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I sogni son bigliettini





 









L'albero di Yoko perde la pace

Sull’installazione della vedova Lennon i visitatori lasciano solo desideri privati

La necessità cresce sull’albero dei desideri, foglietti bianchi pieni di bisogni primari: casa, salute, un lavoro nuovo e l’installazione pacifista, che dovrebbe lanciare messaggi al mondo, si stringe a dimensione tinello. Di certo non era questa l’idea di Yoko Ono: la vedova di John Lennon ha studiato la performance nel 1990 e ha seminato una decina di alberi in giro per il mondo convinta fosse un’idea beat, eredità di quel letto sfatto in cui si è accampata con il marito Beatle davanti alle tv. Uno dei semi è caduto a Berna, di fronte al Centro Paul Klee, museo disegnato da Renzo Piano e inaugurato nel 2005. Il progetto Yoko Ono è arrivato due anni dopo, in contemporanea con un gemello piantato a Washington, ai piedi del monumento in memoria di Jefferson e lì, almeno il giorno dell’inaugurazione, tutti i biglietti erano peace and love. In Svizzera, su 100 strisce bianche che sventolano, solo una ha lo stemma della pace e un’altra si spinge alla citazione dei Pink Floyd con il testo di «I wish you were here», il resto è una richiesta di futuro più piccolo e urgente ed è difficile distinguere l’egoismo dal malessere. Manca troppo alla vita quotidiana per concedersi slanci universali, l’albero gronda di giornate sbagliate e impieghi mal pagati.

Tanti brutti ricordi da spingere nel passato grazie a giorni migliori e più che desideri sembrano lettere a Babbo Natale, quasi infantili. E’ semplicità pura scritta a matita, in lingue diverse e con lo stesso significato: desidero amore e felicità. Una richiesta legittima, singola e chi se ne importa dell’umanità, ci sono esigenze materiali come: «vorrei una casa con i muri colorati», «vorrei diventare ballerina», «vorrei salute», «vorrei non litigare più con te», «vorrei che arrestassero e imprigionassero a lungo la persona che mi ha violentato», «vorrei che Dio vegliasse su di te fino al prossimo incontro», «vorrei campare 1000 anni», «vorrei delle belle scarpe», «vorrei che stessimo sempre insieme». Oscillano fra il dolce e il minuscolo, dall’armadio ai sentimenti, senza mai uscire dal privato. Evidentemente un luogo difficile da costruire.

I turisti ci girano intorno, nessuno scrive prima di aver letto per un bel po’ e forse si lasciano contagiare perché, lungo il viale che porta all’ingresso della galleria centrale, quella tutta dedicata a Klee, ci si aspetta altro. E’ pur sempre un museo, arte, quindi si è preparati a questioni elevate adeguate ai concetti zen sparsi per il giardino. In sequenza, passi davanti alle «Piante da mangiare», prima opera che annuncia l’ansia da sopravvivenza e più in là la scritta al neon che si accende e spegne a intermittenza sempre sotto la luce del sole. Quando arrivi davanti al pannello giallo che riassume vita e opere di Yoko Ono sei pronto ad altro, ad appelli contro la fame nel mondo e per l’aria pulita, alla protesta contro le pellicce, al Tibet, al Darfur. Chiunque si aggira per la collina e inciampa nell’albero dei desideri non è pronto a scrivere, non ha in tasca una richiesta tanto grande e prova a curiosare in cerca di coraggio. In molti si avvicinano prudenti come se non volessero essere travolti dall’aspettativa e l’albero attira, incastra. Leggi un biglietto e poi un altro e vai avanti. Nessuno ci passa meno di dieci minuti, è facile lasciarsi conquistare dalla ricerca di benessere. C’è chi si riconosce, tutti sorridono e la maggior parte delle persone cercano i foglietti da qualche parte, travolti dalla voglia di lasciare una traccia. Solo che i biglietti sono finiti e molti desideri stanno a terra come le foglie, qualcuno caduto, altri appallottolati, probabilmente scaduti e allora i visitatori frugano nelle borse e aprono le cerniere degli zaini per trovare un pezzo di carta qualsiasi e aggiungere il proprio bisogno a quel mucchio. Visto che si può e che è lecito farsi i fatti propri anche davanti a un’installazione concettuale ispirata ai templi giapponesi.

La pace si cerca anche così, con la realizzazione personale, quella che passa da «vorrei che le mie figlie fossero sempre felici», da «vorrei che mia madre venisse in Svizzera», da «vorrei che Bruno e Alyna facessero le scelte giuste», da «vorrei passare questo maledetto esame», da «vorrei molti bambini». Il disegno contro la guerra resta isolato, su un ramo alto, e l’unico desiderio che gli somiglia è un ringraziamento multilingue a Yoko Ono, un messaggio a più mani, scritto da persone che non si conoscono e in tempi diversi: «Grazie Yoko per questa trovata. Che ci ha liberati. Che ci hai aperti. Che ci ha fatto tornare bambini» e anche che ci ha tolto dall’imbarazzo di doverci sentire per forza più nobili e profondi. Se la signora leggesse si stupirebbe della strada che ha preso il suo albero, può darsi che quel microcosmo le darebbe persino fastidio. Di certo ha avuto successo: esauriti i cartoncini esagonali, con lo spago per essere appesi, esaurito lo spazio tra i rami e quello nella vita. Sarà anche una collezione di bassi istinti, però non è sempre il momento di begli ideali. L’albero delle piccole soddisfazioni prospera, se qualcuna si avvera magari si torna a pensare in grande.

Giulia Zonca, La Stampa, 13-06-2008

Pubblicato il 22/6/2008 alle 20.8 nella rubrica Diario.

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