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1 novembre 2008
Non sperperate il sapere

La Stampa, Antonio Scurati, 1 novembre 2008

C’è una cosa che il ministro dell’Università e della Ricerca deve sapere: il momento peggiore della vita di un giovane professore universitario non è quello in cui riceve il suo magro stipendio ma quello in cui esamina i propri studenti o ne discute le tesi di laurea.

È allora, infatti, che si assiste al disastro della pubblica istruzione. La rovina del millenario edificio del sapere assume i tratti somatici del tuo allievo che, seduto all’altro capo della scrivania, in un italiano stentato, smozzica frasi per lo più sconnesse, ciancica frattaglie di nozioni irrancidite, rimastica rigurgiti di conoscenze mal digerite. In quei momenti il nostro fallimento sta lì, a meno di un metro di distanza da noi, ci basterebbe allungare la mano per afferrarlo. Dire una parola per porre fine a esso. Ma non lo facciamo. Rimaniamo a guardare, come incantati dal fascino del disastro. Ascoltiamo, quasi ipnotizzati, la nenia dello studente oramai prossimo alla laurea eppure incapace di coniugare i verbi, di coordinare le frasi, di articolare un discorso. Tendiamo l’orecchio a quel balbettio perché in esso avvertiamo la vibrazione sorda di un grande organismo in decomposizione. Ce ne stiamo lì, soggiogati dalla malia dei cimiteri di campagna. Non chiudiamo nemmeno gli occhi, non distogliamo lo sguardo: abbiamo davanti a noi lo spettacolo di una catastrofe al rallentatore. Ed è quella della nostra istituzione.

Ecco cosa pensavo in questi giorni se mi trovavo a sfilare accanto a un ventenne che con me protestava contro i drastici tagli all’università. Pensavo: questo è probabilmente uno di quei miei tanti studenti che mi fa disperare quando li esamino, uno di quei ragazzi ai quali oramai ci accontentiamo di insegnare poco o niente, uno di quei ragazzi che, educati dalla televisione e dallo shopping center, intendono l’università come parte del loro tempo libero, per lo più devoluto a godersi la vita, consumare, concedersi ogni facile piacere.

C’è però un’altra cosa che l’opinione pubblica dovrebbe sapere ed è che quel ricercatore universitario che s’immalinconisce perché non riesce più a fare il suo mestiere percepisce in media uno stipendio di 1480 euro al mese.

Il che significa che i giovani scienziati da cui ci aspettiamo la cura del cancro, la scoperta di fonti di energia rinnovabile o, anche - perché no? -, la nuova cultura che ci consenta di interpretare e capire il nostro tempo, guadagnano meno dell’idraulico che ci ripara il lavandino. E, si badi bene, non è soltanto questione di conto in banca: questa sproporzione tra stipendi e valore sociale della conoscenza è indice di un immiserimento generale - materiale e morale -, è specchio di un’università in cui i fisici che lavorano nella facoltà che fu di Enrico Fermi fanno ricerca negli scantinati, in cui per trovare fondi si deve emigrare all’estero, in cui ogni giorno si laureano studenti semplicemente ignoranti. La miseria degli stipendi è, insomma, segno di un letterale disprezzo per il sapere.

In questi giorni, si è molto discusso di baronie, clientele, privilegi, inefficienze e sprechi vari. Giustissimo. Quel giovane professore sconfortato, quel ricercatore immiserito sarebbero i primi a volerle estirpare: dategli (simbolicamente) un’accetta e lo troverete al vostro fianco a far pulizia perché è lui il primo a soffrirne. Ma non dimentichiamo, per favore, che lo spreco più grande di cui ci stiamo macchiando è lo sperpero di forme di sapere che stiamo perdendo, di occasioni di scoperta che stiamo mancando, di capitali di conoscenza che stiamo depauperando, di livelli di conoscenza che vanno precipitando, di risorse umane che stiamo svilendo. Si tratta di valori inestimabili.

La riduzione indiscriminata di 600 milioni del budget per le università non sfronda i rami secchi, non estirpa le piante infestanti, ma rischia di menare un micidiale colpo d’accetta alla base del tronco, quella base dove cresce, con grande fatica, la speranza del giovane professore disperato. Un solo esempio: il blocco automatico dei concorsi significa, non solo e non tanto guerra alle baronie ma impossibilità di carriera per i giovani ricercatori. In questo modo, i baroni saranno ancora più baroni, i giovani ricercatori ancora più spiantati, asserviti e i nostri studenti sempre più ignoranti.

I tanti cittadini insofferenti nei confronti di un’università che si vuole «sprecona» farebbero bene a non confondersi su cosa stiamo sprecando, su chi stiamo «tagliando». Non sempre i nemici dei nostri nemici sono nostri amici. Vale anche per gli studenti. Stiamo pure al fianco dei ragazzi che marciano e protestano contro i tagli indiscriminati, ma poi stiamo loro di fronte e pretendiamo che studino.

1 novembre 2008
La violenza delle minoranze
 

Il Corriere della Sera, Piero Ostellino, 1 novembre 2008

Lo Stato si è squagliato come neve al sole. E' diventato una sorta di «8 settembre permanente». La Cassazione ribadisce che l' interruzione di pubblico servizio è reato, perché «è sufficiente che l' entità del turbamento della regolarità dell' ufficio o l' interruzione del medesimo... siano stati idonei ad alterare il tempestivo, ordinato ed efficiente sviluppo del servizio, anche in termini di limitata durata temporale»; ma, poi, afferma che non è causa sufficiente a giustificare l' impossibilità dell' avvocato difensore a presenziare all' udienza. Ai diritti del cittadino non è riconosciuta dignità pari a quelli di chi occupa, blocca il traffico, eccetera. Poiché sottostante alla giurisprudenza c' è «una certa idea» del Contratto sociale, qualcuno, e da sinistra - Antonio Polito, amico mio, fallo almeno tu sul Riformista - dovrebbe spiegare al Partito democratico che non diventerà una sinistra riformista fino a quando non accetterà il principio che la democrazia rappresentativa non è un' assemblea aperta, in seduta permanente fra rappresentanti e rappresentati. La democrazia rappresentativa si fonda sul principio della delega. Il popolo detiene il potere di governare, ma non governa direttamente; governano i suoi rappresentanti, cui il popolo - con le elezioni - ne ha delegato l' esercizio. Non passa, invece, occasione che il Pd - di fronte a un provvedimento sgradito - non invochi «l' apertura di un dialogo» fra governo (i rappresentanti del popolo) e società civile (il popolo). Ora, non ci piove che sia buona prassi, e persino nell' interesse di ogni governo democratico, consultare, oltre all' opposizione parlamentare, i soggetti sociali interessati quando deve prendere decisioni che li riguardino. Ma un conto è che accada «prima»; un' altra è invocare che accada «dopo» che la decisione sia diventata legge dello Stato. In questo secondo caso siamo alla negazione della democrazia rappresentativa. Ciò non esclude che opposizione parlamentare e soggetti sociali interessati abbiano diritto di manifestare, anche dopo che la decisione sia stata presa. Ma, qui, si gioca su un altro terreno: quello dei diritti (di libertà) costituzionali; non su quello delle procedure di formazione delle decisioni, cioè del funzionamento della democrazia. La sinistra post-comunista queste cose le sa. Ma o non riesce ancora a metabolizzarle - per un riflesso antidemocratico - o le fa comodo fingere di ignorarle e usare la piazza per supplire alla propria condizione di minoranza parlamentare, perpetuando una vocazione assemblearistica ancora presente nel Paese. Che si tratti di cattivo funzionamento del metabolismo democratico o di finzione strumentale, il Pd finisce, così, con legittimare le minoranze che tentano di imporre con la violenza la propria volontà. Violenza che si concreta in un reato: nell' interruzione di un pubblico servizio; dal blocco di un treno, a danno di cittadini estranei alla questione, all' occupazione di un' università, contro studenti che vorrebbero continuare a seguire le lezioni.

1 novembre 2008
«Così abbiamo sbaragliato i fascisti»

Il Corriere della Sera, Giovanni Bianconi, 1 novembre 2008


 ROMA — «Parliamoci chiaro: prima che arrivassimo noi c'erano già state tre aggressioni contro persone finite all'ospedale o comunque rimaste ferite. Ammesso e non concesso che ce l'avesse avuta prima, quella gente non aveva più alcuna legittimità a stare in piazza. Abbiamo chiesto che fossero allontanati, e niente. Gli abbiamo gridato di andarsene, e niente. A quel punto li abbiamo caricati e sbaragliati. Basta, finito. Inutile stare a nascondersi o girarci intorno».
Partito della Rifondazione comunista, sede della Direzione nazionale, terzo piano. Simone ha 32 anni e un linguaggio diretto. Accanto a lui ci sono Emiliano, 30 anni e quasi due metri d'altezza, e Yassir, 33 anni e una denuncia per lesioni e resistenza a pubblico ufficiale: l'hanno fermato e liberato dopo una notte passata in gattabuia. Sono impiegati del settore organizzazione del partito (quello che un tempo si sarebbe chiamato Servizio d'ordine), e mercoledi scorso erano in piazza Navona. Raccontano la loro versione dei fatti con una premessa, affidata a Emiliano: «Per noi l'antifascismo è un valore irrinunciabile. E' il fondamento della nostra Costituzione, ed essere antifascisti oggi significa difendere la democrazia, la pace e la libertà di espressione».
Anche con l'uso della violenza? Risponde Simone: «A nessuno di noi piace andare in giro a caricare i fascisti, ma capitano situazioni particolari. Come l'altro giorno. Con la polizia che non ha fatto niente per impedire lo scontro fisico». Lo interrompe Yassir: «Sono diciotto anni che partecipo alle manifestazioni, e ti assicuro che non avevo mai visto prima un fascista così da vicino. Perché sempre si sono messi in mezzo per evitare il contatto diretto, o ci chiudevano piazze o strade presidiate da loro. Stavolta invece è come se avessero detto "prego, accomodatevi". Io non penso a complotti, però qualche cattivo pensiero può venire. Anche perché questa storia è cominciata molto prima di mercoledì».
Il riferimento è ai giorni precedenti, lunedì e martedì, quando «i fascisti» del Blocco studentesco hanno conquistato la testa del corteo degli studenti medi o issato il loro striscione al sit-in davanti al Senato. «Sempre con quel camioncino bianco pieno di mazze nascoste — insiste Simone — senza che nessuno lo fermasse. Noi in quelle due occasioni abbiamo abbozzato, per evitare problemi, ma in piazza Navona, mercoledì, s'è passato il segno». Racconta Yassir: «Io stavo andando al lavoro quando mi ha telefonato un ragazzo del liceo Tasso per avvisarmi che i fascisti stavano picchiando la gente. Temevo che esagerasse, ho chiamato altre persone, e tutti confermavano le aggressioni. Parlavano di sangue. Ho radunato altri compagni e siamo andati». Insieme a quelli dell'università: «E mica sono il Settimo Cavalleggeri! — sorride Simone —. Era già previsto che venissero anche loro, hanno solo accelerato un po' il corteo». Con il loro camioncino: «Certo — risponde Emiliano - quello c'è sempre, per gli altoparlanti e i megafoni. Mazze non ce n'erano, stai sicuro. Quando siamo arrivati abbiamo trovato la piazza terrorizzata dalle violenze precedenti e i fascisti schierati in formazione, coi bastoni pronti. A quel punto che fai?». Già, che fai? Yassir: «Abbiamo formato un cordone e fino all'ultimo abbiamo tentato di tenerlo, ma la piazza dietro spingeva e quelli davanti aspettavano co' 'sti bastoni come fossero giocatori di baseball». E voi coi caschi in testa: «Certo, per protezione. A mani nude, però. A un certo punto non abbiamo tenuto più e c'è stato lo scontro. Coi poliziotti a godersi lo spettacolo».

Sono volate le sedie dei bar. «Di vimini... Ne vola una, ti arriva addosso, la rilanci no? A me un fascista m'ha tirato una scopa — continua Yassir —, l'ho parata, ho visto arrivare i carabinieri dall'altra parte e ho avuto paura di restare in mezzo. Mi sono lanciato tra i tavolini dei bar. Mentre correvo mi sono sentito prendere alla gola e stringere, mi stavano soffocando. Poi mi hanno buttato a terra, e mentre temevo che arrivasse una coltellata ho sentito dire "soggetto immobilizzato". Erano poliziotti, per fortuna». Quindi sono intervenuti. «Per disperderci — puntualizza Simone —, dopo che avevamo neutralizzato i fascisti e ridotto quel camioncino come doveva essere ridotto. Questi sono doppiamente pericolosi: militarmente, perché picchiano la gente, e politicamente perché rischiano di avere un effetto catalizzatore su giovani cosiddetti "neutri", soprattutto in certe scuole e periferie, dove ci sono logiche più da comitiva che da gruppo politico, un po' da stadio». Emiliano: «Coi loro metodi: o ti adegui e fai quello che dicono loro oppure menano. A Roma da due anni le aggressioni si sono moltiplicate. Dicono di essere contro questo governo, ma non mi pare se poi spunta un sottosegretario che si appiattisce sulla loro versione. Comunque al corteo dello sciopero non si sono visti». Ancora Simone: «Noi da quando siamo rimasti senza parlamentari abbiamo molte più difficoltà a gestire la piazza, mentre loro si sentono protetti. Mercoledì qualcuno di noi s'è dovuto prendere un permesso dal lavoro per venire a cacciare i fascisti, ma ti pare normale?».


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1 novembre 2008
I cardiologi impiantano valvole aortiche

 Il Giornale, Luigi Cucchi, 1 novembre 2008

La sostituzione di valvole aortiche tramite catetere rappresentano la più recente procedura innovativa della cardiologia interventistica. Questa metodica, che è destinata ad affiancarsi alle 130mila angioplastiche che si eseguono ogni anno in Italia, di cui 23mila in presenza di infarto miocardico, consente di evitare l’intervento cardiochirurgico tradizionale. Ne hanno discusso con interesse i partecipanti al congresso nazionale di emodinamica tenutosi recentemente a Bologna. In Italia i primi duecento pazienti (saranno 250 a fine anno) sono già stati operati con questa procedura mininvasiva in 19 Centri d’eccellenza. Il primo di questi interventi per via percutanea è stato eseguito il 4 giugno dello scorso anno alla divisione cardiologia dell’Ospedale Ferrarotto dell’università di Catania su paziente inoperabile. Le valvole biologiche aortiche impiantate funzionano perfettamente. Da allora l’équipe del professor Corrado Tamburino ha eseguito altri quaranta interventi con questa procedura. Il professor Tamburino, cattedra di cardiologia, è stato il primo in Italia e secondo in Europa ad effettuare anche un intervento di correzione dell’insufficienza mitralica per via transcatetere mediante tecnica edge-to-edge. Nato a Catania nel 1958, specializzatosi a Parigi alla Facoltà di medicina de la Pitiè-Salpetriere, poi alla facoltà di medicina Saint Antoine e nel ’93 a Chesnay, Tamburino è presidente della Società italiana di cardiologia invasiva dal 2007 al 2009, il suo team ha eseguito oltre 50mila procedure diagnostiche o interventistiche in emodinamica con particolare applicazione nell’angioplastica coronarica e negli stent. A lui chiediamo quali sono le caratteristiche ed i vantaggi di questa procedura.
«Grazie a questa nuova metodica possiamo impiantare la valvola aortica – precisa il professor Tamburino - a pazienti non operabili con l’intervento chirurgico tradizionale a causa del rischio troppo elevato. Ricorriamo inoltre solo all’anestesia locale e nel 98% dei casi i risultati sono positivi: dopo pochi giorni di degenza ospedaliera il paziente torna a casa. Le scadenti condizioni cliniche del paziente e la dimensione del catetere che contiene la valvola, spessa solo 6 millimetri, rappresentano le maggiori difficoltà dell’intervento. Quando non si riesce a risalire l’arteria femorale si può comunque procedere attraverso l’arteria ascellare. Le valvole biologiche più utilizzate nel mondo ed anche in Italia sono quelle realizzate con pericardio di maiale dalla società Corevalve. Sono montate su un supporto metallico autoespandibile, che si adatta perfettamente alle pareti dell’aorta. Il tempo medio della pocedura è di un’ora ed i pazienti si alzano dopo 24 ore. Solo nel 20 per cento dei casi si rende necessario l’impianto di un pacemaker dopo la procedura. Il paziente inoltre non necessita di terapie anticoagulanti, ma solo antiaggreganti (aspirina). Nel caso la valvola si deteriori negli anni è possibile in quella vecchia impiantarne una nuova». E’ una opportunità importante.
L’impianto di una valvola aortica tramite catetere può essere eseguito solo in un Centro di emodinamica con una consolidata esperienza interventistica e con una cardiochirurgia disponibile a collaborare se necessario. Basandosi sulle esperienze di laboratorio e sui risultati della cardiochirurgia si ritiene che la durata di queste valvole sia superiore ai dieci anni, pertanto in futuro i pazienti con più di 70 anni con malattia valvolare aortica potranno quindi beneficiare di questa tecnologia ed evitare l’intevento cardiochirurgico. Si è aperto un nuovo capitolo della cardiologia interventistica. Già da alcun anni si eseguiva la riparazione o sostituzione per via transcatetere della valvola polmonare, solo recentemente, il 7 ottobre, sempre a Catania, è stata riparata per la prima volta in Italia anche la valvola mitrale insufficiente, grazie all’impianto di microancore a due braccia che bloccano la protesi. Questa tecnologia è non solo efficace ed a bassissimo rischio, ma non compromette un intervento cardochirurgico tradizionale qualora si rendesse necessario. «Nei prossimi anni l’emodinamica – sostiene il professor Tamburino - affiancherà sempre più la cardiochirurgia sostituendosi ad essa in numerosi casi. L’attuale costo elevato delle protesi, procedura salvavita soprattutto per la valvola aortica, è destinato a ridursi con la diffusione di questa procedura». Molti cardiologi esprimono una certa diffidenza nei confronti di queste procedure. L’innovazione implica sempre un certa dose di coraggio. È opportuno ricordare che queste metodiche oggi vengono eseguite solo su pazienti inoperabili con la cardiochirurgia tradizionale. Inoltre i pioniei fanno lievitare i dubbi. Quando nel 1929 Werner Forssmann, giovane cardiologo dell’università di Berlino, per la prima volta riuscì a cateterizzare nell’uomo le sezioni cardiache destre e sinistre suscitò molte perplessità. Nel 1956 per le sue ricerche gli fu dato il Nobel.
1 novembre 2008
Gelli, il ciclico ritorno del grande inquinatore

Avvenire, 1 novembre 2008


Alla venerabile età (è proprio il caso di dirlo) di quasi novant’anni, rispunta dalle nebbie della Prima Repubblica il pluricondannato Licio Gelli. Che, alla sua vecchia maniera, mette i piedi nel piatto dei temi più delicati del momento. E come fece una trentina d’anni fa con l’ormai leggendaria intervista a Maurizio Costanzo, si impanca pubblicamente a giudice unico e insindacabile di idoneità politica e dignità personali altrui. Marchia come solo possibile 'erede' della sua opera il premier in carica (ma strattonandolo perché impari a comandare con più cipiglio). Liquida il presidente della Camera come una delusione. Elogia la riforma Gelmini e insolentisce Tina Anselmi. Strano Paese questo nostro, in cui non c’è mai un passato che passi davvero, mai sedicenti e super screditati protagonisti di ieri sui quali cali una volta per tutte il sipario, mai 'giudicati' penali che si trasferiscano definitivamente agli archivi. Come stupirsi che ieri, alla notizia del ritorno sugli schermi di un network tv privato del famigerato 'burattinaio' della P2, si sia scatenato il più classico putiferio politico-mediatico? Con un curioso rovesciamento delle parti. Da un lato tutto il centrosinistra nazionale, un tempo lestissimo a domandarsi 'cui prodest' quando certe provocazioni arrivavano dagli estremisti di quel versante, e ora incalzante nel sollecitare condanne, prese di distanza e interventi di censura; dall’altro un centrodestra in evidente imbarazzo, con un solo esponente, di area An, a parlare di episodio «inquietante» e a chiedersi per chi lavora quello lì. Più o meno un secolo fa, nell’America di Theodore Roosevelt, emergevano i 'muckrakers', i rimestatori di fango come il focoso presidente bollò quel gruppo di giornalisti coraggiosi che portarono a galla tante magagne del nascente impero economico. Da noi ormai non c’è neppure bisogno di andare a rimescolare. Il fondo grigio e limaccioso di certi pantani nazionali, ciclicamente, torna ad agitarsi da solo. Meglio girare al largo.


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1 novembre 2008
Il frutto dell'amore - meditazione sulla festa dei santi

 statusecclesiae.net, Enzo Bianchi, 1 novembre 2008


 

In questi ultimi decenni sono stati proclamati tanti santi e beati: mai c'è stata nella Chiesa una

stagione così ricca di canonizzazioni, segno anche di un'estesa "cattolicità" raggiunta dalla

testimonianza cristiana. Eppure molti, all'interno e attorno alla Chiesa, hanno la sensazione di non

conoscere dei santi "vicini", di non riuscire a discernere "l'amico di Dio" - questa la stupenda

definizione patristica del santo - nella persona della porta accanto, nel cristiano quotidiano.

Questo forse è dovuto anche al fatto che viviamo in una cultura in cui si privilegia l'apparire, un

mondo in cui - come ha detto qualcuno - "anche la santità si misura in pollici": molti allora cercano

non il discepolo del Signore, ma l'ecclesiastico di successo, l'efficace trascinatore di folle, l'opinion

leader capace di parole sociologiche, politiche, economiche, etiche, la star mediatica cui si chiede

una parola a basso prezzo su qualsiasi evento, facendolo apparire il più eloquente a prescindere

dalla consistenza della sua sequela del Signore.

Ma è proprio in questa ambigua ricerca della santità attorno a noi che ci viene in aiuto la festa di

tutti i santi, la celebrazione della comunione dei santi del cielo e della terra. Sì, al cuore

dell'autunno, dopo tutte le mietiture, i raccolti e le vendemmie nelle nostre campagne, la Chiesa ci

chiede di contemplare la mietitura di tutti i sacrifici viventi offerti a Dio, la messe di tutte le vite

ritornate al Signore, la raccolta presso Dio di tutti i frutti maturi suscitati dall'amore e dalla grazia

del Signore in mezzo agli uomini. La festa di tutti i santi è davvero un memoriale dell'autunno

glorioso della Chiesa, la festa contro la solitudine, contro ogni isolamento che affligge il cuore

dell'uomo: se non ci fossero i santi, se non credessimo "alla comunione dei santi" - che non certo a

caso fa parte della nostra professione di fede - saremmo chiusi in una solitudine disperata e

disperante.

In questo giorno dovremmo cantare: "Non siamo soli, siamo una comunione vivente!"; dovremmo

rinnovare il canto pasquale perché, se a Pasqua contemplavamo il Cristo vivente per sempre alla

destra del Padre, oggi, grazie alle energie della risurrezione, noi contempliamo quelli che sono con

Cristo alla destra del Padre: i santi. A Pasqua cantavamo che la vite era vivente, risorta; oggi la

Chiesa ci invita a cantare che i tralci, mondati e potati dal Padre sulla vite che è Cristo, hanno dato il

loro frutto, hanno prodotto una vendemmia abbondante e che questi grappoli, raccolti e spremuti

insieme formano un unico vino, quello del Regno. Noi oggi contempliamo questo mistero: i morti

per Cristo, con Cristo e in Cristo sono con lui viventi e, poiché noi siamo membra del corpo di

Cristo ed essi membra gloriose del corpo glorioso del Signore, noi siamo in comunione gli uni con

gli altri, Chiesa pellegrinante con Chiesa celeste, insieme formanti l'unico e totale corpo del

Signore. Oggi dalle nostre assemblee sale il profumo dell'incenso, segno del legame con la Chiesa

di lassù, la Gerusalemme celeste che attende il completamento del numero dei suoi figli ed è

vivente, gloriosa presso Dio, con Cristo, per sempre.

Ecco il forte richiamo che risuona per noi oggi: riscoprire il santo accanto a noi, sentirci parte di un

unico corpo. E' questa consapevolezza che ha nutrito la fede e il cammino di santità di molti

credenti, dai primi secoli ai nostri giorni: uomini e donne nascosti, capaci di vivere quotidianamente

la lucida resistenza a sempre nuove idolatrie, nella paziente sottomissione alla volontà del Signore,

nel sapiente amore per ogni essere umano, immagine del Dio invisibile. Il santo allora diviene una

presenza efficace per il cristiano e per la Chiesa: "Noi non siamo soli, ma avvolti da una grande

nuvola di testimoni" (Ebr 12,1), con loro formiamo il corpo di Cristo, con loro siamo i figli di Dio,

con loro saremo una cosa sola con il Figlio. In Cristo si stabilisce tra noi e i santi una tale intimità

che supera quella esistente nei nostri rapporti, anche quelli più fraterni, qui sulla terra: essi pregano

per noi, intercedono, ci sono vicini come amici che non vengono mai meno. E la loro vicinanza è

davvero capace di meraviglie perché la loro volontà è ormai assimilata alla volontà di Dio

manifestatasi in Cristo, unico loro e nostro Signore: non sono più loro a vivere, ma Cristo in loro,

avendo raggiunto il compimento di ogni vocazione cristiana, l'assunzione del volere stesso di

Cristo: "Non la mia, ma la tua volontà sia fatta, o Padre" (Lc 22,42). Sostenuti da quanti ci hanno

preceduto in questo cammino, scopriremo anche i santi che ancora operano sulla terra perché il

seme dei santi non è prossimo all'estinzione: caduto a terra si prepara ancora oggi a dare il suo

frutto. "Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?" (Is 43,19)

1 novembre 2008
L'universo spiegato al papa

la Repubblica, Marco Politi, 1 novembre 2008


In principio era il Verbo. Il principio era il Caso. In principio era il Big Bang. In principio, forse,
erano tante bollicine in espansione come i piccoli globi d´acqua che esplodono in una pentola in
ebollizione.
Contratto sulla sua sedia a rotelle, il capo reclinato, lo sguardo tenace di chi convive da quarantasei
anni con la Sla, il fisico e matematico Stephen Hawking racconta - via sintetizzatore - lo svolgersi
dell´universo e il succedersi delle teorie sulle sue origini. È un excursus affascinante da Aristotele,
che credeva nell´universo eterno e senza inizio, a Immanuel Kant, arrivando a Einstein e alle
ultimissime ricerche, combinando la teoria generale della relatività con la teoria dei quanti. Seduti
in quadrato nel salone dell´Accademia pontificia delle Scienze, lo ascoltano in silenzio e
concentrazione scienziati di tutte le credenze e due porporati, i cardinali Christoph Schoenborn e
George Cottier.
«Che succedeva prima dell´inizio del mondo? - domanda Hawking - Cosa faceva Dio prima di
crearlo? Preparava l´Inferno per chi pone simili domande?». Il tono scherzoso mescolato
all'illustrazione scientifica getta una luce sullo spirito con cui l´accademia del Papa ha organizzato
un simposio per misurarsi con Darwin alla vigilia del cento cinquantesimo anniversario della
pubblicazione dell´Origine della specie. Piena libertà di discussione, voglia di capire senza vincoli.
Dice il fisico Nicola Cabibbo, neo-presidente dell´accademia: «La teoria di Darwin è causa di
qualche imbarazzo nell´insegnamento cattolico. È nostra intenzione presentare il progresso delle
conoscenze in questo campo e fare il punto». Così è nato il convegno dedicato agli «Approcci
scientifici sull´evoluzione dell´universo e della vita» e dalle prime battute appare chiaro che nel
consesso, riunito nella rinascimentale Casina di Pio IV immersa nel verde dei giardini vaticani, non
c´è spazio per i fanatismi del Creazionismo né per gli arzigogoli del Disegno Intelligente, che
vorrebbe fare indossare al Creatore il grembiule dell´orologiaio intento a cesellare i meccanismi di
un orologio perfetto.
«Da qualche anno il creazionismo ha cercato di darsi un´impostazione scientifica e si è trasformato
nel "disegno intelligente"», ha spiegato Cabibbo sull´Avvenire, sottolineando garbatamente: «Da
molti è considerato una riedizione del creazionismo ammantato di una veste di scienza». È la
sepoltura silenziosa per una pseudo-teoria, che per qualche anno ha mobilitato i cattolici più
tradizionalisti.
«La teoria dell´evoluzione è scientifica, le critiche avanzate dai difensori del Disegno Intelligente
sono senza fondamento», perché le carenze e le difficoltà dell´evoluzione rientrano nella visione
generale di quella specie di "albero" in crescita che è l´evoluzione: è scritto in un intervento
preparato da padre Jean-Michel Maldamè dell´Istituto cattolico di Tolosa.
C´è spazio per Dio in questo processo? Sì, ritiene il religioso. «Ma il Creatore non è esterno alla
natura. L´atto creativo è la parte più intima dell´energia in opera».
Hawking nel suo discorso non entra in queste questioni. Non fa ideologia né filosofia, neanche di
tipo scientista. Traccia socraticamente il percorso delle scoperte, delle ipotesi, degli errori, dei
risultati raggiunti. Evidenzia ciò che si sa e ciò che si ignora. «Il mio è un approccio positivista»,
afferma. Contano i risultati sottoposti a verifica. Con ironia anglosassone precisa.
Fra il modello per cui l´"universo fu creato l´anno scorso" e il modello per cui il mondo esiste da
più tempo, «il secondo offre più spiegazioni». L´espansione dell´universo, dichiara, è una delle
scoperte intellettuali più importanti del XX secolo. La teoria di Einstein sulla relatività è
fondamentale, ma «non può predire come l´universo inizia, bensì solo come si evolve una volta che
è iniziato». Si può allora discutere dell´origine dell´universo? Per lo scienziato va combinata la
teoria einsteiniana con la teoria dei quanti di Max Planck e piuttosto che a un unico Big Bang
Hawking pensa a uno scenario più complesso. «L´immagine che Jim Hartle e io abbiamo delineato
della creazione quantistica spontanea dell´universo sarebbe un po´ come la formazione di bolle di
vapore nell´acqua bollente». Molte bollicine che appaiono e scompaiono. Micro-universi che si
espandono e collassano. Alcune "bolle" che crescono e si espandono velocemente. «Corrispondenti
a universi che iniziano a espandersi a un ritmo sempre crescente». Tanti universi, dunque, non uno
solo. Ma anche tanti interrogativi aperti. L´universo o gli universi si espanderanno per sempre? O
collasseranno di nuovo? «La cosmologia è un tema affascinante», conclude Hawking.
Benedetto XVI, che riceve in udienza i partecipanti al convegno, è attento a far capire che non c´è
opposizione tra fede nella creazione e scienza. Gli preme evidenziare la razionalità del creato.
«Galileo - rammenta - vedeva la natura come un libro il cui autore è Dio. Questa immagine ci aiuta
a comprendere che il mondo, lungi dall´essere originato dal caos, assomiglia a un libro ordinato. È
un cosmo». Neanche lui torna a parlare di Disegno Intelligente. Persino l´Osservatore Romano
chiarisce. Meglio misurarsi direttamente con Darwin e l´evoluzionismo piuttosto che con altre
invenzioni. «Certo, un disegno sulla creazione viene affermato nella dottrina della Chiesa - è scritto
sul giornale vaticano - ma non agganciamolo alla teoria americana dell´Intelligent Design creando
nuovi equivoci».
Papa Ratzinger ribadisce un solo concetto. «La distinzione tra un essere vivente e un essere
spirituale, che è capax Dei, indica l´esistenza dell´anima intellettiva». E, come insegna la Chiesa,
«ogni anima spirituale è creata direttamente da Dio, non è "prodotta" dai genitori, ed è immortale».
Tocca al cardinale di Vienna Schoenborn spiegare agli scienziati, una volta tornati all´accademia,
che il punto fondamentale per Ratzinger è la connessione tra «ragione, fede e vita», grazie a cui il
cristianesimo è diventato una religione mondiale. La religione scorporata dalla ragione, rimarca,
può cadere in preda a patologie irrazionali. Ecco perché Ratzinger torna insistentemente sul
discorso della razionalità del credere e nel credere. E allora nello scenario evolutivo, sottolinea
Schoenborn, è rintracciabile sia una razionalità della materia sia una razionalità del processo. C´è
una Razionalità originaria che si rispecchia in queste dimensioni, chiede il cardinale? La risposta va
al di là del percorso scientifico, ma la domanda è razionale e secondo Ratzinger si deve anche
«osare credere a una razionalità creatrice e affidarsi a essa».
Con questi toni il convegno dell´Accademia pontificia delle Scienze libera il dibattito su Darwin e
la Chiesa dagli scontri astiosi e riporta l´argomento a un confronto stimolante tra scienziati, teologi
e filosofi senza invasioni di campo autoritarie.
Ma tutto c´era già nell´immagine, colta nella sala delle udienze in Vaticano, di papa Ratzinger che
carezza delicatamente il ciuffo ribelle di Stephen Hawking, mentre lo scienziato batte i tasti del
computer e il sintetizzatore riverbera un saluto: «Sono contento di incontrarla, Santità. Oggi
dovrebbe essere un buon incontro tra Scienza e Chiesa».

1 novembre 2008
Creazione, il Papa cita Galileo «Compatibili scienza e fede»

 Corriere della Sera, M. Antonietta Calabrò,  1 novembre 2008

 

Papa Ratzinger cita Galileo davanti al più illustre astrofisico vivente, il britannico Stephen

Hawking, venuto a Roma per partecipare a tre giorni di lavori della Pontificia Accademia delle

Scienze. E così trova un nuovo inizio, nell'uomo simbolo della scienza moderna, Galileo appunto, il

dialogo tra scienza e fede. Un colloquio mai interrotto, ma che recentemente era stato attraversato

dalle correnti parascientifiche e new age del «creazionismo» e del cosiddetto «disegno intelligente».

Lo stesso giornale della Santa Sede, L'Osservatore Romano, insieme alla foto in prima pagina di

Benedetto XVI che legge sul computer con il quale Hawking — affetto da sclerosi laterale

amiotrofica (la stessa malattia di Welby) — scrive per comunicare, pubblica un commento

dell'antropologo Fiorenzo Facchini che si potrebbe riassumere «meglio Darwin che l'Intelligent

design», secondo cui una nuova interpretazione delle teorie darwiniane sarebbe da preferire, quale

terreno di confronto, ad altre solo apparentemente più vicine alla visione religiosa ma in realtà

foriere di «nuovi equivoci».

«Galileo — ha detto Benedetto XVI — vedeva la natura come un libro il cui autore è Dio, nello

stesso modo in cui le Sacre scritture hanno Dio per autore ». Quindi ha aggiunto: «È un libro la cui

storia, la cui evoluzione, il cui testo e significato, leggiamo a seconda dei diversi approcci,

presupponendo sempre la presenza fondante dell'autore che vi ha rivelato se stesso». Anzi, la verità

scientifica «è essa stessa una forma di partecipazione della verità divina».

E a sostegno del fatto che tra la comprensione della fede e le evidenze delle scienze empiriche non

c'è alcuna opposizione, ha citato due suoi predecessori.

Non solo Giovanni Paolo II, che «riabilitò» Galileo, ma anche Pio XII. E San Tommaso D'Aquino.

«Nonostante gli elementi di irrazionalità, caos e distruzione nel lungo processo di cambiamento del

cosmo, la materia in quanto tale è "leggibile"», ha proseguito Ratzinger. «Ha un'intrinseca

"matematica". La mente umana può pertanto impegnarsi non solo studiando fenomeni misurabili»,

ma anche discernendo la sua «visibile logica interna». E ancora: «Il processo è razionale nella

misura in cui rivela un ordine di evidenti corrispondenze e innegabili finalità». Infine il Papa ha

detto che la creazione non «ha a che fare solo con l'inizio della storia del mondo e della vita. Ciò

implica piuttosto che il Creatore fonda questi sviluppi e li sostiene, li fissa e li mantiene

costantemente».

Il cardinale di Vienna Christoph Schoenborn, nel corso dell'assemblea pomeridiana degli scienziati

riuniti sotto la guida del fisico Nicola Cabibbo e del cancelliere Sanchez Sorondo, ha spiegato quale

sia la posizione del Papa, richiamando i lavori del seminario tenuto a Castelgandolfo nel settembre

2007. Ha citato Ratzinger quando sosteneva (1985) che per la fede non rappresenta «alcuna

difficoltà l'ipotesi che l'evoluzione si sviluppi secondo propri meccanismi», e che «le scienze

naturali portano a domande che vanno al di là del canone del loro metodo, domande che la ragione

deve porre e che non possono essere lasciate solo al sentimento religioso». E sono proprio le

domande da cui è partito l'attesissimo intervento di Hawking. Lo scienziato ha spiegato che

l'universo non è eterno, e ha detto che «ci stiamo avvicinando a dare risposte a quelle questioni

antiche », ma che esse, secondo lui, sono «all'interno del campo della scienza».

1 novembre 2008
«L'origine del mondo? La spiegheremo noi»

 Corriere della Sera, Stephen Hawking, 1 novembre 2008

Estratto del discorso del fisico britannico Stephen Hawking tenuto ieri in Vaticano sul tema
«Evoluzione dell'universo e della vita».
I primi resoconti dell'origine del mondo erano tentativi di rispondere alle domande che noi tutti ci
poniamo: perché siamo qui? Da dove veniamo? Tuttavia, l'idea che l'universo avesse un inizio non
accontentava tutti. Per esempio, Aristotele, il più famoso tra i filosofi greci, credeva che l'universo
fosse sempre esistito. Infatti, qualcosa di eterno è più perfetto di qualcosa che è stato creato.
L'espansione dell'universo è stata una delle scoperte più importanti del XX secolo, in realtà di
qualsiasi secolo, e ha trasformato il dibattito riguardo al fatto che l'universo avesse o no un inizio:
infatti, se attualmente le galassie si stanno separando, si vede che in passato erano più vicine tra
loro.
Molti scienziati invece non erano d'accordo sul fatto che l'universo avesse un inizio, perché questo
sembrava sottintendere un fallimento della fisica. Per capire com'era nato l'universo si sarebbe
dovuto far ricorso a un agente esterno. Questi stessi scienziati, perciò, avanzarono delle teorie per le
quali l'universo si espandeva sì nel presente ma non aveva avuto un inizio. Due russi, Lifshitz e
Khalatnikov affermarono addirittura di aver dimostrato che, a densità finita, una contrazione
generale senza una simmetria esatta avrebbe sempre provocato un rimbalzo. Questo risultato era
molto conveniente per il materialismo dialettico marxista-leninista, perché evitava domande
scomode sulla creazione dell'universo. Divenne perciò un dogma per gli scienziati sovietici.
Quando Lifshitz e Khalatnikov pubblicarono la loro affermazione, io ero uno studente ventunenne
alla ricerca di qualcosa per completare la tesi di dottorato. Dal momento che non credevo alle loro
cosiddette prove, ho iniziato, con Roger Penrose, a sviluppare delle nuove tecniche matematiche per
studiare la questione. Insieme abbiamo dimostrato che era impossibile che l'universo rimbalzasse.
Se la Teoria Generale della Relatività di Einstein è corretta, vi sarà una singolarità, un punto di
densità e di curvatura spaziotemporale infinite dove il tempo ha un inizio.
In quest'ultimo secolo abbiamo fatto dei progressi enormi nella cosmologia. La Teoria Generale
della Relatività e la scoperta dell'espansione dell'universo hanno mandato in frantumi la vecchia
immagine di un universo da sempre esistito e per sempre esistente. La relatività generale, invece,
prevedeva che l'universo, e il tempo stesso, avessero avuto inizio con il Big bang. Prevedeva inoltre
che il tempo avrebbe avuto fine nei buchi neri. La scoperta delle microonde cosmiche di sottofondo
e le osservazioni dei buchi neri sostengono queste conclusioni.
Nonostante siano stati fatti passi da gigante, non tutto è risolto. Non abbiamo ancora una buona
comprensione a livello teorico delle osservazioni che dimostrano che l'espansione dell'universo
abbia ripreso ad accelerare, dopo un lungo periodo di rallentamento. Senza una tale comprensione,
non possiamo essere sicuri del futuro dell'universo. Continuerà a espandersi per sempre?
L'inflazione è una legge della natura? O l'universo è destinato a collassare di nuovo? Nuovi risultati
basati sull'osservazione e progressi teorici stanno arrivando rapidamente. La cosmologia è una
materia molto entusiasmante e attiva. Siamo sempre più vicini a rispondere alle domande di sempre:
«Perché siamo qui?», «Da dove veniamo?" ». Io credo che queste domande possano trovare la loro
risposta all'interno del campo della scienza.
(Trad. Gabriella C. Marino)

1 novembre 2008
Nel Congo l'Occidente è dalla parte sbagliata

La Stampa, Matteo Fagotto (intervista),1 novembre 2008


Dopo giorni di pesanti scontri che hanno devastato la regione del Kivu, provocando decine di migliaia di profughi e un numero ancora sconosciuto di vittime, nel Congo orientale è tornata una calma apparente. L`ex generale Laurent Nkunda, capo dei ribelli del Consiglio Nazionale per la Difesa del Popolo, ha cinto d`assedio il centro abitato di Goma, al confine con il Ruanda. A presidiare la città sono rimaste poche centinaia di caschi blu della Monuc, la missione Onu nel Paese, e i soldati congolesi, accusati di essersi lasciati andare a stupri e massacri nei confronti dei civili, secondo quanto riferito anche da rappresentanti delle Nazioni Unite.

Ma secondo il portavoce dei ribelli, Bertrand Bisimwa, la situazione sta cambiando in meglio.

Cosa succede attorno a Goma? «Rispetto a ieri ci sono grandi novità.

Mentre stiamo parlando, migliaia di civili fuggiti durante i combattimenti dei giorni passati stanno facendo ritorno in città. E` un contro esodo che ci rende felici e che stiamo favorendo in tutti i modi».

La tregua da voi proclamata regge? «Negli ultimi due giorni non ci sono stati scontri, la situazione rimane calma.

Ieri però abbiamo notato dei movimenti da parte delle truppe governative presso Kibumba».

Come prosegue l`assistenza ai civili? «Molto bene. Abbiamo aperto un corridoio umanitario, è operativo da oggi e consente l`entrata degli aiuti a Goma».

Siete rimasti in contatto con la Missione Onu? «L`unica cosa che sappiamo è che la Monuc ha avviato dei pattugliamenti in città. Abbiamo inviato al comando Onu una lettera in cui denunciamo le violenze contro i civili, i saccheggi e gli stupri che l`esercito congolese e i miliziani Hutu stanno perpetrando, e abbiamo chiesto di fare qualcosa. Ma non abbiamo avuto risposta».

Ritenete la Monuc responsabile delle violenze commesse negli ultimi giorni? «I caschi blu hanno un mandato. Ci piacerebbe che facessero qualcosa contro i criminali, che aiutassero il Congo a creare un esercito efficiente. Questi sono i compiti per cui sono stati chiamati. Ma pare che siano più interessati a immischiarsi nella politica interna del Paese e ad allearsi con il governo per darci la caccia.

Non abbiamo nulla contro di loro, ma la Monuc deve capire che, se ci attacca, noi ci difenderemo. E a quel punto si entrerà in una logica di guerra».

Per far fronte alle violenze, l`Unione Europea sta considerando la possibilità di inviare un contingente militare. Qual è la vostra posizione al riguardo? «Non è la soluzione giusta. Non pensiamo che i congolesi vogliano un`altra missione militare straniera, che costerà miliardi e perpetuerà la logica di guerra di questo Paese. La gente ha bisogno di parlarsi, di sedersi a un tavolo e trattare, non ci servono altri militari».

A proposito di trattative, ritiene ancora possibile il dialogo con il governo? «Noi il dialogo l`abbiamo sempre sostenuto, è il governo congolese che ci ha chiuso la porta in faccia. Onestamente, non sembra che le trattative facciano parte del suo programma politico».

Cosa chiedete alla comunità internazionale per far cessare una guerra che va avanti ormai da 10 anni? «Che si prenda un po` di tempo per studiare bene la realtà congolese, e che torni con delle soluzione adatte ai nostri problemi. Finora sono state adottate politiche sbagliate, troppo compiacenti verso il governo.

Invece di costruire il nuovo Congo, così si rischia di distruggere quel poco che ci rimane».

Il governo di Kinshasa vi accusa di essere degli agenti stranieri al soldo del governo del Ruanda.

«Da che pulpito! Vorrei ricordare che chi guida in questo momento il Congo (il presidente Joseph Kabila) deve il suo potere a una ribellione che rovesciò il precedente regime partendo proprio dal Ruanda. Ora quelle stesse persone sputano nel piatto dove hanno mangiato. A parte ciò, uno dei grandi problemi di questo Paese è che, ogni volta che succede qualcosa, accusiamo gli Stati vicini.

Non penso sia la filosofia giusta.

Noi siamo congolesi, partiamo dalla realtà congolese e proponiamo soluzioni per i nostri problemi. Non siamo né armati, né sostenuti dal Ruanda. Il resto sono speculazioni».


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1 novembre 2008
Il Patto segreto

Il Foglio, 1 novembre 2008

Gerusalemme. L`attacco americano in Siria, vicino al confine con l`Iraq, è stato concordato con i comandanti siriani dell`intelligente militare. E` quel che sostiene Ronen Bergman, un esperto militare israeliano che segue i servizi segreti. In un articolo dettagliato pubblicato da Yedioth Ahronoth, Bergman raccoglie il racconto di due fonti americane "vicine all`operazione" che raccontano che i servizi segreti siriani collaborano da tempo con gli Stati Uniti perché il regime di Damasco teme al Qaida e le sue ramificazioni.

Bergman precisa che una delle fonti ha avuto fino a poco tempo fa un ruolo attivo e prestigioso al Pentagono e che la luce verde da parte siriana per l`attacco è stata l`ultima di una serie di collaborazioni. Grazie a questi contatti tra la Cia e l`intelligente del rais di Damasco, Bashar el Assad, il commando americano è arrivato in elicottero sul confine tra la Siria e l`Iraq, è sceso per pochi minuti ed è ripartito, lasciando sul campo almeno nove morti. Non appena sono arrivati i primi dettagli dell`attacco, tutti si sono interrogati su un semplice fatto: come è stato possibile che nessun aereo da battaglia di Damasco intervenisse, dal momento che l`ercito di Assad è in costante stato d`allerta? E` parso alquanto strano che un commando statunitense potesse entrare in campo siriano alla luce del sole, sotto gli occhi dei cittadini, senza che ci fosse almeno un tentativo di intervento locale.

Anche la tempistica dell`intervento non era molto coerente con il fatto che ora la Siria ha cominciato a collaborare con il comando americano a Baghdad, mettendo più pattuglie e controllando i passaporti alI`aeroporto:

i jihadisti che entrano in Iraq dal confine siriano sono scesi da 150 a circa venti nel giro di un anno. Un filmato pubblicato su un sito di notizie siriano - girato con un telefono cellulare - mostra che gli elicotteri americani volano senza alcun disturbo o pericolo.

"Non può essere un caso, in un regime di polizia com`è quello siriano", sostiene Bergman.

La risposta a questa stranezza è arrivata anche attraverso l`intelligente europea, secondo cui gli elicotteri sono sl stati intercettati dai radar antiaereo di Damasco, ma, una volta che questi hanno fatto richiesta per aprire il fuoco, si sono visti negare il permesso.

Lo zampino di Petraeus Naturalmente la Siria non ha alcuna intenzione di confermare questa collaborazione gli amici che stanno a Teheran non gradirebbero affatto - e per questo continua con la sua retorica antiamericana, accusando Washington di "crimini di guerra contro civili innocenti".

Ma intanto quanto accaduto non ha cambiato l`intenzione di organizzare un incontro tra il ministro degli Esteri siriano e funzionari americani di alto livello. La collaborazione tra i due paesi - spiega Bergman - è una continuazione della politica già iniziata da Hafez, il padre dell`attuale rais siriano, che voleva mantenere un canale aperto con gli Stati Uniti, nonostante gli interessi contrari:

"Per Assad figlio questo è molto più comodo poiché c`è un nemico comune, al Qaida". La rete che fa capo a Osama bin Laden si è già attivata in passato contro il regime siriano. Nel dicembre del 2006 aveva provato a bombardare l`ambasciata americana a Damasco e soltanto l`intervento delle guardie di Assad era riuscito a togliere il regime da un imbarazzo enorme. L`intervento di domenica scorsa, sempre secondo le fonti americane, sarebbe anche andato a buon fine. Il commando è riuscito a eliminare "Abu Raddie", un leader di al Qaida, responsabile dell`ala irachena dell`organizzazione, molto attivo nel reclutare stranieri da portare in Iraq. Yedioth sottolinea che lo stesso nome - "Abu Raddi" - apparteneva al leader di al Qaidq che aveva programmato l`attentato bloccato ad Amman nel 2005 e quello contro il quartier generale delle forze armate siriane di un mese fa in cui morirono una ventina di persone. E` probabile che si tratti della stessa persona.

C`è di più. Secondo quanto rivelato dall`emittente americana Abe, il generale David H.

Petraeus, che da ieri guida le operazioni militari americane dall`Egitto alla Cina, avrebbe voluto andare personalmente a Damasco a incontrare Assad. L`Amministrazione Bush, però, si è opposta: i tempi elettorali non sono quelli giusti, e la linea del dialogo è quella intrapresa finora dal capo democratico del Congresso, Nancy Pelosi. La notizia però conferma i contatti tra gli Stati Uniti e la Siria, La strategia s`inserisce in un più ampio progetto che mira a rompere il legame dell`asse del male tra Damasco e Teheran. II portavoce di questo rischioso tentativo è Nicolas Sarkozy, il presidente francese che ha legittimato il rais siriano pubblicamente alla kermesse di luglio a Parigi. E` di ieri però anche il rilancio di Ehud Olmert, premier israeliano (fino a febbraio, quando è previsto il voto), del dialogo con Damasco, a testimonianza di un progetto che coinvolge Europa, America e Israele.

1 novembre 2008
GHEDDAFI A MOSCA: PRONTO A OFFRIRE UNA BASE MILITARE


 IL MESSAGGERO,1 novembre 2008, LUCIA SGUEGUA



Navi russe nei porti libici. Più precisamente a Bengasi, là dove è consolidata la presenza italiana. A un tiro di schioppo da Sigonella. Non è un film ma, il dono "speciale" che il Colonnello Gheddafi avrebbe intenzione di offrire oggi a Dmitri Medvdev. È arrivato ieri a Mosca scortato dalle leggendarie amazzoni, le sue guardie del corpo personali, e con l`inseparabile tenda da beduino, il leader libico, per una visita ufficiale di 3 giorni in Russia.

La prima dopo 23 anni.

E secondo il quotidiano Kommersant, le coste della sua Libia sarebbero pronte a ospitare una base russa. O almeno, un punto di attracco e rifornimento per le navi del Cremlino, che al Mediterraneo ambisce da un pezzo.

Da "storia d`amore" come chiamò il rapporto con Mosca il Colonnello nel 1985, a "matrimonio d`interessi" commentano i media russi. Basato su interessi strategici convergenti, ora come allora, sottolinea il ministro degli esteri Lavrov ricordando la comune «fede in un mondo multipolare».

L`ultima volta di Gheddali a Mosca c`era ancora l`Urss, la Tripoli di "cane pazzo" era l`incubo di Washington, che un anno dopo lo bombardò per punirlo del sospetto appoggio dato al terrorismo internazionale. Poi le sanzioni Onu un lungo isolamento. Il colonnello non lo dimentica, e oggi sarebbe pronto ad accogliere i russi per mettersi al sicuro da eventuali attacchi Usa. Ma dietro evidentemente c`è ben altro: profumo di affari. Lo "scatolone di sabbia" che dal 2003, fine delle sanziooni, è al centro di una gara tra le big company occidentali per accaparrarsene i tesori: petrolio e gas. La Russia non vuol restar indietro.

anzi intende far valere l`antica amicizia.

Apripista, ad aprile scorso, Vladimir Putín: a Tripoli, seduto davanti a un fuoco di bivacco, condona a Gheddafi d`un colpo quei 4 miliardi e mezzo di dollari di debito che pendevano dai tempi dell`U rss.

In cambio, strappa la promessa di ricche commesse libiche in armi russe - più o meno equivalenti al debito condonato. Una vecchia tradizione: ancor oggi il 90% dell`esercito libico è equipaggiato con armi russo-sovíetiche.

Che hanno bisogno di ammodernamento, dalla flotta all`aviazione ai sistemi di difesa. Ottimo piatto per Mosca.

Ma Tripoli non ha ancora onorato i patti. Così, mentre i media esultano alla notizia che finalmente la tenda beduina ha trovato posto nella immensa metropoli russa (nel parco privato tra le mura del Cremlino) dopo i malditesta dei servizi segreti, i più insinuano che la faccenda della base non sia un regalo ma un modo per scusarsi. Uno shopping di armamenti libico per almeno 2 miliardi di dollari potrebbe essere siglato proprio durante la visita.

E in agenda c`è anche l`energia: Gazprom e la petrolifera Tatneft hanno già ottenuto 6 licenze per sfruttare i giacimenti libici. Mosca costruirà in Libia una ferrovia di 554 km. Si negozia per una centrale nucleare a uso civile.

Quanto alle ammiraglie della flotta russa, da mesi già esplorano le acque libiche, facendovi rifornimento mentre erano dirette in Venezuela a ottobre, con l`incrociatore Pietro il Grande ancorato a Tripoli. Back to the future, riassume la tv Russia Today parafrasando il celebre film americano dove il cattivone era libico. e terrorista.


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1 novembre 2008
POLVERINI: "PIU' DI COSI' NON POTEVAMO OTTENERE"

 IL MATTINO, Giusy Franzese, 1 novembre 2008

Tira un sospiro di sollievo Renata Polverini, la leader che, con questa vertenza Alitalia, ha portato per la prima volta il suo sindacato, l`Ugl, a guadagnarsi sul campo l`etichetta di quarto sindacato confederale nazionale.

Da questo punto di vista la vicenda Alitalia, per lei e l`Ugl, è stata certamente un favoloso trampolino di lancio.

Ma non senza rischi. Anche se lei non ha dubbi: «Più di così, in questa partita, il sindacato non poteva ottenere».

Segretario, siamo davvero ad una svolta definitiva e positiva di questa lunghissima vicenda Alitalia? «Io direi che stavolta abbiamo messo la parola fine alla vecchia Alitalia e la parola inizio alla nuova Cai. Cgil, Cisl Uil e Ugl hanno veramente salvato il destino di 12.600 lavoratori e della compagnia di bandiera. É ovvio che questa volta come non mai ci siamo assunti la responsabilità da soli di andare fino in fondo e di dare una prospettiva a questi lavoratori».

Rimane la non firma di piloti e assistenti di volo. Come farà la nuova compagnia a volare senza queste categorie? «Intanto anche i sindacati confederali rappresentano i piloti. Certo è auspicabile che le sigle di rappresentanza esclusive dei piloti e degli assistenti di volo, in qualche modo capiscano che la partita è finita. Ormai si parte: chi ci vuole stare, ci sta. Il loro contributo se arriva meglio, comunque non è più determinante».

Ma perché, secondo lei,le sigle non confederali danno una valutazione diversa della proposta Cai? «Loro hanno un interesse eli parte che guarda solo alla rappresentanza della categoria. Noi confederali abbiamo la necessità di salvaguardare gli interessi di tutte le categorie di lavoratori Alitalia, ma anche l`interesse generale.

Questa è un`infrastruttura troppo importante per il Paese. Abbiamo trattato le migliori condizioni possibili:

12.600 persone verranno assunte dalla Cai, per gli altri ci sono sette anni di ammortizzatori sociali, cosa quest`ultima che non ha nessun lavoratore in questo Paese. Un risultato non da poco soprattutto ora che stiamo andando incontro ad una crisi depressiva che già si fa sentire. Io credo che il senso di responsabilità deve necessariamente prevalere, dobbiamo far partire questa compagnia anche perché abbiamo tante altre cose di cui ci dobbiamo occupare».

Ma davvero la Cai per le assunzioni discriminerà - come accusano le sigle autonome - le donne in maternità? «Assolutamente no. Ci sono dei criteri di selezione chiari per soddisfare le esigenze dei lavoratori e delle lavoratrici.

E comunque, laddove ci fossero delle diverse interpretazioni tra azienda e sindacati, interverrà il sottosegretario Letta che con il suo "lodo" si è fatto garante dell`intesa».

Non temete proteste e agitazioni delle categorie che non hanno firmato? Insomma, c`è il rischio che nei prossimi giorni eventuali mobilitazioni possano provocare disagi a chi viaggia con Alitalia? «In questo momento credo sia difficile continuare a protestare. Ci sono tante aziende che stanno ricorrendo alla cassa integrazione, ci sono tanti posti di lavoro a rischio. Noi stiamo tornando a dare occupazione in un settore che era praticamente morto, in un`azienda che era finanziariamente fallita. Credo che i lavoratori di questo se ne rendano ben conto e sono certa che apprezzeranno il lavoro che Cgil, Cisl Uil e Ugl hanno fatto insieme.

E chiaro che nessun accordo poteva lasciare le stesse condizioni di adesso ed essere al 100% soddisfacente».

La nuova Alitalia di Cai sarà una compagnia forte? «Oggi abbiamo avuto rassicurazioni anche sul partner internazionale, che secondo noi è l`elemento di forza della nuova Alitalia. Ci hanno detto che sono in trattativa con i tre più grandi colossi europei, che sono a buon punto con tutti e tre, e che il passaggio immediatamente successivo alla presentazione dell`offerta è quello di individuare quale tra i tre è il partner migliore per Alitalia. Credo che la compagnia così com`è, le organizzazioni sindacali convinte di accompagnare questo processo e un buon partner internazionale, possono dare una prospettiva seria alla nuova compagnia».

 


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