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10 maggio 2009
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Candidati come figurine? Così fan tutti (da sempre)
 
Veline, soubrettes, certo. O «Mignottocrazia», per stare all’elegante (e recente) conio di Paolo Guzzanti, impegnato in una polemica all’ultimo sangue con il ministro Mara Carfagna. O assalto dei «Velini», come ha corretto il democratico Roberto Giachetti, lamentando una non esaltante par condicio tra i sessi, nell’esercito di candidati-civetta. O «dittatura dei mezzibusto», come ulularono gli uomini della sinistra di fine anni Ottanta alla candidatura di Alberto Michelini nella Dc, salvo ritrovarsi una dozzina di mezzibusto nelle liste successive (del loro partito!).
La sequenza di nomi arrivati nel centrosinistra dalla «scuola quadri» di Saxa Rubra è impressionante: due presidenti di regione nel Lazio, Piero Marrazzo e Piero Badaloni, una eurodeputata eletta, Lilli Gruber, l’ultimo aspirante, l’ex conduttore del Tg1 David Sassoli.
Insomma, se si deve datare il fenomeno degli acchiappa-voti, bisogna partire da lontano, dai velini e dai proto-velini, perché le candidature civetta hanno radici antiche. Per dire. Una delle prime a far parlare dell’Italia nel mondo fu Ilona Staller detta «Cicciolina»: valanga di voti nelle liste radicali alle politiche ’87. Ilona venne eletta, entrò a Montecitorio con un sobrio vestito verde, e ruppe con il suo «demiurgo» in un memorabile comitato direttivo radicale - lo ricorda Filippo Ceccarelli nel suo imprescindibile Il letto e il potere - tra reciproche apostrofi: «Cicciolino Marco...» diceva flautata ma granitica lei, e «Cara Scemolina...» rispondeva sarcastico e imperturbabile lui. Duello divino. Mentre si rivelò un buon presidente del partito radicale il padre di Volare Domenico Modugno, di cui nessuno avrebbe ipotizzato una carriera politica. Sempre sotto le insegne della Rosa nel pugno si candidò un giovanissimo Maurizio Costanzo. E poi una cantante come Miranda Martino, e l’attrice Ilaria Occhini.
Che dire di Pietro Mennea? Iniziò la sua carriera politica - inversamente proporzionale, per successi raccolti, a quella sportiva - nelle liste del Psdi, per passare alla Rete di Orlando, quindi nel Polo (candidato a sindaco - trombato - nella sua Barletta) e all’Italia dei valori (Bingo). E che dire di un altro long seller, Gianni Rivera? Ben prima di Giovanni Galli trasmigrava dal calcio alla politica, passando per la Dc e per l’Ulivo. Anche l’ex juventino Massimo Mauro fu arruolato nel Pds (deputato), ora è tornato senza clamori alle domeniche sportive da commentatore. Moana Pozzi, prima di diventare un mito hard, fece in tempo ad essere trombata con il suo «schicchiano» Partito dell’Amore (che non raggiunse il quorum e aveva il suo viso inscritto in un cuore, come simbolo).
Il Pci fece i primi sgarri ad un costume un tempo sobrio mettendo in pista, alle politiche del 1987, Gino Paoli (arrivò a Montecitorio, ma non lasciò grandi tracce). E persino la seriosissima Dp, nello stesso anno, affidò il cruciale appello elettorale al volto notissimo di Paolo Villaggio, che si presentò nella sede delle tribune con i bracaloni. I Verdi hanno eletto più volte l’alpinista Reinhold Messner. I socialisti di Craxi non furono da meno, quando portarono nell’europarlamento la giovane star dell’intrattenimento, Gerry Scotti. Il quale, molto onestamente, in anni successivi ammise: «Feci male a candidarmi». Sempre mamma Dc riuscì a far diventare senatore il presidente della Roma Dino Viola, grazie all’effetto scudetto. E cercò di pareggiare il conto fra tifoserie giallorosse e biancazzurre, nella Capitale, buttando nella mischia nientemeno che Giorgio Chinaglia. Un altro e centravanti della Roma, Andrea Carnevale, divenne un improbabile responsabile sport dell’Udeur senza riuscire a conquistare seggi, mentre Fabio Fazio (chi se lo ricorda?) accettò di fare da «garante» per i Verdi di Luigi Manconi. Nel Pds venne euro-eletto Enrico Montesano (che fece però in tempo a passare ad An). Che condivise i banchi del consiglio comunale con Adriano Panatta (anche lui nella Quercia, al pari del signore degli anelli, Juri Chechi). E persino il Pri riuscì a mettere il lista un pugile, come Francesco Damiani. Altri sportivi trovarono sistemazioni non meno confortevoli: Carmine Abbagnale nelle liste della Dc, Gelindo Bordin e Paolo Canè all’ombra del garofano.
Ma quanti sanno che una futura rockstar come Luciano Ligabue era stata consigliere comunale nella sua Emilia Romagna? E i finiani di «Fare futuro» ricordano, forse, il bel primo piano di Monica Ciccolini (una imprecisata imprenditrice) che addobbò i manifesti con uno slogan ammiccante («A me gli occhi»!) eletta in An prima e in Forza italia poi (grazie alla sua avvenenza?). E da quale fondazione provenivano altre due aennine come l’attrice Clarissa Burt e la giornalista Solvi Stubing, la memorabile «Chiamami Peroni, sarò la tua birra!». E quanto tempo c’è stato in An Lando Buzzanca? (Gianni Alemanno non gli ha mai perdonato un appello per Veltroni). Stessa storia per la cantante pop Marcella Bella. Per Bruxelles - sotto le insegne di Forza Italia - è passata anche Iva Zanicchi, e in parlamento è ormai considerata ormai una veterana (anche se bersagliata dalle Iene) Gabriella Carlucci. Sabrina Ferilli, corteggiatissima, non ha mai ceduto alla politica, se non per la battaglia civile del referendum sulla procreazione. Ma ci sono anche casi paradossali: come Alba Parietti che si è offerta per risollevare l’Ulivo. Invano. Sarà il caso di riprovare ora?
 
Luca Telese, Il Giornale, 30 aprile 2009




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10 maggio 2009
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E in Aula è caccia a «maleodoranti e malvestiti»
 
Voi direte: ma ti pare che il Cavaliere fa una battuta, e subito si apre il dibattito in Parlamento, come se non avessero di meglio da fare? Parrebbe che sia andata così: quello, a Varsavia, voleva chiudere le polemiche su veline e velonze per Strasburgo, e ha tirato fuori dal cilindro una lepre di sicuro incanto e attrazione. Lo ha fatto a muso duro, stuzzicato dai giornalisti. Ma sì, invece di star lì a discettare con invidia di quanto siano intelligenti e preparate le belle candidate del Pdl, o a provocare sulla signora Veronica - manovre architettate «dalla stampa di sinistra e dall’opposizione» - andate ad annusare quelle persone «di certi partiti», che risultano «maleodoranti e malvestite». Ha funzionato anche questa volta, è scattata la caccia agli onorevoli puzzoni. E nell’aula di Montecitorio, a tambur battente, si sono levate le rituali e vibrate proteste per l’offesa scagliata dal premier sul corpo parlamentare. Ma davvero Silvio Berlusconi ha liberato una lepre di pezza, per distogliere la muta dei cani? Davvero i rappresentanti della nazione son tutti e mille ben vestiti e profumati, freschi di doccia quotidiana?
Quando Rino Formica, gloria socialista della Prima Repubblica, diceva che «la politica è sangue e merda», forse parlava per metafore ma con più di un pizzico di concretezza. Basta parlare con gli addetti alle pulizie dei bagni, che non stan fermi mai e spesso nelle toilette trovano le cose più strane e bizzarre. Non solo mutande o canottiere, tutt’altro che fresche di lavanderia, ovviamente. E sarà che il Palazzo è grande, frequentato e vissuto anche dagli impiegati e dai giornalisti, ma sotto questo profilo registra un movimento che ricorda la Stazione Centrale. Solo che qui c’è più gente a pulire. E funziona pure una sorta di Albergo diurno. Al piano basso della Camera, dove ci sono i servizi e la porta carraia, da sempre ci sono pure le docce, a disposizione di quei deputati che avevano trascorso la notte in treno per non mancare alla seduta mattutina ed avvertivano il bisogno di una seria rinfrescata. Oggi quelle docce sono sempre meno usate. Forse perché nessuno viaggia più in treno, ma forse...
Chi pensa male fa peccato, insegna Giulio Andreotti. Ma anche alla barberia vanno scomparendo quei parlamentari che di buon mattino s’accomodavano davanti agli specchi più tranquilli del palazzo, porgendo sereni e rilassati il collo e le gote al rasoio affilato. La Vecchia Volpe si faceva mandare il barbiere di Montecitorio nel suo ufficio sull’altro lato della piazzetta, alle 6 del mattino. Le nuove leve onorevoli preferiscono probabilmente radersi col rasoio elettrico a casa, e dormire un’ora in più. Anche i capelli, se li fan tagliare a casa, tant’è che i barbieri di Camera e Senato vanno abbandonando il grembiule per indossare la divisa dei commessi. Però, nello struscio in Transatlantico o nel Salone Garibaldi, gli effluvi di dopobarba e lavanda di prezzo usuale, spesso risultano eccessivi. Beninteso, degli uomini si parla. Come succede anche in fabbrica, le donne sono sempre ineccepibili, da destra a sinistra.
Però, non è forse il Parlamento lo specchio reale del Paese? In una democrazia parlamentare pura come la nostra, sui banchi siede la percentuale più o meno esatta di ogni categoria e di ogni genere. Quanta gente con la forfora sulle spalle, o i capelli un po’ unti, incontrate al mattino al bar dove fate colazione? Più o meno, altrettanti se ne vedono alla buvette. Un sondaggio di Mannheimer potrebbe confermarlo. E se un’esagerazione va forse rimproverata a Berlusconi, è quella di addebitare gli sciatti e poco puliti a «certi partiti». È vero che nel congresso di fondazione del Pdl, una mesata fa, è sempre stato sul palco, al massimo lasciandosi toccare dai giovani in prima fila. Ma se fosse sceso davvero tra i delegati, avesse solcato lentamente la pancia della platea congressuale, non gli sarebbe sfuggito l’afrore di quell’umanità che suda e s’appassiona, si scalda e per lo più conosce la vasca da bagno settimanale. È lo stesso afrore che lievita dai congressi del Pd e di ogni altro partito italiano in ogni stagione, è l’afrore del Bottegone e della Balena Bianca coi suoi uomini in calzini corti e vestito Facis. E il sudore delle ascelle che inzuppa le camicie dei leaders, quando fanno comizi d’estate, in quale categoria dello spirito va iscritto?
Ma ieri mattina Roberto Giachetti del Pd, che secondo Santo Versace (Pdl) è «elegante di natura perché ha le phisique du rôle» si è alzato in aula per chiedere che il premier «metta almeno una o, invece di una e», fra «maleodoranti» e «malvestiti». S’è associato anche Michele Vietti, Udc, il figurino più ingessato di Montecitorio, chiedendo «l’intervento chiarificatore» del ministro per i Rapporti col Parlamento, Elio Vito.
Ah, ci fosse più sangue e meno merda!
 
Gianni Pennacchi, Il Giornale, 30 aprile 2009



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10 maggio 2009
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Tre ragioni per non dirmi antifascista

Il fascismo è morto e sepolto e si è portato appresso l’antifascismo. Quando morirà definitivamente il comunismo si porterà con sé l'anticomunismo. Ora sopravvive un residuale comunismo e dunque un residuale anticomunismo. I conflitti e le abiure che si inscenano sul cadavere putrefatto del fascismo sono sedute spiritiche insensate.
Un conto è celebrare in positivo una festa nazionale e civile per confermare l’amore (,..)
(...) per la libertà, il rispetto della democrazia e della pace, l’accettazione piena e incondizionata di diritti e di doveri. Un’altra cosa è inscenare questi test d’ingresso nella democrazia liberale da parte di chi per anni l’ha avversata nel nome del comunismo. Non mi permetterei mai di chiedere, per esempio, a Napolitano e D’Alema di partecipare ad una celebrazione dell’anticomunismo e di dichiararsi tali. Sarebbe ipocrita, offensivo della dignità edel passato dei due esponenti che fino alla tenera età di 65 e di 42 anni si sono detti comunisti. Mi basta sapere, e non ne dubito, che i due accettano i principi di libertà di cui sopra. Ci sono memorie divise e memorie condivise, valori diversi e valori comuni.
Fanno bene, per carità, Berlusconi, Fini e i popolani della libertà a celebrare il 25 aprile. Andate avanti voi perché a me viene da ridere. O da piangere. Insomma tutt’e due, Non perché dubiti della loro piena accettazione dei principi di cuisopra, ma perchè è ipocrita e grottesco chiedere a chi si è definito fascista fino alla tenera età di 42 anni simili radicali abiure. E mi pare ipocrita e grottesco pure chiedere a chi, come Berlusconi, ha rappresentato il sentimento afascista, maggioritario nel nostro paese già in epoca democristiana, di sifilare per la Resistenza come non ha mai fatto, convinto che sia stata la festa di una minoranza militante, fiera e partigiana che per tanti anni e per
aue terzi sognava ai portare a compimento la Rivoluzione cacciando capitalisti Chiesa e borghesi.
Fermo restando il ripudio della guerra, della violenza e dei totalitarismi, senza riserve alcune, rivendico il diritto ad un diverso giudizio storico e al rispetto dei sentimenti. Non me la sento di dirmi antifascista al cospetto di un grande filosofo fascista come Gentile, ucciso mentre cercava la concordia tra gli italiani. Non me la sento di dirmi antifascista davanti al sacrificio di un giovane fascista, limpido, libertario e coerente, come Berto Ricci che perse la vita, senza toglierla a nessuno, nel nome della sua rivoluzione. Non me la sento di dirmi antifascista ricordando Araldo di Crollalanza, ministro che realizzò grandi opere, e del fascismo ebbe solo la versione costruttiva. Cito apposta loro tre per ricordare con loro i giganti che vi aderirono pagando di persona; igiovani che si sacrificarono per un’idea o solo per rispettare un impegno d’onore, e i tanti governanti onesti ed efficaci che edificarono l’Italia. Nessun razzista e persecutore tra loro.
Non me la sentirei poi di sfilare nel nome dell’antifascismo tra i terremotati d’Abruzzo dove le case costruite dal fascismo hanno resistito intatte, e quelle che son venute dopo, in epoca antifascista, hanno massacrato i loro abitanti. Non me la sentirei di dirmi antifascista perfino tra gli antifascisti che fuggirono in Russia per sfuggire al regime fascista e li furono trucidati, col beneplacito di Togliatti. Furono uccisi più antifascisti dall’antifascismo rosso che dal ventennio fascista...
Vedo l’adesione alla Resistenza “senza se e senza ma” di Fini, che non distingue nemmeno tra chi voleva la libertà e chi la dittatura del proletariato. Poi leggo un manifesto del Pd che dice “Ogni 25 aprile libera l’Italia” come se la liberazione fosse uno spray nasale valevole 24 ore. E do ragione a Marx quando diceva che la storia si presenta due volte, prima come tragedia e poi come farsa. Pochi giorni fa ho partecipato ai funerali di Giano Accame che stava scrivendo da anni un libro, La morte dei fascisti, e che ha voluto farsi avvolgere nella bandiera della Rsi. Non conoscevo un fascista più libertario di lui, uno che cercasse il dialogo e pure l’intesa con antifascisti. socialisti e comunisti e che difendesse la libertà, la tolleranza e la democrazia come lui. Ai suoi funerali, che sembravano poi i funerali del neofascismo,
non sono mancati segni nostalgici ma i giomalisti presenti, e c’erano pure firme di sinistra, non hanno scritto nulla su questo, con una civiltà che fa loro onore, non hanno speculato... Beh, se fossi antifascista, partigiano e comunista, mi sentirei più rispettato da gente come Accame che da queste conversioni a U, che sarebbero ai loro occhi oltraggiose paraculate, mentre ai nostri non lo sono perché sappiamo che chi non ha mai creduto in niente può sostenere tutto.
In questo momento mi metto dalla parte dei morti, morti fascisti e morti antifascisti. Immagino una spoon river della guerra civile, Immagino il dolore, forse il disgusto, di chi ha dato la vita per la propria causa e poi si vede usato dalla politica di ambo i versanti per fini meschini. Svolazza sui loro cadaveri qualche avvoltoio che dopo aver campato sui morti fascisti, ora campa sui morti antifascisti ed ebrei... Provo pena per tutti loro.
Non voglio citarvi testi e autori impegnativi, e nemmeno le lettere dei condannati a morte di ambo le parti. Ma un testo e un autore comici e tragici, come si addice alla circostanza, che esulano dai due campi del fascismo e dell’antifascismo; se fossi uno di loro, caduti del fascismo e dell’antifascismo, direi irritato: “si perdo a pacienza, mnmè scuordo ca so’ muorto e so mazzate!” e poi aggiungerei: “Sti pagliacciate ‘e fanno sulo ‘e vive. Nuje simmo serie.. .appartenimmo à morte!” (Totò,A’ livella).
Marcello Veneziani, Libero, 24 aprile 2009



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10 maggio 2009
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Referendum: a cosa serve, quanto ci costa
 
Come mai il referendum appassiona tanto i politici?
E’ sempre così quando si tocca la legge elettorale: una sola virgola spostata può inghiottire interi partiti. Dinamite pura. La sola prospettiva che questo referendum si tenesse, quattordici mesi fa, fu sufficiente a far cadere Prodi (Mastella si dimise anche per questo). E stavolta, giura Berlusconi, siamo stati prossimi alla crisi per mano della Lega.

Quanti sono i quesiti?
Tre. Però i primi due mirano allo stesso traguardo della semplificazione politica, in pratica un’unica domanda. La terza punta a vietare le candidature multiple. Oggi un leader può presentarsi in più circoscrizioni e risultare eletto in luoghi diversi, salvo optare poi. Il risultato è che così decide chi far scattare tra i primi dei non eletti. I promotori del referendum lo giudicano uno sconcio. Gli altri, un dettaglio.

A che cosa si riferiscono i quesiti della discordia?
Che il premio di maggioranza non venga più attribuito alla coalizione vincente (nell’ultimo caso Pdl più Lega e MpA). Propongono di cancellare la parola coalizione e di attribuire il «premio» a un unico partito: quello che otterrà la percentuale migliore. Per assurdo, col 25 per cento dei voti potrà conquistare il 55 per cento dei seggi alla Camera (oppure la maggioranza su base regionale al Senato). Tutti gli altri si divideranno il rimanente 45 per cento.

E’ vero che i partitini verrebbero fatti fuori?
Sì e no. Per i «nanetti», condanna garantita. Dovranno bussare con il cappello in mano alla porta dei fratelli maggiori. Troveranno accoglienza solo rinunciando a nome e simbolo. Sorte migliore per i partiti in grado di superare lo sbarramento (4 per cento alla Camera, 8 per cento al Senato): eleggeranno la loro quota di deputati e senatori, che significano diritto di tribuna e finanziamenti pubblici. Alle passate elezioni l’Udc realizzò l’impresa. Secondo i pronostici, oggi la sfangherebbero pure Lega e Idv.

La Lega, dunque, sopravviverebbe. Ma allora, come mai spara contro il referendum?
Perché non conterebbe più nulla. A contendersi il «premio» per governare l’Italia sarebbero Pd e Pdl. Il famoso bipartitismo. E vista l’aria che tira, se tornasse domani alle urne Berlusconi potrebbe conquistare la maggioranza da solo, dando un calcione a Bossi.

Che senso ha litigare sulle date e sull’abbinamento con Europee e amministrative?
Votare una domenica anziché l’altra, in abbinamento con amministrative ed Europee può far raggiungere il quorum (metà degli elettori, più uno) oppure no. Niente quorum, referendum fallito. E’ dal 1995 che l’ostacolo non viene superato. Gli ultimi tentativi hanno registrato un’affluenza del 25%.

Gli avversari del referendum puntano sull’astensione. Non potrebbero battersi per il no?
Fanno un calcolo machiavellico. Mandare la gente al mare è più facile che convogliarla ai seggi. L’astensionismo consapevole si aggiunge a quello, fisiologico, di chi non può andare alle urne, o non gli interessa.

Abbinato all’«election day», il referendum avrebbe avuto più chances?
Certamente sì. Il 6-7 giugno gli italiani saranno chiamati a pronunciarsi per il Parlamento Ue e, in molti luoghi, per le amministrative. Se il referendum si agganciasse a questo «trenino», non faticherebbe a raggiungere il quorum.

È vero che il mancato abbinamento sottrae 400 milioni di euro ai terremotati?
Le spese certe dello Stato oscillano tra 170 e 200 milioni di euro. La cifra di 400 si ottiene (vedi www.lavoce.info) solo se si aggiungono i costi indiretti dei cittadini: ore di riposo perse, benzina per andare in macchina ai seggi, babysitter per badare nel frattempo ai figli piccoli, e via così.

Quanto si risparmia votando il 21 giugno?
Dipende dal numero di province che arriveranno al ballottaggio. In teoria potrebbero essere 60, a giudicare dai sondaggi saranno una ventina. In questo caso, 50 i milioni salvati. Per gli altri 120-150 milioni di spese vive, nulla da fare.

La Lega dice che è la Costituzione a vietare il referendum nell’«election day»...
Prova ne è, secondo loro, che in 40 anni non si sono mai abbinati referendum ed elezioni generali. Sciocchezze, replicano i promotori Guzzetta e Segni, che citano un paio di precedenti di segno opposto e il parere di presidenti emeriti della Consulta. Comunque il problema è ormai alle spalle: il governo ha già lasciato scadere i termini per votare il 7 giugno. Restano il 14 e il 21. Più l’ipotesi (che al momento non attecchisce) del rinvio di un anno.

Mettiamo che non si raggiunga il quorum. A quel punto che succede?
Ci teniamo il sistema elettorale attuale, meglio noto come «Porcellum». Rendendo inutili le 820 mila firme raccolte dai promotori. Vittoria della Lega, soddisfazione dei centristi Udc, sollievo di parte del Pd. E rimpianto del Cavaliere, che grazie al referendum poteva governare da solo. Ma ha perso l’attimo.
 
Ugo Magri, La Stampa, 20 aprile 2009



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