.
Annunci online

zemzem
 
 
12 luglio 2009
Le escort di Berlusconi e il mercato...

del lavoro sessuale: tesi “sindacali”
come le prostitute e i vecchi operai





Distogliamo lo sguardo da Silvio Berlusconi e spostiamolo sulle giovani donne che hanno raccontato gli incontri a palazzo Graziosi e a Villa Certosa nell'inchiesta di Bari. Tutta questa storia aperta dalla denuncia di Veronica Lario sul «divertimento dell'imperatore» non ha niente di privato ed è tutta politica, stiamo sostenendo da più di un mese, perché porta alla luce un ganglio cruciale del sistema di potere e di consenso di Berlusconi e del berlusconismo. Ma sia il potere sia il consenso sono fatti relazionali: si fanno in due, chi dispone e chi obbedisce, chi propone e chi acconsente, sia pure in posizione dispari tra loro. Dunque c'è il sistema di potere del premier imperniato su una certa politica del sesso e dei rapporti fra i sessi, e ci sono queste giovani donne che vi partecipano e ne consentono il funzionamento, anzi lo hanno consentito fino a un certo punto per poi disvelarlo. Ed è chiaro che, se lo scandalo investe prima di tutto il premier, l'interesse dovrebbe volgersi parimenti a loro, per quello che dicono e che non dicono della società a cui appartengono e dell'immaginario, dei sogni e dei progetti, dell'etica e dell'estetica di cui sono portatrici. E che, salvo liquidare difensivamente escort e ragazze-immagine come eccezioni rispetto alla norma e alla normalità femminile, ci interrogano e ci interpellano: quella società, quell'immaginario, quei sogni e quei progetti, quell'etica e quell'estetica dicono qualcosa a noi tutte.

Leggendo e rileggendo dichiarazioni e interviste di Patrizia D'Addario, Lucia Rossini e Barbara Montereale, e soprattutto guardando e riguardando l'intervista filmata a quest'ultima sul sito di Repubblica, dove il viso e il corpo dicono più della parola scritta, cinque cose impressionano soprattutto. La prima è la padronanza con cui si catalogano e si contrattano mansioni, prestazioni e compensi: tanto per questo, il doppio per quello, «non lavoro per la gloria, se vado a una cena ci vado per avere dei soldi», fare la ragazza-immagine è diverso che fare la escort ma anche per una escort «quello è il suo lavoro, ognuno ha il suo lavoro». Ora, è dagli anni 80 che il movimento per i diritti delle prostitute rivendica - senza convincermi, aggiungo - che fare sesso a pagamento, ovvero vendere il proprio corpo, è un lavoro come un altro, da negoziare come si fa con qualunque lavoro. Ma come siamo arrivati a rendere contabile e negoziabile qualsiasi prestazione del corpo, un sorriso, una presenza a cena, un ballo a una festa, un'impronta che fa immagine? Mansioni come altre, sembra di sentir parlare gli operai che negli anni 70 ti spiegavano la catena di montaggio. Quale cambiamento culturale ha reso il corpo, per queste donne, simile a una macchina, e alienato come una macchina?

La seconda cosa è l'ossessione dell'immagine: non è nel regno delle cose ma in quello della rappresentazione che la vita si svolge. Le ragazze arrivano a palazzo Grazioli, cenano e per prima cosa vanno in bagno a fotografarsi, registe di se stesse, e a immortalare l'evento. L'emozione si deposita in quella foto, non riguarda tanto l'aver varcato la soglia del palazzo del potere (anche se dell'evento «straordinario» si dà notizia all'una di notte per telefono alla mamma che a sua volta tace e acconsente), quanto il registrare di averlo fatto e il poterlo mostrare ad altri. Qui il cambiamento culturale si chiama ovviamente televisione, fine del confine fra realtà e rappresentazione eccetera eccetera. Ma colpisce ugualmente - terza cosa -, a fronte di questo peso dell'immagine, la derubricazione del potere politico in sé e per sé. Che «Silvio» (per Barbara) o «Papi» (per le altre ospiti ancora senza volto) sia casualmente il presidente del consiglio sembra essere tutto sommato un fatto relativo, e certamente non comporta alcun particolare cambio di registro o di galateo. Né alcun sospetto o alcuna cautela: quarta cosa, impressiona l'affidamento cieco all'uomo potente, come se il potere (maschile) avesse d'incanto perso ogni opacità e fosse diventato trasparente, credibile, anch'esso negoziabile (io resto a dormire con te, tu mi aiuti a fare il mio residence sulla costa).

Certo aiuta, in questo, l'acclarata «affettuosità» dell'ospite, che tutte conquista, come se - quinta cosa che colpisce - ciascuna stentasse assai a trovarla altrove, e segnatamente in altri uomini: del resto, ci informa Barbara, lei fa la ragazza immagine solo perché non può fare quello che vorrebbe, cioè «la moglie e la madre». E perché è questo che passa il convento, cioè il mercato del lavoro. Ma sul suo viso non passa mai l'ombra del risentimento, né del vittimismo. A conferma che tutta questa storia non si sta giocando nel registro di una rinnovata oppressione patriarcale, ma in quello di una perversa forma di emancipazione femminile, postpatriarcale e postfemminista. Che è forse ciò che la rende così complessa da leggere, in Italia e all'estero.

Ida Dominijanni, Il Manifesto,28 giugno 2009


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. il manifesto 28 giugno 2009 ida dominijanni

permalink | inviato da zemzem il 12/7/2009 alle 17:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
19 aprile 2009
Dettagli
 

Piccola posta

Bisogna augurarsi che il procuratore dell’Aquila sia un bravissimo professionista, con la responsabilità che ha. Lo si è visto molto in televisione, e lo si è sentito ripetere più volte quell’annuncio: “Li arresteremo…”. Solo che così, se non “li arrestassero”, si sospetterebbe un fumo senza arrosto, e quando “li arrestassero” si temerebbe una concessione al pubblico. Preoccupazione forse infondata. Però, se fossi suo amico, lo metterei almeno in guardia da un dettaglio minimo: gli viene continuamente da dire “e compagnia bella”. Solo che in contesti come “i crolli, i morti e compagnia bella”, non suona bene. Buon lavoro.

 Adriano Sofri




permalink | inviato da zemzem il 19/4/2009 alle 17:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
1 novembre 2008
Non sperperate il sapere

La Stampa, Antonio Scurati, 1 novembre 2008

C’è una cosa che il ministro dell’Università e della Ricerca deve sapere: il momento peggiore della vita di un giovane professore universitario non è quello in cui riceve il suo magro stipendio ma quello in cui esamina i propri studenti o ne discute le tesi di laurea.

È allora, infatti, che si assiste al disastro della pubblica istruzione. La rovina del millenario edificio del sapere assume i tratti somatici del tuo allievo che, seduto all’altro capo della scrivania, in un italiano stentato, smozzica frasi per lo più sconnesse, ciancica frattaglie di nozioni irrancidite, rimastica rigurgiti di conoscenze mal digerite. In quei momenti il nostro fallimento sta lì, a meno di un metro di distanza da noi, ci basterebbe allungare la mano per afferrarlo. Dire una parola per porre fine a esso. Ma non lo facciamo. Rimaniamo a guardare, come incantati dal fascino del disastro. Ascoltiamo, quasi ipnotizzati, la nenia dello studente oramai prossimo alla laurea eppure incapace di coniugare i verbi, di coordinare le frasi, di articolare un discorso. Tendiamo l’orecchio a quel balbettio perché in esso avvertiamo la vibrazione sorda di un grande organismo in decomposizione. Ce ne stiamo lì, soggiogati dalla malia dei cimiteri di campagna. Non chiudiamo nemmeno gli occhi, non distogliamo lo sguardo: abbiamo davanti a noi lo spettacolo di una catastrofe al rallentatore. Ed è quella della nostra istituzione.

Ecco cosa pensavo in questi giorni se mi trovavo a sfilare accanto a un ventenne che con me protestava contro i drastici tagli all’università. Pensavo: questo è probabilmente uno di quei miei tanti studenti che mi fa disperare quando li esamino, uno di quei ragazzi ai quali oramai ci accontentiamo di insegnare poco o niente, uno di quei ragazzi che, educati dalla televisione e dallo shopping center, intendono l’università come parte del loro tempo libero, per lo più devoluto a godersi la vita, consumare, concedersi ogni facile piacere.

C’è però un’altra cosa che l’opinione pubblica dovrebbe sapere ed è che quel ricercatore universitario che s’immalinconisce perché non riesce più a fare il suo mestiere percepisce in media uno stipendio di 1480 euro al mese.

Il che significa che i giovani scienziati da cui ci aspettiamo la cura del cancro, la scoperta di fonti di energia rinnovabile o, anche - perché no? -, la nuova cultura che ci consenta di interpretare e capire il nostro tempo, guadagnano meno dell’idraulico che ci ripara il lavandino. E, si badi bene, non è soltanto questione di conto in banca: questa sproporzione tra stipendi e valore sociale della conoscenza è indice di un immiserimento generale - materiale e morale -, è specchio di un’università in cui i fisici che lavorano nella facoltà che fu di Enrico Fermi fanno ricerca negli scantinati, in cui per trovare fondi si deve emigrare all’estero, in cui ogni giorno si laureano studenti semplicemente ignoranti. La miseria degli stipendi è, insomma, segno di un letterale disprezzo per il sapere.

In questi giorni, si è molto discusso di baronie, clientele, privilegi, inefficienze e sprechi vari. Giustissimo. Quel giovane professore sconfortato, quel ricercatore immiserito sarebbero i primi a volerle estirpare: dategli (simbolicamente) un’accetta e lo troverete al vostro fianco a far pulizia perché è lui il primo a soffrirne. Ma non dimentichiamo, per favore, che lo spreco più grande di cui ci stiamo macchiando è lo sperpero di forme di sapere che stiamo perdendo, di occasioni di scoperta che stiamo mancando, di capitali di conoscenza che stiamo depauperando, di livelli di conoscenza che vanno precipitando, di risorse umane che stiamo svilendo. Si tratta di valori inestimabili.

La riduzione indiscriminata di 600 milioni del budget per le università non sfronda i rami secchi, non estirpa le piante infestanti, ma rischia di menare un micidiale colpo d’accetta alla base del tronco, quella base dove cresce, con grande fatica, la speranza del giovane professore disperato. Un solo esempio: il blocco automatico dei concorsi significa, non solo e non tanto guerra alle baronie ma impossibilità di carriera per i giovani ricercatori. In questo modo, i baroni saranno ancora più baroni, i giovani ricercatori ancora più spiantati, asserviti e i nostri studenti sempre più ignoranti.

I tanti cittadini insofferenti nei confronti di un’università che si vuole «sprecona» farebbero bene a non confondersi su cosa stiamo sprecando, su chi stiamo «tagliando». Non sempre i nemici dei nostri nemici sono nostri amici. Vale anche per gli studenti. Stiamo pure al fianco dei ragazzi che marciano e protestano contro i tagli indiscriminati, ma poi stiamo loro di fronte e pretendiamo che studino.

1 novembre 2008
La violenza delle minoranze
 

Il Corriere della Sera, Piero Ostellino, 1 novembre 2008

Lo Stato si è squagliato come neve al sole. E' diventato una sorta di «8 settembre permanente». La Cassazione ribadisce che l' interruzione di pubblico servizio è reato, perché «è sufficiente che l' entità del turbamento della regolarità dell' ufficio o l' interruzione del medesimo... siano stati idonei ad alterare il tempestivo, ordinato ed efficiente sviluppo del servizio, anche in termini di limitata durata temporale»; ma, poi, afferma che non è causa sufficiente a giustificare l' impossibilità dell' avvocato difensore a presenziare all' udienza. Ai diritti del cittadino non è riconosciuta dignità pari a quelli di chi occupa, blocca il traffico, eccetera. Poiché sottostante alla giurisprudenza c' è «una certa idea» del Contratto sociale, qualcuno, e da sinistra - Antonio Polito, amico mio, fallo almeno tu sul Riformista - dovrebbe spiegare al Partito democratico che non diventerà una sinistra riformista fino a quando non accetterà il principio che la democrazia rappresentativa non è un' assemblea aperta, in seduta permanente fra rappresentanti e rappresentati. La democrazia rappresentativa si fonda sul principio della delega. Il popolo detiene il potere di governare, ma non governa direttamente; governano i suoi rappresentanti, cui il popolo - con le elezioni - ne ha delegato l' esercizio. Non passa, invece, occasione che il Pd - di fronte a un provvedimento sgradito - non invochi «l' apertura di un dialogo» fra governo (i rappresentanti del popolo) e società civile (il popolo). Ora, non ci piove che sia buona prassi, e persino nell' interesse di ogni governo democratico, consultare, oltre all' opposizione parlamentare, i soggetti sociali interessati quando deve prendere decisioni che li riguardino. Ma un conto è che accada «prima»; un' altra è invocare che accada «dopo» che la decisione sia diventata legge dello Stato. In questo secondo caso siamo alla negazione della democrazia rappresentativa. Ciò non esclude che opposizione parlamentare e soggetti sociali interessati abbiano diritto di manifestare, anche dopo che la decisione sia stata presa. Ma, qui, si gioca su un altro terreno: quello dei diritti (di libertà) costituzionali; non su quello delle procedure di formazione delle decisioni, cioè del funzionamento della democrazia. La sinistra post-comunista queste cose le sa. Ma o non riesce ancora a metabolizzarle - per un riflesso antidemocratico - o le fa comodo fingere di ignorarle e usare la piazza per supplire alla propria condizione di minoranza parlamentare, perpetuando una vocazione assemblearistica ancora presente nel Paese. Che si tratti di cattivo funzionamento del metabolismo democratico o di finzione strumentale, il Pd finisce, così, con legittimare le minoranze che tentano di imporre con la violenza la propria volontà. Violenza che si concreta in un reato: nell' interruzione di un pubblico servizio; dal blocco di un treno, a danno di cittadini estranei alla questione, all' occupazione di un' università, contro studenti che vorrebbero continuare a seguire le lezioni.

29 ottobre 2008
Una vittoria da rispettare

Il Giornale, Mario Cervi, 29 ottobre 2008


La polemica sulle celebrazioni del 4 Novembre è faziosa, sterile, vecchia e a mio avviso anche sciocca. L’ha innescata il direttore di Liberazione, Piero Sansonetti, con un editoriale in cui qualificava la Grande Guerra come «un avvenimento orribile, feroce, sanguinosissimo», un’inutile strage da addebitare alle «classi dirigenti europee». Le quali aprirono le porte al fascismo e al nazismo. Niente cerimonie all’Altare della Patria, dunque, niente discorsi, niente alzabandiera.
Di rincalzo a Sansonetti sono arrivati – le idee peggiori dilagano – alcuni insegnanti di Villafranca Padovana, ostili alla commemorazione perché potrebbe offendere le minoranze etniche; ed è anche arrivata, di nuovo sulle pagine di Liberazione, Lidia Menapace all’insegna della parola d’ordine «né vinti né vincitori». Già il foglio – dichiaratamente comunista – da cui viene la predica lascia piuttosto perplessi. Da quella parte nessuno ha mai chiesto il cambio di nome delle innumerevoli vie e piazze dedicate all’Armata Rossa e a Stalingrado. L’Armata Rossa come la Wehrmacht? Stalingrado pari e patta, né vinti né vincitori? Non mi pare che queste siano state le intenzioni di chi ha voluto solennemente ricordare, nella toponomastica italiana, le vittorie dell’Urss. Quelle sono degne di memoria, e il 4 Novembre, conclusione d’una guerra che è stata veramente di popolo – e il popolo ci ha lasciato seicentomila caduti – deve invece trascorrere nel silenzio, o al più essere allietato – si fa per dire – da logore manfrine pacifiste?
Spero di non essere frainteso. So bene – lo sa chiunque s’interessi un po’ di storia – quanto orrore, quanta incapacità dei comandi, quanto sangue e quanta sofferenza dei soldati vi siano stati in quella vicenda. Non mi sogno nemmeno di riabilitare i generali macellai (ma lo erano quasi tutti in tutti gli eserciti, non solo Cadorna teorico dell’«attacco frontale». Comunque Cadorna non l’avrei mai candidato a una targa stradale).
Ma il conoscere gli aspetti crudeli e meschini di quella guerra non può far dimenticare ciò che essa rappresentò e tuttora rappresenta nell’immaginario nazionale, quale punto di riferimento indispensabile essa costituisca quando si vuol fare appello all’identità italiana. Non è un caso che solo a quella del ’15-’18 sia toccato e sia rimasto l’appellativo di «Grande Guerra». Grande per il numero degli italiani che vi si immolarono, ma grande anche per i contenuti che ebbe.
Lo so, l’Italia approdò all’intervento dopo giri di valzer, e l’enfasi dannunziana nelle «radiose giornate» di maggio ebbe qualcosa di falso. Ma l’anelito al compimento dell’Unità con l’acquisizione delle città italiane che si chiamano Trento e Trieste aveva un’eco potente in tantissimi cuori. Anche cuori di sinceri democratici che successivamente rifiutarono d’intrupparsi nel fascismo. Sansonetti lascia intendere che la retorica gli ripugna. Peccato, ripeto, che gli ripugni la retorica spesa in onore di glorie militari italiane, e non la retorica spesa per glorie altrui.
Il ritorno dei riti civili che ci rammentano le tappe d’una lunga storia è stato fortemente voluto dal presidente Ciampi. Gliene va reso merito anche se qualche volta – non ho mancato di rimarcarlo – ha secondo me ecceduto. Così nel filone resistenziale, e perciò politicamente corretto, ha voluto interpretare l’8 settembre 1943 come un momento di rinascita del Paese, dopo il ventennio mussoliniano e la disastrosa sconfitta. No, l’8 settembre resta la data d’una vergogna nazionale, del «tutti a casa» appena un po’ riscattato da singoli episodi d’eroismo. Ma la Grande Guerra deve essere rispettata, è nostra, nonostante le eccessive grancasse trionfalistiche che possono soltanto aver disturbato l’eterno sonno dei morti.


Oziosa mi sembra anche la discussione sull’Inno di Mameli e sulla canzone del Piave: il cui verso «non passa lo straniero» sarebbe addirittura – vero maestri e maestre di Villafranca Padovana? – intriso di xenofobia. Che baggianata. A voler essere pignoli altro dovrebbe essere contestato alla celeberrima canzone: i fanti che il 24 maggio 1915 marciavano «per raggiunger la frontiera, per far contro il nemico una barriera». In realtà la guerra all’Austria l’avevamo dichiarata noi, non per fare barriere ma per conquistare terre irredente. Ma la poetica di queste canzoni che riescono a riassumere il patriottismo ingenuo e la malinconia struggente degli umili travolti da fatti tanto più grandi di loro, prescinde dall’esattezza storica. È, quella poetica, un omaggio al sacrificio dei combattenti, ciascuno i suoi. Uguali nel rispetto i vincitori e i vinti. Ma la «Grande Guerra» l’Italia l’ha vinta.

29 ottobre 2008
Sgarbi e la guerra con «suor Letizia» «Mostra gay, la Brambilla è con me
Corriere della Sera, Giannattasio Maurizio, 29 ottobre 2008

MILANO - Sette stelle nel cuore di Milano. Vittorio Sgarbi ti accoglie alle 14 e 30 in mutande, rasoio in mano e ciuffo sgarrupato. L' altra notte ha dovuto portare a termine una missione molto avventurosa. Cercare di salvare la sua mostra «Arte e omosessualità» dagli strali della censura di «Suor Letizia». E così verso mezzanotte, come nei Promessi Sposi, si è recato nella provincia di Lecco, «nel convento delle carmelitane» per incontrare «il vero capo dell' opposizione». Che per Sgarbi risponde al nome di Michela Vittoria Brambilla. Il vertice segreto è andato avanti fino alle 3. «Dove Berlusconi ha fallito ci può riuscire la Brambilla. I Circoli della Libertà devono garantire la libertà anche della cultura. Lei ha visto tutte le foto delle opere, è pienamente d' accordo con me. Cercherà di convincere Suor Letizia e farà tornare alla carica Berlusconi». Ma Letizia Moratti non si è lasciata convincere e non si arrende: «Milano non merita provocazioni sterili che confondono e contrabbandano per arte quello che arte non è», ha detto in serata il sindaco. Sgarbi, cosa risponde? «Respingo tutte le riflessioni etiche, estetiche e politiche della Moratti. Purtroppo siamo di fronte ad un' ignoranza conclamata perché la Moratti non ha visto la mostra. Trovo paradossale che vengano e fare lezioni di arte a me». Intanto la mostra «Vade Retro» fa rotta verso Napoli. «Ce l' ha chiesta il soprintendente del polo museale di Napoli, Nicola Spinosa, ma noi stiamo ancora lavorando perché resti a Milano». Il lodo Brambilla? Ma se non c' è riuscito neanche Berlusconi a convincere la Moratti. «Berlusconi mi ha detto che quando la Moratti si mette un' idea in testa non c' è verso di farle cambiare parere. Così ho deciso di andare dal vero capo dell' opposizione». Che cosa le ha detto la Brambilla? «Che la censura è inaudita. Che non si può pensare di togliere opere come il Bacio di Kirby o addirittura cancellare Caravaggio e Antonello da Messina dal catalogo perché sono inseriti in un contesto omosessuale». Quindi? «Quindi è giusto che i Circoli della Libertà si battano per la libertà artistica. E che Suor Letizia torni Letizia. Stiamo studiando la possibilità che la mostra resti a Milano e di mettere le 10 opere "censurate" dietro un velo nero. Chi vuole vederle deve dare la carta d' identità e dimostrare di avere più di 18 anni. Oppure...». Oppure? «Lunedì facciamo partire le opere non censurate per Napoli. Quelle vietate le teniamo qui. E visto che ormai sono fuori contesto, le esponiamo tutte assieme a Palazzo della Ragione con un titolo senza senso». Sta scherzando? «No, lo scherzo è capitato e me l' altra sera. Ho provato a far andare la mostra a Roma. Ho chiamato i miei amici del Chiostro del Bramante. Ero sicuro che l' avrebbero presa senza problemi. Li ho sentiti titubanti. Alla fine mi hanno spiegato che lo spazio è preso in affitto dal Vicariato. Da Suor Letizia a Monsignor Bagnasco che pure è mio amico». Lei sembra divertirsi molto... «Sì. e proprio per questo non capisco chi chiede le mie dimissioni. Mi diverto e sto lavorando». Anche con la censura? A Milano? Nel 2007? «Milano da una parte ha fatto una brutta figura. È una mostra per educande. Perché Suor Letizia non vuole farci entrare le educande? Perché presume che la mostra sia nitroglicerina. Non è così. Ma siccome io sono politicamente scorretto sono contento della censura». Detto da un critico d' arte suona strano. «È avvenuto quello che volevo. A Milano succede qualcosa di così forte che merita la censura. E se ne parla in tutto il mondo. Di questo dobbiamo ringraziare Suor Letizia perché è lei la vera curatrice della mostra. Ha introdotto una morbosità che è il vero valore aggiunto di Vade Retro». Giudizio estetico discutibile. «C' è arte quando c' è qualcosa che la sporca, qualcosa di fatto male, altrimenti è solo scenografia, elegante ma scenografia. Quindi dico grazie a Suor Letizia». Che rapporto ha con il sindaco? «Cordiale e affettuoso. Lei ha paura che io possa convincerla delle mie ragioni. Quindi non si discute. La Moratti - dice ridendo - garantisce la democrazia proteggendo i cittadini dalle mostre e garantisce la libertà del suo assessore. Posso dire quello che voglio, ma non fare nulla». A casa sua la Moratti ha opere scandalose? «Voleva comprare un' opera di Demetz, uno degli artisti censurati. Lei ha una meravigliosa collezione di paesaggisti veneti del 700 con dei Canaletto strabilianti. E poi ha i Promessi Sposi illustrati da De Chirico. Esprime bene il suo carattere...». Dopo la polemica lei ha mandato dei fiori alla Moratti. Che fiori si mandano a una «suora»? «Altro che censura. Il vero problema di Milano è che alle 20 e 30 non si trova un fioraio aperto. A Suor Letizia ho scritto una lettera».


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Vittorio Sgarbi

permalink | inviato da zemzem il 29/10/2008 alle 20:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
29 ottobre 2008
Ma la politica non è solo propaganda

la Stampa, Emanuele Macaluso, 29 ottobre 2008


Il gran confronto sul numero dei partecipanti ai comizi di Veltroni e Berlusconi pare si sia concluso senza vinti e vincitori. Barano tutti. Quel che manca invece è un confronto vero e forte sulla crisi economica e sociale che scuote, col mondo, il nostro Paese. I comizi, le grandi o piccole assemblee popolari sono certo momenti di democrazia, ma lo sono se i cittadini riescono, grazie a un ragionare collettivo, a essere protagonisti dei cambiamenti necessari a dare soluzione ai problemi all’ordine del giorno. Anche l’opera del governo e le sue iniziative legislative dovrebbero essere tali da sollecitare l’opposizione a misurarsi con temi d’interesse generale.

Non basta dire, come fa Berlusconi, che le sue sono le soluzioni più giuste per i problemi del Paese e se non piacciono all’opposizione ha una maggioranza per imporle. Non c’è confronto se la ministra dell’Istruzione dice che il decreto 133 è quello che è, e in ogni caso tale resterà; e dall’opposizione si chiede che quel provvedimento venga ritirato e basta. La politica è anche mediazione, capacità di trovare soluzioni valide e più largamente condivise e non mediocre opportunismo.

Per questo versante mi hanno colpito le dichiarazioni del rettore del Politecnico di Torino, il quale non accetta tagli indiscriminati e al tempo stesso chiede riforme serie. Non pensa, e lo dice, che oggi l’Università vada bene così com’è. Il propagandismo, cara Gelmini, non serve. Dire che chi non è d’accordo con i suoi provvedimenti vuole la conservazione è falso. Spero che non sfugga a nessuno che i problemi della scuola e dell’Università, come tutti gli altri, oggi debbono essere visti e riconsiderati nel quadro più vasto e generale che impone la crisi economico-finanziaria. Ma per farlo occorre un’analisi corretta del fenomeno e una strategia adeguata per affrontarla. Si tratta di una crisi che certamente non travolge il sistema capitalistico, ma ne cambierà i connotati che abbiamo conosciuti. Quali saranno i nuovi non si capisce ancora e nessuno ha una ricetta pronta.

La storia ci ha insegnato che le crisi economiche del capitalismo contengono in sé i fattori per la sua trasformazione. Ma per individuare quei fattori e operare per la trasformazione occorre l’intervento tempestivo e consapevole della politica. Solo la politica può ridisegnare il rapporto, di cui oggi tanto si parla, tra Stato e mercato. È un’opera difficile che però qualifica una forza riformista. Difficile, perché l’esperienza ci dice che lo Stato come gestore della società è fallito, ma ci dice anche che il mercato come regolatore della società è fallito. Quale sia oggi, nella situazione data, nell’economia globalizzata, il ruolo della politica, la quale non è globalizzata, è il tema su cui cimentarsi.

È stato detto e ridetto che dopo la crisi del ’29 Roosevelt mosse i tasti della politica e promosse il New Deal. In Europa prevalse quello che è stato chiamato il «compromesso socialdemocratico» e il «Welfare State». Ma oggi la politica, cioè i partiti che l’esprimono, i governi, le opposizioni parlamentari, i sindacati, quali analisi fanno? E che cosa propongono? Siamo entrati in una fase in cui tutti si rivolgono alla politica: la Confindustria, gli agricoltori, i sindacati, le associazioni dei piccoli produttori, dei risparmiatori e dei consumatori. Tutti chiedono più intervento della politica, ma se leggiamo i sondaggi vediamo che i soggetti della politica, governo e opposizione, perdono consensi. E forse li perdono proprio perché non si vedono in campo strategie che indichino una strada che guardi all’oggi e al futuro.

Data la mia età non vorrei apparire nostalgico, ma è bene ricordare che all’inizio degli Anni Sessanta, quando si manifestò un cambiamento di fase (il miracolo economico), il Pci convocò presso l’Istituto Gramsci un grande convegno, con Amendola, sulle «tendenze del capitalismo» e si svolse un dibattito che fa riflettere ancora oggi. La Dc convocò un suo seminario di studi sulla nuova fase a S. Pellegrino ponendo le basi della politica di centro-sinistra, lo stesso fece il meglio della cultura socialista, con Lombardi, Giolitti, Guiducci, Rossi Doria e altri. La Malfa scrisse saggi, articoli e «note» sul bilancio dello Stato che suscitarono grandi discussioni anche in Parlamento. Oggi c’è solo uno scontro sulla propaganda. Ma la politica è un’altra cosa. Ed è quel che manca.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. politica opinioni Emanuele Macaluso

permalink | inviato da zemzem il 29/10/2008 alle 20:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
29 ottobre 2008
Una battaglia di democrazia
 la Repubblica, Miriam Mafai, 29 ottobre 2008

Rischia di essere, quella di ieri, una giornata infausta per la storia della nostra democrazia. La giornata nella quale un presidente del Consiglio, rifiutando con arroganza ogni invito alla discussione che gli viene da una parte importante del Parlamento e dallo stesso Presidente della Repubblica, annuncia che intende procedere per la sua strada. E che intende modificare a suo piacimento la legge elettorale con la quale gli italiani dovranno tra qualche mese scegliere i propri rappresentanti al Parlamento europeo.

Si può modificare una legge elettorale a colpi di maggioranza? Teoricamente si può. Nessuna norma lo vieta. Ma la storia ci insegna che le leggi elettorali approvate a maggioranza non sono soltanto il segno di una sofferenza della democrazia, ma aprono una lacerazione profonda nel paese dalla quale nessuna forza politica trae un duraturo vantaggio. Basti ricordare la tormentata vicenda della cosiddetta «legge truffa» del 1953 cui seguì la sconfitta della Dc e di un leader politico come Alcide De Gasperi.

Le leggi elettorali, non possono essere che l´esito di un confronto e di un accordo tra le varie forze politiche. La legge elettorale fissa le regole del gioco democratico, trasforma i voti espressi nel segreto dell´urna in seggi da attribuire nella assemblea per la quale si vota. Si prefigurano così o si determinano, anche a seconda della legge adottata, le possibili maggioranze. Ma, in qualsivoglia gioco, le regole devono essere stabilite in accordo tra i giocatori. In caso contrario, quando questo non si verifichi, l´esito del gioco risulterà arbitrario, falsato dalla violenza o dall´inganno di uno dei giocatori.

E´ la regola che ci siamo dati quando, entrata in crisi la cosiddetta Prima Repubblica con il suo sistema rigorosamente proporzionale, si è proceduto, di comune accordo, alla adozione di un sistema misto (maggioritario e con una quota proporzionale) che avrebbe dovuto garantire, come di fatto garantì insieme rappresentanza e governabilità. A quel sistema ha fatto seguito quello che lo stesso suo autore, l´on. Calderoli, ha definito in uno slancio di sincerità, il «porcellum». E´ stata la prima pesante forzatura di quella norma non scritta che voleva che le leggi elettorali venissero cambiate solo con un accordo tra le parti in gioco.

Ora siamo alla seconda puntata della violazione della regola. La proposta di modifica della legge elettorale per le europee che la maggioranza ha presentato lunedì nell´aula di Montecitorio prevede uno sbarramento elettorale al 5% e l´abolizione del voto di preferenza. Lo sbarramento se approvato impedirebbe l´entrata nel Parlamento europeo (dove non esistono esigenze di governabilità) di forze oggi minoritarie, sia dello schieramento di centro come l´Udc sia di quella sinistra che già, in nome della governabilità, è stata esclusa dal parlamento nazionale. L´abolizione poi del voto di preferenza suona come una rinnovata pretesa di arroganza da parte dei partiti che vogliono nominare essi stessi, nel chiuso delle loro segreterie, i parlamentari europei, dopo avere scelto, nel chiuso delle stesse segreterie, i parlamentari nazionali.

Sul tema è intervenuto ieri con la consueta autorevolezza ed equilibrio il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ricordando non solo l´opportunità di ricercare, sulla eventuale riforma elettorale, un ampio consenso in Parlamento, ma indicando anche come necessaria l´esigenza di «non comprimere il pluralismo politico» e, insieme, la necessità di «garantire un effettivo intervento dei cittadini elettori nella scelta dei loro rappresentanti». Su questa linea, che vuole una riduzione della soglia dello sbarramento e il mantenimento della preferenza, sono già schierati il Pd di Walter Veltroni, l´Idv di Di Pietro, e l´Udc di Casini.

La battaglia è aperta alla Camera. E tutto fa pensare che il Pd intenda utilizzare, questa volta, tutte le possibilità che il regolamento della Camera (e le divisioni che vanno emergendo nella maggioranza) gli consente e gli offre. Non tutte queste possibilità vennero utilizzate a suo tempo, quando il cosiddetto «Porcellum» venne in discussione nella precedente legislatura, sottovalutando probabilmente i pericoli che da quella legge sarebbero venuti alla stessa vita democratica del paese.

Ora, ogni illusione è scomparsa. La risposta fornita da Berlusconi alle preoccupazioni del presidente Napolitano, l´arroganza con la quale rifiuta ogni confronto con l´opposizione, la esplicita pretesa di arrogarsi il diritto di «nominare», mandandoli in Europa, i suoi personali esperti e i suoi avvocati (senza consentire agli elettori di esprimere le proprie preferenze) è l´anticipazione di un modello di democrazia già disciplinata o meglio dimezzata. La democrazia è fatta anche, forse soprattutto, di contrasti, di polemiche, di contrapposizione di idee, di scelte e soluzioni. E´ un processo che richiede in primo luogo il rispetto dell´avversario politico, la presa in considerazione delle sue idee, delle sue opzioni, perché sono le idee le opzioni le scelte di quella metà del paese che non ha votato per chi ha vinto le elezioni...

In democrazia chi vince le elezioni ha il compito di governare, ma non è il padrone del paese. E ha soltanto in prestito il governo, per un numero limitato di anni. Chi pensa, come Berlusconi, di essere il padrone del governo e del paese, rappresenta un reale pericolo per la nostra vita democratica. E´ augurabile che se ne rendano conto anche alcuni che fanno parte, oggi, della sua maggioranza. Prima che sia troppo tardi.
29 ottobre 2008
I cervelli perduti di firenze
 la Repubblica, Curzio Maltese, 29 ottobre 2008

Ottantamila in corteo nelle strade cittadine. Cinquemila in Piazza Signoria, in un silenzio irreale e contagioso perfino per i turisti, ad ascoltare la lezione di astronomia di Margherita Hack all´ombra del David. Mille o duemila nelle assemblee più calde, «come nel ‘68» commenta qualche docente con l´occhio umido. Domani trenta pullman partiranno per lo sciopero generale di Roma, roba da sindacato. «Ci siamo ripresi la città» dicono i ragazzi e non è uno slogan. Dal centro di Firenze gli studenti sono stati deportati in questi anni nelle nuove e quasi sempre spaventose sedi periferiche di Novoli, Sesto Fiorentino, perse nel grigio dei centri commerciali. Avete presente un campus californiano? Ecco, il contrario. Non un campus, ma nemmeno un campo, un giardinetto, un´aiuola, un portico, una panchina per studiare. E le tasse sono uguali a Berkeley: duemila euro.
«Firenze ha una grande università suo malgrado» racconta Francesco Epifani («non parente»), 24 anni, uno dei capi della rivolta a Matematica. «I bolognesi si sono ritirati sulle colline e guardano dall´alto la città degli studenti. Qui invece ci hanno sloggiato dal centro e ci tollerano soltanto come ramo secondario del turismo». E´ due volte vero. Nel senso che gli studenti benestanti vengono spolpati al pari di comitive di russi: gli altri fanno i camerieri.
Nella città d´arte più famosa del mondo, l´università e le gloriose istituzioni culturali campano come le antiche famiglie patrizie cittadine: ogni anno si vendono un palazzo. «E´ l´unico modo per chiudere il bilancio e rinviare di anno in anno il commissariamento» spiegano al rettorato. L´anno scorso l´ateneo fiorentino ha messo all´asta la splendida Villa Favard accanto a Santa Maria Novella, ex sede di Economia. Quest´anno è toccato all´ex convento delle Montalve, fra le colline di Careggi. Nella partita di giro a guadagnarci sono soltanto i costruttori fiorentini, più quelli importati come l´intramontabile Salvatore Ligresti. S´arricchiscono con gli appalti delle nuove sedi e investono una parte degli utili comprando a prezzi di liquidazione i palazzi d´epoca nel cuore di Firenze e sulle colline.
In questo vorticoso giro di soldi le università s´indebitano. Non solo Firenze. Nella piccola università di Siena, nonostante i soldi pompati dal Monte dei Paschi, il debito è di 245 milioni. Ma l´Onda è arrivata perfino alle isole felici, come la Normale di Pisa. I «normalisti» non scioperano e non occupano («Come si fa? Viviamo già qui dentro»), ma sono solidali. Hanno appeso sulla facciata di Piazza dei Cavalieri lo striscione che è diventato un simbolo in tutta Italia: «Un Paese vale quel che ricerca». Nella notte un temporale o una manina l´ha buttato giù. «Ma domani ne facciamo uno ancora più grande».
Sopravvivono con le toppe anche le prestigiose istituzioni fiorentine, l´Istituto del Rinascimento, l´Accademia della Crusca. La presidente della Crusca, Nicoletta Maraschi, appena tornata da un giro all´estero per promuovere l´italiano nel mondo, ha subito sposato la protesta degli studenti. Oggi terrà la sua lezione di storia della lingua italiana in piazza Santissima Annunziata. «Il degrado è impressionante, di anno in anno, di governo in governo, di taglio in taglio. Era normale che prima o poi esplodesse il disagio. Dovremmo congratularci con gli studenti, invece di attaccarli. Chiedono una riforma seria, un reclutamento fondato sui meriti e non sulle conoscenze, un progetto complessivo che manca da molti anni. Sono la prima generazione davvero europea, girano il mondo, anche se non abbastanza, e chiedono gli standard dei loro coetanei francesi, tedeschi, inglesi, spagnoli».
E´ l´effetto Erasmus. Ne parlo con Massimo Livi Bacci, demografo, uno dei punti di riferimento della cultura fiorentina, autore di un libro che si vede circolare in queste settimane negli atenei. Attualissimo fin dal titolo: "Avanti giovani alla riscossa". Quasi tutti i capi della protesta che ho incontrato a Roma, Milano, Firenze, Bologna, studenti o ricercatori, professori e associati, avevano alle spalle un´esperienza comune, l´Erasmus oppure un contratto all´estero. «Ma certo, tornano in Italia e scoprono che siamo fuori dall´Occidente, in ritardo su tutto» commenta Livi Bacci. «Io l´Erasmus lo renderei obbligatorio per tutti i giovani, non solo gli studenti. Un anno fuori da casa, da mamma e papà, in un altro paese. Obbligatorio come un tempo il servizio militare». Come si esce dalla crisi giovanile italiana, è il sottotitolo del libro. Come se ne esce, professore? «Con investimenti, di sicuro non con i tagli. Con una politica per i giovani che in Italia non c´è. Ci sono le solite emergenze settoriali, un mese l´emergenza precari, un´altra l´emergenza studenti. Ci sono i ministeri delle politiche giovanili: nel complesso, una bella pagliacciata. La Gelmini ha l´aria di saper poco o nulla di come funziona nel resto d´Europa. Questa cosa del turn over dei ricercatori ridotto al venti per cento è ridicola. Ma ha un´idea il ministero di che cosa vuol dire in concreto?».
Un´idea me la faccio io incontrando nei corridoi di Farmacia un esubero vivente, il ricercatore precario Duccio Cavalieri. «Che succede se passano i tagli? Faccio le valigie e torno in America. Sono stato cinque anni ad Harvard, benissimo, ben pagato, dirigevo un laboratorio di microbiologia. Sono tornato tre anni fa nel mio paese, pieno di speranze. In tre anni, con lo stipendio di un impiegato, ho fatto ottenere all´università di Firenze finanziamenti europei per 750 mila euro che altrimenti sarebbero andati in Spagna, Francia, Portogallo… Ora mi dicono che sono un lusso. Non il barone, io sono un lusso, capito?».
Ad Architettura i ricercatori tengono corsi con duecento studenti, aule stracolme, alla paga di tre euro all´ora, meno di un ragazzo di un call center. A Economia i professori di ruolo hanno proposto un fondo di solidarietà per pagare gli stipendi a tre dei ventitré ricercatori «tagliati». A Giurisprudenza 32 ricercatori associati, in attesa di chiamata da anni, hanno inviato una lettera aperta al rettore: «La chiamata di ciascuno di noi costerebbe 3 mila euro. E´ troppo?». Il professor Lorenzo Foà, fisico di fama internazionale, docente alla Normale di Pisa, ha lanciato l´allarme dall´Unità: «Formiamo cervelli gratis per i paesi stranieri». Gli studenti dell´Onda l´hanno preso alla lettera. A Piazza della Signoria hanno organizzato la «fuga dei cervelli», con cervelli di cartapesta, stile carnevale di Viareggio. I turisti ridevano, gli italiani anche. Ma non ne abbiamo motivo.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. protesta studenti politica

permalink | inviato da zemzem il 29/10/2008 alle 19:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
29 ottobre 2008
La Grande Guerra e i suoi Figli

Corriere della Sera, Ernesto Galli Della Loggia, 29 ottobre 2008

La rottura del rapporto storico con lo Stato unitario, in conseguenza della sconfitta del ' 40-' 45, insieme all' avvento della democrazia e alla diffusa modernizzazione, hanno reso l' identità italiana odierna qualcosa di difficilmente comparabile con quella di 90 anni fa. Ma, se si guarda meglio, se si considera con più attenzione lo sviluppo delle cose, allora la prospettiva muta. Allora cominciano a emergere i nessi tra oggi e quel tempo, apparentemente lontano certo, ma che fu anche il tempo in cui cominciammo a diventare ciò che siamo. Avviene così che quegli anni intorno alla Grande Guerra ci si presentino non solo e non tanto come un puro punto di partenza ma come qualcosa di assai più significativo. Essi ci appaiono come una sorta di crogiuolo nel quale non è difficile rintracciare i prodromi dei tratti salienti della odierna identità nostra che ho detto - la rottura dell' antico rapporto con lo Stato, le avvisaglie della democrazia e della modernizzazione. E insieme, però, gli anni e gli eventi stretti intorno al nodo della Prima guerra mondiale ci appaiono anche il palcoscenico sul quale andò in scena la prima rappresentazione delle contraddizioni che quei tratti della nuova identità italiana si portavano appresso, che tutt' oggi si portano appresso. Insomma, ogni volta che all' ordine del giorno della società italiana si pone qualche questione riguardante il senso dello Stato, o l' ethos e i meccanismi della democrazia, o il senso e gli effetti della modernità, ogni volta i problemi, i conflitti, le inadeguatezze che avvertiamo al riguardo, rimandano in qualche modo a quel passato. È come se la guerra del ' 15-18 e il vorticoso succedersi di eventi che da essa prese le mosse costituiscano una sorta di Dna del nostro presente. Il paradosso di questo sovrapporsi di lontananza e di presenza, di passato e di attualità, rispecchia bene la natura ambigua di quella guerra, che fu insieme l' ultima guerra per l' unità nazionale, ma anche il primo episodio di un aspro scontro interno al Paese: scontro che in modi e forme diverse era destinato a caratterizzare gran parte del Novecento italiano, assumendo spesso toni e contenuti di una guerra civile. Se è vero che il primo conflitto mondiale segnò la fine del regime notabilare postrisorgimentale e quindi l' iniziale ingresso delle masse sulla scena nazionale, cioè il principio di una moderna vita politica, ebbene, allora è impossibile non osservare come, proprio a partire da quel punto, nel nostro Paese tale moderna vita politica abbia subito una vera e propria rottura. All' Italia, infatti, non riuscì il passaggio cruciale tra liberalismo e democrazia che il conflitto mondiale aveva messo dappertutto all' ordine del giorno. Nella tormentata contingenza della guerra e del dopoguerra l' Italia scoprì da un lato quanto fragile fosse l' involucro liberale dei suoi ordinamenti e di tanta parte delle sue tradizionali classi dirigenti, e dall' altro, insieme, quale concezione primitiva della democrazia avessero tanti che premevano per nuovi equilibri politici e sociali. Il 1919-22 fu una sorta di ultimo atto di quanto era iniziato nell' inverno-primavera del 1915. Comparvero allora in tutto il loro rilievo quelli che nel cinquantennio successivo, e forse oltre, sarebbero stati alcuni tra i fattori determinanti della scena italiana: una cultura e una pratica di governo dominate dall' indecisione, il radicalismo intellettuale di parte significativa del ceto dei colti, la variegata vocazione attivistica di gruppi consistenti di piccola e media borghesia specie giovanile, il massimalismo largamente diffuso nei pensieri e nell' azione degli strati popolari. A cominciare dalle «radiose giornate», dal «biennio rosso» e poi dalla «marcia su Roma», a cominciare da questi tre atti di un unico dramma, in quante altre occasioni della nostra storia sarebbe capitato agli osservatori più acuti di notare il peso condizionante dei fattori che ho appena ricordati, presi da soli o mischiati tra loro in varia misura! Proprio intorno alla Grande Guerra, insomma, si precisò definitivamente e si approfondì quella propensione alla divisività che ha caratterizzato in modo patologico, e per certi aspetti ancora caratterizza, la storia del nostro Paese. Una divisività che, lo sappiamo bene, oltre che riferirsi a una dimensione propriamente ideologico-politica, anzi quasi prima di essa, tende a presentarsi addirittura in una dimensione antropologico-culturale e perfino morale. Come uno spartiacque tra due nazioni, tra due Italie, una buona e degna, l' altra cattiva e indegna, destinate perciò a farsi in eterno la guerra. La nostra identità novecentesca, ci piaccia o no, sembra fatta anche di questa incomponibile volontà contrappositiva, sempre pronta ad alimentare reciproche, eterne, scomuniche. Ma proprio dal primo conflitto mondiale data anche l' inizio di un fenomeno destinato in certo senso a fungere da paradossale contrappeso rispetto alla divisività di cui ora ho detto, e destinato anch' esso a rappresentare un filo rosso della moderna vicenda italiana. Mi riferisco alla frequente migrazione di personalità e di idee da un' Italia all' altra, da uno schieramento politico-culturale all' altro, per essere più chiaro dalla destra alla sinistra e viceversa. È qualcosa di sostanzialmente diverso dal vecchio trasformismo ottocentesco in qualche modo rimesso a nuovo da Giolitti. Il carattere variegato del fronte interventista nel ' 15 va visto piuttosto come il preannuncio della «grande contaminazione di forze, di ideali, di gruppi» che la guerra produsse già al suo inizio, e poi subito dopo, e che in seguito si sarebbe molte altre volte verificato nell' Italia novecentesca in occasione di ogni grande sommovimento: per esempio nel 1943, e poi nel 1948, e ancora nel ' 68, e da ultimo nel ' 93-94. Un segno, tra i molti altri, di un che di profondamente instabile, incerto e quindi potenzialmente e imprevedibilmente fusionale, che caratterizza la moderna scena pubblica italiana, le sue culture e i suoi gruppi dirigenti, costretti dalla storia a muoversi senza avere il punto di riferimento di alcuna stabile, consolidata, tradizione nazionale. Non è certo un caso se ben due volte, in occasione dei due conflitti mondiali, il nostro Paese abbia visto ogni volta mutare radicalmente il proprio regime politico: e dunque ogni volta si sia posto puntualmente il dilemma di quanta parte della vecchia classe dirigente ammettere nel nuovo ordine, o respingere.

29 ottobre 2008
Evviva noi, crepi il mondo
  Corriere Della Sera, Giovanni Sartori, 29 ottobre 2008

Sono arrivate le vacche magre (magrissime) ed è purtroppo tempo di «tagli», di tagli al borsellino e alle spese. I tagli nessuno li vuole (quantomeno per sé). Ma siccome sono inevitabili, avrei giurato che i primi sarebbero stati a carico dell'ecologia. Vedete come è facile essere profeti? E' stato proprio così.

Sulla salute del pianeta Terra noi facciamo da sempre gli struzzi. L'Italia ha sottoscritto a suo tempo gli accordi di Kyoto che ci imponevano di ridurre le emissioni di C02 — tra il 1990 e il 2012 — del 6.5%. Noi invece le emissioni di gas serra le abbiamo tranquillamente aumentate accumulando così un debito di circa 1,5 miliardi. Dunque, fin qui niente tagli, o meglio, siamo morosi e ci proponiamo di non pagare.
Dopodiché abbiamo annunciato che l'accordo europeo per il 2012-2020 che abbiamo testé firmato in gennaio (che prevede una riduzione delle emissioni del 20%) non ci sta più bene. Ipse dixit (Berlusconi): «Non possiamo, in un momento di crisi, caricarci il costo di qualcosa di irragionevole».

Irragionevole? Intendiamoci: sin dall'inizio abbiamo tutti detto che le riduzioni di Kyoto erano insufficienti, insufficientissime. Ma bisognava pur cominciare, soprattutto a sensibilizzare l'opinione pubblica. Resta l'obiezione seria che senza Usa, Cina e India (che hanno rifiutato gli accordi di Kyoto) non si arriva a risolvere nulla. Vero. Ma gli Stati Uniti si sono già ravveduti, e a dispetto del «texano tossico» (il presidente Bush) fanno già più e meglio di noi. Quanto a India e Cina, saranno i primi a essere drammaticamente puniti per il loro «sacro egoismo» (visto che sono i Paesi di gran lunga più fragili e più esposti al collasso climatico).

Il discorso è, allora, che siamo arrivati a essere più di 6 miliardi e mezzo di abitanti su un pianetino che oramai è come una casa pericolante, in imminente pericolo di crollo. Per le singole abitazioni di solito intervengono i pompieri che le fanno sgomberare. Ma il pianeta Terra non può essere salvato così. Non abbiamo a disposizione un pianetone contiguo dove ci possiamo trasferire. Se c'è dunque una priorità assoluta, inderogabile, e non differibile è questa. Lo sottolinea con allarme quasi tutto il sapere scientifico.

Ma la nostra ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo ha ricevuto i suoi ordini e va all' assalto. L'accordo post-Kyoto sulla futura politica ecologica europea non è più accettabile. Chiediamo la dilazione di un anno (per quanti anni?), la diminuzione del nostro onere (che la nostra ministro ha artificiosamente esagerato), e un ricalcolo dei costi-benefici (perché ora e non quando abbiamo firmato?). Insomma, siamo alle solite. Siamo sleali, infidi, e facciamo i furbacchioni.

Allora, la nostra prima decapitazione sarà sui costi che ci dovrebbero consentire — si spera — di sopravvivere come genere umano. Eppure il nostro Paese è tuttora sovraccarico di «grasso » parassitario. Intanto alleva e lascia prosperare una mafia che è davvero una micidiale sanguisuga. Inoltre abbiamo una pubblica amministrazione elefantiaca, e una scuola (mi dispiace ammetterlo) con troppi insegnanti.

Anche sull'Università chi è senza peccato scagli la prima pietra.
Sì, mancano i soldi per la ricerca: ma intanto abbiamo moltiplicato docenti di materie ridicole e anche una miriade di piccole università cartacee e scadenti.

E che dire, infine, degli sperperi clientelari di moltissime amministrazioni locali? Presidente Berlusconi, di «grasso» in giro ce n'è tantissimo. Ma è più comodo non scontentare nessuno a danno del futuro dei ragazzi di oggi.

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Clima Giovanni Sartori

permalink | inviato da zemzem il 29/10/2008 alle 19:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
29 ottobre 2008
L' istruzione dei figli e il doppio standard
 Corriere della Sera,  Michele Salvati, 29 ottobre 2008,

Quando studiavamo a Cambridge, nei primi anni ' 60, mia moglie ed io eravamo diventati molto amici del mio supervisor, Michael Posner, un eccellente economista e un appassionato laburista. Quando ci raccontò, una sera a cena, che aveva appena iscritto il figlio ad una famosa (e costosa) scuola privata, non potemmo reprimere la nostra meraviglia: «ma come, sostieni politicamente le scuole pubbliche e poi mandi tuo figlio alle private». «Quando avrete figli - fu la sua risposta - vi accorgerete anche voi che non è il caso di sacrificare il destino di una persona che amate ad un principio politico, che pur trovate giusto difendere in via generale e per il futuro». Mi è tornato in mente questo episodio leggendo nei giorni scorsi che molti politici della sinistra mandano i figli a scuole private e riflettendo sui caustici commenti che Pierluigi Battista ha dedicato loro ier l' altro, nella sua rubrica fissa su questo giornale. Non mi interessa discutere se si tratti veramente, da parte di costoro, di un «cinico doppio standard», come titola il pezzo. Sarebbe tale se questi politici non si impegnassero seriamente per migliorare la qualità della scuola pubblica, se veramente «bocciassero con furore ogni parvenza di riforma», ma non mi sembra che questo deprecabile atteggiamento si possa desumere dal semplice fatto che essi criticano le riforme Gelmini. E' vero che, per la scuola elementare e media, non ho ancor visto da parte delle opposizioni un tracciato di riforme adeguato a risollevarci dalla cattiva situazione odierna, capace di operare i risparmi necessari e insieme di migliorare la qualità dell' istruzione pubblica. Se è per questo, tuttavia, neppure l' ho visto da parte del governo: il docente unico, l' accorpamento di scuole troppo piccole e le altre misure dell' incombente decreto sono piccoli provvedimenti, con alcuni dei quali si può anche essere d' accordo, ma non un progetto di riforma di grande ambizione. Che cosa verrà dopo? Credo che una parte almeno delle proteste di questi giorni abbiano a che fare con la mancanza di un disegno di riforma esplicito, graduato nei tempi d' attuazione, con finalità chiare. Si vuole veramente creare una scuola pubblica d' eccellenza, o l' eccellenza i benestanti dovranno andare a cercarsela nelle scuole private? E' il timore che la via prescelta sia la seconda ciò che muove le proteste, o almeno quelle più ragionevoli. Insomma, il progetto di lungo periodo va dichiarato, va reso esplicito. Noi veniamo da una situazione nella quale le scuole d' eccellenza - i grandi licei, non pochi istituti tecnici e professionali - erano scuole pubbliche. Nella quale, salvo eccezioni non numerose, le scuole private erano di qualità e severità inferiore, e servivano i figli di famiglie benestanti che non riuscivano a «farcela» nella scuola pubblica. La situazione sta cambiando, per l' impatto di numerosi fattori: la scolarità di massa e l' immigrazione, stipendi troppo bassi, incapacità di premiare il merito e sanzionare il demerito, e tanti altri ancora. L' inerzia positiva di una buona tradizione, la capacità e il duro lavoro di tanti insegnanti, ancora tengono in vita ampie aree di eccellenza: per allargarle, per diffonderle dove ce ne sarebbe più bisogno, quei fattori andrebbero affrontati con misure adeguate. Per alcune di esse ci sarebbero da superare resistenze e proteste: valutazioni serie e conseguenze significative su carriere e remunerazioni sarebbero uno shock in un settore dove l' uniformità di trattamento e l' assenza di valutazione sono state la regola. Ma mentre in parte capisco le proteste odierne, perché il progetto di lungo periodo non è chiaro, quelle nei confronti di un progetto riformatore che si muovesse nella direzione indicata le troverei ingiustificate. In mancanza di un progetto che miri all' eccellenza della scuola pubblica il destino americano è di fronte a noi. Rimarranno buone scuole pubbliche, ma sempre di meno. Aumenterà di molto il numero delle buone scuole private, poiché la domanda crea l' offerta. E, in assenza di buone scuole pubbliche in vaste zone delle città e del Paese, sarà molto difficile (e ingiusto) rifiutare a famiglie non benestanti, ma che non vogliono mandare i figli alle cattive scuole pubbliche del quartiere o dell' area in cui vivono, sussidi o voucher per frequentare buone scuole private. Per ora è un incubo, ma potrebbe realizzarsi.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. scuola

permalink | inviato da zemzem il 29/10/2008 alle 19:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
27 ottobre 2008
Frigo? Lavvocato Frigo? Ma chi è questo Frigo?
Il Foglio, Giuliano Ferrara, 27 ottobre 2008

Notizia esplosiva e ridicola dei giorni scorsi. Se c’è accordo sulla Rai, allora alla Corte costituzionale sarà eletto l’avvocato Pecorella. Senno, bè, alla fine viene eletto Giuseppe Frigo, un avvocato che porta due magnifici e grandi mustacchi. Berlusconi dovrebbe approfittare del momento magico per introdurre qualcosa di nuovo nella democrazia repubblicana, per diventare un riformatore. Detto con tutto il rispetto: ma chi è mai l’avvocato Giuseppe Frigo? Certo, uno può informarsi. C’è Google. Wikipedia. Il Who’s Who. E ci sono i giornali, che qualche notiziola ogni tanto la rimediano e la riferiscono. E gli annali giudiziari, le riviste specializzate... ma è chiaro che la mia domanda è un’altra: chi è per la democrazia istituzionale l’uomo che le Camere hanno eletto senza discussione nella Corte suprema, quella che dovrebbe decidere cose basilari come la costituzionalità delle leggi, e dunque ispirare l’insieme del nostro sistema giuridico quando si tratti dei nostri diritti, delle libertà civili e di altre questioni di vita o di morte per una moderna democrazia?
 
Come per il Presidente della Repubblica, uno scandalo inutilmente gridato in passato da questo giornale, anche per i giudici costituzionali le Camere procedono all’elezione riunendosi a data certa nella forma del "seggio elettorale". Questa formula significa che è vietato discutere il nome della persona candidata, è espressamente vietato interrogarla e ascoltare dalla sua viva voce quale sia la sua cultura giuridica o politica o civile prevalente, quale sia la sua esperienza dei problemi che incontrerà nella lunga fase della sua vita (nove anni) in cui si prenderà cura di noi al vertice di autorevoli istituzioni. La istituzione parlamentare degli hearing, delle audizioni, che è una delle qualità legittimanti della funzione di controllo dei parlamenti anglosassoni, da noi è sconosciuta, la si usa solo in funzione informativa e consultiva per ascoltare talvolta i membri del governo, il governatore della Banca d’Italia, autorità varie e rappresentanti della società civile (se avanza il tempo).
 
Lasciamo adesso stare il quadro generale. Non chiedo riforme globali, così difficili da impostare, discutere e varare (eppoi per demagogia magari un referendum le seppellisce). Ma sarebbe così complicato (è solo una proposta, ma è una proposta) fare in modo che i membri della Corte costituzionale siano in ogni caso, sia quando eletti dal Parlamento sia quando designati da altre fonti decisionali, sottoposti a audizione parlamentare e a un voto consultivo? I presidenti delle Camere non potrebbero riunirsi e far valere per una volta un punto di vista riformatore nuovo, magari d’accordo con il capo dell’esecutivo? Onorevole Fini e senatore Schifani, perché non ci provate voi?
 
Sarebbe una piccola ma significativa rivoluzione culturale. Si saprebbe chi e perché va a sorvegliare il diritto costituzionale in Italia. Si potrebbe vagliare in un dibattito pubblico e trasparente la sua qualificazione e la sua filosofia della legge e dello stato e dei diritti individuali e sociali. Sarebbe un modo per sottrarre a quella logica da Rotary club o da piccola massoneria di servizio una serie di nomine che esprimono alla fine il potere della democrazia, ma lo fanno con regole che oggi negano la democrazia come controllo rappresentativo dei cittadini attraverso le assemblee elettive. La stampa non sarebbe ridotta a raccogliere pettegolezzi, e l’interesse culturale per la Costituzione vivente cancellerebbe quello che oggi è il pomposo omaggio di prammatica a una cultura costituzionale morta.
27 ottobre 2008
Solo un tentativo fallito di smarcarsi dall’odiato alleato Tonino
Il Giornale, Filippo Facci, 27 ottobre 2008


Qui di seguito, la manifestazione spiegata a uno straniero. Allora. Sabato pomeriggio, a Roma, c’è stata un’imponente manifestazione organizzata dal Partito democratico e in particolare dalla Cgil. Questa manifestazione è stata voluta soprattutto dal segretario, Walter Veltroni, intenzionato a rispolverare la propria immagine e a ridare morale alla sua forza politica, da tempo immobilizzata tra i buoni risultati del governo e l’opposizione urlata di Antonio Di Pietro. Sono questi i due problemi di Veltroni: un governo che governa e un alleato che delira.
Nel dettaglio: il governo ha preso molte decisioni che hanno registrato un forte consenso legato alla velocità e qualità dei provvedimenti, rovesciando la percezione di immobilismo che aveva caratterizzato il governo Prodi; anche di fronte alla sopraggiunta crisi economica, troppo globalizzata perché se ne potesse colpevolizzare il premier, il governo ha mostrato un dinamismo «di sinistra» che sino a oggi ha contribuito a mantenere alta la fiducia degli italiani nell’esecutivo; sul fronte interno invece c’è questo Di Pietro, persona infida, che col suo partitino monoposto si è opposto demagogicamente al governo (parlando di dittatura e attribuendo al premier le colpe della crisi) e ha definito la propria forza politica come «unica opposizione», fregandosene degli alleati e puntando su un distinguo continuo. Questo ruolo da guastatore di Di Pietro (complici giornali e televisioni che ultimamente sono più attenti all’antipolitica che alla politica), ha inoltre fatto danni gravissimi al processo di modernizzazione che Veltroni ha cercato di imprimere al suo partito, oltretutto limando o limitando quell’antiberlusconismo che in passato aveva sterilmente coagulato le varie anime della sinistra. Non è un caso che Di Pietro, alla manifestazione di sabato, non fosse neppure invitato: ma gli autoinviti, essendo Di Pietro al solito sprovvisto di dignità personale, sono per lui una regola. Nel corso del corteo, infatti, l’ex magistrato è tornato a parlare di dittatura e ha cercato di rilanciare un’alleanza che per Veltroni è ormai nefasta.
Ciò detto, resta la manifestazione: un legittimo tentativo di corroborare gli umori stanchi e divisi del Pd. Una cosa a uso interno, senza particolare significato politico: il discorso di Veltroni, oggettivamente, non ne aveva. Anche perché il Paese, e Veltroni lo sa, per il resto è lo stesso dell’aprile scorso. Anzi.

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Filippo Facci Manifestazione Pd

permalink | inviato da zemzem il 27/10/2008 alle 18:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
27 ottobre 2008
Scuola, il cinismo del doppio standard
  Il Corriere della Sera, Pierluigi Battista, 27 ottobre 2008

Ma se una frazione cospicua della classe dirigente, pur predicando l'intangibilità della scuola pubblica così com'è, spedisce i propri figli nelle scuole private, è solo un deplorevole pettegolezzo sottolinearne la plateale incoerenza?
Non le viene in mente che se la libera scelta di scuole diverse da quella pubblica è resa possibile solo e soltanto dalle favorevoli possibilità economiche, è legittimo e plausibile definire quella scelta come il frutto di un privilegio, il trionfo di un doppio binario mentale, un divario troppo marcato tra i princìpi che si proclamano e il modo concreto di prefigurare il futuro dei propri figli?
E non si percepisce, in questo divario, il senso di una resa, di una rassegnata accettazione dell'ineluttabile decadimento della scuola pubblica, del destino grigio e desolante che attende chi non frequenta le scuole dove le lingue straniere sono coltivate, e la conoscenza non assume quell'aspetto spappolato e informe tipico di molti istituti scolastici degradati e abbandonati?

E non si interrogano sul perché, se i figli delle (poche) famiglie italiane che hanno nel loro futuro un apprendistato all'estero e un titolo di studio meritatamente guadagnato nelle università più prestigiose del mondo, non accade mai il contrario, non succede mai o quasi mai che il figlio di qualche facoltosa famiglia europea o americana si rivolga alle scuole italiane per riceverne istruzione, sapere, formazione? E non è ingiusta questa sottile, non detta, mai confessata deriva classista mentre si finge di non vedere che una scuola pubblica dove il merito non conta niente è una scuola che conserva sì la sua titolarità pubblica ma ha smarrito il significato della sua natura democratica?
Dove gli insegnanti che valgono (e ce ne sono, tanti ma ridotti al silenzio dell'impotenza) sono mortificati dalla mediocrità, dalla notte burocratica che svuota l'anima, uccide ogni passione, spegne ogni scintilla di autentico amore per la cultura, lascia risucchiare nella logora e mal pagata routine quotidiana ogni ambizione e qualsiasi progetto di vita?

Rinserrati nelle loro auree nicchie d'eccellenza, i genitori che bocciano con furore ogni parvenza di riforma della scuola pubblica ma proteggono i loro figli dalla sorte di frustrazione e di insignificanza cui sono condannati tutti gli altri, pensano davvero che prima o poi nessuno chiederà il conto di un così cinico doppio standard?
Non capiscono che prima o poi dovranno fronteggiare chi si ribellerà all'insensatezza di una scuola che soffre in modo umiliante ogni comparazione con le nazioni a noi più simili? Che si sta recitando in questi giorni nelle piazze italiane una fiera grottesca dell'ipocrisia, senza che ci si domandi perché l'università italiana è ridotta in condizioni miserevoli, perché è così diffusa la fatalistica convinzione che tanto non c'è più niente da fare per la scuola italiana, tanto la partita è perduta? Che se gli studenti applicassero davvero la massima secondo cui «ribellarsi è giusto», il bersaglio della loro rabbia dovrebbe essere un po' più chiaro e più circoscritto? E se loro se ne vanno nelle isole beate dell'«eccellenza», che titolo hanno più per parlare, e per difendere l'indifendibile, senza nemmeno un po' di convinzione?

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. protesta scuola fraintesi di sicuro

permalink | inviato da zemzem il 27/10/2008 alle 17:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
25 ottobre 2008
L' AMACA

la Repubblica, Michele Serra, 25 ottobre 2008

 "Facinorosi" è una parola fantastica, non la sentivo dai tempi della "Notte" di Nino Nutrizio (i più giovani non possono sapere che cosa si sono persi~), dai tempi della vecchia destra d' ordine, azzimata e perbenista. Il Berlusconi che denuncia i "facinorosi" è esattamente questo, un milanese anziano che non apprezza e non capisce i cortei di giovinastri pieni di grilli per la testa, andassero a lavorare, andassero. Se non ci fosse da preoccuparsi - forti delle esperienze passate - per eventuali violenze (infiltrazioni di fanatici, provocazioni di farabutti), ci sarebbe da divertirsi di fronte allo spettacolo sorprendente di una destra che si è venduta per anni al mercato della "modernità", del "nuovo", del "cambiamento", e si ritrova a borbottare davanti ai cortei come la vecchia borghesia dei padri e dei nonni. Vecchi e presi alla sprovvista da un movimento molto nuovo, ecco come ci appaiono all' improvviso i giornali e i capi della destra italiana: Berlusconi in testa. Ci manca solo una polemica contro i capelloni, un corsivo indignato contro la promiscuità sessuale nelle scuole occupate, e ci parrà di essere tornati agli sconquassi della nostra remota giovinezza. Nel frattempo la giovinezza altrui veleggia da altre parti, per sua fortuna. E per sfortuna di una maggioranza che torna a essere, banalmente, di benpensanti spaventati.

25 ottobre 2008
Andrea's version

 
Il Foglio, Andrea Marcenaro, 25 ottobre 2008

Benvenuti al corteo del 25 ottobre, che dopo cinque mesi era anche ora. Potrete riconoscervi nel seguente modo. Quelli che stanno con Marini portano tutti un cappello da alpino e un lupacchiotto al fianco. Quelli che stanno con Fassino sventolano un libretto di assegni, abbiamo una banca, abbiamo una banca. I veltroniani si riconoscono facilmente perché sono gli unici che stanno in tutti e due i cortei. I dalemiani possono essere individuati grazie a svariati dettagli, ci sono quelli con le scarpe cucite a mano, quelli con un nano al guinzaglio, quelli vestiti da pionieri e i più visibili di tutti sono quelli che cercano il vento perché vanno a vela. I dipietristi sono venuti in Mercedes. I fedelissimi di Parisi li potrete riconoscere perché mostrano a mani alzate il Riformista: “Siamo sempre più incazzati”. Gli aficionados di Fioroni spingono quelle grandi carriole piene di iscritti. Sarà, al dunque, una manifestazione molto folta e molto variopinta, anzi, anche molto propositiva. Attenzione, quando la manifestazione sarà finita da mezz’oretta, vedrete avvicinarsi una figura sola, ossuta, segaligna, con molti capelli, che gesticola incazzatissima: bé, quello è Gad.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. manifestazione pd Andrea's version

permalink | inviato da zemzem il 25/10/2008 alle 23:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
25 ottobre 2008
Si fa presto a dire vincita: chi considera i danni collaterali?

Avvenire, Umberto Folena, 25 ottobre 2008


Già molte sciagure stavano colpendo la città di Catania, Comune che ha quasi rischiato la bancarotta.
  L’ultima suona come una beffa: la più grande vincita della storia al superenalotto, 100 milioni di euro e spiccioli. Avete letto bene: sciagura.
  Tutti si ostinano a parlare di fortuna? Si sbagliano, com’è agevole dimostrare.
  Anche lo sventurato vincitore, dopo l’iniziale euforia, si starà convincendo dell’immane sciagura che gli è capitata tra capo e collo.
  Intanto non è detto che riesca a riscuotere in tempi brevi. E c’è chi sostiene che non di fortuna si tratta ma di una truffa orchestrata dagli hacker. Proprio mentre il vincitore sta pensando alle innumerevoli delizie che potrebbe presto concedersi, il sindaco della sua città, Raffaele Stancanelli, si premura di rammentargli i suoi doveri: «Senta il dovere morale di fare qualcosa per la comunità».
  Poiché il sindaco sa bene che le esortazioni valgono soltanto se sono precedute e accompagnate dal buon esempio, per Catania il futuro amministrativo è roseo. Intanto un’anziana donna malata di leucemia si è rivolta al quotidiano 'La Sicilia' implorando il misterioso milionario: «Faccia qualcosa per me». Un pensiero in più. E siamo appena all’inizio.
  Il vincitore si sta accorgendo della tragica serie di danni collaterali della sua cosiddetta 'vincita'. Per cominciare eccone quattro, in ordine sparso.
  1) Insonnia. Impossibile dormire con tutta quest’adrenalina che mi scorre in corpo.
  2) Dissimulazione. Nessuno deve accorgersi che il vincitore sono proprio io. Nel quartiere di Nesima, in queste ore, vige la cultura del sospetto. Il signor Salvatore ha un
paio di scarpe nuove fiammanti; la signora Concetta ha regalato al figliolo uno scooter ultimo modello: come possono permetterseli? E perché proprio adesso? Il signor Cosimo, sempre ingrugnito, da due giorni sorride beato: che cos’avrà mai da sorridere? È più facile per Peter Parker non far sapere che è l’Uomo Ragno. Di sicuro vive più sereno lui: è un supereroe ma è povero.
  3) Solitudine. Con chi confidarmi?
  Di chi fidarmi? La moglie o il marito, i figli, la fidanzata, i genitori, il miglior amico… E se si lasciano sfuggire qualcosa? Non posso dire niente a nessuno. Ma che felicità è una felicità che non posso condividere? Tremendo.
  4) Inadeguatezza. Se vinco 10 mila euro posso finalmente cambiare automobile (mi accontento di un’utilitaria). Se ne vinco 100 mila, finalmente posso acquistare un piccolo appartamento in periferia.
  Ma 100 milioni? Naturalmente fioccano i consigli. Un noto giornalista economico suggerisce di investire metà somma sul Kingate Global Fund, un quarto su Cima Aconcagua e il rimanente su Quantek Opportunity. Un master alla Bocconi? Potrei permettermelo… La verità è che hanno ragione il Papa, i Padri e la Bibbia: il denaro è nulla, viene e va, e la felicità – una volta che hai l’essenziale – è ben altro. Neanche 100 milioni ti garantiscono un amore corrisposto e fedele, una famiglia serena, una vita lunga e in buona salute. La soluzione più semplice? Garantirsi l’essenziale e mettere il resto a servizio della comunità. I modi sono tantissimi e non occorre essere specialisti in fondi e performance.
  Tutto questo, però, vale se il vincitore è una persona normale. Se invece fosse già un super-ricco, allora piove sul bagnato, anzi erutta sulla lava bollente. Il vincitore, forse, era infelice già prima. E allora il danno sarebbe relativo.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Catania

permalink | inviato da zemzem il 25/10/2008 alle 23:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
25 ottobre 2008
L'Italia Immobile

 Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia, 25 ottobre 2008

Un Paese fermo, consegnato all'immobilità: ecco come appare oggi l'Italia. Non già nella cronaca convulsa del giorno per giorno, nell'agitazione della lotta politica, nei movimenti sempre imprevedibili di una società composita, frammentata e priva di inquadramenti istituzionali forti. Ma un Paese fermo perché anche nelle sue élites prigioniero dei luoghi comuni, incapace di pensare e di fare cose nuove in modo nuovo, di sciogliere i nodi che da tanto tempo ostacolano il suo cammino.

Da trent'anni ci portiamo sulle spalle un debito pubblico smisurato che non riusciamo a diminuire neppure di tanto. Da decenni dobbiamo riformare la scuola, la Rai, la sanità, le pensioni, la magistratura, la legge sulla cittadinanza, e siamo sempre lì a discutere come farlo. Da decenni dobbiamo costruire la Pedemontana, le prigioni che mancano, il sistema degli acquedotti che fa acqua, il ponte sullo Stretto, le metropolitane nelle città, la Salerno- Reggio Calabria, la Tav del corridoio 5, e non so più cos'altro. Ma non lo facciamo o lo facciamo con una lentezza esasperante. Nel tempo che gli altri cambiano il volto di una città, costruiscono una biblioteca gigantesca, un museo straordinario, noi sì e no mettiamo a punto un progetto di massima sul quale avviare discussioni senza fine.

Perché in Italia le cose vanno così? I motivi sono mille ma alla fine sono tutti riconducibili a una sensazione precisa: siamo una società prigioniera del passato. Con lo sguardo perennemente rivolto all'indietro, che ama crogiolarsi sempre negli stessi discorsi, nelle stesse contrapposizioni, nelle stesse dispute, assistere sempre allo spettacolo degli stessi gesti e degli stessi attori. Da noi il passato non diviene mai inutile o inutilizzabile. Non si butta via mai niente. Ogni cosa è potenzialmente per sempre: ogni ruolo, ogni carica è a vita, e pure se siamo reduci da qualcosa lo siamo comunque in servizio permanente effettivo. In un'atmosfera di soffocante ripetitività siamo sempre spinti a conservare o a replicare tutto: idee, appuntamenti stagionali, parole d'ordine, comizi, titoli di giornali.
Ci domina una sorta di freudiana ritenzione anale infantile: paurosi di abbandonarci alla libertà creativa e innovativa dell'età adulta, a staccarci dalla comodità del già noto, solo noi, nella nostra vita pubblica, abbiamo inventato la figura oracolare e un po' ridicola del «padre della patria» con obbligo di universale reverenza. È, il nostro, l'immobilismo di un Paese abbarbicato a ciò che ha vissuto perché non riesce a credere più nel proprio futuro, di un Paese che sotto la vernice di un'eterna propensione alla rissa in realtà fugge come la peste ogni rottura e conflitto veri, e desidera solo continuità. Che come un vecchio Narciso incartapecorito anela solo a rispecchiarsi nel già visto.

Un Paese, come c'informa La Stampa di qualche giorno fa, dove Guido Viale, antico giovane di un remoto «anno dei portenti », si compiace — invece di averne orrore — che oggi «le occupazioni delle scuole si fanno assieme ai genitori», e che «questi ragazzi lottano accanto ai professori e ai presidi». Già, «accanto ai professori e ai presidi»: che lotte devono essere! E comunque è con queste, buono a sapersi, che l'Italia si allena ai duri cimenti dell'avvenire.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Ernesto Galli Della Loggia

permalink | inviato da zemzem il 25/10/2008 alle 17:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
2 ottobre 2008
L'unica opposizione
 


Il Giornale, Filippo Facci, 2 ottobre 2008

Berlusconi andava condannato sempre, tutte le volte, è l’emanazione della P2, il figlioccio di Bush, un guerrafondaio, un despota, il gemello di Putin, ha vinto le elezioni perché ha le tv, la gente è stata circuita, ipnotizzata, Rete4 è illegale, Forza Italia l’ha voluta la mafia, c’entra con le bombe del ’93, con le morti di Borsellino e Falcone, coi soldi di Cosa nostra, la gente non sa niente perché la stampa è asservita, tutti maggiordomi, la gente ignora che a Napoli c’è ancora la spazzatura, che Alitalia l’ha salvata Epifani, che la Forleo e De Magistris sono perle d’equilibrio, che il mondo ride di noi, che le leggi sono tutte incostituzionali e che il Colle è imbelle, imbranato, che stanno distruggendo la giustizia come voleva Gelli, che il governo ha impoverito il Paese, sono tutti precari, Tremonti ci schianterà, licenziano tutti gli statali, c’è uno Stato di polizia, i soldati in strada, un nuovo razzismo che picchia i neri e scheda i bambini, è un nuovo autoritarismo, torna il fascismo, vogliono cancellare la Resistenza, riabilitare Salò, trasformare le scuole in caserme, santificare i mafiosi, cancellare la satira, imporre il Bagaglino, vogliono nasconderci che Berlusconi è basso, Veltroni non capisce che l’unica opposizione è questa, e non lo capisce neppure la schiacciante maggioranza degli italiani. Si vede che sono scemi.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Filippo Facci

permalink | inviato da zemzem il 2/10/2008 alle 21:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
aprile       




        clic




     
Cerca
Feed
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.



1 click