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31 ottobre 2008
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29 ottobre 2008
La Russa, chieda scusa a Concita


Il Foglio, 29 ottobre 2008



 L'educazione fa bene a tutti, specialmente a un ministro con l'elmetto
Nemmeno con un fiore figurarsi con gli urlacci, La buona educazione fa bene
a tutti ma sopra tutto a chi governa. Il ministro La Russa al riguardo ha
appena tradito un debito formativo spaventoso. Lo ha fatto insultando in
televisione una signora composta e educata anche quando cerca di trafiggere
l'avversario: Concita De Gregorio, direttore dell'Unità, Non ha importanza
l'argomento della contesa
- i militari italiani morti pochi giorni fa in un incidente aereo e non
commemorati dalla piazza veltroniana - anche perché non esistono attenuanti
per chi, come La Russa, ha aggredito Concita gridando: "Ignorante, si tappi
la bocca con un turacciolo. Concitina". Non si fa, E non è neppure il caso
di farne una ragione di convenienza personale - chi
si arrabbia rozzamente ha perso il contraddittorio - perché il ministro
della Difesa ha già i propri consiglieri per l'immagine.
Qui è in questione soltanto il requi sito minimo di civiltà richiesto, in
scala crescente, a un cittadino, a un uomo pubblico e a un eletto dal popolo
con incarichi di governo. La Russa ha tutti questi titoli insieme,
oltretutto non sfigura quando indossa la divisa militare e si batte perché
sia riconosciuto il valore dei soldati vivi e la memoria di quelli caduti.
Lo avevamo elogiato per la celebrazione del Quattro novembre, lo invitiamo a
scusarsi con la signora De Gregorio per lo stile da caserma con il quale le
si è scagliato contro in uno studio televisivo cli Sky News. Siamo sicuri
che lo farà.

29 ottobre 2008
Una vittoria da rispettare

Il Giornale, Mario Cervi, 29 ottobre 2008


La polemica sulle celebrazioni del 4 Novembre è faziosa, sterile, vecchia e a mio avviso anche sciocca. L’ha innescata il direttore di Liberazione, Piero Sansonetti, con un editoriale in cui qualificava la Grande Guerra come «un avvenimento orribile, feroce, sanguinosissimo», un’inutile strage da addebitare alle «classi dirigenti europee». Le quali aprirono le porte al fascismo e al nazismo. Niente cerimonie all’Altare della Patria, dunque, niente discorsi, niente alzabandiera.
Di rincalzo a Sansonetti sono arrivati – le idee peggiori dilagano – alcuni insegnanti di Villafranca Padovana, ostili alla commemorazione perché potrebbe offendere le minoranze etniche; ed è anche arrivata, di nuovo sulle pagine di Liberazione, Lidia Menapace all’insegna della parola d’ordine «né vinti né vincitori». Già il foglio – dichiaratamente comunista – da cui viene la predica lascia piuttosto perplessi. Da quella parte nessuno ha mai chiesto il cambio di nome delle innumerevoli vie e piazze dedicate all’Armata Rossa e a Stalingrado. L’Armata Rossa come la Wehrmacht? Stalingrado pari e patta, né vinti né vincitori? Non mi pare che queste siano state le intenzioni di chi ha voluto solennemente ricordare, nella toponomastica italiana, le vittorie dell’Urss. Quelle sono degne di memoria, e il 4 Novembre, conclusione d’una guerra che è stata veramente di popolo – e il popolo ci ha lasciato seicentomila caduti – deve invece trascorrere nel silenzio, o al più essere allietato – si fa per dire – da logore manfrine pacifiste?
Spero di non essere frainteso. So bene – lo sa chiunque s’interessi un po’ di storia – quanto orrore, quanta incapacità dei comandi, quanto sangue e quanta sofferenza dei soldati vi siano stati in quella vicenda. Non mi sogno nemmeno di riabilitare i generali macellai (ma lo erano quasi tutti in tutti gli eserciti, non solo Cadorna teorico dell’«attacco frontale». Comunque Cadorna non l’avrei mai candidato a una targa stradale).
Ma il conoscere gli aspetti crudeli e meschini di quella guerra non può far dimenticare ciò che essa rappresentò e tuttora rappresenta nell’immaginario nazionale, quale punto di riferimento indispensabile essa costituisca quando si vuol fare appello all’identità italiana. Non è un caso che solo a quella del ’15-’18 sia toccato e sia rimasto l’appellativo di «Grande Guerra». Grande per il numero degli italiani che vi si immolarono, ma grande anche per i contenuti che ebbe.
Lo so, l’Italia approdò all’intervento dopo giri di valzer, e l’enfasi dannunziana nelle «radiose giornate» di maggio ebbe qualcosa di falso. Ma l’anelito al compimento dell’Unità con l’acquisizione delle città italiane che si chiamano Trento e Trieste aveva un’eco potente in tantissimi cuori. Anche cuori di sinceri democratici che successivamente rifiutarono d’intrupparsi nel fascismo. Sansonetti lascia intendere che la retorica gli ripugna. Peccato, ripeto, che gli ripugni la retorica spesa in onore di glorie militari italiane, e non la retorica spesa per glorie altrui.
Il ritorno dei riti civili che ci rammentano le tappe d’una lunga storia è stato fortemente voluto dal presidente Ciampi. Gliene va reso merito anche se qualche volta – non ho mancato di rimarcarlo – ha secondo me ecceduto. Così nel filone resistenziale, e perciò politicamente corretto, ha voluto interpretare l’8 settembre 1943 come un momento di rinascita del Paese, dopo il ventennio mussoliniano e la disastrosa sconfitta. No, l’8 settembre resta la data d’una vergogna nazionale, del «tutti a casa» appena un po’ riscattato da singoli episodi d’eroismo. Ma la Grande Guerra deve essere rispettata, è nostra, nonostante le eccessive grancasse trionfalistiche che possono soltanto aver disturbato l’eterno sonno dei morti.


Oziosa mi sembra anche la discussione sull’Inno di Mameli e sulla canzone del Piave: il cui verso «non passa lo straniero» sarebbe addirittura – vero maestri e maestre di Villafranca Padovana? – intriso di xenofobia. Che baggianata. A voler essere pignoli altro dovrebbe essere contestato alla celeberrima canzone: i fanti che il 24 maggio 1915 marciavano «per raggiunger la frontiera, per far contro il nemico una barriera». In realtà la guerra all’Austria l’avevamo dichiarata noi, non per fare barriere ma per conquistare terre irredente. Ma la poetica di queste canzoni che riescono a riassumere il patriottismo ingenuo e la malinconia struggente degli umili travolti da fatti tanto più grandi di loro, prescinde dall’esattezza storica. È, quella poetica, un omaggio al sacrificio dei combattenti, ciascuno i suoi. Uguali nel rispetto i vincitori e i vinti. Ma la «Grande Guerra» l’Italia l’ha vinta.

29 ottobre 2008
Sgarbi e la guerra con «suor Letizia» «Mostra gay, la Brambilla è con me
Corriere della Sera, Giannattasio Maurizio, 29 ottobre 2008

MILANO - Sette stelle nel cuore di Milano. Vittorio Sgarbi ti accoglie alle 14 e 30 in mutande, rasoio in mano e ciuffo sgarrupato. L' altra notte ha dovuto portare a termine una missione molto avventurosa. Cercare di salvare la sua mostra «Arte e omosessualità» dagli strali della censura di «Suor Letizia». E così verso mezzanotte, come nei Promessi Sposi, si è recato nella provincia di Lecco, «nel convento delle carmelitane» per incontrare «il vero capo dell' opposizione». Che per Sgarbi risponde al nome di Michela Vittoria Brambilla. Il vertice segreto è andato avanti fino alle 3. «Dove Berlusconi ha fallito ci può riuscire la Brambilla. I Circoli della Libertà devono garantire la libertà anche della cultura. Lei ha visto tutte le foto delle opere, è pienamente d' accordo con me. Cercherà di convincere Suor Letizia e farà tornare alla carica Berlusconi». Ma Letizia Moratti non si è lasciata convincere e non si arrende: «Milano non merita provocazioni sterili che confondono e contrabbandano per arte quello che arte non è», ha detto in serata il sindaco. Sgarbi, cosa risponde? «Respingo tutte le riflessioni etiche, estetiche e politiche della Moratti. Purtroppo siamo di fronte ad un' ignoranza conclamata perché la Moratti non ha visto la mostra. Trovo paradossale che vengano e fare lezioni di arte a me». Intanto la mostra «Vade Retro» fa rotta verso Napoli. «Ce l' ha chiesta il soprintendente del polo museale di Napoli, Nicola Spinosa, ma noi stiamo ancora lavorando perché resti a Milano». Il lodo Brambilla? Ma se non c' è riuscito neanche Berlusconi a convincere la Moratti. «Berlusconi mi ha detto che quando la Moratti si mette un' idea in testa non c' è verso di farle cambiare parere. Così ho deciso di andare dal vero capo dell' opposizione». Che cosa le ha detto la Brambilla? «Che la censura è inaudita. Che non si può pensare di togliere opere come il Bacio di Kirby o addirittura cancellare Caravaggio e Antonello da Messina dal catalogo perché sono inseriti in un contesto omosessuale». Quindi? «Quindi è giusto che i Circoli della Libertà si battano per la libertà artistica. E che Suor Letizia torni Letizia. Stiamo studiando la possibilità che la mostra resti a Milano e di mettere le 10 opere "censurate" dietro un velo nero. Chi vuole vederle deve dare la carta d' identità e dimostrare di avere più di 18 anni. Oppure...». Oppure? «Lunedì facciamo partire le opere non censurate per Napoli. Quelle vietate le teniamo qui. E visto che ormai sono fuori contesto, le esponiamo tutte assieme a Palazzo della Ragione con un titolo senza senso». Sta scherzando? «No, lo scherzo è capitato e me l' altra sera. Ho provato a far andare la mostra a Roma. Ho chiamato i miei amici del Chiostro del Bramante. Ero sicuro che l' avrebbero presa senza problemi. Li ho sentiti titubanti. Alla fine mi hanno spiegato che lo spazio è preso in affitto dal Vicariato. Da Suor Letizia a Monsignor Bagnasco che pure è mio amico». Lei sembra divertirsi molto... «Sì. e proprio per questo non capisco chi chiede le mie dimissioni. Mi diverto e sto lavorando». Anche con la censura? A Milano? Nel 2007? «Milano da una parte ha fatto una brutta figura. È una mostra per educande. Perché Suor Letizia non vuole farci entrare le educande? Perché presume che la mostra sia nitroglicerina. Non è così. Ma siccome io sono politicamente scorretto sono contento della censura». Detto da un critico d' arte suona strano. «È avvenuto quello che volevo. A Milano succede qualcosa di così forte che merita la censura. E se ne parla in tutto il mondo. Di questo dobbiamo ringraziare Suor Letizia perché è lei la vera curatrice della mostra. Ha introdotto una morbosità che è il vero valore aggiunto di Vade Retro». Giudizio estetico discutibile. «C' è arte quando c' è qualcosa che la sporca, qualcosa di fatto male, altrimenti è solo scenografia, elegante ma scenografia. Quindi dico grazie a Suor Letizia». Che rapporto ha con il sindaco? «Cordiale e affettuoso. Lei ha paura che io possa convincerla delle mie ragioni. Quindi non si discute. La Moratti - dice ridendo - garantisce la democrazia proteggendo i cittadini dalle mostre e garantisce la libertà del suo assessore. Posso dire quello che voglio, ma non fare nulla». A casa sua la Moratti ha opere scandalose? «Voleva comprare un' opera di Demetz, uno degli artisti censurati. Lei ha una meravigliosa collezione di paesaggisti veneti del 700 con dei Canaletto strabilianti. E poi ha i Promessi Sposi illustrati da De Chirico. Esprime bene il suo carattere...». Dopo la polemica lei ha mandato dei fiori alla Moratti. Che fiori si mandano a una «suora»? «Altro che censura. Il vero problema di Milano è che alle 20 e 30 non si trova un fioraio aperto. A Suor Letizia ho scritto una lettera».


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29 ottobre 2008
Il ritorno di Eva Klotz Dall' addio ai neonazisti al 5% del nuovo partito

Corriere della Sera, Marisa Fumagalli, 29 ottobre 2008


BOLZANO - La treccia lunga fino alla vita, con qualche capello bianco, gli occhi chiari e il sorriso di Eva sfidano il tempo. Ha 57 anni, la pasionaria, venti di militanza politica - da leader - costruita sull' eredità del padre, eroe per i sudtirolesi, terrorista per gli italiani. Erano gli anni Sessanta, e Georg Klotz, figlio di un fabbro della Val Passiria, metteva le bombe ai tralicci e ai muri delle caserme. Nel presente, c' è il successo di Eva, premiata dalle urne (5 su 100 l' hanno votata), che rinverdisce l' entusiasmo per l' obiettivo da sempre vagheggiato: l' autodeterminazione del suo popolo, che possa sfociare nell' indipendenza del Sud Tirolo. «Da perseguire con mezzi democratici, cioè con un referendum», sottolinea. Tra utopia e una punta di ingenuità, la signora Klotz - sposata due volte (niente figli, solo politica), la seconda, nel 2000, con un responsabile delle relazioni esterne di una banca - pensa che ora sia il momento buono per rilanciare il progetto, messo in soffitta dalle scelte («romanocentriche») della Südtiroler Volkspartei, il partito di raccolta della Provincia di Bolzano. Uscito dalla consultazione di domenica, con le ossa quasi rotte. I giovani, soprattutto, hanno voltato la faccia a Luis Durnwalder, che governerà ancora, con un maggioranza risicata e il fiato sul collo dei vincitori morali delle elezioni: i Freiheitlichen di Pius Leitner. Ma con loro c' è anche lei, la «madre» di tutti i movimenti autonomisti/integralisti, che abbandonarono la moderata Svp. Il debutto di Eva data 1989, anno di fondazione della Union Für Südtirol. Che governerà con ostinata coerenza, nonostante le scissioni, fino a un paio d' anni fa, quando, delusa da Andreas Poder, il numero due del partito («non ci volevo credere, eppure dovetti arrendermi al fatto che coltivasse simpatie neonaziste»), chiama a raccolta i fedelissimi e fonda il Süd-Tiroler Freiheit. Ora il suo braccio destro è Sven Knoll, 28 anni, tipino sveglio e rampante. Alla vigilia delle elezioni in Alto Adige, L' Espresso ha raccontato che anche lui (come Poder) intratterrebbe rapporti con certi ambienti neonazisti europei. Eva s' indigna e smentisce categoricamente. Ad ogni modo, il successo elettorale per la capolista e il vice è garantito. «La Klotz è stata votata perché è credibile e perché vuole portare il Sud Tirolo nella direzione giusta. Al pari dei Freiheitlichen, ha catturato il voto giovanile», rivela un sondaggio post elettorale commissionato dalla Svp. Insomma, il carisma non è acqua, e la Klotz è decisa a farlo valere. Ma ha ancora senso, nel 2008, insistere su una linea indipendentista che sembrerebbe bocciata dalla storia? Leitner, per esempio, non ne fa una malattia. L' identità etnica oggi non è prioritaria, rispetto ai problemi concreti della popolazione. Eppure, l' idea separatista - su basi decisamente pragmatiche, però - sta facendo breccia anche tra gli italiani che vivono nella provincia di Bolzano. Racconta la Klotz: «Qualche mese fa, l' associazione "Parliamoci" di Bressanone ha fatto un sondaggio, dal quale emerge che quasi il 40 per cento di italiani si dice favorevole al referendum autonomista. Motivo? Se l' economia, nel resto del Paese, va alla deriva, meglio restare nel Sud Tirolo indipendente e prospero». Anche la pasionaria, che parla faticosamente la nostra lingua e non sopporta che la via del suo ufficio («Südtirolerstrasse») si chiami Alto Adige, si arrende alle simpatie dei cittadini Tricolore.


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29 ottobre 2008
"In nome di Gandhi, stop agli attacchi ai cristiani'

la Repubblica, Orazio La Rocca, 29 ottobre 2008


CITTÀ DEL VATICANO - «La forza della non-violenza del Mahatma Gandhi e l' educazione alla pace di Benedetto XVI»: ecco la «strada» che, secondo il Vaticano, va intrapresa al più presto per fermare le violenze anticristiane in corso in Orissa e in tanti altri Stati dell' India. Lo scrive il cardinale Jean Luis Tauran, presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, nel tradizionale messaggio augurale inviato, a nome del Papa, agli indù per la tre giorni del Diwali, la festa della luce iniziata ieri. Un evento considerato momento centrale della spiritualità indù che celebra - si ricorda tra l' altro nel messaggio - «la vittoria della verità sulla menzogna, della luce sulle tenebre, della vita sulla morte, del bene sul male», ma che quest' anno cade nel pieno delle persecuzioni contro i cristiani per mano degli estremisti indiani. L' ultima vittima, proprio ieri in coincidenza con gli auguri papali. Si tratta di padre Bernard Digal, il religioso assalito, picchiato e abbandonato da un gruppo di fondamentalisti in un bosco di Kandhamal la notte del 25 agosto scorso, morto ieri dopo lunga e dolorosa agonia. La notizia è stata diffusa ieri sera da Asianews, agenzia stampa del Pime (Pontificio istituto missioni estere) diretta da padre Bernardo Cervellera, che definisce «padre Digal nuovo martire dei cristiani dell' Orissa, morto per le ferite alla testa e ai polmoni dopo una lenta agonia durata più di due mesi». Aumentano, dunque, i cristiani vittime dei fondamentalisti indiani, ai quali - scrive Tauran «ai cari amici indù» - occorre rispondere necessariamente con la «non-violenza» che «non è solo un espediente tattico, ma è l' atteggiamento di colui che, come ha detto più volte il Papa, è così convinto dell' amore di Dio e della sua potenza, che non teme di affrontare il male con le sole armi dell' amore e della verità». Tauran ricorda ancora che «nella tradizione indù la non-violenza è uno degli insegnamenti più importanti» tramandatoci da Gandhi, «il Padre della nazione indiana rispettato e tenuto in alta considerazione in tutto il mondo», per il quale «applicando il principio 'occhio per occhio' , 'tutto il mondo diventa cieco' ». Da qui l' invito a «indù e cristiani, soprattutto nella presente situazione» a farsi «vincere dall' amore senza riserve, con la convinzione che la non-violenza è l' unica via per costruire una società globale più compassionevole, più giusta e più attenta ai bisognosi. E' la nostra speranza e la nostra preghiera».

29 ottobre 2008
Ma la politica non è solo propaganda

la Stampa, Emanuele Macaluso, 29 ottobre 2008


Il gran confronto sul numero dei partecipanti ai comizi di Veltroni e Berlusconi pare si sia concluso senza vinti e vincitori. Barano tutti. Quel che manca invece è un confronto vero e forte sulla crisi economica e sociale che scuote, col mondo, il nostro Paese. I comizi, le grandi o piccole assemblee popolari sono certo momenti di democrazia, ma lo sono se i cittadini riescono, grazie a un ragionare collettivo, a essere protagonisti dei cambiamenti necessari a dare soluzione ai problemi all’ordine del giorno. Anche l’opera del governo e le sue iniziative legislative dovrebbero essere tali da sollecitare l’opposizione a misurarsi con temi d’interesse generale.

Non basta dire, come fa Berlusconi, che le sue sono le soluzioni più giuste per i problemi del Paese e se non piacciono all’opposizione ha una maggioranza per imporle. Non c’è confronto se la ministra dell’Istruzione dice che il decreto 133 è quello che è, e in ogni caso tale resterà; e dall’opposizione si chiede che quel provvedimento venga ritirato e basta. La politica è anche mediazione, capacità di trovare soluzioni valide e più largamente condivise e non mediocre opportunismo.

Per questo versante mi hanno colpito le dichiarazioni del rettore del Politecnico di Torino, il quale non accetta tagli indiscriminati e al tempo stesso chiede riforme serie. Non pensa, e lo dice, che oggi l’Università vada bene così com’è. Il propagandismo, cara Gelmini, non serve. Dire che chi non è d’accordo con i suoi provvedimenti vuole la conservazione è falso. Spero che non sfugga a nessuno che i problemi della scuola e dell’Università, come tutti gli altri, oggi debbono essere visti e riconsiderati nel quadro più vasto e generale che impone la crisi economico-finanziaria. Ma per farlo occorre un’analisi corretta del fenomeno e una strategia adeguata per affrontarla. Si tratta di una crisi che certamente non travolge il sistema capitalistico, ma ne cambierà i connotati che abbiamo conosciuti. Quali saranno i nuovi non si capisce ancora e nessuno ha una ricetta pronta.

La storia ci ha insegnato che le crisi economiche del capitalismo contengono in sé i fattori per la sua trasformazione. Ma per individuare quei fattori e operare per la trasformazione occorre l’intervento tempestivo e consapevole della politica. Solo la politica può ridisegnare il rapporto, di cui oggi tanto si parla, tra Stato e mercato. È un’opera difficile che però qualifica una forza riformista. Difficile, perché l’esperienza ci dice che lo Stato come gestore della società è fallito, ma ci dice anche che il mercato come regolatore della società è fallito. Quale sia oggi, nella situazione data, nell’economia globalizzata, il ruolo della politica, la quale non è globalizzata, è il tema su cui cimentarsi.

È stato detto e ridetto che dopo la crisi del ’29 Roosevelt mosse i tasti della politica e promosse il New Deal. In Europa prevalse quello che è stato chiamato il «compromesso socialdemocratico» e il «Welfare State». Ma oggi la politica, cioè i partiti che l’esprimono, i governi, le opposizioni parlamentari, i sindacati, quali analisi fanno? E che cosa propongono? Siamo entrati in una fase in cui tutti si rivolgono alla politica: la Confindustria, gli agricoltori, i sindacati, le associazioni dei piccoli produttori, dei risparmiatori e dei consumatori. Tutti chiedono più intervento della politica, ma se leggiamo i sondaggi vediamo che i soggetti della politica, governo e opposizione, perdono consensi. E forse li perdono proprio perché non si vedono in campo strategie che indichino una strada che guardi all’oggi e al futuro.

Data la mia età non vorrei apparire nostalgico, ma è bene ricordare che all’inizio degli Anni Sessanta, quando si manifestò un cambiamento di fase (il miracolo economico), il Pci convocò presso l’Istituto Gramsci un grande convegno, con Amendola, sulle «tendenze del capitalismo» e si svolse un dibattito che fa riflettere ancora oggi. La Dc convocò un suo seminario di studi sulla nuova fase a S. Pellegrino ponendo le basi della politica di centro-sinistra, lo stesso fece il meglio della cultura socialista, con Lombardi, Giolitti, Guiducci, Rossi Doria e altri. La Malfa scrisse saggi, articoli e «note» sul bilancio dello Stato che suscitarono grandi discussioni anche in Parlamento. Oggi c’è solo uno scontro sulla propaganda. Ma la politica è un’altra cosa. Ed è quel che manca.


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29 ottobre 2008
Somalia, giovane lapidata dagli estremisti islamici

Corriere della Sera, Cecilia Zecchinelli, 29 ottobre 2008

Le pietre usate lunedì per lapidare Aisha Ibrahim Dhuhulow, probabilmente, erano a norma di legge coranica: «né troppo grandi da causare morte istantanea, né troppo piccole da risultare inoffensive». Ma tutto il resto nella feroce esecuzione della 23enne somala e «adultera» era ben poco legale, perfino per l' antica e spesso crudele Sharia. «La lapidazione di Aisha è stata del tutto irreligiosa e assurda», ha dichiarato furiosa la sorella ai giornalisti, accorsi nella piazza di Chisimaio dove migliaia di persone avevano assistito allo spettacolo e dove l' esecuzione si era poi trasformata in tumulto con spari, feriti e un bambino ucciso. «L' Islam - ha continuato la ragazza - non giustizia una donna per adulterio a meno che l' uomo con cui ha avuto rapporti sessuali e quattro testimoni non compaiano pubblicamente» davanti alla Corte. Così non è stato. Trascinata davanti al tribunale religioso dagli shabàb (i «giovani») di sheikh Hassan Mahdi, Aisha è stata ritenuta colpevole e portata in piazza coperta da un velo verde e una maschera nera. «Questa nostra sorella ha ammesso il suo peccato: le abbiamo più volte chiesto di ritirare la confessione ma lei ha insistito, ha perfino detto di essere felice di venire punita in base alla legge islamica», ha dichiarato il giudice, sheikh Hayakalah, agli spettatori nella piazza e a Radio Shabelle. Un testimone intervistato da Reuters ha però precisato: «Ci hanno assicurato che la donna si era costituita, che accettava la punizione. Ma poi l' abbiamo sentita urlare, l' abbiamo vista tutti mentre le legavano a forza gambe e mani. Un parente ha cercato di aiutarla, è corso verso di lei ma gli islamisti hanno iniziato a sparare. E hanno ucciso un bambino». Un «danno collaterale», di cui le Corti si sono scusate. «Chiediamo perdono per la morte del bambino -, ha dichiarato alla folla un loro leader - Vi assicuriamo che la persona che ha sparato verrà giudicata». Altre voci di spettatori, parlando con i media, hanno poi aggiunto dettagli crudeli. Sepolta in un buco fino alle spalle come prescrive la legge, Aisha per ben tre volte ha forse sperato che la tortura finisse: gli shabàb che da agosto hanno riconquistato la città sulla costa somala meridionale ad un certo punto hanno interrotto il lancio di pietre per estrarla dalla terra e controllare se fosse ancora viva. Riseppellita, le sassate sono continuate. E dopo qualche minuto l' operazione è stata ripetuta. Tre volte, fino alla morte. La lapidazione di Aisha, la prima in Somalia da anni, ha riportato in primo piano questa feroce forma di pena capitale. «La Presidenza francese del Consiglio dell' Unione europea denuncia l' atroce esecuzione, che i ribelli islamisti hanno deliberatamente resa pubblica in modo del tutto spregevole», ha commentato ieri Parigi a nome dell' Ue. E condanne sono arrivate da Ong, intellettuali, singoli cittadini anche musulmani. Tra loro quelli impegnati in una vasta campagna contro la lapidazione, di cui molti teologi mettono perfino in dubbio la legalità. Il Corano infatti non ne parla, al massimo prevede frustate per gli adulteri. La pratica viene citata in un «detto» del Profeta nemmeno troppo affidabile. E a fronte delle pressioni internazionali, i pochi Stati in cui è ancora legale (Iran, Pakistan, Nigeria, Yemen, Arabia) hanno infatti decretato da anni moratorie sostanzialmente rispettate. Ma per molte ragazze e donne che vivono in terre difficili, dove nemmeno la Sharia viene rispettata e la legge è in mano a fanatici, la morte sotto le pietre resta un incubo. E a volte diventa, ancora, realtà. Zecchinelli Cecilia


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29 ottobre 2008
La legge degli Shabab, talebani d' Africa

Corriere della Sera, Massimo Alberizzi, 29 ottobre 2008


Sheikh Hassan Mahdi è uno degli uomini più oltranzisti della Somalia. Il suo vice, fino a pochi giorni fa, era sheikh Mustafà Ali Anod e lo seguiva come un' ombra. Assieme comandavano la brigata Khalid Bin Walid e in agosto hanno catturato Chisimaio, seconda città della Somalia, 500 chilometri a sud di Mogadiscio, sottraendola alle milizie tribali. Da allora per gli abitanti della città è diventato un inferno. I due hanno vietato l' uso del chat, l' erba leggermente narcotica che i somali usano masticare in continuazione; proibito il business durante le ore della preghiera (di cui è fatto obbligo, naturalmente); vietati i cinema e gli altri intrattenimenti «da criminali». Qualche giorno fa i due hanno litigato sull' atteggiamento da tenere nei confronti di altri due gruppi di ispirazione musulmana: l' Unione delle Corti Islamiche considerate moderate, quelle guidate da Sheikh Sharif Shek Ahmed che fanno base a Gibuti, e quelle oltranziste, il cui leader sheikh Hassan Daher Aweis risiede ad Asmara. Scartata qualunque ipotesi di accordo con i morbidi, Hassan Mahdi ha escluso anche i contatti con gli oltranzisti. «I loro capi sono rinnegati - ha detto durante una riunione della Shura, il parlamento che governa Chisimaio -. Hanno scelto come esilio l' Eritrea che collabora con Israele e ha concesso ai sionisti una base. Dunque sono nemici anche loro. Noi restiamo autonomi e indipendenti e non risponderemo a nessuno delle nostre lotte». Più oltranzisti degli oltranzisti, dunque. Il suo vice non era d' accordo: è stato cacciato con un voto all' unanimità. A Chisimaio la legge coranica è stata applicata con ancora maggior rigore, se possibile. E così sheikh Hassan Mahdi, tanto per dare il buon esempio, ha condannato e fatto lapidare Aisha. L' arcipelago islamico somalo si sta frantumando anche se la geografia dei gruppi minori, come quello che si è impadronito di Chisimaio, non è ben chiara. Da una parte, comunque ci sono le Unione delle Corti Islamiche dislocate a Gibuti (Uic-D). Lottano contro gli etiopici ma hanno aperto trattative per fissare una data per il ritiro delle loro truppe dalla Somalia. Vogliono la Sharia, ma applicata senza disumano rigore. Dall' altra il gruppo delle Corti i cui dirigenti politici stanno ad Asmara (Uic-A). Non intendono trattare con il governo di transizione finché i loro alleati di Addis Abeba non avranno ritirato le truppe. Una condizione impossibile da realizzare, perché senza il sostegno degli etiopici l' amministrazione del presidente Abdullahi Yusuf cadrebbe come un castello di carte al primo soffio. I capi militari dell' Uic-A sono in Somalia. Due innanzitutto: il vecchio colonnello Hassan Turki (il vero ideologo dell' islamismo radicale somalo) che opera con i suoi gruppi nel Sud, mantiene un profilo bassissimo ma che, a detta degli americani, ha il contatto diretto con Al Qaeda. E il bellicoso Muktar Robow, alias Abu Mansur, impegnato in azioni di sabotaggio contro gli etiopi a Mogadiscio. Oltre alla brigata Khalid Bin Walid nel Sud della Somalia opera un altro gruppo, l' Harakat Ras Kamboni. Ras Kamboni è un promontorio quasi al confine con il Kenya dove gli islamici avevano costruito una potente base (fatta di cunicoli sotterranei, bunker, capannoni nascosti nella foresta) conquistata e fatta saltare dalle truppe di invasione etiopiche nel gennaio 2006.


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29 ottobre 2008
Una battaglia di democrazia
 la Repubblica, Miriam Mafai, 29 ottobre 2008

Rischia di essere, quella di ieri, una giornata infausta per la storia della nostra democrazia. La giornata nella quale un presidente del Consiglio, rifiutando con arroganza ogni invito alla discussione che gli viene da una parte importante del Parlamento e dallo stesso Presidente della Repubblica, annuncia che intende procedere per la sua strada. E che intende modificare a suo piacimento la legge elettorale con la quale gli italiani dovranno tra qualche mese scegliere i propri rappresentanti al Parlamento europeo.

Si può modificare una legge elettorale a colpi di maggioranza? Teoricamente si può. Nessuna norma lo vieta. Ma la storia ci insegna che le leggi elettorali approvate a maggioranza non sono soltanto il segno di una sofferenza della democrazia, ma aprono una lacerazione profonda nel paese dalla quale nessuna forza politica trae un duraturo vantaggio. Basti ricordare la tormentata vicenda della cosiddetta «legge truffa» del 1953 cui seguì la sconfitta della Dc e di un leader politico come Alcide De Gasperi.

Le leggi elettorali, non possono essere che l´esito di un confronto e di un accordo tra le varie forze politiche. La legge elettorale fissa le regole del gioco democratico, trasforma i voti espressi nel segreto dell´urna in seggi da attribuire nella assemblea per la quale si vota. Si prefigurano così o si determinano, anche a seconda della legge adottata, le possibili maggioranze. Ma, in qualsivoglia gioco, le regole devono essere stabilite in accordo tra i giocatori. In caso contrario, quando questo non si verifichi, l´esito del gioco risulterà arbitrario, falsato dalla violenza o dall´inganno di uno dei giocatori.

E´ la regola che ci siamo dati quando, entrata in crisi la cosiddetta Prima Repubblica con il suo sistema rigorosamente proporzionale, si è proceduto, di comune accordo, alla adozione di un sistema misto (maggioritario e con una quota proporzionale) che avrebbe dovuto garantire, come di fatto garantì insieme rappresentanza e governabilità. A quel sistema ha fatto seguito quello che lo stesso suo autore, l´on. Calderoli, ha definito in uno slancio di sincerità, il «porcellum». E´ stata la prima pesante forzatura di quella norma non scritta che voleva che le leggi elettorali venissero cambiate solo con un accordo tra le parti in gioco.

Ora siamo alla seconda puntata della violazione della regola. La proposta di modifica della legge elettorale per le europee che la maggioranza ha presentato lunedì nell´aula di Montecitorio prevede uno sbarramento elettorale al 5% e l´abolizione del voto di preferenza. Lo sbarramento se approvato impedirebbe l´entrata nel Parlamento europeo (dove non esistono esigenze di governabilità) di forze oggi minoritarie, sia dello schieramento di centro come l´Udc sia di quella sinistra che già, in nome della governabilità, è stata esclusa dal parlamento nazionale. L´abolizione poi del voto di preferenza suona come una rinnovata pretesa di arroganza da parte dei partiti che vogliono nominare essi stessi, nel chiuso delle loro segreterie, i parlamentari europei, dopo avere scelto, nel chiuso delle stesse segreterie, i parlamentari nazionali.

Sul tema è intervenuto ieri con la consueta autorevolezza ed equilibrio il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ricordando non solo l´opportunità di ricercare, sulla eventuale riforma elettorale, un ampio consenso in Parlamento, ma indicando anche come necessaria l´esigenza di «non comprimere il pluralismo politico» e, insieme, la necessità di «garantire un effettivo intervento dei cittadini elettori nella scelta dei loro rappresentanti». Su questa linea, che vuole una riduzione della soglia dello sbarramento e il mantenimento della preferenza, sono già schierati il Pd di Walter Veltroni, l´Idv di Di Pietro, e l´Udc di Casini.

La battaglia è aperta alla Camera. E tutto fa pensare che il Pd intenda utilizzare, questa volta, tutte le possibilità che il regolamento della Camera (e le divisioni che vanno emergendo nella maggioranza) gli consente e gli offre. Non tutte queste possibilità vennero utilizzate a suo tempo, quando il cosiddetto «Porcellum» venne in discussione nella precedente legislatura, sottovalutando probabilmente i pericoli che da quella legge sarebbero venuti alla stessa vita democratica del paese.

Ora, ogni illusione è scomparsa. La risposta fornita da Berlusconi alle preoccupazioni del presidente Napolitano, l´arroganza con la quale rifiuta ogni confronto con l´opposizione, la esplicita pretesa di arrogarsi il diritto di «nominare», mandandoli in Europa, i suoi personali esperti e i suoi avvocati (senza consentire agli elettori di esprimere le proprie preferenze) è l´anticipazione di un modello di democrazia già disciplinata o meglio dimezzata. La democrazia è fatta anche, forse soprattutto, di contrasti, di polemiche, di contrapposizione di idee, di scelte e soluzioni. E´ un processo che richiede in primo luogo il rispetto dell´avversario politico, la presa in considerazione delle sue idee, delle sue opzioni, perché sono le idee le opzioni le scelte di quella metà del paese che non ha votato per chi ha vinto le elezioni...

In democrazia chi vince le elezioni ha il compito di governare, ma non è il padrone del paese. E ha soltanto in prestito il governo, per un numero limitato di anni. Chi pensa, come Berlusconi, di essere il padrone del governo e del paese, rappresenta un reale pericolo per la nostra vita democratica. E´ augurabile che se ne rendano conto anche alcuni che fanno parte, oggi, della sua maggioranza. Prima che sia troppo tardi.
29 ottobre 2008
Lapidata in piazza a 23 anni la folla si ribella, ucciso un bambino
la Repubblica, Anais Ginori, 29 ottobre 2008

Nel sud della Somalia, Chisimaio è una città dove le lancette sono tornate indietro di anni, secoli. Per volontà dei guerriglieri delle deposte Corti Islamiche, che a fine agosto hanno espugnato questo porto strategico, la macchina del tempo viaggia a ritroso. La città è governata dalla sharia, la legge islamica interpretata nel modo più integralista: niente svaghi, solo preghiere, paura e povertà, al tramonto il coprifuoco. Qui Asha Ibrahim Dhuhulow, 23 anni, è stata lapidata lunedì davanti alla folla.

Il capo coperto da un velo verde, la giovane è stata condotta a bordo di un furgone sul luogo del supplizio - una piazza sterrata in mezzo a Chisimaio -, poi infilata in una buca fino al collo, davanti a centinaia di persone. Dopo averla colpita ripetutamente con i sassi, i suoi carnefici l´hanno tirata fuori tre volte per verificare se fosse morta. E quando alcuni dei parenti si sono scatenati cercando di soccorrerla è scoppiato il caos. Le guardie hanno aperto il fuoco sulla folla. Un bimbo è rimasto ucciso.

L´avevano arrestata qualche giorno fa. L´accusa: adulterio. Ma nessuno in famiglia, neanche il marito sapeva di altre relazioni di Asha. Probabilmente la denuncia di qualche abitante per un comportamento equivoco, o forse soltanto un pretesto. «Ci era stato detto che lei stessa aveva riconosciuto la propria colpa, ma bisognava vedere come urlava, mentre la immobilizzavano legandole mani e piedi» ha raccontato un testimone alla Reuters.

Secondo i familiari, Asha non ha ricevuto un "processo" coranico equo: «L´Islam - ha ricordato la sorella - non permette che una donna sia messa a morte per adulterio se non si sono presentati pubblicamente l´uomo con cui ha avuto rapporti sessuali e quattro testimoni del fatto». I giudici fondamentalisti non hanno dato risposta alle proteste. Si sono limitati a replicare che puniranno in maniera adeguata la guardia responsabile della morte del bimbo..

Erano due anni che le Corti Islamiche non ordinavano una condanna a morte così atroce. Alla fine del 2006 le truppe del governo transitorio di Mogadiscio avevano sconfitto gli ‘al Shabaab, i guerriglieri fondamentalisti, considerati come il braccio armato di Al Qaeda in questa regione africana. Ma la guerra è continuata. Da allora non si è praticamente mai interrotta: i morti sono stati almeno 10mila e si contano oltre 3 milioni di profughi. Negli ultimi mesi i ribelli che si oppongono al fragile governo centrale sostenuto dall´Etiopia hanno recuperato posizioni. A fine agosto si sono impadroniti di Chisimaio, promettendo di riportare la legge e l´ordine. E invece hanno portato solo terrore. L´Unione europea ha subito condannato l´esecuzione «particolarmente ignobile», denunciando anche la «pubblicità insostenibile» data alla lapidazione.

La condanna a morte di Asha infatti è stata volutamente messa in piazza, comunicata ai media. I guerriglieri islamici volevano che questo rituale crudele avvenisse sotto i riflettori. E´ suonato come un avvertimento a Mogadiscio. Il governo centrale, infatti, ha appena firmato una tregua, sotto l´egida dell´Onu, insieme all´opposizione politica minoritaria.
Di questo accordo si sta discutendo in questi giorni a Nairobi, durante un vertice dell´Igad (l´organismo che raggruppa i sette stati regionali) ma senza la partecipazione dei guerriglieri islamici che non riconoscono la tregua. Gli Shabaab hanno fatto capire al mondo quello che vogliono: a loro la pace non interessa.

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29 ottobre 2008
I cervelli perduti di firenze
 la Repubblica, Curzio Maltese, 29 ottobre 2008

Ottantamila in corteo nelle strade cittadine. Cinquemila in Piazza Signoria, in un silenzio irreale e contagioso perfino per i turisti, ad ascoltare la lezione di astronomia di Margherita Hack all´ombra del David. Mille o duemila nelle assemblee più calde, «come nel ‘68» commenta qualche docente con l´occhio umido. Domani trenta pullman partiranno per lo sciopero generale di Roma, roba da sindacato. «Ci siamo ripresi la città» dicono i ragazzi e non è uno slogan. Dal centro di Firenze gli studenti sono stati deportati in questi anni nelle nuove e quasi sempre spaventose sedi periferiche di Novoli, Sesto Fiorentino, perse nel grigio dei centri commerciali. Avete presente un campus californiano? Ecco, il contrario. Non un campus, ma nemmeno un campo, un giardinetto, un´aiuola, un portico, una panchina per studiare. E le tasse sono uguali a Berkeley: duemila euro.
«Firenze ha una grande università suo malgrado» racconta Francesco Epifani («non parente»), 24 anni, uno dei capi della rivolta a Matematica. «I bolognesi si sono ritirati sulle colline e guardano dall´alto la città degli studenti. Qui invece ci hanno sloggiato dal centro e ci tollerano soltanto come ramo secondario del turismo». E´ due volte vero. Nel senso che gli studenti benestanti vengono spolpati al pari di comitive di russi: gli altri fanno i camerieri.
Nella città d´arte più famosa del mondo, l´università e le gloriose istituzioni culturali campano come le antiche famiglie patrizie cittadine: ogni anno si vendono un palazzo. «E´ l´unico modo per chiudere il bilancio e rinviare di anno in anno il commissariamento» spiegano al rettorato. L´anno scorso l´ateneo fiorentino ha messo all´asta la splendida Villa Favard accanto a Santa Maria Novella, ex sede di Economia. Quest´anno è toccato all´ex convento delle Montalve, fra le colline di Careggi. Nella partita di giro a guadagnarci sono soltanto i costruttori fiorentini, più quelli importati come l´intramontabile Salvatore Ligresti. S´arricchiscono con gli appalti delle nuove sedi e investono una parte degli utili comprando a prezzi di liquidazione i palazzi d´epoca nel cuore di Firenze e sulle colline.
In questo vorticoso giro di soldi le università s´indebitano. Non solo Firenze. Nella piccola università di Siena, nonostante i soldi pompati dal Monte dei Paschi, il debito è di 245 milioni. Ma l´Onda è arrivata perfino alle isole felici, come la Normale di Pisa. I «normalisti» non scioperano e non occupano («Come si fa? Viviamo già qui dentro»), ma sono solidali. Hanno appeso sulla facciata di Piazza dei Cavalieri lo striscione che è diventato un simbolo in tutta Italia: «Un Paese vale quel che ricerca». Nella notte un temporale o una manina l´ha buttato giù. «Ma domani ne facciamo uno ancora più grande».
Sopravvivono con le toppe anche le prestigiose istituzioni fiorentine, l´Istituto del Rinascimento, l´Accademia della Crusca. La presidente della Crusca, Nicoletta Maraschi, appena tornata da un giro all´estero per promuovere l´italiano nel mondo, ha subito sposato la protesta degli studenti. Oggi terrà la sua lezione di storia della lingua italiana in piazza Santissima Annunziata. «Il degrado è impressionante, di anno in anno, di governo in governo, di taglio in taglio. Era normale che prima o poi esplodesse il disagio. Dovremmo congratularci con gli studenti, invece di attaccarli. Chiedono una riforma seria, un reclutamento fondato sui meriti e non sulle conoscenze, un progetto complessivo che manca da molti anni. Sono la prima generazione davvero europea, girano il mondo, anche se non abbastanza, e chiedono gli standard dei loro coetanei francesi, tedeschi, inglesi, spagnoli».
E´ l´effetto Erasmus. Ne parlo con Massimo Livi Bacci, demografo, uno dei punti di riferimento della cultura fiorentina, autore di un libro che si vede circolare in queste settimane negli atenei. Attualissimo fin dal titolo: "Avanti giovani alla riscossa". Quasi tutti i capi della protesta che ho incontrato a Roma, Milano, Firenze, Bologna, studenti o ricercatori, professori e associati, avevano alle spalle un´esperienza comune, l´Erasmus oppure un contratto all´estero. «Ma certo, tornano in Italia e scoprono che siamo fuori dall´Occidente, in ritardo su tutto» commenta Livi Bacci. «Io l´Erasmus lo renderei obbligatorio per tutti i giovani, non solo gli studenti. Un anno fuori da casa, da mamma e papà, in un altro paese. Obbligatorio come un tempo il servizio militare». Come si esce dalla crisi giovanile italiana, è il sottotitolo del libro. Come se ne esce, professore? «Con investimenti, di sicuro non con i tagli. Con una politica per i giovani che in Italia non c´è. Ci sono le solite emergenze settoriali, un mese l´emergenza precari, un´altra l´emergenza studenti. Ci sono i ministeri delle politiche giovanili: nel complesso, una bella pagliacciata. La Gelmini ha l´aria di saper poco o nulla di come funziona nel resto d´Europa. Questa cosa del turn over dei ricercatori ridotto al venti per cento è ridicola. Ma ha un´idea il ministero di che cosa vuol dire in concreto?».
Un´idea me la faccio io incontrando nei corridoi di Farmacia un esubero vivente, il ricercatore precario Duccio Cavalieri. «Che succede se passano i tagli? Faccio le valigie e torno in America. Sono stato cinque anni ad Harvard, benissimo, ben pagato, dirigevo un laboratorio di microbiologia. Sono tornato tre anni fa nel mio paese, pieno di speranze. In tre anni, con lo stipendio di un impiegato, ho fatto ottenere all´università di Firenze finanziamenti europei per 750 mila euro che altrimenti sarebbero andati in Spagna, Francia, Portogallo… Ora mi dicono che sono un lusso. Non il barone, io sono un lusso, capito?».
Ad Architettura i ricercatori tengono corsi con duecento studenti, aule stracolme, alla paga di tre euro all´ora, meno di un ragazzo di un call center. A Economia i professori di ruolo hanno proposto un fondo di solidarietà per pagare gli stipendi a tre dei ventitré ricercatori «tagliati». A Giurisprudenza 32 ricercatori associati, in attesa di chiamata da anni, hanno inviato una lettera aperta al rettore: «La chiamata di ciascuno di noi costerebbe 3 mila euro. E´ troppo?». Il professor Lorenzo Foà, fisico di fama internazionale, docente alla Normale di Pisa, ha lanciato l´allarme dall´Unità: «Formiamo cervelli gratis per i paesi stranieri». Gli studenti dell´Onda l´hanno preso alla lettera. A Piazza della Signoria hanno organizzato la «fuga dei cervelli», con cervelli di cartapesta, stile carnevale di Viareggio. I turisti ridevano, gli italiani anche. Ma non ne abbiamo motivo.


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29 ottobre 2008
La Grande Guerra e i suoi Figli

Corriere della Sera, Ernesto Galli Della Loggia, 29 ottobre 2008

La rottura del rapporto storico con lo Stato unitario, in conseguenza della sconfitta del ' 40-' 45, insieme all' avvento della democrazia e alla diffusa modernizzazione, hanno reso l' identità italiana odierna qualcosa di difficilmente comparabile con quella di 90 anni fa. Ma, se si guarda meglio, se si considera con più attenzione lo sviluppo delle cose, allora la prospettiva muta. Allora cominciano a emergere i nessi tra oggi e quel tempo, apparentemente lontano certo, ma che fu anche il tempo in cui cominciammo a diventare ciò che siamo. Avviene così che quegli anni intorno alla Grande Guerra ci si presentino non solo e non tanto come un puro punto di partenza ma come qualcosa di assai più significativo. Essi ci appaiono come una sorta di crogiuolo nel quale non è difficile rintracciare i prodromi dei tratti salienti della odierna identità nostra che ho detto - la rottura dell' antico rapporto con lo Stato, le avvisaglie della democrazia e della modernizzazione. E insieme, però, gli anni e gli eventi stretti intorno al nodo della Prima guerra mondiale ci appaiono anche il palcoscenico sul quale andò in scena la prima rappresentazione delle contraddizioni che quei tratti della nuova identità italiana si portavano appresso, che tutt' oggi si portano appresso. Insomma, ogni volta che all' ordine del giorno della società italiana si pone qualche questione riguardante il senso dello Stato, o l' ethos e i meccanismi della democrazia, o il senso e gli effetti della modernità, ogni volta i problemi, i conflitti, le inadeguatezze che avvertiamo al riguardo, rimandano in qualche modo a quel passato. È come se la guerra del ' 15-18 e il vorticoso succedersi di eventi che da essa prese le mosse costituiscano una sorta di Dna del nostro presente. Il paradosso di questo sovrapporsi di lontananza e di presenza, di passato e di attualità, rispecchia bene la natura ambigua di quella guerra, che fu insieme l' ultima guerra per l' unità nazionale, ma anche il primo episodio di un aspro scontro interno al Paese: scontro che in modi e forme diverse era destinato a caratterizzare gran parte del Novecento italiano, assumendo spesso toni e contenuti di una guerra civile. Se è vero che il primo conflitto mondiale segnò la fine del regime notabilare postrisorgimentale e quindi l' iniziale ingresso delle masse sulla scena nazionale, cioè il principio di una moderna vita politica, ebbene, allora è impossibile non osservare come, proprio a partire da quel punto, nel nostro Paese tale moderna vita politica abbia subito una vera e propria rottura. All' Italia, infatti, non riuscì il passaggio cruciale tra liberalismo e democrazia che il conflitto mondiale aveva messo dappertutto all' ordine del giorno. Nella tormentata contingenza della guerra e del dopoguerra l' Italia scoprì da un lato quanto fragile fosse l' involucro liberale dei suoi ordinamenti e di tanta parte delle sue tradizionali classi dirigenti, e dall' altro, insieme, quale concezione primitiva della democrazia avessero tanti che premevano per nuovi equilibri politici e sociali. Il 1919-22 fu una sorta di ultimo atto di quanto era iniziato nell' inverno-primavera del 1915. Comparvero allora in tutto il loro rilievo quelli che nel cinquantennio successivo, e forse oltre, sarebbero stati alcuni tra i fattori determinanti della scena italiana: una cultura e una pratica di governo dominate dall' indecisione, il radicalismo intellettuale di parte significativa del ceto dei colti, la variegata vocazione attivistica di gruppi consistenti di piccola e media borghesia specie giovanile, il massimalismo largamente diffuso nei pensieri e nell' azione degli strati popolari. A cominciare dalle «radiose giornate», dal «biennio rosso» e poi dalla «marcia su Roma», a cominciare da questi tre atti di un unico dramma, in quante altre occasioni della nostra storia sarebbe capitato agli osservatori più acuti di notare il peso condizionante dei fattori che ho appena ricordati, presi da soli o mischiati tra loro in varia misura! Proprio intorno alla Grande Guerra, insomma, si precisò definitivamente e si approfondì quella propensione alla divisività che ha caratterizzato in modo patologico, e per certi aspetti ancora caratterizza, la storia del nostro Paese. Una divisività che, lo sappiamo bene, oltre che riferirsi a una dimensione propriamente ideologico-politica, anzi quasi prima di essa, tende a presentarsi addirittura in una dimensione antropologico-culturale e perfino morale. Come uno spartiacque tra due nazioni, tra due Italie, una buona e degna, l' altra cattiva e indegna, destinate perciò a farsi in eterno la guerra. La nostra identità novecentesca, ci piaccia o no, sembra fatta anche di questa incomponibile volontà contrappositiva, sempre pronta ad alimentare reciproche, eterne, scomuniche. Ma proprio dal primo conflitto mondiale data anche l' inizio di un fenomeno destinato in certo senso a fungere da paradossale contrappeso rispetto alla divisività di cui ora ho detto, e destinato anch' esso a rappresentare un filo rosso della moderna vicenda italiana. Mi riferisco alla frequente migrazione di personalità e di idee da un' Italia all' altra, da uno schieramento politico-culturale all' altro, per essere più chiaro dalla destra alla sinistra e viceversa. È qualcosa di sostanzialmente diverso dal vecchio trasformismo ottocentesco in qualche modo rimesso a nuovo da Giolitti. Il carattere variegato del fronte interventista nel ' 15 va visto piuttosto come il preannuncio della «grande contaminazione di forze, di ideali, di gruppi» che la guerra produsse già al suo inizio, e poi subito dopo, e che in seguito si sarebbe molte altre volte verificato nell' Italia novecentesca in occasione di ogni grande sommovimento: per esempio nel 1943, e poi nel 1948, e ancora nel ' 68, e da ultimo nel ' 93-94. Un segno, tra i molti altri, di un che di profondamente instabile, incerto e quindi potenzialmente e imprevedibilmente fusionale, che caratterizza la moderna scena pubblica italiana, le sue culture e i suoi gruppi dirigenti, costretti dalla storia a muoversi senza avere il punto di riferimento di alcuna stabile, consolidata, tradizione nazionale. Non è certo un caso se ben due volte, in occasione dei due conflitti mondiali, il nostro Paese abbia visto ogni volta mutare radicalmente il proprio regime politico: e dunque ogni volta si sia posto puntualmente il dilemma di quanta parte della vecchia classe dirigente ammettere nel nuovo ordine, o respingere.

29 ottobre 2008
"Non faremo mai un patto coi neo-nazi"
 La Stampa, Giovanni Cerruti, 29 ottobre 2008

Non è così, ma se proprio vogliono farci un favore lo dicano pure: così al prossimo giro raddoppieremo ancora i voti...». Xenofobi. Razzisti. Ultrà della destra. Nemici delle donne. Amici dei naziskin. Populisti neri. «Una volta avrebbero aggiunto "Haideriani", ma ora che è morto anche i socialisti austriaci hanno riconosciuto i meriti di Joerg Haider e gli errori di certe etichette». Ancora per qualche giorno l’ufficio di Pius Leitner è nel sottotetto della Provincia. Un computer acceso, un televisore rotto, un tavolo, due segretarie, tre sedie. E 43 mila 614 voti da contare e far pesare. Il secondo partito dell’Alto Adige.

«Freiheitlichen», i Libertari. Figliocci di Heider, certo. Ma come Pius Leitner nipotini della Sud Tiroler Volkspartei, la potente Svp sempre meno potentissima, per la prima volta sotto il 50% dei voti.
Lontano da qui, sta dicendo Leitner, è facile semplificare: ha vinto la destra peggiore, l’"Onda nera", come titola il quotidiano di Bolzano. 54 anni, di Vipiteno, già insegnante di scuola media, poi funzionario delle Dogane, una figlia morta ragazzina per tumore («ora avrebbe 27 anni...»), Pius Leitner ha nulla dell’ultrà, e alla sua identità tirolese concede solo il panciotto con sette bottoni sotto la giacca. Finisce il pomeriggio del suo secondo giorno da Vincitore e le segretarie continano a passare telefonate. Se l’aspettava, Leitner. «Abbiamo moltiplicato i voti per tre e li abbiamo presi a tutti i partiti. Nel ’98 avevamo il 2,5%, adesso il 14,3. E vedrete alle prossime elezioni». Nell’attesa può raccontare i motivi, le sue ragioni che forse sono i torti degli altri, Svp in primis.

E spiegare che «noi non siamo di destra, siamo di centrodestra. E per i nostri militanti abbiamo un Codice d’Onore che vieta i contatti con i neonazisti. Con il nostro partito gemello austriaco abbiamo rotto per questo...».
Dice che la sua fortuna è tutto merito o colpa della Svp. «Di una politica vecchia che pensa solo agli interessi propri e alla gestione del potere». Frase che sarebbe perfetta per chi è alla prima volta, al debutto, per chi si è sempre occupato d’altro.
Invece Pius Leitner, che in Alto Adige può passare per l’antipolitica, è uno che viene da molto lontano. Era il segretario dei giovani della Svp. Era il capo degli Schutzen, quelli che si vestono come ai tempi dell’Imperatore e sfilano con lo schioppo sulla spalla. Ha fondato i «Freiheitlichen» nel ’92. Insomma, pure lui sarebbe un vecchio della politica bolzanina.

Ma c’è la Svp che lo salva dal pensionamento, dice. «Grazie a loro qui c’è molto da fare», e voti da prendere. «Hanno fatto dell’Alto Adige una provincia ricca di gente povera». E vai con le cifre: 5,4 miliardi di euro all’anno da spendere, ma come? «Con un aeroporto che è uno spreco? Con le Terme di Merano che dovevano costare 38 milioni e sono costate 80? O con i contributi per la casa che per il 38% sono finiti al 6% di popolazione immigrata? Noi non siamo xenofobi, sia chiaro. Negli anni ’50 sono andati all’estero a cercar lavoro anche i nostri, ma mica si sono portati dietro le mogli e i figli e i cugini».

Per dire che l’immigrazione, anche qui, in alto a destra nella cartina del Belpaese, quando c’è da votare diventa un volano di voti. «Su una popolazione di 480 mila sudtirolesi abbiamo 34 immigrati. A parte chi è venuto dall’Est europeo ci sono 23 mila extracomunitari. Le sovvenzioni attirano...».
E la Svp, secondo Leitner, non ha saputo governare gli effetti. «La nostra Istat valuta che nel 2020 gli immigrati saranno 75 mila. Noi non possiamo gestire gli arrivi, perchè dipendono dal governo di Roma, però chiediamo più competenze. Tra Provincia e Questura non sono nemmeno in grado di fornire dati uguali».
Vista da qui l’Onda Nera fa paura alla Svp, al partitone di Durnwalder che mantiene la maggioranza e continuerà a governare. Pius Leitner sembra un leghista degli anni ’90, quando cominciò la scalata allo strapotere del Pentapartito, l’erosione dei consensi che parte dalla provincia. E Leitner non corregge l’impressione.

«Come la Lega ai suoi inizi anche noi veniamo demonizzati, raccontati per quello che non siamo». Qui la Lega vale appena 2,1%. E nella soffitta del Palazzo della Provincia il Vincitore ammette simpatie: «Sono andato alle loro manifestazioni di Venezia, dei politici italiani conosco solo Maroni».
Con il partito di Eva Klotz, «Sudtiroler Freiheit», sfiorano il 20%. Un bel pacchetto di mischia contro la SVP. Ma ben lontani, insiste Leitner, dai partitini che non si negano amicizie pericolose con gruppi neonazisti di Monaco e Vienna, o con «Forza Nuova», gli ultrà di «Unitalia» e di «Union fur Sudtirol».

Eva Klotz, la figlia del terrorista altoatesino degli anni ’60, «il martellatore della Val Passiria», li vuol tenere ben lontani. «E’ il solito vecchio gioco della Svp, dipingere di nero tutto quello che sta al di fuori. Neonazisti noi? Ma se è stato proprio Hitler a regalare la nostra terra all’Italia!». «Lontano da noi gli estremisti», ripete Leitner prima di spegnere la luce dell’ufficio. Hanno preso due consiglieri provinciali, ma li considera marginali e rischiosi, non andrà ad inseguire i loro voti. «La verità è nei numeri - dice -. E le cifre dimostrano che abbiamo preso voti al gigante Svp. Quelli dell’Ala Sociale, sinistra moderata. E noi puntiamo lì. Come diceva Haider bisogna rompere lo schema, non c’è più destra o sinistra, l’importante è essere davanti».


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29 ottobre 2008
Evviva noi, crepi il mondo
  Corriere Della Sera, Giovanni Sartori, 29 ottobre 2008

Sono arrivate le vacche magre (magrissime) ed è purtroppo tempo di «tagli», di tagli al borsellino e alle spese. I tagli nessuno li vuole (quantomeno per sé). Ma siccome sono inevitabili, avrei giurato che i primi sarebbero stati a carico dell'ecologia. Vedete come è facile essere profeti? E' stato proprio così.

Sulla salute del pianeta Terra noi facciamo da sempre gli struzzi. L'Italia ha sottoscritto a suo tempo gli accordi di Kyoto che ci imponevano di ridurre le emissioni di C02 — tra il 1990 e il 2012 — del 6.5%. Noi invece le emissioni di gas serra le abbiamo tranquillamente aumentate accumulando così un debito di circa 1,5 miliardi. Dunque, fin qui niente tagli, o meglio, siamo morosi e ci proponiamo di non pagare.
Dopodiché abbiamo annunciato che l'accordo europeo per il 2012-2020 che abbiamo testé firmato in gennaio (che prevede una riduzione delle emissioni del 20%) non ci sta più bene. Ipse dixit (Berlusconi): «Non possiamo, in un momento di crisi, caricarci il costo di qualcosa di irragionevole».

Irragionevole? Intendiamoci: sin dall'inizio abbiamo tutti detto che le riduzioni di Kyoto erano insufficienti, insufficientissime. Ma bisognava pur cominciare, soprattutto a sensibilizzare l'opinione pubblica. Resta l'obiezione seria che senza Usa, Cina e India (che hanno rifiutato gli accordi di Kyoto) non si arriva a risolvere nulla. Vero. Ma gli Stati Uniti si sono già ravveduti, e a dispetto del «texano tossico» (il presidente Bush) fanno già più e meglio di noi. Quanto a India e Cina, saranno i primi a essere drammaticamente puniti per il loro «sacro egoismo» (visto che sono i Paesi di gran lunga più fragili e più esposti al collasso climatico).

Il discorso è, allora, che siamo arrivati a essere più di 6 miliardi e mezzo di abitanti su un pianetino che oramai è come una casa pericolante, in imminente pericolo di crollo. Per le singole abitazioni di solito intervengono i pompieri che le fanno sgomberare. Ma il pianeta Terra non può essere salvato così. Non abbiamo a disposizione un pianetone contiguo dove ci possiamo trasferire. Se c'è dunque una priorità assoluta, inderogabile, e non differibile è questa. Lo sottolinea con allarme quasi tutto il sapere scientifico.

Ma la nostra ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo ha ricevuto i suoi ordini e va all' assalto. L'accordo post-Kyoto sulla futura politica ecologica europea non è più accettabile. Chiediamo la dilazione di un anno (per quanti anni?), la diminuzione del nostro onere (che la nostra ministro ha artificiosamente esagerato), e un ricalcolo dei costi-benefici (perché ora e non quando abbiamo firmato?). Insomma, siamo alle solite. Siamo sleali, infidi, e facciamo i furbacchioni.

Allora, la nostra prima decapitazione sarà sui costi che ci dovrebbero consentire — si spera — di sopravvivere come genere umano. Eppure il nostro Paese è tuttora sovraccarico di «grasso » parassitario. Intanto alleva e lascia prosperare una mafia che è davvero una micidiale sanguisuga. Inoltre abbiamo una pubblica amministrazione elefantiaca, e una scuola (mi dispiace ammetterlo) con troppi insegnanti.

Anche sull'Università chi è senza peccato scagli la prima pietra.
Sì, mancano i soldi per la ricerca: ma intanto abbiamo moltiplicato docenti di materie ridicole e anche una miriade di piccole università cartacee e scadenti.

E che dire, infine, degli sperperi clientelari di moltissime amministrazioni locali? Presidente Berlusconi, di «grasso» in giro ce n'è tantissimo. Ma è più comodo non scontentare nessuno a danno del futuro dei ragazzi di oggi.

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29 ottobre 2008
"Fermeremo Obama, siamo il nuovo Ku Klux Klan"
  la Repubblica, Mario Calabresi, 29 ottobre 2008

WEST PALM BEACH (FLORIDA) - «Se Barack Obama venisse eletto la nostra gente diventerebbe completamente pazza: è antitetico a tutto quello che è stata l´America fino ad oggi, sarebbe una cosa oltraggiosa». L´uomo che ho davanti parla piano, con lentezza, scandisce le parole, le pesa prima di pronunciarle. «Non è immaginabile che la nazione più potente del mondo, la guida dell´Occidente, possa essere comandata da un afroamericano radicale, legato ai terroristi che bombardarono il Pentagono. Da un uomo che ogni domenica per vent´anni ha ascoltato il suo pastore chiedere che Dio dannasse l´America».

L´uomo che ho seduto davanti si chiama Don Black, ha 57 anni ed è oggi la guida del più grande movimento del "potere bianco" che ci sia negli Stati Uniti. «Ma non è ancora certo che verrà eletto: nel Paese c´è un forte sentimento razziale che non si legge nei sondaggi, che corre sotto traccia, che potrebbe emergere come una sorpresa il 4 novembre». Don Black è stato il leader del Ku Klux Klan alla fine degli anni Settanta.
«Ma non è ancora detto che Barack Obama verrà eletto: nel Paese c´è un forte sentimento razziale che non si legge nei sondaggi, che corre sotto traccia, che potrebbe emergere come una sorpresa il 4 novembre». Don Black è stato il leader del Ku Klux Klan alla fine degli Anni Settanta, viene dall´Alabama e da vent´anni si è trasferito a vivere in Florida dove nel 1995 ha fondato Stormfront - «Fronte della tempesta» - il sito web del nazionalismo bianco: «144mila iscritti, 42mila visitatori ogni giorno».

«La minaccia rappresentata da Obama ci fa crescere settimana dopo settimana da mesi, la gente bianca sta mettendo fuori la testa, esce dal bosco in cui si era rifugiata, adesso si sente motivata ad alzarsi e a combattere per i suoi interessi. Dobbiamo mobilitarci prima che gli immigrati trasformino quella che era una nazione ricca e stabile in un Paese del Terzo Mondo». Don Black dice apertamente e tra virgolette quello che da mesi sento ripetere sui treni, nei bar, nei negozi in Pennsylvania e in Kentucky, in Florida o in South Carolina.

Discorsi pieni di rabbia contro gli immigrati, contro chi non parla l´inglese, contro una società multirazziale che fa paura, contro Barack Obama che sarebbe il simbolo della vittoria della stagione dei diritti civili. È per questo che i movimenti suprematisti bianchi, i neonazisti e gli skinheads hanno ricominciato a crescere dopo anni di marginalità.
«Ci stiamo avvicinando a tempi rivoluzionari, non penso a qualcosa che abbia a che fare con le armi ma si sente un fervore nuovo: l´America è pronta per una nuova dichiarazione d´indipendenza. Dobbiamo tornare alle origini: questo Paese è stato fondato da coloni europei bianchi e da lì vengono la nostra cultura, le nostre tradizioni e i nostri valori». Don Black è cresciuto nel Ku Klux Klan - dove è arrivato a raggiungere la posizione di Grande Dragone, il grado massimo nella gerarchia interna -, viene da Birmingham la città dove più dura fu la battaglia contro la segregazione razziale, la città dove quattro bambine nere furono uccise nel 1964 da una bomba piazzata in una Chiesa battista. Nel 1974 insieme a Dave Duke, leader storico del KKK, tentò di trasformare il Klan in una forza politica: «Fallimmo per colpa della propaganda dei media che avevano screditato il movimento, avevamo la reputazione dei violenti e fu impossibile trasformare e rilanciare l´organizzazione. Ma ci rimase la convinzione che bisognava dare alle nostre idee una nuova faccia, legale e presentabile».

Gli chiedo allora se Stormfront non sia altro che il nuovo Ku Klux Klan, il Klan del Ventunesimo Secolo senza cappucci e simboli ariani. «Sì, è così», risponde d´istinto. Accanto a Don Black è seduto il figlio Dereck, 19 anni, l´organizzatore della radio su internet di Stormfront. Dall´inizio del nostro incontro ascolta in silenzio, ma adesso interrompe il padre: «Non lo hai mai detto, non lo puoi dire». Si agita e cerca di fermare con la mano il discorso: «Lo sai che non lo puoi dire». Il padre resta immobile: «Non lo direi mai ad un giornalista americano, ma lo sai che è vero».

Dereck, cappello di pelle da cowboy australiano sempre in testa, è la nuova faccia del suprematismo bianco ed è stato eletto nel direttivo di Repubblicani della contea di Palm Beach. Il segretario del partito non lo vuole e si oppone alla sua elezione, ma i Black stanno dando battaglia: «Il leader locale, che è un ebreo - sottolinea il padre - non lo vuole far sedere, ma Dereck è stato eletto con il 60 per cento dei voti e le regole democratiche devono essere rispettate».

Questa battaglia apparentemente minore è cruciale per il futuro del movimento del "white power": «Non è più tempo per cercare di creare un terzo partito destinato alla marginalità, dobbiamo presentarci ad ogni elezione primaria dentro il partito repubblicano così da imporre i nostri temi nel dibattito, dobbiamo lavorare per creare un nostro gruppo di interesse, per restaurare le tradizioni e i veri valori bianchi». La prova generale c´è stata nel giugno del 2007, quando il Congresso bocciò la legge di regolarizzazione di milioni di immigrati illegali voluta da George Bush: «Abbiamo fatto la nostra parte: ci siamo mobilitati al massimo per fare pressioni in ogni collegio sui deputati e i senatori. Abbiamo vinto perché la maggioranza dei cittadini ha paura che l´America diventi come Haiti. Non esiste la possibilità di una reale integrazione: un messicano non può diventare un vero cittadino americano, perché non si può cambiare la natura delle persone e l´ambiente conta fino ad un certo punto. Non illudiamoci: alla fine sarebbero loro a trasformare noi a farci diventare un Paese sottosviluppato».

E qui il figlio puntualizza: «Se non cambiamo in fretta, entro quarant´anni noi bianchi saremo una minoranza».
Don e Dereck Black fanno sentire la loro voce tutti i giorni insieme a quella di David Duke su internet, ma non amano le interviste e hanno accettato l´incontro perché il giornale è italiano: «Ci piace il vostro Paese: c´è molta eccitazione sul nostro sito per quello che sta succedendo da voi, siete i primi e a reagire a dimostrare che non vi fate sottomettere dagli immigrati. Anche David Duke la pensa così, tanto che passa la maggior parte del suo tempo nel nord Italia e l´anno scorso eravamo tutti a sciare sulle Dolomiti». Ma alla domanda su dove viva Duke si raffreddano: «Questo preferiamo non dirlo, ci tiene al fatto che la cosa resti riservata».

L´incontro avviene da "Flanigan´s bar and grill" a West Palm Beach, un locale poco lontano dalla villetta con la bandiera sudista dove abitano. Il locale di legno non ha finestre e al bancone a forma di ferro di cavallo sono tutti rigorosamente bianchi. L´appuntamento è nel parcheggio. Don Black, che è un omone altissimo, arriva camminando a fatica, appoggiandosi ad un bastone: ha avuto un ictus tre mesi fa. «Il recupero è lento e faticoso ma ogni giorno faccio miglioramenti».

Black è un programmatore di computer, per questo è stato il primo a immaginare che la galassia del razzismo bianco potesse sbarcare su internet. Non lo racconta mai, ma ha imparato ad usare le tecnologie in una prigione federale del Texas dove ha scontato una condanna a tre anni per aver tentato un colpo di stato nell´isola caraibica di Dominica. Agli agenti federali che lo arrestarono, mentre stava per salpare da New Orleans su una nave carica di armi automatiche ed esplosivi, disse: «Volevamo creare un regime anticomunista, lo facevamo nell´interesse degli Usa e ci sentiamo traditi».

Gli chiedo subito del Ku Klux Klan, della violenza e degli omicidi. «Il Klan ha grandi meriti, ha restaurato l´ordine nel Sud dopo la Guerra Civile, oggi si cerca di riscrivere la storia ma era una forza veramente positiva». Ma i linciaggi e le bombe? «C´è stata violenza negli Anni Sessanta, ma è stata enfatizzata e usata contro di noi dai media». Non c´è niente di cui pentirsi? A fatica Don Black bisbiglia: «Ci sono state cose sbagliate», per aggiungere subito: «Ma i processi che si celebrano oggi, quarant´anni dopo, contro membri dell´organizzazione sono solo processi politici». Gli ricordo la bomba di Birmingham e le bambine ammazzate: «Non si dimentichi che io ero solo un ragazzino allora, ma tante volte mi chiedo: chi c´era dietro? Perché dopo quella bomba il governo spazzò via tutte le istituzioni del Sud e aprì scuole e università».

Nostalgico della segregazione razziale? «Non penso che sia più proponibile, ma in certi posti funzionava: nelle scuole c´era più sicurezza».
Voterete per John McCain?, chiedo alla fine. «I due candidati sono assolutamente uguali, vogliono l´amnistia per gli immigrati e continuare a far intervenire il nostro esercito in giro per il mondo: così si buttano via un sacco di soldi e si impoverisce l´America. Noi siamo contro l´intervento in Iraq dal primo giorno, ci siamo andati solo perché la lobby ebraica dirige la nostra politica estera. Però resta il fatto che uno dei due è nero e se entrasse alla Casa Bianca saremmo arrabbiati e demoralizzati, non ci potremmo sentire rappresentati da lui. I Padri fondatori avevano pensato ad una nazione bianca e questo non va dimenticato. E´ tempo che i bianchi americani si alzino e si battano per i loro interessi e per i loro diritti. La minaccia di Obama ci motiva».
Stormfront ha 144mila iscritti. «Quello - precisa mentre mi saluta - era il dato del mese scorso».

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29 ottobre 2008
L' istruzione dei figli e il doppio standard
 Corriere della Sera,  Michele Salvati, 29 ottobre 2008,

Quando studiavamo a Cambridge, nei primi anni ' 60, mia moglie ed io eravamo diventati molto amici del mio supervisor, Michael Posner, un eccellente economista e un appassionato laburista. Quando ci raccontò, una sera a cena, che aveva appena iscritto il figlio ad una famosa (e costosa) scuola privata, non potemmo reprimere la nostra meraviglia: «ma come, sostieni politicamente le scuole pubbliche e poi mandi tuo figlio alle private». «Quando avrete figli - fu la sua risposta - vi accorgerete anche voi che non è il caso di sacrificare il destino di una persona che amate ad un principio politico, che pur trovate giusto difendere in via generale e per il futuro». Mi è tornato in mente questo episodio leggendo nei giorni scorsi che molti politici della sinistra mandano i figli a scuole private e riflettendo sui caustici commenti che Pierluigi Battista ha dedicato loro ier l' altro, nella sua rubrica fissa su questo giornale. Non mi interessa discutere se si tratti veramente, da parte di costoro, di un «cinico doppio standard», come titola il pezzo. Sarebbe tale se questi politici non si impegnassero seriamente per migliorare la qualità della scuola pubblica, se veramente «bocciassero con furore ogni parvenza di riforma», ma non mi sembra che questo deprecabile atteggiamento si possa desumere dal semplice fatto che essi criticano le riforme Gelmini. E' vero che, per la scuola elementare e media, non ho ancor visto da parte delle opposizioni un tracciato di riforme adeguato a risollevarci dalla cattiva situazione odierna, capace di operare i risparmi necessari e insieme di migliorare la qualità dell' istruzione pubblica. Se è per questo, tuttavia, neppure l' ho visto da parte del governo: il docente unico, l' accorpamento di scuole troppo piccole e le altre misure dell' incombente decreto sono piccoli provvedimenti, con alcuni dei quali si può anche essere d' accordo, ma non un progetto di riforma di grande ambizione. Che cosa verrà dopo? Credo che una parte almeno delle proteste di questi giorni abbiano a che fare con la mancanza di un disegno di riforma esplicito, graduato nei tempi d' attuazione, con finalità chiare. Si vuole veramente creare una scuola pubblica d' eccellenza, o l' eccellenza i benestanti dovranno andare a cercarsela nelle scuole private? E' il timore che la via prescelta sia la seconda ciò che muove le proteste, o almeno quelle più ragionevoli. Insomma, il progetto di lungo periodo va dichiarato, va reso esplicito. Noi veniamo da una situazione nella quale le scuole d' eccellenza - i grandi licei, non pochi istituti tecnici e professionali - erano scuole pubbliche. Nella quale, salvo eccezioni non numerose, le scuole private erano di qualità e severità inferiore, e servivano i figli di famiglie benestanti che non riuscivano a «farcela» nella scuola pubblica. La situazione sta cambiando, per l' impatto di numerosi fattori: la scolarità di massa e l' immigrazione, stipendi troppo bassi, incapacità di premiare il merito e sanzionare il demerito, e tanti altri ancora. L' inerzia positiva di una buona tradizione, la capacità e il duro lavoro di tanti insegnanti, ancora tengono in vita ampie aree di eccellenza: per allargarle, per diffonderle dove ce ne sarebbe più bisogno, quei fattori andrebbero affrontati con misure adeguate. Per alcune di esse ci sarebbero da superare resistenze e proteste: valutazioni serie e conseguenze significative su carriere e remunerazioni sarebbero uno shock in un settore dove l' uniformità di trattamento e l' assenza di valutazione sono state la regola. Ma mentre in parte capisco le proteste odierne, perché il progetto di lungo periodo non è chiaro, quelle nei confronti di un progetto riformatore che si muovesse nella direzione indicata le troverei ingiustificate. In mancanza di un progetto che miri all' eccellenza della scuola pubblica il destino americano è di fronte a noi. Rimarranno buone scuole pubbliche, ma sempre di meno. Aumenterà di molto il numero delle buone scuole private, poiché la domanda crea l' offerta. E, in assenza di buone scuole pubbliche in vaste zone delle città e del Paese, sarà molto difficile (e ingiusto) rifiutare a famiglie non benestanti, ma che non vogliono mandare i figli alle cattive scuole pubbliche del quartiere o dell' area in cui vivono, sussidi o voucher per frequentare buone scuole private. Per ora è un incubo, ma potrebbe realizzarsi.


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28 ottobre 2008
Il papa buono
l 'Unità, Giuseppe Tamburrano, 28 ottobre 2008

Giovanni XXIII è passato nell’immaginario collettivo come il «Papa buono». E tale certamente fu il
pontefice che veniva da una famiglia contadina non ricca. Stupende le parole «Fate una carezza ai
vostri bambini da parte del papa». Significativo il suo interessamento per gli operai dell’Arsenale di
Venezia quando fu patriarca in quella città. Ma Papa Giovanni fu qualcos’altro, di grande
importanza: aveva cuore e cervello, e usò la sua intelligenza, la sua saggezza, la sua cultura per una
profonda riforma degli orientamenti della Chiesa cattolica «universale». Ha raccontato Fanfani che
un giorno, vedendo una moltitudine di contadini che scendeva da una collina, il Papa gli disse:
«Ecco, io a quelle persone non chiederei da dove vengono, ma dove vanno per fare eventualmente il
cammino insieme». In questa frase vi è la «rivoluzione» giovannea.
Pio XII fu il papa della «condanna dell’errore» e volle una chiesa combattente, animatrice della
crociata contro il comunismo. Giovanni XXIII volle una chiesa universale, di tutti gli uomini e
donne di buona volontà, a prescindere dalle loro provenienze ideologiche o culturali: una chiesa
evangelica e pastorale. E fu il papa del «dialogo con l’errante». Molti furono i segnali di questo suo
orientamento ben prima di salire sulla cattedra di Pietro. Ne ricordo uno significativo, anche per le
sue implicazioni politiche (nel senso più alto). Il Partito socialista tenne a Venezia nel febbraio del
1957 il suo XXXII congresso. Il patriarca salutò l’assise con un manifesto beneaugurante con
queste parole molto significative: «Io apprezzo l’importanza eccezionale dell’avvenimento che
appare di grande rilievo per l’immediato indirizzo del nostro Paese» (le Gerarchie lo indussero ad
una ritrattazione).
Salito al soglio pontificio esattamente cinquanta anni or sono, papa Roncalli dispiegò la sua azione
riformatrice che consisté nel rinnovamento non delle Gerarchie (se si esclude la direzione
dell’Osservatore Romano), ma degli indirizzi ecclesiastici. La prima enciclica è la Mater et
Magistra, del luglio 1961, che rinnova la dottrina sociale della chiesa cattolica della Rerum
novarum di Leone XIII, e nella quale è sollecitato l’impegno ad operare per la giustizia sociale
scegliendo autonomamente le alleanze necessarie: è il superamento dell’integralismo, è l’apertura ai
soggetti collettivi impegnati nel sociale. L’enciclica successiva, Pacem in terris (10 aprile 1963), è
il documento fondamentale dell’indirizzo giovanneo che ispirerà il Concilio Vaticano II. Ecco il
passaggio centrale: «Va altresì tenuto presente chen on si possono neppure identificare false
dottrine filosofiche sulla natura, l’origine e il destino dell’universo e dell’uomo con movimenti
storici e finalità economiche e sociali, culturali e politiche… Inoltre, chi può negare che in quei
movimenti, nella misura in cui sono conformi ai dettami della retta ragione e si fanno interpreti
delle giuste aspirazioni della persona umana, vi siano elementi positivi e meritevoli di
approvazione? Pertanto, può verificarsi che un avvicinamento o un incontro di ordine pratico, ieri
ritenuto non opportuno e non fecondo, oggi invece sia tale, o lo possa divenire domani».
Per comprendere l’importanza del papato di Giovanni XXIII e il suo contributo al superamento
della guerra fredda, occorre collocarlo nel contesto mondiale, oltre che in quello nazionale. Era il
tempo in cui i popoli coloniali conquistavano l’indipendenza ed entravano nella storia e sulla scena
internazionale: il Terzo Mondo che fu fattore di equilibrio tra le due grandi potenze atomiche. Un
giovane intelligente e lungimirante entra alla Casa Bianca, J. F. Kennedy, con il programma della
«Nuova Frontiera» che non era solo impegno per la distensione internazionale, ma anche apertura ai
nuovi paesi del mondo sottosviluppato. Dalla rigida nomenclatura sovietica emerge un segretario
generale estroso, iconoclasta, Nikita Krusciov, che favorisce il disgelo con l’Occidente e avvia la
destalinizzazione (un cambiamento nel e non del sistema burocratico e autoritario del partito unico
russo). L’Italia è investita dal miracolo economico che rinnova il tenore di vita, le abitudini e le
culture, «europeizzava» il paese e faceva cadere gli steccati della rigida contrapposizione, specie tra
le forze sociali e politiche. Una parte della sinistra, il PSI di Nenni, aveva rotto col PCI di Togliatti
ed era disponibile all’incontro con i cattolici di sinistra e con la DC. La vecchia politica centrista e
conservatrice era in crisi e la DC non aveva più una maggioranza in Parlamento. È in questo
contesto che si collocano e risaltano l’opera del «Papa buono» e il suo Concilio. Egli ha favorito
una svolta decisiva nella politica italiana: ritirandosi nella sfera religiosa ed evangelica ha fatto
crescere l’autonomia politica dei cattolici: e Fanfani e Moro ebbero meno freni alla loro iniziativa
verso i socialisti. Ma l’indirizzo giovanneo non era solo una implicita apertura al dialogo tra
socialisti e cattolici. Il suo «dialogo con l’errante» è universale: riguarda tutti coloro che operano
per il «bene comune», e si rivolge anche ai popoli nuovi usciti dal dominio coloniale. La prima
traduzione concreta di questo dialogo fu in Italia il centro-sinistra. I socialisti furono profondamente
legati al Pontefice. Non per caso il 19 febbraio 1965 fu Nenni a celebrare all’ONU la Pacem in
Terris.

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27 ottobre 2008
Donna Letizia e la guerra di successione

la Repubblica, Massimo Giannini, 27 ottobre 2008


Tutti a tavola. Con la firma dell’apposito decreto legge, la gigantesca mangiatoia dell’Expo di Milano è ufficialmente aperta. Di qui al 2015, sono almeno 14 i miliardi di euro da spendere, per mettere in piedi la colossale manifestazione planetaria che dovrebbe riportare il capoluogo lombardo agli onori del mondo. La composizione del board della società di gestione che dovrà amministrare questo enorme fiume di denaro è un compromesso che accontenta e scontenta tutti allo stesso modo. «Io guardo al bicchiere mezzo pieno», dice il sindaco Letizia Moratti. E si capisce che lo dica. Ha combattuto per sfilare al Tesoro le leve necessarie a movimentare il giro d’affari e l’indotto dell’Expo. Non ci è riuscita, ma almeno ha limitato i danni, strappando tre poltrone nel cda.
Ma dietro l’Expo si consuma una guerra di potere più vasta e più aspra. Si tratta della successione a Berlusconi alla guida del centrodestra. Il tema non è all’ordine del giorno, e lo sarà solo se e quando il Cavaliere deciderà di mettercelo. Nel frattempo, però, la battaglia di posizione infuria nelle retrovie. Giulio Tremonti sta usando le sue armi più pesanti. Con il nodo scorsoio della Finanziaria triennale ha blindato i conti pubblici, e ha stretto il cappio intorno al collo di ministri affamati di fondi e correnti assatanate di prebende. Di fatto ha disarmato persino Gianni Letta, ex plenipotenziario del premier e ormai tutt’al più suo garante nelle micro e macro vertenze neoconsociative, tipo Alitalia. Con la trappola a tempo del decreto salvabanche, si accinge a guidare l’abbraccio mortale che soffoca gli ultimi «fronti» di resistenza dell’establishment e ridisegna per sempre la mappa del potere bancario. Di fatto ha oscurato Mario Draghi, che teme come l’ombra di Banco perché ipotetico candidato a un governotecnico di salute pubblica, se la crisi travolgesse il governo politico del Cavaliere.
Restava da sbaragliare il «fronte del Nord», di cui il superministro vuole essere unico alfiere. Moratti e Formigoni sono due nemici giurati, sia nelle veste di simboli della Questione Settentrionale, sia soprattutto in quella di competitor per il dopoBerlusconi. Con la soluzione adottata sull’Expo, il fronte non è sbaragliato, ma sicuramente ridimensionato. Ora Tremonti guida qualcosa di più di un superministero. Il suo è ormai un vero e proprio subgoverno. Quanto potrà ancora crescere, senza entrare in rotta di collisione con il capo del governo?


27 ottobre 2008
Istruzione, scuole e università perdono 471 milioni nel 2009
Il Sole 24Ore, Antonello Cherchi e Gianni Trovati, 27 ottobre 2008

Sono protagoniste nelle piazze e sulle pagine dei giornali, ma a leggere la radiografia dei sacrifici chiesti dalla manovra d'estate all'attività dei ministeri scuola e università sembrano giocare un ruolo di secondo piano. L'«istruzione scolastica» trova infatti nell'articolo 60 della legge 133/2008 un conto da 293 milioni, pari allo 0,6% degli oltre 45 miliardi di euro che l'amministrazione centrale dedica a questa voce. L'università, invece, paga un pegno da 178 milioni, cioè il 2% del budget complessivo della "missione" 2009.
Ma queste cifre offrono solo una visione parziale, e la distanza fra i numeri messi in fila dalla Ragioneria generale e la tensione che agita classi e aule universitarie ha un trait d'union. Prima di tutto, i tagli all'istruzione sono progressivi, e il 2009 offre solo un primo assaggio di quello che succederà negli anni successivi (nel 2011/2012 la riduzione degli organici a scuola dovrebbe produrre, nei calcoli del Governo, 3,1 miliardi di euro). Le sorprese peggiori per le università, invece, sono arrivate non dalla manovra d'estate, ma dalle tabelle della Finanziaria "snella" che l'Esecutivo sta approvando per il 2009. E che lascia intatto per l'anno prossimo il fondo di finanziamento ordinario, in vista di una riduzione di 731 milioni nel 2010 e di 863 nel 2011. In bilico, in pratica, c'è il 12% del fiume da 7,2 miliardi di euro che finora ha mantenuto in piedi l'accademia italiana.
Tornando invece agli effetti finanziari della manovra d'estate, a ricevere il conto più salato è lo «sviluppo e riequilibrio territoriale» (missione 28), che sull'altare del tendenziale equilibrio di bilancio per il 2011 sacrifica oltre 2,3 miliardi, più di un quarto dello stanziamento totale. Una dieta frutto soprattutto della rimodulazione dei Fondi per le aree sottoutilizzate. Una super-cura riguarda anche i fondi per il «diritto alla mobilità» (missione 13), che perdono 2 miliardi di euro pari al 17% del budget.
Ma le sforbiciate introdotte dalla manovra d'estate nei ministeri non hanno solo una declinazione economica. Entro il 30 novembre, infatti, le amministrazioni statali dovranno aver messo a punto il loro riassetto, imposto dalla riduzione degli organici che investirà tutti: dalle alte sfere dirigenziali all'ultimo degli addetti. Ridimensionamenti che oscillano, a seconda delle categorie, dal 10 al 20% delle dotazioni e che, ovviamente, si tradurranno anche in risparmi di spesa. Un obbligo previsto dall'articolo 74 del Dl 112, che se non messo in pratica impedirà agli inadempienti di «procedere ad assunzioni di personale a qualsiasi titolo e con qualsiasi contratto».
Per capire l'entità dell'operazione è sufficiente dare uno sguardo ai tre ministeri che, per effetto dell'accorpamento, hanno già precorso i tempi e hanno messo a punto i regolamenti di riorganizzazione, di recente sottoposti all'esame del Parlamento. Sviluppo economico, che nel nuovo Governo ha inglobato Comunicazioni e Commercio internazionale, Istruzione, a cui fa ora riferimento anche l'Università, e Infrastrutture, in cui sono confluiti i Trasporti, hanno già fatto i conti.
Il ministero dello Sviluppo economico perde 4 dirigenti generali (passano da 33 a 29) e 37 dirigenti di seconda fascia (da 245 a 208), con un risparmio di 4,5 milioni di euro. Per quanto riguarda le altre posizioni non dirigenziali, la dotazione organica passa da 4.396 a 3.733 addetti, con un'economia di circa 20 milioni (da 150 a quasi 130).
Le cifre diventano più sostenute nel caso degli altri due ministeri. L'Istruzione conta di tagliare 4 posti di alta dirigenza e 75 di seconda fascia, per un risparmio complessivo di poco più di 7 milioni. A cui si devono sommare i 33 milioni di minori spese che derivano dal taglio di circa mille posizioni non dirigenziali. Le Infrastrutture, infine, si preparano a fare a meno di 5 dirigenti di prima fascia e 31 di seconda fascia. Il che permetterà di risparmiare 3,8 milioni, che salgono a 41 con il ridimensionamento delle posizioni non dirigenziali.
Non si tratta, tuttavia, dei tagli (e dei risparmi) più consistenti. Il regolamento a cui sta lavorando il ministero dei Beni culturali dovrà, per esempio, garantire minori spese per 73,8 milioni.
Arrivare al risultato imposto dal legislatore significa porre mano all'organizzazione. In alcuni casi, ripensarne completamente l'assetto, con evidenti ricadute sul funzionamento degli uffici. Per rimanere all'esempio dei Beni culturali, quella che si profila è la quarta riforma in otto anni: non è ancora andato a regime il riassetto voluto dall'ex ministro Francesco Rutelli, che ha reintrodotto la figura del segretario generale e abolito i dipartimenti, che già ci si prepara a rimettere mano al dicastero.
Eppoi, si tratterà di trovare una sistemazione al personale in esubero. Si dovrà fare ricorso alla mobilità, nonché, come previsto dall'articolo 72 del Dl 112, al nuovo istituto dell'esonero dal servizio e al pensionamento di chi, pur non avendo raggiunto l'età per uscire dal lavoro, ha maturato 40 anni di contributi.

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