.
Annunci online

zemzem
 
 
29 ottobre 2008
"In nome di Gandhi, stop agli attacchi ai cristiani'

la Repubblica, Orazio La Rocca, 29 ottobre 2008


CITTÀ DEL VATICANO - «La forza della non-violenza del Mahatma Gandhi e l' educazione alla pace di Benedetto XVI»: ecco la «strada» che, secondo il Vaticano, va intrapresa al più presto per fermare le violenze anticristiane in corso in Orissa e in tanti altri Stati dell' India. Lo scrive il cardinale Jean Luis Tauran, presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, nel tradizionale messaggio augurale inviato, a nome del Papa, agli indù per la tre giorni del Diwali, la festa della luce iniziata ieri. Un evento considerato momento centrale della spiritualità indù che celebra - si ricorda tra l' altro nel messaggio - «la vittoria della verità sulla menzogna, della luce sulle tenebre, della vita sulla morte, del bene sul male», ma che quest' anno cade nel pieno delle persecuzioni contro i cristiani per mano degli estremisti indiani. L' ultima vittima, proprio ieri in coincidenza con gli auguri papali. Si tratta di padre Bernard Digal, il religioso assalito, picchiato e abbandonato da un gruppo di fondamentalisti in un bosco di Kandhamal la notte del 25 agosto scorso, morto ieri dopo lunga e dolorosa agonia. La notizia è stata diffusa ieri sera da Asianews, agenzia stampa del Pime (Pontificio istituto missioni estere) diretta da padre Bernardo Cervellera, che definisce «padre Digal nuovo martire dei cristiani dell' Orissa, morto per le ferite alla testa e ai polmoni dopo una lenta agonia durata più di due mesi». Aumentano, dunque, i cristiani vittime dei fondamentalisti indiani, ai quali - scrive Tauran «ai cari amici indù» - occorre rispondere necessariamente con la «non-violenza» che «non è solo un espediente tattico, ma è l' atteggiamento di colui che, come ha detto più volte il Papa, è così convinto dell' amore di Dio e della sua potenza, che non teme di affrontare il male con le sole armi dell' amore e della verità». Tauran ricorda ancora che «nella tradizione indù la non-violenza è uno degli insegnamenti più importanti» tramandatoci da Gandhi, «il Padre della nazione indiana rispettato e tenuto in alta considerazione in tutto il mondo», per il quale «applicando il principio 'occhio per occhio' , 'tutto il mondo diventa cieco' ». Da qui l' invito a «indù e cristiani, soprattutto nella presente situazione» a farsi «vincere dall' amore senza riserve, con la convinzione che la non-violenza è l' unica via per costruire una società globale più compassionevole, più giusta e più attenta ai bisognosi. E' la nostra speranza e la nostra preghiera».

28 ottobre 2008
Il papa buono
l 'Unità, Giuseppe Tamburrano, 28 ottobre 2008

Giovanni XXIII è passato nell’immaginario collettivo come il «Papa buono». E tale certamente fu il
pontefice che veniva da una famiglia contadina non ricca. Stupende le parole «Fate una carezza ai
vostri bambini da parte del papa». Significativo il suo interessamento per gli operai dell’Arsenale di
Venezia quando fu patriarca in quella città. Ma Papa Giovanni fu qualcos’altro, di grande
importanza: aveva cuore e cervello, e usò la sua intelligenza, la sua saggezza, la sua cultura per una
profonda riforma degli orientamenti della Chiesa cattolica «universale». Ha raccontato Fanfani che
un giorno, vedendo una moltitudine di contadini che scendeva da una collina, il Papa gli disse:
«Ecco, io a quelle persone non chiederei da dove vengono, ma dove vanno per fare eventualmente il
cammino insieme». In questa frase vi è la «rivoluzione» giovannea.
Pio XII fu il papa della «condanna dell’errore» e volle una chiesa combattente, animatrice della
crociata contro il comunismo. Giovanni XXIII volle una chiesa universale, di tutti gli uomini e
donne di buona volontà, a prescindere dalle loro provenienze ideologiche o culturali: una chiesa
evangelica e pastorale. E fu il papa del «dialogo con l’errante». Molti furono i segnali di questo suo
orientamento ben prima di salire sulla cattedra di Pietro. Ne ricordo uno significativo, anche per le
sue implicazioni politiche (nel senso più alto). Il Partito socialista tenne a Venezia nel febbraio del
1957 il suo XXXII congresso. Il patriarca salutò l’assise con un manifesto beneaugurante con
queste parole molto significative: «Io apprezzo l’importanza eccezionale dell’avvenimento che
appare di grande rilievo per l’immediato indirizzo del nostro Paese» (le Gerarchie lo indussero ad
una ritrattazione).
Salito al soglio pontificio esattamente cinquanta anni or sono, papa Roncalli dispiegò la sua azione
riformatrice che consisté nel rinnovamento non delle Gerarchie (se si esclude la direzione
dell’Osservatore Romano), ma degli indirizzi ecclesiastici. La prima enciclica è la Mater et
Magistra, del luglio 1961, che rinnova la dottrina sociale della chiesa cattolica della Rerum
novarum di Leone XIII, e nella quale è sollecitato l’impegno ad operare per la giustizia sociale
scegliendo autonomamente le alleanze necessarie: è il superamento dell’integralismo, è l’apertura ai
soggetti collettivi impegnati nel sociale. L’enciclica successiva, Pacem in terris (10 aprile 1963), è
il documento fondamentale dell’indirizzo giovanneo che ispirerà il Concilio Vaticano II. Ecco il
passaggio centrale: «Va altresì tenuto presente chen on si possono neppure identificare false
dottrine filosofiche sulla natura, l’origine e il destino dell’universo e dell’uomo con movimenti
storici e finalità economiche e sociali, culturali e politiche… Inoltre, chi può negare che in quei
movimenti, nella misura in cui sono conformi ai dettami della retta ragione e si fanno interpreti
delle giuste aspirazioni della persona umana, vi siano elementi positivi e meritevoli di
approvazione? Pertanto, può verificarsi che un avvicinamento o un incontro di ordine pratico, ieri
ritenuto non opportuno e non fecondo, oggi invece sia tale, o lo possa divenire domani».
Per comprendere l’importanza del papato di Giovanni XXIII e il suo contributo al superamento
della guerra fredda, occorre collocarlo nel contesto mondiale, oltre che in quello nazionale. Era il
tempo in cui i popoli coloniali conquistavano l’indipendenza ed entravano nella storia e sulla scena
internazionale: il Terzo Mondo che fu fattore di equilibrio tra le due grandi potenze atomiche. Un
giovane intelligente e lungimirante entra alla Casa Bianca, J. F. Kennedy, con il programma della
«Nuova Frontiera» che non era solo impegno per la distensione internazionale, ma anche apertura ai
nuovi paesi del mondo sottosviluppato. Dalla rigida nomenclatura sovietica emerge un segretario
generale estroso, iconoclasta, Nikita Krusciov, che favorisce il disgelo con l’Occidente e avvia la
destalinizzazione (un cambiamento nel e non del sistema burocratico e autoritario del partito unico
russo). L’Italia è investita dal miracolo economico che rinnova il tenore di vita, le abitudini e le
culture, «europeizzava» il paese e faceva cadere gli steccati della rigida contrapposizione, specie tra
le forze sociali e politiche. Una parte della sinistra, il PSI di Nenni, aveva rotto col PCI di Togliatti
ed era disponibile all’incontro con i cattolici di sinistra e con la DC. La vecchia politica centrista e
conservatrice era in crisi e la DC non aveva più una maggioranza in Parlamento. È in questo
contesto che si collocano e risaltano l’opera del «Papa buono» e il suo Concilio. Egli ha favorito
una svolta decisiva nella politica italiana: ritirandosi nella sfera religiosa ed evangelica ha fatto
crescere l’autonomia politica dei cattolici: e Fanfani e Moro ebbero meno freni alla loro iniziativa
verso i socialisti. Ma l’indirizzo giovanneo non era solo una implicita apertura al dialogo tra
socialisti e cattolici. Il suo «dialogo con l’errante» è universale: riguarda tutti coloro che operano
per il «bene comune», e si rivolge anche ai popoli nuovi usciti dal dominio coloniale. La prima
traduzione concreta di questo dialogo fu in Italia il centro-sinistra. I socialisti furono profondamente
legati al Pontefice. Non per caso il 19 febbraio 1965 fu Nenni a celebrare all’ONU la Pacem in
Terris.

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Giovanni XXIII opinioni

permalink | inviato da zemzem il 28/10/2008 alle 19:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
27 ottobre 2008
Minoranze cristiane, l'Onu sia garante contro le persecuzioni
Il Messaggero, Francesco Paolo Casavola, 27 ottobre 2008

 Atti cruenti e distruttivi di persecuzione, in India e in Iraq, contro minoranze cristiane (la parte di l ndamentalisti indù ed islamici pongono in questione l'idoneità della gorernance mondiale a garantire la liberà di religione, come manifestazione di un diritto umano. Si è a torto conside nito i conflitti religiosi come affare interno degli ordinamenti statali. Dopo i secoli delle crociate e delle guerre di religione, le ideologie della modernità, e in particolare quelle clic hanno supportato il conflitto di classe nella dimensione internazionale, sia per l'adozione dell'ateismo proprio a materialismo scientifico, sia del secolarismo ra7ionalistico. avevàno spento o soltanto occultato le cause rei igiose di scontri interni o internazionali. L'adozione dei principio di laicità nella gran parte degli Stati costituzionali e l'estendersi della tutela dei (li ritti umani, tra cui q nello alla libera prolessione del culto, ha lasciato i rse cadere la vigilanza di taluni governi sul ne mergere nelle popolazioni dell' intolleranza religiosa. È difficile non immaginarc che ragioni politiche non abbiano dato esca al fanatismo che caratterizza gruppi interni a fedi tradizionali, potenzialmente ostili ad attività m issionaric (li prosclitisnio e di proniozione umanitaria di religio iii mondiali, paciliste e universali ste, quale quella cristiana. E se così è, l'incapacità dei governi di ristabilire tolleranza e ordine nei propri territori e tra i propri cittadini e sudditi, va non solo stigmatizzata e sanzionata nelle competenti sedi della comunità internazionale degli Stati, politiche e giurisdizionali, ma stimolata e aiutata dall'opinione pubblica clic con le inf rma zioni dci media è raggiunta in tutti i Paesi civili della terra. Le persecuzion i di minoranze rei igiose non offendono solo le comunità di fede a cui esse appartengono, ma l'intera civiltà del mondo che ha acquisito la forma giuridico-cost ituziona le della laicità. Dunque è il momento che l'Gnu si faccia promotore di ogni iniziati va utile a scongiurare una nuova insidia alla credibilità del sistema dei diritti umani, che fu voluto nella dichiarazione un i versale del 1948 come fondamento dell'ordine mondiale, dopo l'im ma ne eccidio delle guerre ideologiche. Sugli scenari attuali grava l'ammonimento clic viene dalle analisi di Samuel I luetingtl un sui conflitti di civiltà. Guerra santa, terrori 5fli0 diliìiso, xenol bia, razzismo e ora persecuzioni di inermi e pacifiche minoranze cristiane, possono essere ombre avanzanti di scontri di civiltà. L'appello rinnovato da Benedetto XVI perché i governi direttamente interessati agiscano in nome della libertà religiosa e della tolleranza alle religioni, ha valenza politica, perché ri chiama la protezione di un diritto umano. Ne ha un'altra autenticamente religiosa, perché quali che siano state le deviazioni del passato il cristianesimo propone l'an nuncio di fede, non lo impone. Il dialogo interreligioso presuppone nelle società multiculturali la convivenza e il confronto pacifico delle religiosi, liberate da ogni f rma di discriminazione e di odio reciproco. È confortante, per il nostro Paese, che mentre il Papa parlava, un'assemblea di un movimento d intellettuali cattolici votava un do cumento in cui si legge anche questo passaggio, che se va accettata «la realtà clic le religioni sono or mai parte della sfera pubblica, va altrettanto accettato l'assuinto che i principi fondanti della democrazia, il dialogo e non l'intolleranza, i diritti per tutti e non i privilegi per alcuni, gli uguali obblighi in cui si compendia la virt civica, vanno salvaguardati non riducendo al silenzio le religioni, ma rcndcndo dialogica e non intollerante la loro compresenza nella convivenza comune». Una democrazia laica non pu dare spazio ad assoluti inconciliabili lhtti valere con la violenza, «perché gli assoluti delle democrazie sono la dignità della persona, la libertà della coscienza, l'egiuag'tianza, il rispetto dei diritti dli tutti e quindi la pace, che è a stua volta legata alla capacità di capire e non negare le buone ragioni degli altri». 

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. persecuzione minoranze cristiani

permalink | inviato da zemzem il 27/10/2008 alle 18:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
27 ottobre 2008
L'Islam oltre le parole del Corano Così si cura il fondamentalismo

 Corriere della Sera, Abdelwahab Meddeb, 27 ottobre 2008


L' Islam non sta bene. In realtà, è malato. Mi è capitato di diagnosticare la sua malattia in una serie
di quattro libri scritti dopo il trauma prodotto dagli attentati criminali dell'11 settembre 2001. È una
malattia che si riassume nell'uso della violenza in nome di Dio. È su questo punto che dobbiamo
interrogarci, per sapere se si tratta di una fatalità propria all'Islam o se abbiamo a che fare con una
struttura che circola all'interno delle costruzioni religiose.
Fin d'ora, occorre riconoscere che la violenza generata dalla fede non è una caratteristica dell'Islam.
Si esprime in maniera virulenta anche nelle religioni venute dal sub-continente indiano, che lo
stereotipo associa alla spiritualità compiutasi nel miracolo della non violenza. Questa
predisposizione alla violenza si manifesta quindi persino al di fuori della sfera dei monoteismi il cui
conflitto interno, inutile ricordarlo, è fratricida.
Se consideriamo la sfera dei monoteismi, c'è da osservare che la guerra condotta in nome del
Signore fu biblica prima d'essere coranica. Basti pensare al massacro ordinato da Mosè in collera,
quando scopre la regressione del suo popolo al paganesimo. Dopo l'episodio del Vitello d'Oro, i
Leviti uccisero tremila persone in un giorno, su ordine del loro profeta pontefice (Es 32,28). Giosuè,
come successore del fondatore, non fu da meno. Per convincervi, vi invito a rileggere il passaggio
sul massacro che egli fece eseguire dopo l'assedio di Gerico, in cui né gli uomini né le donne né i
giovani né i vecchi e nemmeno le bestie furono preservati (Gs 6,21). Al giorno d'oggi, esistono fra
gli ebrei alcuni fanatici che interpretano letteralmente la Bibbia e che vogliono universalizzare e
attualizzare quello che loro chiamano il «giudizio di Amaleq», in riferimento al capo degli
Amaleciti: tribù che gli ebrei dovettero combattere perché impediva loro di giungere alla Terra
Promessa (Es 17, 8-15).
Così, per quanto riguarda la violenza, il profeta dell'Islam discende direttamente dalla legge
mosaica. Il famoso «verso della spada» (Corano IX,5), che ordina di uccidere i pagani, e quello
detto «della guerra» (Corano IX, 29), che chiama a una lotta a morte contro ebrei e cristiani, hanno
consonanza biblica. E sono questi versi a nutrire il fanatismo assassino degli integralisti islamici.
Se l'esercizio della violenza divina sembra in coerenza con i Testi Rivelati, è bene fare una
distinzione per gradi fra Giudaismo e Islam. Il secondo universalizza il primo.
Infatti il Giudaismo conduce la guerra del Signore per la sola Terra d'Israele, mentre l'Islam ha il
mondo come orizzonte di conquista. La jihad, ottimizzata dagli integralisti, non è un'invenzione
loro. È stata il motore dell'espansione islamica. Cito come testimone un cronista cinese del X secolo
(Ou-yang Hsui) che aveva constatato come le truppe musulmane si gettassero nel pieno della
battaglia alla ricerca del martirio dopo essere state galvanizzate dal loro capo, il quale prometteva il
paradiso a chi moriva combattendo sulla strada di Dio.
Vero è che il testo evangelico prende le distanze da questa violenza. Quel che sorprende è il ricorso
dei cristiani alla grande violenza attraverso la storia. In questo fenomeno scorgiamo un tradimento
del loro testo. Certo, Sant'Agostino ha teorizzato la guerra giusta per difendere le conquiste della
civiltà contro le invasioni barbariche. Ma non si trattava di una chiamata alla guerra in nome della
fede. Il dottore di Ippona doveva legittimare questa esortazione, pur sapendo che non corrispondeva
allo spirito evangelico. Tuttavia, il cristianesimo ha impiegato circa mille anni, con le Crociate, a
cristallizzare una nozione equivalente alla jihad.
Ricorro a queste rievocazioni non per attenuare il male che affligge l'Islam, ma per mostrare che il
Testo fondatore può essere oltrepassato, se non superato. Se il cristianesimo non ha onorato il
pacifismo del proprio testo evangelico, l'Islam può trovare i mezzi di neutralizzare le disposizioni
che, nel testo coranico, invitano alla guerra. È a questo che miriamo insistendo in particolare sulla
questione del contesto in cui fu emesso e ricevuto il testo.
Questa neutralizzazione attraverso il ritorno al contesto è assolutamente necessaria, non solo per
quanto riguarda il problema della violenza, ma anche per i molteplici anacronismi antropologici che
trascina con sé il diritto emanante dallo spirito e dalla lettera del testo fondatore (penso alla sharia
che il Corano ispira).
Quanto alla violenza, bisognerà evidentemente agire sugli Stati di genesi islamica per indurli a
prendere coscienza che hanno il dovere di neutralizzare la nozione di guerra santa, di jihad, poiché
essa è in flagrante contraddizione con la loro partecipazione al concerto delle nazioni, al cammino
verso l'utopia kantiana della «pace perpetua», che resta nello spirito del secolo, malgrado il
persistere delle guerre e degli effetti egemonici dei potenti e malgrado la loro emulazione per
acquisire la forza che li porterà a governare il mondo. Del resto, la diversità umana di questi tempi
si manifesta persino in questa pretesa all'egemonia universale attraverso la forza delle armi o del
denaro. Non si percepisce forse tale ambizione nell'emergere di Cina, India, Stati petroliferi arabi al
fianco di Europa e America?
È imperativo intervenire presso gli Stati islamici affinché aprano gli occhi su un mondo e un secolo
che cambiano. Per quanto riguarda l'identità religiosa, l'Islam continua a vedere i cristiani come
fossero ancora i protagonisti medievali del Cristianesimo. Da tempo invece i concetti di nazione e di
popolo hanno ridotto il riferimento alla religione. Ora che la scommessa dello Stato sembra postnazionale,
il ruolo determinante della religione si allontana ancora di più. In Europa, per esempio,
esso può essere ammesso solo se accostato alla nozione primaria e prioritaria di cittadino.
Questa nozione di cittadino porta con sé l'assimilazione di un altro diritto costruito al di fuori delle
prescrizioni religiose, che appartengono a un'altra epoca.
Insomma, quel che viene chiesto all'Islam per guarire, per uscire dalla maledizione, è di costruirsi
un sito post-islamico che possa essere contemporaneo ai siti in cui sono insediati ebrei e cristiani. È
necessario per non turbare il concerto delle nazioni. Ma, per il momento, gli Stati islamici — in
particolare l'Arabia Saudita — si accontentano di mettere in guardia i propri cittadini stimolandoli a
integrare un Islam del giusto mezzo, destinato a distinguerli da chi, fra i loro correligionari, vive la
propria fede secondo un'interpretazione estrema, massimalista. Questi Stati fondano il proprio
appello teologicamente, assimilando i massimalisti islamici a coloro che adottano la nozione di
ghulw, l'eccesso che il Corano vieta quando raccomanda alla «Gente del Libro» la moderazione
nell'interpretare il proprio dogma (Corano IV, 171; V, 77).
È un passo lodevole, ma davvero insufficiente, timido, soprattutto per la presenza dell'Islam in
Europa. Per tale presenza, abbiamo i mezzi di rendere operativo il sito post-islamico, incitando i
cittadini musulmani d'Europa a vivere nella libera coscienza secondo lo spirito del diritto positivo e
della Carta dei Diritti dell'uomo, abolendo qualsiasi riferimento alla sharia. Così, come musulmani
della libera scelta, potranno praticare un culto spiritualizzato che sapranno alimentare attingendo
alla mistica — ricchissimo capitale del sufismo — prodotta dalla loro tradizione religiosa.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Islam

permalink | inviato da zemzem il 27/10/2008 alle 17:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
27 ottobre 2008
La Parola di Dio. Ascoltata ed incarnata


  La Croix, Michel Kubler, 27 ottobre 2008


Scegliendo il tema della Parola di Dio per la prima assemblea del Sinodo da lui convocato,
terminato ieri a Roma, Benedetto XVI ha ottenuto un doppio successo. Da un lato, su un argomento
così poco istituzionale, si augurava che questo organismo collegiale, il cui ruolo è puramente
consultivo, potesse condurre una riflessione che portasse ad un forte consenso. Dall'altro, invitava i
padri sinodali – e, attraverso di loro, l'insieme della Chiesa cattolica – a fare propria la convinzione
centrale di questo pontificato: la fede non è innanzitutto adesione ad un corpo dottrinale, ma
l'esperienza di un incontro molto personale con il Cristo vivente.
Operazione riuscita. Tutti i membri di questa assemblea sono contenti, al termine di tre settimane di
scambi intensi, di aver avuto la grazia di tornare, insieme, al cuore della vita cristiana: la Parola di
Dio. Nessuna divisione importante è venuta a diminuire questa rara unanimità: questa volta, non
c'era materia di scontro. D'altronde, sotto l'impulso di un papa molto presente ai suoi lavori, il
Sinodo ha saputo porsi all'altezza dell'argomento – la Rivelazione di Dio all'umanità -, senza per
questo trascurare le implicazioni concrete nella vita dei fedeli e delle comunità.
Che cosa deve ricordare l'insieme della Chiesa al termine di questo appuntamento, in attesa del
documento con il quale Benedetto XVI potrà prolungarlo? Almeno due cose. Innanzitutto che la
Parola di Dio non è un discorso, ma una persona, Cristo, il Verbo incarnato: si tratta cioè di
ascoltare lui, sia leggendo le Scritture (che ognuno abbia la sua Bibbia e sappia leggerla!) o
celebrando i sacramenti, pregando o scoprendo i “segni dei tempi”, suscitati da Dio nel cuore degli
avvenimenti.
Tuttavia non basta ascoltare Dio che parla in seno alla sua comunità. “La Parola ascoltata deve
essere anche incarnata”, ricordava ieri il papa concludendo i lavori del Sinodo. Spetta quindi poi a
tutti i cristiani incarnare a loro volta, di fronte al mondo, quella Parola che hanno ricevuto. Perché li
fa vivere. Perché l'intera umanità ne ha bisogno per vivere.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Sinodo

permalink | inviato da zemzem il 27/10/2008 alle 17:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
27 ottobre 2008
Un Sinodo caratterizzato dal desiderio di rispondere alle attese pastorali

 La Croix, Isabelle de Gaulmyn, 27 ottobre 2008

Grazie agli interventi di diversi vescovi, questo Sinodo ha permesso di dare ampio spazio
all'esperienza pastorale
Durante un Sinodo sulla Parola, si ascolta... molto. E, talvolta, in maniera un po' laboriosa:
“Quando in una mattina ci sono 25 interventi, alla fine, si stacca la spina...” Ma questo ascolto non
è stato inutile. Se si è ascoltato così tanto, ricorda padre Enzo Bianchi, priore del monastero di Bose
ed esperto del Sinodo, “è perché ognuno ha potuto esprimersi”. L'ascolto è stato pacifico. “Il tema
non aveva niente di conflittuale, sottolinea il cardinale Godfried Danneels, non riguardava
problemi istituzionali.”
Per questo motivo si è giunti ad un accordo finale, di cui tutti si rallegrano. “Certo, non è come in
un Parlamento, con un vincitore. Siamo più vicini ad un'assemblea di tipo africano, che tende alla
ricerca del consenso”, confida un altro vescovo. Ascolto attento, anche, poiché, come dice
Monsignor Aké, vescovo di Yamoussoukro (Costa d'Avorio), “nessuno è venuto qui per divertirsi”.
La grande ricchezza degli interventi ha colpito tutti, in particolare gli interventi dei paesi detti di
missione, Asia ed Africa. “Prima, la maggioranza dei padri africani descrivevano ciò che vivevano
nel loro paese. Questa volta, sono entrati appieno nella problematica”, afferma il cardinale
Danneels.
L'elevato livello di formazione dei padri sinodali (la maggior parte biblisti) vi ha contribuito. Ma il
rischio, appunto, era di limitarsi alla teoria e al dibattito teologico.
“Prima del Sinodo, confida padre Enzo Bianchi, avevo paura che ci si riducesse ad una critica dei
metodi moderni di lettura della Bibbia, in particolare dell'esegesi storico-critica.” Infatti, osserva
un vescovo presente, all'inizio si è sentito un certo numero di padri, spesso cardinali di Curia,
mettere in guardia contro una lettura troppo libera della Bibbia. Ma l'intervento di Benedetto XVI
ha permesso di chiudere il dibattito. “Insomma, grazie a lui, si possono alla fine superare tutte le
tensioni che ci sono state, da un secolo, attorno all'esegesi, commenta il cardinale Danneels.
Benedetto XVI ha spiegato che l'esegesi rigorosa è importante. Ma che non può essere esaustiva,
perché nella Bibbia c'è più della lettera della Bibbia. Se l'esegesi ne prende il monopolio, la Bibbia
si trova allora ridotta ad un documento dell'antichità che non è più niente.”
Mentre la Bibbia è prima di tutto un incontro. Come ricorda Monsignor Aké, è il solo mezzo di
resistere al richiamo delle sette: “Se i nostri fedeli vivono un vero incontro con Dio leggendo la
Bibbia, resteranno!”.
Nei fatti, sono state le preoccupazioni pastorali ad avere grande spazio nei dibattiti. “È che
ciascuno, di qualsiasi continente, è alla ricerca di un soffio nuovo!”, nota Suor Evelyne Franc,
superiora delle Figlie della Carità di San Vincenzo de Paoli. L'incontro, secondo molti degli
intervenuti, può avvenire attraverso la lectio divina. A condizione di sapere in che cosa consiste,
precisa Enzo Bianchi: “Attenzione a non ridurla ad una lettura spiritualeggiante, che ne farebbe
una devozione in più.”
Anche il ruolo dell'omelia è stato oggetto di dibattito, come il posto dei poveri, ricordato dai
vescovi del Sud. “Hanno mostrato, a partire da esperienze nei luoghi meno favoriti, il potere della
Parola di Dio, sottolinea ancora Suor Franc. Non solo i più poveri possono nutrirsi della Parola,
ma della Parola sono anche dei formidabili trasmettitori.”
È anche stato menzionato il ruolo delle suore presso i più poveri. Allargando il discorso, questo
sinodo, a cui hanno partecipato 25 donne, ha permesso di ricordare il loro posto nella trasmissione
della Parola, con il servizio, la catechesi, l'insegnamento. La proposta dei padri sinodali, mirante ad
aprire anche alle donne l'accesso al ministero di lettore va in questo senso, anche se è stata una delle
proposte più discusse, così come è stata molto discussa l'apertura richiesta dal Sinodo al dialogo con
l'islam.
Riassumendo, “non c'è stato un grande progresso teologico”, constata padre Bianchi, ma la volontà
espressa con forza di ridare tutta la sua importanza alla Parola di Dio. I Sinodi, convocati ogni tre
anni, sono gli unici momenti di collegialità a livello della Chiesa universale. Questo Sinodo è stato
proprio vissuto come tale: a ciò ha contribuito anche l'atteggiamento del papa, che è stato molto
presente e che prendeva appunti. “Bisognerebbe tuttavia poter dialogare meglio, poiché si continua
ad avere una successione di monologhi, e si esita ad affrontare gli argomenti che possono dare
adito a scontri, nota un habitué. Di fatto, la sinodalità esige una grande maturità dei vescovi, e
nella Chiesa ci accontentiamo ancora troppo spesso dell'ascolto.”


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Sinodo

permalink | inviato da zemzem il 27/10/2008 alle 17:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
26 ottobre 2008
Svolta rosa del Sinodo. Bibbia letta dalle donne.

 Corriere della Sera , Luigi Accattoli,  26 ottobre 2008


Tra le 55 «proposizioni» approvate dai «padri sinodali» e «consegnate» al Papa come «consigli» per le sue decisioni, ce n'è una che chiede il «lettorato » per le donne, fino a oggi riservato agli uomini: si tratta cioè di autorizzare le donne a «proclamare» le letture bibliche durante le celebrazioni liturgiche. Non è una grande riforma, in quanto di fatto già le donne leggono, anche nelle celebrazioni papali, e dunque è verosimile che venga attuata. Altre proposizioni — che nell'insieme trattano della diffusione, dell'interpretazione e del culto della «Parola di Dio» nella Chiesa: era questo il tema del Sinodo — parlano della mancanza di libertà religiosa in molti Paesi e delle persecuzioni che ne vengono per chi si fa «portatore» della Parola, della necessità di instaurare riguardo alle Scritture un dialogo con le altre due religioni del Libro che sono l'Ebraismo e l'Islam, dell'opportunità di fare in modo che in ogni casa vi sia una Bibbia. Il Sinodo si chiude oggi con una concelebrazione dei 253 «padri» e del papa in San Pietro. Le proposizioni — che sono scritte in latino: «propositiones » — sono state presentate ieri alla stampa dal cardinale relatore del Sinodo, il canadese Marc Ouellet. A conclusione dei lavori il Papa ha offerto un pranzo agli ospiti nella «Casa Santa Marta». Questa è la proposizione numero 17 che chiede il lettorato per le donne: «I padri sinodali riconoscono e incoraggiano il servizio dei laici nella trasmissione della fede. Le donne, in particolare, hanno su questo punto un ruolo indispensabile soprattutto nella famiglia e nella catechesi. Infatti, esse sanno suscitare l'ascolto della Parola, la relazione personale con Dio e comunicare il senso del perdono e della condivisione evangelica. Si auspica che il ministero del lettorato sia aperto anche alle donne, in modo che nella comunità cristiana sia riconosciuto il loro ruolo di annunciatrici della Parola». Il fatto che le donne già leggano (avviene da quando è stata fatta la riforma liturgica di Paolo VI, nel 1969) e che si discuta se riconoscere questa funzione come «ministero ordinato», cioè come incarico conferito con una particolare «benedizione», sta a dire quanto sia prudente la Chiesa cattolica di fronte a qualsiasi riforma. Alle donne accenna anche la proposizione 53 che invita al dialogo con l'Islam, raccomandando di insistere «sull'importanza del rispetto della vita, dei diritti dell'uomo e della donna, come pure sulla distinzione tra l'ordine sociopolitico e l'ordine religioso nella promozione della giustizia e della pace nel mondo. Tema importante in questo dialogo sarà anche la reciprocità e la libertà di coscienza e di religione. Si suggerisce alle conferenze episcopali nazionali, dove risulti proficuo, di promuovere circoli di dialogo tra cristiani e musulmani ». Sono parole sobrie, ma impegnative: quando si dice diritti delle donne si allude alla poligamia, con la «reciprocità» si chiede che i cristiani abbiano nei Paesi musulmani le libertà di cui i musulmani godono nei Paesi a tradizione cristiana. La proposizione 38 afferma che «la testimonianza del Vangelo porta spesso alla persecuzione» e il Sinodo «fa appello ai responsabili della vita pubblica perché garantiscano la libertà religiosa». Una dichiarazione del portavoce vaticano Federico Lombardi sviluppa questo concetto applicandolo alla «orribile violenza» di cui sono oggetto i cristiani in Iraq: «Occorre assolutamente che i gruppi fanatici fondamentalisti vengano combattuti con decisione ».


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Chiesa Cattolica si può fare di più

permalink | inviato da zemzem il 26/10/2008 alle 22:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
26 ottobre 2008
Roma e la povertà

 Il Manifesto, Filippo Gentiloni, 26 ottobre 2008



Si torna a parlare di teologia della liberazione, anche se in maniera occasionale e non molto convincente. Due le occasioni. La prima è la persona di uno dei protagonisti, Miguel D’Escoto, nicaraguense, ex prete cattolico, divenuto presidente dell’assemblea generale dell’Onu. D’Escoto dichiara, fra l’altro, al
Corriere della sera: «La verità più importante, da cui dipende la nostra stessa sopravvivenza è che siamo tutti fratelli e sorelle». Naturalmente tifa per Obama e dice di non avere «tempo per litigare con il Vaticano». La seconda occasione è un’interessante disputa all’interno della stessa teologia della liberazione (la riporta estesamente il Regno, 2008, 17). Da una parte alcuni teologi, sempre latinoamericani (fra cui il più noto, Clodovis Boff), timorosi che l’attenzione della teologia per i poveri possa eclissare quella - necessaria e prima - per Gesù Cristo; dall’altra altri teologi (fra cui il fondatore Gustavo Gutierrez) difendono la teologia della liberazione sostenendo che l’attenzione ai poveri non distoglie da quella per Gesù. Una discussione di grande interesse, ma che non basta a dissipare l’impressione di una certa crisi. Negli ultimi anni nella stessa America latina la teologia della liberazione procede con una certa difficoltà. I motivi evidenti: Roma e la situazione internazionale. A Roma è stata largamente dominante la paura del comunismo ateo e della sua possibile diffusione anche in America latina. Perciò una certa freddezza anche nei confronti di una teologia che metteva i poveri in primo piano. Una freddezza che si univa, anche se accidentalmente, con una situazione politica largamente dominata dalla Casa bianca. La teologia della liberazione ha dovuto resistere a questo duplice attacco convergente. Una resistenza spesso eroica anche se non sempre vincente. Ci vorrà tempo per valutare i risultati di uno scontro che ha reso più difficile il rapporto di Roma con i poveri non soltanto dell’America latina ma di tutto il mondo, specialmente dell’Africa. Vedremo le vicende dei prossimi anni - specialmente le elezioni negli Stati uniti - potranno modificare il rapporto del cristianesimo con i poveri, riportando in primo piano le posizioni della teologia della liberazione. Se ne avvantaggerebbero non soltanto i poveri del mondo ma la stessa autenticità del messaggio cristiano. Il papa non rischierebbe più di apparire, come è stato detto, cappellano della Casa bianca.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Teologia della liberazione Chiesa Cattolica

permalink | inviato da zemzem il 26/10/2008 alle 22:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
26 ottobre 2008
E Ratzinger apre agli ebrei "Non usare mai il nome Jahvè"

 la Repubblica, Marco Politi, 26 ottobre 2008

 

Non nominare il nome di Jahvè invano. Anzi, non usarlo mai. La Chiesa cattolica si mette sulla stessa lunghezza d'onda dell'ebraismo e prescrive a tutti i sacerdoti di non pronunciare mai il nome
sacro durante i riti. L'invito, anzi un ordine, è contenuto in una circolare inviata dalla
Congregazione per il Culto divino prima dell'estate a tutte le conferenze episcopali. Il documento, non pubblicizzato, è riemerso in margine ai dibattiti sinodali sul legame tra cristianesimo ed ebraismo. Firmato dal cardinale Francis Arinze prescrive tassativamente: «Non si deve pronunciare il nome di Dio sotto la forma del tetragramma YHVH nelle celebrazioni liturgiche, nei canti, nelle preghiere». Quanto alle traduzioni della Bibbia nelle lingue moderne, che servono alla funzioni liturgiche, il divino tetragramma dovrà essere letto come Adonai (ebraico), Kyrios (greco) e dunque Signore, Herr, Lord, Seigneur. E' uno dei cardini della tradizione ebraica che il nome di Dio sia indicibile. Solo il Sommo Sacerdote nel Tempio di Gerusalemme poteva pronunciarlo in rare occasioni. Nell'ultima fase, prima della distruzione del secondo Tempio, soltanto nel giorno del Kippur e unicamente in quella sala denominata Santo dei Santi. Il documento vaticano parte dalla premessa che non si sa nemmeno quale sia la pronuncia esatta. Jahvè? Jahweh? Jave? Jehowah? I testi ebraici, infatti, riportano nella scrittura soltanto le consonanti. Ma questo rimane un dettaglio filologico. La Congregazione per il Culto richiama invece l'attenzione sul fatto che le prime comunità cristiane si sono sempre attenute alla tradizione di ritenere ineffabile il nome di Dio e di renderlo con un altro termine. I primi cristiani, in effetti, hanno adottato la parola che già la traduzione della Bibbia in greco - fatta in pieno ellenismo dagli ebrei grecizzanti - usava: Kyrios, che significa Signore. Ma c'è anche una sottigliezza del magistero papale. Se Signore è il termine che qualifica Jahvè, cioè Dio, allora quando nei testi dei Vangeli e nelle Lettere di san Paolo si legge che Gesù Cristo «è il Signore», questo significa confermare la sua divinità. E' indubbio che la decisione vaticana riflette la particolarissima attenzione di Benedetto XVI verso l'ebraismo. E c'è un retroscena. E' stato il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, andando in udienza da papa Ratzinger il 16 gennaio 2006, a sollevare il problema spiegando al pontefice il disagio dell'ebraismo, quando viene usato nei riti il nome divino. «Il Papa - ricorda oggi Di Segni - si mostrò molto attento e disponibile, dicendo che in realtà si trattava di una deviazione dalla tradizione». La risposta papale alla richiesta del rabbino capo si trova nella lettera ai vescovi delle Congregazione per il Culto e non è un caso che la data della firma sia il 29 giugno 2008, festa di Pietro e Paolo, festa del papato. «Per direttiva del Santo Padre» è scritto nel preambolo del documento. E' una decisione che avvicina molto, dal punto di vista liturgico, la Chiesa cattolica all'ebraismo. «Lo considero un segno di rispetto nei confronti della sensibilità ebraica», commenta Di Segni. D'altra parte l'uso di "Jahvè" è sempre stato più diffuso fra i protestanti. Tuttavia non sempre fra gli ebrei dell'antichità il nome divino è stato impronunciabile. Come altri popoli dell'antico Oriente gli ebrei avevano l'abitudine di comporre i nomi propri usando il nome della divinità preferita. «Jahvè o El o Baal-mi - protegge», ad esempio. Giovanni, Giosuè, Gesù sono tutti nomi del genere, che hanno nella loro radice il termine divino. E sono state trovate anche iscrizioni che invocano espressamente la benedizione di Jahvè (comunque sia stato pronunciato) e persino graffiti che raffigurano il dio Yahvè con la sua (compagna-dea) Asherah.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Chiesa Cattolica Ebraismo

permalink | inviato da zemzem il 26/10/2008 alle 22:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
25 ottobre 2008
L'ombra su Pio XII

Il Foglio, Giulio Meotti, 25 ottobre 2008



Il rabbino capo di Roma, rav Riccardo Di Segni, non era ancora intervenuto in merito alle ultime polemiche tra Israele e la Santa Sede sulla beatificazione di Pio XII, il pontefice della Seconda guerra mondiale da molti anni oggetto di controversie storiche, religiose e politiche.

Di Segni, che ha perso parenti alle Fosse Ardeatine e ne ha avuti altri deportati nei campi di concentramento, è il rabbino della comunità ebraica romana avviata alle camere a gas il 16 ottobre 1943. Il suo pensiero e le sue parole su Pio XII, non faziose ma che arrivano dopo diversi giorni di riflessione, hanno dunque un valore straordinario. Di Segni si oppone alla canonizzazione di Papa Pacelli. In questa intervista al Foglio spiega perché.

“C’è stata troppa foga intorno a Pio XII e la concitazione dovrebbe lasciare il campo alla meditazione. Noi ebrei non dobbiamo interferire nelle decisioni della chiesa, ha le sue regole e canoni. Ma anche da un punto di vista emotivo questa vicenda ci coinvolge molto. E in un momento in cui la chiesa si apre al mondo ebraico, abbiamo diritto di far sentire le nostre ragioni”.

La beatificazione è parte di una discussione più ampia.
 
“E’ la responsabilità del mondo cristiano durante la Shoah, un problema che va oltre Pio XII. Le verità della chiesa cattolica sono parziali, come l’idea che il nazismo fosse pagano, che fosse ideologia anticristiana e che l’antisemitismo fosse rigettato dalla chiesa.
Ci sono altre verità che moderano questi giudizi. L’antigiudaismo era praticato senza alcun complesso, persino con toni duri, da parte della chiesa.
Il nazismo si muoveva nel disprezzo coltivato da secoli. Diplomaticamente la chiesa ha fatto anche accordi con Hitler. Per questo la beatificazione di Pio XII comporta al momento la liquidazione di problemi irrisolti”.

Si dice che se Pacelli avesse alzato la voce contro il nazismo, avrebbe messo a rischio gli ebrei nascosti nei conventi.

“Falso, i rischi erano per il mondo cattolico, non per quello giudaico. Dove c’è stata una forte protesta, i treni verso la morte si sono fermati. I nazisti volevano il silenzio. Chi ha detto che sarebbe stato peggio se il Papa avesse parlato? E’ troppo facile dire così. Il problema è molto più antico, è il fatto di come si sono poste le religioni di fronte all’Olocausto che si stava profilando. Ci fu un calcolo di opportunità. Chi è finito in camera a gas non poteva protestare. Le esternazioni contro i governi silenziosi non erano semplici per un popolo massacrato”.

Un ministro israeliano, il laburista Isaac Herzog, ha usato parole molto dure contro il Vaticano.

“Herzog è il nipote del rabbino che venne a Roma da Pio XII a perorare la causa dei bambini ebrei nascosti nei conventi e che i cattolici stavano battezzando. Uno era il cardinale Lustiger. A Herzog interessava la sorte di quei bambini. Non poteva parlare in modo differente di Pio XII, ricordo la disperazione di quest’uomo a cui non fu concessa udienza dal Papa prima del 1946. A cose già finite. Eravamo un popolo che cercava di salvare il salvabile. Altro che ‘leggenda nera’ di Pio XII, io parlerei invece di storia grigia”.

La polemica su Yad Vashem e gli Alleati Si è discusso dell’interferenza ebraica e israeliana negli affari ecclesiali.

“Al popolo ebraico si chiede di non interferire nelle decisioni della chiesa, ma allora perché si interferisce con la decisione su una placca a Yad Vashem dedicata a Pio XII? Ho il dubbio che si voglia trasformare in perfezione l’intera storia. Per qualcuno l’imperfetto non esiste in grammatica. Esiste soltanto il perfetto”.

Il vicedirettore del Corriere della sera, Pierluigi Battista, si è domandato perché si parla soltanto dei silenzi di Pacelli e non delle potenze alleate che sapevano della Shoah.

“Non voglio certo assolvere Churchill e Roosevelt, ma stavano facendo la guerra e i loro cittadini morivano a migliaia sui fronti”, dice Di Segni. “Versavano lacrime e sangue per combattere il nemico. Lacrime e sangue che non furono sempre versate da un’altra parte. Da un leader spirituale come il Papa ci si aspettava un alto standard etico”.

Il rabbino chiude così sull’affaire Pacelli. “Nell’ottobre 1943 Pio XII non disse ai nazisti di fermare i treni. Poteva ordinarne il blocco. I miei nonni in Bulgaria sarebbero stati tutti deportati se il primo ministro bulgaro non avesse detto ai tedeschi che i treni non avrebbero lasciato il paese. E non partirono. Oggi sarebbe impensabile scatenare lo stesso odio di allora senza suscitare una grande protesta. Questa protesta fin dagli anni Venti è stata debole, rara, vacillante, sempre misurata sulla diplomazia”.
 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Pio XII Di Segni

permalink | inviato da zemzem il 25/10/2008 alle 18:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
25 ottobre 2008
Il Sinodo: diffondere la Bibbia sfruttando internet e iPod

 la Repubblica, Marco Politi,  25 ottobre 2008

Messaggio dei vescovi al termine dei lavori. "Le scritture al centro del dialogo dei cattolici con ebrei e musulmani". Tramonta il progetto di un´enciclica papale per mettere in riga la teologia contemporanea.

Portare la Bibbia nella società, anche sfruttando Internet e iPod, cd e dvd, respingere il fondamentalismo, dialogare con le altre religioni e gli atei, testimoniare giustizia e solidarietà: sono questi i punti salienti del messaggio che i padri sinodali rivolgono ai credenti cattolici. Conoscere la Bibbia, affermano, è essenziale per riscoprire la propria identità. Spira un´aria conciliare nel testo diffuso al termine dei lavori. «Il Sinodo guarda al mondo con simpatia», dichiara il vescovo cileno Silva Retamales. Tramonta il progetto di un´enciclica papale per mettere in riga la teologia contemporanea. Si afferma una posizione più equilibrata. La ricerca storica e letteraria - afferma il documento - è necessaria per non irrigidirsi nel fondamentalismo. Ma - aggiunge uno degli estensori, monsignor Gianfranco Ravasi - è indispensabile integrare il lavoro di ricerca con la dimensione del Divino. Il messaggio invita ad un rapporto intenso con la tradizione ebraica e ad un confronto pieno di «rispetto» con i credenti delle altre religioni e i loro «libri sacri». Sia con i musulmani sia con i rappresentanti delle grandi credenze orientali: induismo, buddismo, confucianesimo. Ma anche con i non credenti, sottolinea la dichiarazione, bisogna collaborare per la pace e la giustizia testimoniando la Parola di Dio. Evitando una religiosità disincarnata, i padri sinodali esortano i cattolici a prendere posizione sui fenomeni di emarginazione, oppressione, violenza e guerre nel mondo contemporaneo. Il cristiano starà vicino ai poveri e ai sofferenti, con una solidarietà ed un amore che «non giudica, non condanna, ma costruisce, illumina, consola e perdona» nel segno di Gesù. Al termine dei lavori i patriarchi e vescovi orientali hanno diffuso un appello per la pace e la libertà religiosa in Terrasanta,Libano, Iraq e India.




permalink | inviato da zemzem il 25/10/2008 alle 15:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
25 ottobre 2008
Suora indiana stuprata. «La polizia stava a guardare»

  Corriere della Sera, Cecilia Zecchinelli, 25 ottobre 2008,

Testa bassa sotto lo scialle a disegni tradizionali; viso nascosto da occhiali e microfoni; voce (uninglese con forte accento indiano) esile. Ma parole chiare e forti: «Sono stata violentata e la polizia locale invece di proteggermi ha fraternizzato con gli assalitori. Non voglio essere compatita, voglio un'inchiesta a livello federale». Nella sua prima, affollatissima conferenza stampa all'Indian Social Institute dei gesuiti a New Delhi, suor Meena Barwa della congregazione delle Servitrici, 29 anni, ha ricordato in diretta tv lo stupro che le cambiò la vita due mesi fa e accusato apertamente la polizia del suo Stato, l'Orissa. Il 25 agosto, nel centro pastorale di Nuagaon, distretto di Kandhmal ovvero povera campagna dell'Est, la giovane suora indiana e il sacerdote Thomas Chellan erano stati attaccati da una quarantina di fanatici indù, picchiati, denudati, fatti sfilare per il villaggio, avevano rischiato di finire bruciati vivi. Invece, lei fu violentata da un estremista (anche se le prime notizie parlavano di stupro di gruppo), padre Chellan malmenato per ore. Solo a sera la polizia era intervenuta per liberarli. Senza troppo impegno, confermano vari testimoni. «Le forze dell'ordine non mi hanno aiutato, non volevano nemmeno accogliermi nella stazione di polizia, poi hanno fatto di tutto per non farmi sporgere denuncia», ha detto la religiosa, che aveva preso i voti in aprile. E che ieri, nell'affrontare i media dopo due mesi di silenzio, era affiancata dal vescovo di Bhubaneshwar, capitale dell'Orissa, e dal portavoce della Conferenza episcopale indiana.«Voglio che la gente coinvolta in questi crimini venga allo scoperto e che sia fatta giustizia a suor Meena», ha dichiarato ieri il vescovo, monsignor Cheenah. Due giorni prima dell'inusuale conferenza stampa, la Corte Suprema indiana aveva negato l'appello della suora che chiedeva un'inchiesta federale dopo aver deciso di non collaborare per totale mancanza di sfiducia con le autorità del suo Stato. Che negli ultimi tempi è stato travolto da un'ondata di nuove violenze anticristiane(almeno 37 morti in due mesi) e le cui autorità sono accusate da governo indiano, Chiesacattolica e organizzazioni dei diritti umani di lasciare liberi gli estremisti indù, scatenati in vistadelle elezioni del 2009. «Questo caso è importantissimo per la Chiesa indiana, sotto tiro e ricordata più volte dal Papa negli ultimi discorsi, ma anche per l'India», dice al Corriere padre Bernardo Cervellera, direttore di Asia News, il cui sito pubblica oggi l'intera testimonianza di suor Meena. «È un caso esemplare perché una donna indiana di una zona povera e tradizionale ha avuto il coraggio di parlare, superando il pudore e lo choc, sostenuta in questa sua denuncia da tutta la Chiesa indiana a partire dalla superiora dell'ordine di Madre Teresa». È stata infatti madre Nirmala Joshi (la stessa che ha scritto recentemente al primo ministro indiano chiedendogli di difendere i cristiani) a convincere la suorina dell'Orissa a rompere il silenzio. «Ma è un caso importante anche perché la voce di una persona consacrata può fare molto in quel Paese — continua padre Cervellera —. In India le persone votate alla religione sono riverite, considerate. Se le autorità dell'Orissa hanno iniziato a fare qualcosa a difesa dei cristiani in questi due mesi è stato proprio per la prima denuncia di suor Meena».


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Violenza donne

permalink | inviato da zemzem il 25/10/2008 alle 15:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
25 ottobre 2008
Arnaldo Momigliano, fuga dal potere cristiano

 Corriere della Sera, Alberto Melloni , 25 ottobre 2008

«Massimo non ti fidare... ». Così — con un riferimento alla famosa frase che D'Azeglio raccontava d'essersi detto nel suo colloquio col re — Carlo Dionisotti si spiegava perché Arnaldo Momigliano, pur accettando un insegnamento alla Normale, non fosse voluto rientrare nell'Italia che lo avevaespulso con le leggi razziali, nemmeno dopo la liberazione e dopo che gli «sconsacrati delcentrosinistra» ne avevano consolidato la democrazia. Un residuo di diffidenza, legato anche ad uno dei temi di ricerca che Momigliano si era dato e che puntava a spiegare perché «il cristianesimo, pur derivando la sua forza rivoluzionaria dalle linee non ortodosse del pensiero pagano, in sostanza accettò e rafforzò con la sanzione divina qualsiasi tipo di Stato pagano che desse mano libera alla Chiesa». Era una domanda che nella luce sinistra degli anni Trenta e Quaranta lampeggiava più forte, ma che era rimasta viva in Momigliano ancora nel 1958, quando organizzò al Warburg Institute quella serie di lezioni di autori (Brown, Marrou, Jones, Courcelle, Bloch) destinati a diventare le stelle fisse degli studi tardo-antichi, tradotte in italiano da Einaudi col titolo Il conflitto fra paganesimo e cristianesimo nel secolo IV. Quel nodo, il rapporto fra paganesimo e cristianesimo nell'età di Costantino rimane ancora aperto oggi, come ha ricordato un convegno pochi giorni fa al Monastero di Bose. Perché da un lato non c'è esperienza cristiana che si dia fuori da forme culturali e politiche date: queste vengono «cristianizzate » nel confronto, nella lotta, nel dialogo, nella metamorfosi. Dall'altro, però, non c'è forma culturale e politica che ad uno sguardo attento di fede non appaia limitativa, pericolosa, opprimente rispetto alla dirompente novità evangelica che proprio nel comodo politico-culturale del «potere cristianizzato » si sente minacciato in ciò che gli è peculiare e proprio.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. cristianesimo

permalink | inviato da zemzem il 25/10/2008 alle 15:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
25 ottobre 2008
Aprì le finestre della Chiesa

 La Stampa, Enzo Bianchi , 25 ottobre 2008

Cinquant’anni fa in questi giorni un conclave numericamente esiguo eleggeva come vescovo di Roma e Papa l’anziano e pacioso patriarca di Venezia, Angelo Roncalli, ritenendo forse che laChiesa avesse bisogno di un periodo di tranquilla transizione dopo il solenne pontificato pacelliano. Non passano nemmeno cento giorni e Papa Giovanni spalanca le finestre della chiesa e apre orizzonti insospettati: è l'annuncio del concilio Vaticano II, una «nuova Pentecoste» per una Chiesa che a molti appariva un «museo da custodire» - come annotava Roncalli stesso nel suo diario alla notizia della morte di Pio XII - e che sotto l’impulso dello Spirito diventava un «giardino da coltivare, fiorente di vita». Sì, la «transizione» nella storia iniziava con lui e si preannunciava come stagione non più di difesa polemica, e a volte di crociata verso il nemico, bensì di dialogo con il mondo, di ascolto anche dell'avversario, di riconciliazione con i fratelli separati, di revisione dell'atteggiamento verso gli ebrei. Biografie di Papa Giovanni, edizioni critiche dei suoi scritti, fra tutti il Giornale dell'anima, riletture del suo pontificato profetico, ricordi di persone a lui vicine non sono mancate in questi anni, in particolare in occasione della sua beatificazione, ma l’agile saggio che Alberto Papuzzi gli dedica (Papa Giovanni. La Chiesa, il Concilio, il dialogo, Donzelli, pp. 234, e16,50) si fa apprezzare per il taglio di sapiente approfondimento giornalistico proprio dell'autore, a lungo responsabile delle pagine di cultura della Stampa. Una rilettura che non cela passione, simpatia e consonanza con quella stagione della Chiesa divenuta inaspettata occasione di speranza per il mondo intero. Papuzzi rilegge sulla base di un'attenta documentazione la situazione alla morte di Pio XII, lo svolgersi del conclave, l'intrecciarsi delle vicende ecclesiali con la politica italiana e internazionale, la visione di Papa Giovanni sulla Chiesa e l'audacia profetica dell'intuizione conciliare. E’ come un abbraccio cordiale che sa andare al di là della nostalgia per cogliere i segni e i frutti che non sono venuti meno in questi cinquant’anni. Non a caso l’appendice riporta molto opportunamente tre testi fondamentali del magistero giovanneo: la Mater et magistra, la Pacem in terris e l’indimenticabile Gaudet mater Ecclesia con cui si aprì non solo il Vaticano II ma il cuore e la mente di tanti uomini e donne di buona volontà.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. papa giovanni enzo bianchi

permalink | inviato da zemzem il 25/10/2008 alle 15:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
25 ottobre 2008
Cari laici, la fede merita rispetto

Avvenire, Gianni Gennari, 25 ottobre 2008

«Se la storia mette a disagio»: ieri su "Repubblica" (p. 57) Corrado Augias replica con questo titoloalle osservazioni mosse qui l’altro ieri ad un articolo di Marco Politi che partendo da due libri suoi -di Augias - giungeva allegro a sostenere che oggi «la Chiesa ha paura». Di che? Del metodo storicocritico.E perché? Perché Benedetto XVI al Sinodo ha detto che esso è utile, benemerito e necessario, ma se usato col pregiudizio non scientifico, ma ideologico, che esclude ogni realtàdivina, diventa inaccettabile per la fede cristiana. Paura? No! Ovvietà. Il Papa poteva dire ilcontrario?Il metodo storico-critico è usato da più di un secolo anche dall’esegesi cattolica. Mezzo secolo fa,1959, ragazzino di prima teologia, cominciai a studiare la Bibbia all’Università del Laterano, alloraroccaforte della tradizione "conservatrice", su testi come lo Strack Billerbeck, Simon Dorado eZedda, metodo storico-critico ad ogni pagina… Il fatto è che Augias, pur di suo principiante inmateria biblico-teologica, identifica con verità di critica storica le sue liberissime opinioni, anche se in termini di testi e vera storia, nero su bianco, sono smentite dai fatti. Libero, Augias, di non credere che Gesù sia Figlio di Dio, non libero di sostenere impudentemente - per iscritto nei libri, o a viva voce e faccia dolcemente sorridente a "Che tempo che fa" - che Gesù non ha mai detto di essere Figlio di Dio e Dio stesso. Decine di citazioni testuali lo smentiscono, e la stessa accusa di "bestemmia" che lo porterà alla Croce, «tu che sei un uomo dici di essere Dio» (Gv, 10, 33, e anche Mt. 9, 3 e 26, 66) stanno lì da 2000 anni, nei codici più antichi. Non ci crede? Benissimo, ma cisono lo stesso! Il disagio non viene dalla "storia", ma dalle libere opinioni di Augias - chierichetti di casa a tappetino, pur diversi - spacciate come fatti incontrovertibili. A proposito: qui apro una parentesi sui silenzi di Politi sulla libertà religiosa in Urss e Paesi satelliti. I suoi articoli dall’Est, e anche da Mosca, cominciano negli anni ’70, ben prima dell’era Gorbaciov, che del resto proprio nel primo discorso storico ribadì gli articoli 51 e 52 della Costituzione brezhneviana del giugno 1977, in cui la libertà religiosa era negata… Ma vale la pena di tornare alla sostanza.Tesi ricorrente di Augias e compagnia di ballo in pagina e in Rai, è che nei testi di "chiesa" cristiana si parla solo dopo il 135 e la seconda distruzione di Gerusalemme, e anche che la Trinità è un’invenzione successiva di secoli. Ebbene: metodo storicocritico alla mano, segnalo ad Augias, e se serve ai Pesce, Cacitti e Politi, che la prima Lettera di San Paolo ai Tessalonicesi, il testo indubitabilmente più antico del Nuovo Testamento, che risale agli anni 50/51 (cfr. gli studi di maestri del metodo storico-critico come G. Barbaglio, B. Rigaux, O. Kuss, J.M. Cambier e tanti altri) comincia con una decina di righe nelle quali si nomina «la chiesa dei Tessalonicesi», poi si leggono «Dio Padre», «Gesù Cristo nostro Signore» (in greco "kyrios", termine tecnico per la divinità"), «lo Spirito Santo» e, guarda caso, anche «fede, speranza e carità», le tre virtù dette «teologali» perché divinizzano la nostra umanità. Nero su bianco: in pratica c’è già tutto, e dall’inizio. Augias può dire che non ci crede, e spiegare le sue ragioni - è libertà - ma se scrive e dice che testi come questo non ci sono o è un falsario che inganna gli altri, o uno che scrive di cose che non conosce: scelga lui. A un non credente tutto il rispetto dovuto - nessun credente degno di questo nome scriverà che è «un cretino», come va di moda su "Repubblica" e dintorni - ma di fronte ai falsi il disagio è naturale. E senza alcuna paura della storia…


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. corrado augias

permalink | inviato da zemzem il 25/10/2008 alle 15:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
18 ottobre 2008
I vescovi: l´Islam non rispetta i diritti delle donne
 


la Repubblica, Orazio La Rocca, 18 ottobre 2008

 

Si complica il dialogo tra cattolici e musulmani. E questa volta per «colpa» delle donne. Se ne è
parlato ieri al Sinodo in corso in Vaticano tra i vescovi impegnati a discutere di Parola di Dio e
Sacre scritture. Ma c´è stato un gruppo di presuli dell´area spagnola che ha sollevato anche il
problema dei rapporti con l´islam, portando ad esempio «i diritti delle donne, nel matrimonio e nella
famiglia, che tra i musulmani non hanno la considerazione prevista dalla Dichiarazione universale
dei diritti dell´uomo delle Nazioni unite». Da qui, l´invito dei vescovi spagnoli rivolto all´assemblea
sinodale ad una grande cautela nel «dialogo» religioso con il mondo musulmano.
Facile immaginare che queste affermazioni contribuiranno a rendere ancora più complicati i
rapporti tra le autorità vaticane e i rappresentanti dell´islam, rapporti già messi a dura prova due
anni fa con il discorso tenuto da Benedetto XVI all´università di Ratisbona, in Germania, quando
ricordò le «storiche» lotte intercorse tra le due religioni. Una sottolineatura non gradita alle
comunità musulmane, specialmente quelle più radicali. Ma anche a numerosi intellettuali islamici,
una rappresentanza dei quali - per l´esattezza 138 professori - scrissero una lettera al Papa per
chiedere chiarimenti e per cercare di riannodare il dialogo. Lettera che, comunque, fece da ponte tra
il Vaticano ed il mondo islamico per la pianificazione di un incontro «chiarificatore» in programma
a Roma il mese prossimo.
Ma, alla luce delle critiche anti islamiche emerse ieri al Sinodo, non sarebbe sorprendente prevedere
qualche brutta «sorpresa» anche per il summit musulmano-cattolico di novembre, per il quale si è
ampiamente prodigato il cardinale francese Jean - Luis Tauran, presidente del Pontificio consiglio
per il dialogo interreligioso. A parlare delle critiche islamiche emerse al sinodo è stato lo spagnolo
don Julian Carron, guida spirituale di «Comunione e Liberazione». Nel dibattito generale - ha
rivelato don Carron - è stata anche scartata l´idea di un Forum sulla «Parola di Dio», insieme ad
ebrei e musulmani. Prese di posizione che è facile prevedere non saranno gradite ai musulmani e
potranno cadere come macigni sulla strada dell´organizzazione dell´incontro del 4-5 novembre
prossimo che a questo punto è a rischio e la cui preparazione si è già rivelata più complessa del
previsto. Gli organizzatori, infatti, hanno dovuto aumentare il numero dei partecipanti (da 24 per
parte a 29), per evitare esclusioni che potessero scontentare qualcuno.
Le posizioni dei vescovi hanno suscitato perplessità nei rappresentanti dell´islam in Italia. Sono
fondate su «motivazioni pretestuose», ha detto Yaha Pallavicini, presidente del Coreis, che
raggruppa le Comunità religiose musulmane italiane. «Sono pronto a confrontarmi con questi
vescovi più chiusi perchè così si confonde una differenza tra civiltà e culture con una differenza tra
buoni credenti e cattivi credenti», ha aggiunto l´imam, tra i partecipanti all´incontro di novembre.
Da parte sua Mario Scialoja, esponente della Lega Musulmana Mondiale, ritiene che sia
«eccessivo» raffreddare i rapporti, sulla base di una diversa concezione dei diritti della donna
perché su questo tema «non si deve generalizzare».


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Islam

permalink | inviato da zemzem il 18/10/2008 alle 17:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
12 ottobre 2008
Sako: "Inammissibile il silenzio del mondo sui cristiani dell'Iraq"
 


Avvenire 12 ottobre 2008 Camille Eid

 

La nostra assoluta lealtà va all’Iraq. Se noi non fossimo attenti alle buone relazioni con i nostri fratelli musulmani, probabilmente avremmo subìto, qui a Kirkuk, la stessa sorte dei cristiani di Baghdad e Mosul». Dalle parole dell’arcivescovo caldeo della città settentrionale trabocca tutto il dolore per quanto succede nel suo Paese. «Leggevo in questi giorni — dice monsignor Louis Sako — dei massacri subiti durante la Prima Guerra mondiale da armeni e assiro-caldei, di come gli assassini violavano le case private per uccidere persone inermi. Mi sembrava di leggere le cronache odierne. E inammissibile questo silenzio mondiale dinanzi a una tragedia che va avanti da cinque anni». Eccellenza, si può parlare di pulizia etnica nel Nord?
A Mosul è in atto una pulizia etnica simile a quella già avvenuta a Baghdad a suon di sequestri e uccisioni. In una settimana abbiamo contato dodici vittime cristiane. Questa campagna di intimidazione potrebbe avere motivazioni confessionali come opera di estremisti, ma potrebbe anche essere una spudorata azione politicizzata per raggiungere certi obiettivi, quali l’emarginazione dei cristiani, o almeno costringerli a lasciare la città.
Per andare all’estero o per chiuderli in un ghetto cristiano?
Se dietro gli attentati ci sono gli estremisti islamici, l’obiettivo non può che essere l’esodo dei cristiani verso altri Paesi. Ma ci sono probabilmente anche piani che vedrebbero una
spartizione dell’Iraq. Ecco perché è importante per noi gridare la nostra assoluta lealtà all’Iraq. Non siamo stranieri in questa terra. Abbiamo sempre vissuto insieme a curdi, sunniti, sciiti e turkmeni e non vedo perché dobbiamo accontentarci di vivere in un ghetto.
E vero che le chiese rimarranno chiuse a Mosul? Su questo argomento c’è stata una gran confusione sulla stampa. Le chiese domani (oggi, ndr) non saranno affatto chiuse. Rimane tuttavia chiaro, data la pericolosa situazione, che non tutti i fedeli saranno in grado di uscire di casa. Molti cristiani non vanno più al lavoro o a scuola. Alcuni impiegati ufficiali di
Mosul mi hanno appena riferito che il loro capo gli ha chiesto di non recarsi al lavoro perché teme per la loro incolumità. Perché non c’è stata esplicita condanna degli assassini alla preghiera del venerdì? C’è purtroppo una sorta di oscuramento mediatico. Gli imam hanno il dovere di condannare quanto accade a Mosul. In fin dei conti, questi assassini danneggiano anche l’immagine dell’islam, specie in una città che rappresenta la culla della convivenza islamo-cristiana in Iraq. Ma, per essere sinceri, anche noi pastori cristiani abbiamo le nostre mancanze. Non vedo ancora un discorso ecclesiale chiaro e unito. In che cosa deve consistere questo discorso unito?
Deve dare voce forte ai cristiani, proteggerli dal punto di vista pastorale e permettere loro di esprimersi riguardo le tematiche nazionali. Molti ci accusano di fare il gioco di una parte contro un’altra. Questo non è vero, ma è compito della Chiesa dirlo forte, gridare che siamo a favore di tutto l’Iraq e solo dell’Iraq. Ci sono state proteste cristiane nei giorni scorsi contro la legge elettora1e porteranno a una revisione? Sì, ci sono tentativi per reintrodurre l’articolo 50 che prevede una quota per le minoranze. Spero che insieme alle varie pressioni da parte dell’Onu e della Ue sul nostro governo possa no portare a un risultato positivo. Il pretesto addotto era l’assenza di un censimento dei cristiani. Questo vale per tutti. Non è mai stato condotto un censimento su base confessionale o etnica in Iraq. Si è sempre trattato di stime che spesso vengono deliberatamente gonfiate per dare maggior peso a un gruppo piuttosto che a un altro. Chi potrà accertare che gli sciiti sono il 61 per cento o che gli arabi sunniti sono 1120 per cento? Nessuno. Riguardo i cristiani, le cifre più attendibili parlano di 650- 700mila fedeli prima della guerra, contro 350-400mila oggi. Ossia 300mila partenze in pochi anni. Ma è vero che la Chiesa caldea ha chiesto ad alcuni Paesi di preparare un piano di accoglienza dei profughi cristiani?
Questo no. Io ho partecipato a una delegazione di vescovi in Germania dove vive una folta comunità caldea. Abbiamo chiesto al governo di favorire l’integrazione dei profughi cristiani nel mondo del lavoro e di agevolare il ricongiungimento dei genitori rimasti soli qui. Penso che, con il ritorno alla normalità, molti di questi profughi faranno ritorno, come hanno fatto i curdi.

 




permalink | inviato da zemzem il 12/10/2008 alle 21:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
12 ottobre 2008
L'uomo senza pecunia

La Stampa, Barbara Spinelli, 12 ottobre 2008

 

Benedetto XVI conosce certamente la poesia di Heinrieh Heine che gli alunni in Germania imparano a memoria. S’intitola Germania-Fiaba d’Inverno, e non solo è dfficile tradurne la cadenza ma è difficile trasmettere quel che per i tedeschi significa è una scheggia piantata nel cuore, non si stacca. Il poeta narra come un giorno torna in patria, e ascolta la strana nenia cantata da una fanciulla con sentimento vero e voce falsa: la nenia evoca l’amore e le miserie d’amore, il sacrificio e il ritrovarsi in un mondo migliore, dove tutte le sofferenze scemano. Evoca la valle di lacrime che è la terra, le gioie che svaniscono presto, e 1’Aldilà dove l’anima nuota, trasfigurata, in eterne delizie. D’un tratto Heine cambia tono, rompe l’incanto: «Era la vecchia canzone della rinuncia, la ninnananna del cielo con cui si culla il popolo, questo gran villano, quando mugugna».
Il Santo Padre non ha intonato un canto diverso, il 6 ottobre, in apertura del Sinodo internazionale dei vescovi. Ha detto parole bellissime e commosse, come la fanciulla di Heine che suona l’arpa. Ma è una nenia per bambini, la sua, anche se cosi negativa sul mondo:èindifferente alla tempesta che in questi giorni agita l’economia del pianeta, alle sofferenze che scatena.
Non ha parole per descrivere l’inverno di tutto un mondo,
che stiamo vivendo la dura scoperta del reale, che Heine colloca «nel triste mese di novembre, quando il vento strappa le foglie dagli alberi, i giorni diventano più foschi, il cuore è come se lentamente sanguinasse».
Il testo del Pontefice, se non fosse stato detto in pubblico e nel momento che tra- versiamo, se fosse una mistica segreta preghiera, resterebbe nel ricordo come traccia sublime. Parla del visibile e dell’invisi
bile di cui la creazione è fatta; del vero realismo, che non costruisce sulla sabbia ma sulla roccia. Ma anche in lui, d’un tratto, il sublime sembra spezzarsi: «Tutto questo un giorno passerà. Lo vediamo adesso nel crollo delle grandi banche: questi soldi scompaiono, sono niente. E così tutte queste cose, che sembrano la vera realtà sulla quale contare, sono realtà di secondo ordine. Chi costruisce la sua vita su queste realtà, sulla materia, sul successo, su tutto quello che appare, costruisce sulla sabbia. Solo la Parola di Dio è fondamento di tutta la realtà». Nemmeno se avesse detto queste parole vestito d’un saio - non era vestito d’un saio - il Papa sarebbe stato vicino a chi soffre. Le parole son belle, ma nella voce è come se mancasse un poco di bontà, di veridicità.
La voce non dice quel che propriamente sta accadendo. Denuncia una sorta di danza panica attorno al dio denaro, mentre quel che viviamo è un risveglio amaro e una prova scabrosa. E l’uscita costosa da molteplici bolle d’ifiusioni, ed è lo sforzo che ci tocca fare per non incapsularci in altre bolle: ieri la bolla che dilatava irrealisticamente il valore delle cose, oggi la bolla che le svaluta indiscriminatamente tutte; ieri si credeva che il mercato si regolasse da solo, oggi si sogna uno Stato di nuovo onnipotente.
Come altre volte in passato - le terribili crisi finanziarie narrate da Emile Zola sul finire dell’800, nel romanzo Il Denaro; il grande crollo del 1929 - quel che rischia il naufragio è la parte migliore dell’uomo: la fiducia innanzitutto, quest’inclinazione che fonda la civiltà e il coesistere umano pacifico. All’origine del tracollo borsistico c’è un precipizio mondiale della fiducia: fiducia nel mercato e nella politica, negli imprenditori e nella finanza, fiducia del cittadino verso le banche e delle banche tra loro. Ecco, davvero, un nichilistico non credere più in nulla, non aver più fede nella buona fede dell’altro. Ai posto della fiducia si insediano sospetto, diffidenza verso i simili, paura che la vita dell’uomo, come nello stato di natura descritto da Hobbes, «trascorra solitaria, povera, brutale e breve».
Il denaro appare in questi scenari apocalittici come sporco, diabolico. Lo pensava Marx, che citando Shakespeare lo chiamava prostituta. Lo pensavano i bolscevichi, che fantasticavano d’abolirlo. A destra lo pensava Charles Maurras, che l’associava alla democrazia, ai giornali, al dominio dell’opinione. Eppure è proprio grazie al denaro, alla sua natura astratta, simbolica, che la fiducia sì rafforza: se io ti vendo un oggetto in cambio di una banconota fatta di carta vuoi dire che scommetto sulla tua onestà, che credo in una convenzione sconnessa dagli oggetti. La fiducia può essere eccessiva, è vero. Ma è vero anche il monito di un altro grande tedesco, Frie
drich Hebbel: «Chi ha cominciato a fidarsi di tutti, finisce col considerare chiunque come un farabutto». Il pericolo è qui: che dalla fiducia illimitata si passi alla sfiducia illimitata; che l’economia di mercato, da angelo che era, appaia come un farabutto. Le parole di Benedetto XVI non danno fiducia ma accrescono sfiducia, panico, e questo sordo divorante sospetto.
Infine ci sono i poveri, gli ultimi. Difficile dir loro che quel che è visibile è chimera, che bisogna guardare alla vera realtà dell’oltre mondo perché questo mondo passerà. Nell’intimo possiamo pensare - capita spesso - che il male sia in terra. In pubblico siamo responsabili della fiducia in rovina. La crisi non colpisce solo gli speculatori. I deboli hanno da temere la perdita di lavoro, l’insicurezza della pensione, le minacce di pignoramento, la restrizione del credito, i salvataggi pagati dal contribuente, il carovita. Al crac finanziario s’aggiunge inoltre l’aumento dei prezzi alimentari, che resterà a nostro fianco quando le borse riprenderanno: un numero sempre più grande di poveri morirà di fame sulla terra. È bello ricordare che il pane quotidiano è in realtà soprasostanziale, come nella versione greca e latina di Matteo 6,9-13. Ma il pane invocato è anche quello fatto di farina, acqua e sale.
La Chiesa ha antiche diffidenze verso il denaro, nonostante la Bibbia sia in materia contraddittoria. È come se desiderasse il ritorno all’economia del baratto, pur di liberarsi dal dio Mammona. Ma nel baratto scambiamo un oggetto contro un altro, e non per questo siamo più liberi e sicuri d’ottenere giustizia. Siamo meno liberi,
perché dipendiamo dalla persona con cui barattiamo. Abbiamo sempre il sospetto che lo scambio non sia completamente equo, perché forse le quattro sedie che dò in cambio di una stufa hanno per me un valore che l’altro non valuta. Simmel spiega bene come il denaro - grazie alla sua natura astratta, spersonalizzata - liberi interiormente da rancori oltre che da schiavitù e renda più giusta la proprietà, oltrepassando le appropriazioni ineguali, senza scambio, che sono il furto e il dono. «Il denaro crea rapporti fra gli uomini, ma lascia gli uomini al di fuori di essi, è l’equivalente esatto delle prestazioni oggettive ma un equivalente molto inadeguato per ciò che vi è di personale e individuale in esse» (Georg Simmel,Filosofia del Denaro). Il denaro è fiducia nell’uomo, è entrare in relazione con lui senza paura.
Il cardinale Siri, che era un conservatore, coltivava una vicinanza ai poveri che spesso è coltivata dai veri conservatori. Usava ripetere il proverbio: Homo sinepecunia imago mortis. L’uomo senza denaro è immagine della morte: è uomo chiuso, che diffida del simile, che non pratica lo scambio, amicistico o mercantile. Anche queste
antiche saggezze sono realistiche, autenticamente: non inventano, non costruiscono sulla sabbia. L’assenza di pecunia è assenza di cibo, di vita, di fede nell’altro. Gli accenni di Siri al denaro fanno pensare a una Chiesa che non si occupa solo dei primi nove mesi di vita e delle ultime ore dell’uomo, ma anche di quello che c’è in mezzo: un corto tragitto mortale, ma non sprezzabile. Non incantabile, comunque, con 1’.Eiapopeia vom Himmel con la ninnananna del cielo.




permalink | inviato da zemzem il 12/10/2008 alle 21:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
12 ottobre 2008
Un incontro possibile
 

L’OSSERVATORE ROMANO 12 ottobre 2008 Mario Ponzi

 

Cè un mutamento culturale nell' approccio al dialogo tra religioni. Non si tratta di stabilire, con criterio riduttivo o sincretistico, una comune base minimalistica di verità religiose, oppure di dire «tutte le re1igoni sono più o meno uguali». Si tratta piuttosto di riconoscere che tutti quelli che vanno alla ricerca di Dio o dell’Assoluto, hanno la stessa dignità. Non ci sono primi della classe. «Solo se entriamo in questa ottica allora possiamo con grande libertà, guardare oltre i confini della propria religione e come ha affermato Benedetto XVI “scrutare il mistero di Dio alla luce delle nostre tradizioni religiose per discernere i valori atti a illuminare gli uomini e le donne di tutti i popoli della terra qualunque sia la loro cultura e la loro religio ne”. L’intervento del cardinale Jean— Louis Tauran al VI congresso internazionale di dialogo islamo-cristiano promosso dai Focolarini in questi giorni a Castel Gandolfo ha così evidenziato il nuovo stile,
«Fraternità e dialogo possibili tra cristiani e musulmani» il tema dell’ incontro al quale proprio l'intervento dcl cardinale Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, ha dato una dimensione che va oltre la semplice iniziativa. Non fosse altro perché tra poco meno di un mese il Papa incontrerà i 138 saggi musulmani, firmatari della lettera indirizzata lo scorso anno a tutti i capi religosi nella quale veniv a sottolineato soprattutto che cristiani e musulmani rappresentano ormai il 5O% della popolazione mondiale e, dunque, «se sono fedeli alla propria religione
si legge nella lettera — possono fare molto per la stabilità e per la pace delle società di cui sono membri».
Il cardinale Tauran ha focalizzato il suo intervento proprio su questo aspetto, cioè sulla forza delle religioni e sulla capacità di riconoscersi e di rispettarsi, a partire dall’identificazione di tutto ciò che, nelle rispettive Culture, è conforme alla sapienza di Dio e contribuìsce alla dignità dell’uomo, «Più le controparti sono impegnate nella ricerca di Dio e nella preghiera, ha precisato, più sono vicine le une alle altre. L’ignoranza genera la paura e non si dialoga nell’ambiguità».
La domanda che il congresso aveva
posto al cardinale era tesa a capire se il dialogo tra religioni fosse una grazia o un rishio. Nel dare la sua risposta il porporato ha voluto innanzitutto sottolineare l’evoluzione che ha avuto in questi ultimi anni il concetto del ruolo della religione nel mondo. Si è cominciato per esempio a considerare il ritorno della religione sulla scena del mondo — «grazie sopratutto ai musulmanì» ha notato Tauran — come contributo essenziaie per strutturare la società internazionale del XXI secolo,  «forse molto più delle ideologie del XX secolo», come aveva ipotizzato Nikolas Sarkozy, il presidente di una società laica per definizione, quella francese. «Non si può capire il mondo di oggi
— ha ripetuto Tauran - senza le religioni». «Proprio questa certezza, espressa da diversi punti di vista dunque, comporta 1’esigenza che le religioni non diventino mai fonte di paura. Cosa che oggi purtroppo accade sempre più di frequente per colpa di esasperati fondamentalismi». «E' un fatto
— ha detto il cardinale — che oggi si uccide per motivi religiosi. Ma non sono le religioni che fanno la guerra. Sono i loro seguaci. Ecco dove nasce la necessità d mettere i messaggi delle religioni al servizio di un progetto di santità e. non di alienazione», facendo chiaramente capire che «nessuna religione può giustificare la violenza e ancor meno il terrorismo. Che nessuna circostanza vitale vale a giustificare tale attività criminosa, che copre d’infamia chi la compie e che è tanto più deprecabile quando si fa scudo di una religione abbassando così la pura vertà di Dio alla misura della propria cecità e perversione morale» (Benedetto xvi, discorso al Corpo Diplomatico, gennaio 2006).
Ora l’unico mezzo per far sì che questo messaggio percorra l’umanità intera, senza distinzione di razze, culture, religioni o ideologie politiche è necessario che le religioni pervengano al dialogo. Sembra dunque che i crdenti «siano condannati al dialogo». Ma quale tipo di dialogo e su quali basi?
Il cardinale Tauran — dopo aver ricordato che alla base del dialogo tra religioni deve innanzitutto esserci il rispetto reciproco — ha dato la sua int
erpretazione identificando due aspetti, l’uno positivo e l’altro negativo. Il dialogo tra le tre religioni, ha detto, deve essere considerato quasi come «un pellegrinaggio» nel senso che quando si dialoga con il seguace di un’altra religionc ci si deve porre nell'atteggiamento di chi si mette in cammino con lui e prendere in considerazione convinzioni diverse dalle proprie sui grandi interrogativi che assalgono ogni essere umano. L’aspetto da considerare con più prudenza è costituito dal fatto che in un contesto simile bisogna accettare anche di mettere in questione, non certo la propria fede, ma ìl modo di viverla nel concreto dcel’esistenza.
«Noi cristiani, ha spiegato il presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso — proclamiamo che Gesù è la nostra luce, la luce vera, quella che illumina ogni uomo, in ogni essere umano c’è la luce di Cristo e quindi tutto il positivo che possiamo incontrare nelle altre religioni partecipa alla grande Luce che risplende su tutte le luci. In questo modo possiamo capire meglio quanto leggiamo nella “Nostra aetate”, “nulla rigettando di quanto è vero e santo nella altre religioni. la Chiesa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscono da quanto essa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini», E questa è la via da seguire. E non riguarda Ccrto solo il dialogo con i musulmani. Tauran lo ha ricordato proprio citando la Nostra aetate laddove si accenna ai legami speciali ch@ uniscono cristiani ed ebrei.
Si tratta di cercare, dunque, le condizioni necessarie da realizzare perché questo dialogo «sia autenTico e renda gloria a Dio». Tre quelle indicate dal perporato: «mostrare che le religioni sono foriere di pace»: «approfondire la propria fede» per rafforzare «la propria identità religiosa»; «considerare l’altro credente non come avversaria ma come un fratello».
Ma allora il dialogo religioso è una grazia o un rischio? «E' ambedue — risponde il cardinale —, E' una grazia perché permette a tutti assieme i credenti di ricordare al mondo d’oggi che
“non di solo pane vive l’uomo”. ' un rischio perché possiamo essere noi personalmente un ostacolo a questo messaggio, a causa dell’incoerenza della nostra vita di ogni giorno. Io credo che il dialogo religioso debba essere interptetato soprattutto come un costante appello alla conversione persona1e»
Il dialogo, dunque, appartiene alla sostanza della nostra fede, qualunque
essa sia; è l’unico mezzo per riportare la pace di Cristo tra i fedeli. Questa è la sfida che devono raccogliere oggi le religioni. In un mondo effimero, ingombrato dai tanti dei avidi di idolatria — lo aveva denunciato Benedetto xvi rivolgendosi ai giovani francesi a Parigi i credenti possono aiutare tutti i fratelli a riscoprire «le due risorse che Dio ha messo a disposizione
dell’umanità: un’intelligenza e un cuore» con i quali cambiare «la traiettoria degli avvenimenti del mondo»,
In un telegramma a firma de] segretario di Stato cardinal Tarcisio Bertone, Benedetto XVI ha espresso ai partecipanti all’incontro l’auspico che «il convegno susciti rinnovati propositi di cordiale fraternità e di sincero impegno nel favorire reciproco dialogo nel rispetto della dignità di ogni persona umana».


 




permalink | inviato da zemzem il 12/10/2008 alle 19:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
11 ottobre 2008
E il Colle "debutta" sull'Osservatore "Assonanza con il mondo cattolico"

 ROMA — Un segno d'attenzione e di rispetto che sigilla «la vitalità del rapporto tra laici e cattolici» e, anzi, una «assonanza profonda» per cui oggi si può sul serio dire che il Tevere è meno largo che in passato. Per la prima intervista a un presidente della Repubblica italiana, si sono messi insieme
Osservatore Romano, Radio Vaticana e Centro televisivo vaticano (con i direttori Giovanni Maria Vian e padre Federico Lombardi). Nel lungo botta e risposta che hanno avuto con Giorgio Napolitano sono stati approfonditi alcuni temi oggetto del colloquio tra il capo dello Stato e Papa Benedetto XVI, durante la recente visita al Quirinale. Su tutti, la comune «volontà di intervento», dell'Italia e della Santa Sede, su una serie di questioni aperte e di esplicita urgenza: internazionali, sociali, civili e morali.
Una «collaborazione» che per Napolitano potrebbe realizzarsi a partire da una sinergia di impegni attorno ad obiettivi come «il rifiuto della violenza, un rinnovato senso del bene comune e del dovere civico, il richiamo a valori spirituali e morali contro la corsa al denaro e al superfluo, dell'esibizionismo fine a se stesso, dell'avidità e dell'egoismo senza scrupoli ». Su questa multipla missione si gioca la scommessa per vincere quella che il Pontefice ha definito «emergenza educativa»: definizione drammatica, condivisa dal presidente. Il quale ha toccato anche problemi dell'attualità politica, come il dibattito infinito sulle riforme costituzionali.
Bocciata come «velleitaria» la pretesa di una «riscrittura globale», perché l'esperienza dimostra che «porterebbe a uno scontro senza esito», Napolitano suggerisce invece l'ipotesi di «riforme mirate, parziali».
Ad esempio quella federalista, in grado di incidere «sulle autonomie regionali e locali nell'ambito di uno Stato nazionale che deve mantenere fortemente la sua unità, ma superando persistenti vizi di centralismo e di burocratizzazione». Più articolato il suo ragionamento su una riforma per dare maggiori poteri al premier: una «questione che si trascina dai tempi della Costituente» e che fu risolta scegliendo la forma della democrazia parlamentare. Quella scelta di fondo a suo avviso è «da ribadire», per evitare il rischio di andare «fuori strada e in vicoli ciechi», sia pur introducendo dei «correttivi che garantiscano la stabilità dell'esecutivo e la capacità di governo e, nello stesso tempo, garantiscano (contro ogni degenerazione parlamentaristica di vecchio stampo) un incisivo ruolo legislativo, di indirizzo e di controllo del Parlamento».
Da ultimo, una riflessione sul contributo dei cattolici alla maturazione della Repubblica — e, a parte i «professorini » Fanfani, La Pira, Dossetti e Moro, cita Mortati e Saraceno — e uno sguardo sul futuro. Per lui alla collaborazione «non ci sono barriere », ormai. Anzi, aggiunge, «bisogna davvero rilanciare nella sua interezza la grande ispirazione della costruzione europea, un'ispirazione che porta evidentissimi i segni della tradizione cristiana».


M. Br. Corriere della sera, 11 ottobre 2008




permalink | inviato da zemzem il 11/10/2008 alle 23:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
  <<  1 | 2  >>   novembre




        clic




     
Cerca
Feed
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.



1 click