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zemzem
 
 
19 aprile 2009
Il belga è il migliore.
 Il semaforo? Compie 140 anni e noi gliene regaliamo 5 di vita

Velocità massima tra i nove e i sedici chilometri, mezz'ora se ne va solo
per cercare un parcheggio, in tutto un paio d'ore di macchina, tra andata e
ritorno. E siete fottuti. Cinque anni della vostra vita se ne vanno così,
mese più mese meno. In un'intera esistenza l'orgasmo vi porta via solo 16
ore, il semaforo 1825 giorni. Ditemi voi se siete normali.
Il semaforo è un killer silenzioso, una brutta malattia, ammazza un milione
e mezzo di persone l'anno, aumenta il battito cardiaco, il mal di testa, la
nausea, i crampi allo stomaco, da quando è entrato nella vostra vita siete
diventati più ansiosi, più aggressivi, più incazzati. Arrivate a casa che
fate schifo. Dire che regola il traffico è poco: è il datore di lavoro dei
vulavà, il complice dei ladri di Rolex, l'azionista di riferimento dei
comuni in rosso, l'angolino giusto per spedire sms. E da qualche anno anche
un club per cuori solitari: a Norimberga si chiama «Flirt und Treff», flirta
e cucca, a Los Angeles «Love the way you drive», ama mentre guidi, se la
tipa della macchina accanto ti spacca il cuore al primo sguardo e poi sgomma
appena scatta il verde, l'agenzia te la ritrova dopo un paio di isolati,
quattro semafori più in là. Basta solo che arrivato al dunque non mi diventi
rosso. In Brasile poi quello che sta all'incrocio tra le avenide Brasil e
Reboucas, le arterie più trafficate di San Paolo, più che un semaforo è un
centro commerciale che da solo dà da vivere a trecento persone, una
sessantina di marreteiros ambulanti, una quarantina di mendicanti, un
centinaio di volantinatori selvaggi, dieci vigili, due cani poliziotto, una
ventina di ladri. Passano 13mila veicoli l'ora, il rosso dura un minuto e
mezzo, si vendono mango, pelli di daino e cassette per attrezzi, si rubano
occhiali e borsette. Se non hai voglia di cuccarteli c'è un aereo che
collega i due estremi della città, tra l'aeroporto internazionale di
Guarulhos e quello domestico di Congonhas, l'unico al mondo fatto apposta
per evitare il traffico. In otto minuti sei arrivato.
Ognuno tratta il semaforo un po' come gli pare. In Indonesia, chi non lo
rispetta, è obbligato a un centinaio di flessioni sul posto; in Iran, dove
passare col rosso è come bestemmiare Maometto, ti becchi una decina di
frustate sui malleoli; in Belgio è lui che ti spia da lontano e se ti vede
che arrivi a manetta scatta in anticipo sul rosso anche se in giro non c'è
anima viva; in Sudafrica sostituito con gli esorcisti. Perché dicono che a
certi incroci a provocare gli incidenti in realtà sono i fantasmi de li
mortacci di quelli che ci sono rimasti.
Dimenticavamo. Oggi è il compleanno del semaforo, e, quindi, del traffico.
Fa 140 anni precisi. Londinese di nascita, all'inizio era un lume a
petrolio: regolava carrozze e cavalieri, sostituiva i vigili stufi di
tornare a casa con i crampi alle braccia, il giallo non c'era, qualche volta
scoppiavano. A Parigi, 1912, era un chiosco a Montmartre manovrato a mano da
un poliziotto, a Milano, 1925, una curiosità tra piazza Duomo e via Orefici,
che migliaia di persone spiavano contando i secondi: «Ma non durerà -
dicevano - Dura minga». Oggi ci sono quelli intelligenti che fermano il
traffico in automatico quando passa l'ambulanza. È il resto della città che
è rimasto deficiente In questi anni comunque gliene hanno fatte di tutti i
colori. A La Spezia c'è chi lo ha agganciato alla tv per risparmiare sulla
luce, a Buenos Aires sono arrivati a rubarne 50 al giorno per rivenderli
alle fonderie di alluminio, a Mosca li hanno accompagnati con il trillo di
un usignolo finto per i ciechi fino a quando gli usignoli, quelli veri, che
passavano di lì non hanno fatto strage di pedoni, a Stoccarda un tipo se l'è
persino leccato e c'è rimasto appiccicato con la lingua. Solo un americano,
Jason Niccum, se l'è fatto amico: con una diavoleria elettronica acquistata
su ebay e usata dai vigili del fuoco cambiava luce ai semafori lungo la
strada come Mosè sulle acque. In ufficio era l'unico puntuale. Il semaforo
ormai è entrato in tutti i vocabolari, dalla medicina alla politica, persino
gli arbitri sono figli suoi, rosso stop alla partita, giallo per stavolta te
la faccio passare, ma alcune cose di lui nemmeno le sapete: con il giallo
per esempio non si passa. È un rosso aggiunto, non un quasi verde. E il
pedone ha sempre la precedenza anche se passa con il rosso. Ma cosa serva in
fondo non si sa. A Kensigton High street, Londra, lo hanno tirato via
insieme a tutta la segnaletica e gli investimenti di pedoni si sono
dimezzati. È un codice morale, l'ultimo rimasto, poi non ce ne sono più. Per
questo è finito in mezzo a una strada.

Massimo M. Veronese, Il Giornale, 10 dicembre 2008



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19 aprile 2009
E' stato il labrador!
 IL CITTADINO E LO STRAPOTERE DELLA RETE
I diritti e i serpenti di Internet
La Commissaria per l'informazione sostiene che la Rete «può trasformar­si in
giungla». Troppo tardi: lo è già.

La lussemburghese Viviane Re­ding, pettinatura e piglio tha­tcheriano, va in
video su Inter­net e lancia l'allarme sui peri­coli di Internet. Non è un'inco­erenza.
La Commissaria per la società del­l'informazione sostiene che, se non
fac­ciamo qualcosa per controllare le «tecno­logie invadenti», la Rete «può
trasformar­si in una giungla». Troppo tardi: lo è già. Starne fuori?
Impossibile: dentro la giun­gla, oggi, c'è la velocità e la varietà del
mondo. È bene però conoscerne i perico­li. Non tutte le bisce sono pitoni,
infatti, ma troppi pitoni fingono d'essere bisce. Internet ha vent'anni. Era
il 13 marzo 1989 quando al Cern di Ginevra il ricerca­tore inglese Tim
Berners-Lee mise a pun­to il progetto sul trasferimento dati attra­verso
«ipertesti». Marco Pratellesi, nel suo «Mediablog», riferisce il commento di
Mike Sendall, capo di Berners-Lee, davanti alla nuova invenzione: «Vaga ma
eccitante». Tale è rimasta, in fondo. Come la giungla.
La signora Reding - racconta Luigi Offeddu in altra pagina - se l'è presa
con due fenomeni, entrambi in espansione. Il primo è la «pubblicità
comportamenta­le». Chi raccoglie le nostre abitudini in re­te? Come le usa?
A chi le vende? Per far cosa? Ci ha chiesto il permesso? Eppure le regole
europee sulla privacy sono chia­re: le informazioni su una persona posso­no
essere usate solo col suo consenso. A me non l'hanno chiesto. A voi? Alla
Commissione, giustamente, non piace neppure che Facebook, MySpace e gli
altri social network usino i dati perso­nali in maniera disinvolta. «Almeno
i pro­fili dei minorenni devono essere nascosti e resi inaccessibili per i
motori di ricer­ca!», protesta la Commissaria. Difficile darle torto, ma
qualcuno lo fa. Francesco Storace, segretario de «La Destra», ha dichiarato
ieri: «L'attacco del­la Commissione Ue a Facebook lascia ca­pire in che
razza di Europa ci troviamo. Burocrazie irresponsabili vogliono limita­re la
libertà di comunicare nella Rete». La speranza è che l'uomo di Cassino non
abbia capito che qui è un casino. Sarebbe contento, l'ex ministro della
Sanità, di sa­pere che le sue conversazioni, le sue fre­quentazioni e magari
le informazioni sul­la sua salute (deducibili dalle ricerche su Google) sono
a disposizione di chi le vuol comprare?
Tra anarchia e censura esiste un'im­menso territorio che una società matura
deve esplorare e organizzare. Il momen­to che stiamo attraversando è
psicologi­camente bizzarro: passiamo dall'inco­scienza allo spavento, senza
fermate in­termedie (Kipling avrebbe detto: tipico della giungla). Lo
spettacolo della Rete è così affascinante che pochi di noi rifiuta­no di
parteciparvi. I nuovi mezzi sono tal­mente rapidi, efficaci e economici -
giù le mani dalle email gratuite - che sem­bra folle non approfittarne. Ma
quest'eu­foria s'accompagna alla disattenzione, e la disattenzione provoca
incidenti. Ne ci­to alcuni tra i più comuni. Un gruppo di neuroscienziati
del Brain and Creativity Institute della University of Southern California
spiega che «ci vuo­le tempo, calma e spirito riflessivo per prendere
decisioni in situazioni che ab­biano una valenza morale: nell'era di
Fa­cebook e di Twitter si rischia di prendere cantonate in termini etici».
Domanda: quanti hanno messo in rete blog inoppor­tuni? Quanti pensano che le
proprie im­magini su Facebook possono essere uti­lizzate da un'azienda, in
vista di un'assun­zione o di un licenziamento? Però acca­de: e se sono
immagini di sbronze e bac­canali, la prima sarà più difficile, il secon­do
più probabile.
Esempio numero due: banale, ma so­cialmente letale. Il fatto è realmente
acca­duto. Sono ospite, devo scrivere un pez­zo con urgenza, il padrone di
casa, corte­semente, mi accompagna al suo compu­ter personale. Mi metto al
lavoro, voglio ritrovare un sito appena visitato, cerco nella cronologia e
trovo un'assidua fre­quentazione di siti porno che contraddi­ce le posizioni
udite a cena. Certo: può essere stata la madre novantenne o il la­brador, ma
è improbabile. Esempio numero tre. Quanti di noi si preoccupano di sapere
cosa resta delle mail che spediscono? In Finlandia è pas­sata la «Lex
Nokia», che permette alle aziende di monitorare le mail dei dipen­denti,
rintracciando mittenti, destinatari, orari e dimensione degli allegati (non
di leggerle, però). Sicuri che la vostra azien­da non possa fare
altrettanto? E che solo il pudore di un tecnico impedisca ai vo­stri amori
clandestini di finire su qualche sito?
Il nostro passaggio nella giungla lascia tracce: di solito ce ne accorgiamo
troppo tardi. Le norme sulla diffamazione - che gli infami, di solito, usano
benissimo - sono difficili da applicare sulla Rete. Esistono sentenze,
naturalmente, ma so­no sempre costrette a inseguire. L'infor­mazione su
Internet è più facile e libera: questo è bello. Ma la calunnia viaggia più
veloce: questo è grave. Siti come Wikipe­dia hanno creato lodevoli forme di
auto­controllo interno: ma un'informazione maliziosa o sbagliata - in quella
che è oggi la più consultata fonte biografica - può provocare danni, se non
viene corret­ta in fretta. A me è andata bene: mi han­no solo
temporaneamente affiliato a un gruppo religioso che avevo spesso critica­to,
prima che la notizia venisse rimossa. Forse sono stati loro: non mi
volevano. Chiudo con un'altra nota personale. Nel 1979 partivo per
Bruxelles: sei mesi di stage alla Commissione per preparare la tesi di
laurea sulla «protezione dei di­ritti fondamentali nelle Comunità
Euro­pee ». Per le ricerche ho potuto usare una nuova macchina chiamata
computer (in facoltà a Pavia non c'era). Mai avrei im­maginato che, trent'anni
dopo, diritti fon­damentali e computer sarebbero tornati a trovarmi, da
Bruxelles. Insieme, ma a ruoli invertiti: non più la macchina al ser­vizio
dei diritti, ma i diritti al servizio del­la macchina.

Beppe Severgnini, Corriere della Sera, 15 aprile 2009



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