci alla partnership della Russia. Mito n. 10: La Russia controlla l' energia dell' Europa Fino ad un certo livello, sì. La Russia ha provocato ondate di panico in Occidente, con il risultato che adesso dovunque si rivede il proprio modo di pensare. La Gran Bretagna ad esempio aveva commesso errori nelle sue misure per l' energia, evitando di costruire spazi per il deposito di gas liquido, questo viene ora recuperato. I tedeschi fanno i conti con la loro inimicizia nei confronti dell' energia atomica, dalla quale la vicina Francia prende l' 85% dell' approvvigionamento di energia elettrica. Chissà, forse dobbiamo alla Russia non soltanto lo sprone per una crescente unità europea nella politica estera, bensì anche nella questione dell' energia.

Denis MacShane, Corriere della Sera martedì,9 settembre 2008 

Pubblicato il 28/9/2008 alle 23.44 nella rubrica Diario.

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