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10 maggio 2009
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Edgar Allan Poe quello sguardo sulle tenebre
 
Nel Crollo della casa Usher, Edgar Allan Poe attribuisce al melanconico protagonista una lirica che egli aveva scritto qualche tempo prima, e che rappresenta il suo mito. Una volta, nella più verde delle nostre valli, si ergeva il radioso Palazzo del Pensiero: bandiere d’ oro ondeggiavano sul tetto: un aroma paradisiaco si spargeva lungo i baluardi araldici; spiriti angelici si muovevano ritmicamente, secondo il suono di un liuto melodioso, attorno al trono del re del Pensiero, mentre una folla di echi cantava la sua saggezza. Ai tempi di Usher e di Poe, la gloria del Pensiero è finita. I viaggiatori non scorgono più il sovrano sul trono: grandi forme si muovono fantastiche al suono di una melodia discorde, circondate dal veloce ritmo spettrale di una folla di mostri ghignanti. Poe sapeva che l’ apologo parlava di lui e dell’ artista moderno. In un’ altra vita, forse era stato l’ antico, armonioso re del Pensiero: adesso era soltanto uno spettro tragicamente meditativo, che intonava una musica dissonante e rideva senza grazia. Aveva conosciuto un destino di luce. Ora sapeva che il suo massimo dono era quello di portare in sé la tenebra: essere tenebra in ogni luogo dell’ intelligenza, dell’ anima e del cuore; e irraggiarla intorno, riversandola su ogni oggetto dell’ universo. Avrebbe potuto lasciarsi invadere passivamente da questo nero: mentre con un ardire brillante, febbrile e imperterrito, con un coraggio che non abbandonò nemmeno nell’ Inferno e nel maelstrom, con occhi lucidi e minuziosi, osservò questa tenebra, la rappresentò e la descrisse. Laggiù, nelle rovine della casa Usher, Poe costruì la prima immagine del letterato moderno. Soffriva di una monomania d’ attenzione: indugiava per ore, senza stancarsi, con gli sguardi concentrati, su qualche disegno casuale o sulla grafia di un libro: contemplava per ore un’ ombra bizzarra che cadeva sghemba sulla tappezzeria: trascorreva le notti a osservare le braci di un focolare, i giorni a sognare i profumi di un fiore e a ripetere in modo monotono una parola comune, finché il suono cessava di esprimere qualsiasi idea. Oppure si abbandonava alla fantasticheria: affascinato da un oggetto, si lasciava attrarre in un intrico di analogie, fino a dimenticare la causa prima del suo vagheggiamento. I suoi sensi erano morbosamente sottili e acuti: sentivano gli strepiti dell’ Inferno, il battito di un cuore morto; e i nervi, sovreccitati, dilatati, isterici, prolungavano all’ infinito queste sensazioni. Non aveva requie fino a quando strappava la loro forza ai sogni della notte, ai sogni a occhi aperti, agli incubi della follia e dell’ alcol, al delirio della morfina. Sapeva che la via dei sensi e dei nervi, accortamente sfruttata, ci conduce verso ogni oltre - verso ogni mistero, enigma o nodo metafisico. Possedeva un’ intelligenza prodigiosa: insieme esatta e inafferrabile, architettonica e paradossale. Le poche righe che, nel Gatto nero, scrisse sul peccato: sul desiderio dell’ anima di violare la legge, di torturare sé stessa, di violare l’ amore, di porsi al di fuori della pietà di Dio - sono degne del più appassionato teologo e moralista, che abbia mai curvato lo sguardo sull’ abisso del cuore umano, Agostino o Pascal. Quanto all’ altro grande tema che gli era caro, le infinite conseguenze di ogni nostro atto o pensiero, era pronto per esser consegnato a Dostoevskij. Ma Poe non restaurò le mura dell’ antico Palazzo del Pensiero. Mentre nel vecchio Palazzo si costruivano luminose architetture mentali del Tutto, l’ intelligenza di Poe, come scrisse Baudelaire, era “congetturale e probabilistica”. La letteratura moderna nasceva sui fogli del giornale. Molti avevano già scritto su giornali e riviste, nel secolo passato: ma tra le mani di Poe il giornalismo prese una nuova forma. Non si accontentava di compilare avventure marinare o di scrivere critiche o di risolvere crittogrammi: confidava per qualche dollaro il mare di tenebra che saliva in lui fino a sommergerlo. Le sue idee e sensazioni più care dovevano badare all’ effetto, per intrattenere ed eccitare: dovevano costruire piccole mitologie, per imprimersi meglio nella mente dei lettori pigri. Tutte le forme dorate della letteratura erano abbandonate. Ora soltanto forme brevi, concentrate, trasversali, rose dai nervi e dalla brama di successo: forme consumabili e deperibili, che venivano costruite velocemente, lette impazientemente, insieme alla colazione o durante la siesta, e subito dimenticate. Era una sfida tremenda - la stessa che affrontò Balzac nei medesimi anni - che avrebbe distrutto la vita, non la coscienza letteraria di Poe. Aveva capito che dall’ incontro tra la tenebra e il foglio di giornale poteva nascere una nuova forma letteraria: quella dei suoi Tales of the Grotesque and Arabesque. Malgrado tutto, non era stato abbandonato dagli angeli: per usare le parole delle Terre di Arnheim, la sua letteratura «non era Dio né da Dio promanava, ma era pur sempre lavorata dalle mani degli angeli che si librano tra l’ uomo e Dio». Tra le molte mitologie che Poe immaginò, la più grandiosa è dedicata al Melanconico, al Saturnino, all’ Angelo cupo e tenebroso, che Dürer aveva rappresentato tre secoli prima. Il suo Melanconico, che soffre alternativamente di euforia e di depressione è una figura attiva, che si sforza di conquistare e comprendere il mondo creato, e di ricrearlo. Il primo passo è l’ avventura. Il sogno dell’ avventura marina, delle grandi esplorazioni e della pirateria, il sogno dell’ immenso tesoro sprofonda nell’ immaginazione infantile di Poe. Ma è anche una fantasia saturnina. Salendo sulle navi, dirigendosi verso le isole del Pacifico o il Polo Sud, dove troverà stranamente una corrente calda, Arthur Gordon Pym, il primo dei melanconici, vuole abbandonare il proprio torpore: conoscere la fame e il naufragio, la prigione e la desolazione, l’ orrore e la morte, le condizioni estreme nelle quali soltanto sente di esistere: spostare la bandiera che segna l’ ultimo punto raggiunto dalle conoscenze umane - e là in fondo scoprire il grande mito, l’ enigma del Bianco luminoso, che calma la sua sete di infinito. Dopo Gordon Pym, ecco Auguste Dupin, il tenebroso e snobistico principe di tutti gli investigatori. Dupin è un “innamorato della notte”. Appena il sole si leva, chiude gli scuri del suo vecchio appartamento: accende un paio di candele odorose, che diffondono raggi fiochie spettrali,e si lascia invadere dai sogni, leggendo, scrivendo, conversando, fino al momento in cui il rintocco delle ore lo avverte che l’ amichevole Tenebra è discesa: allora esce a passeggiare, vagando a lungo senza meta, tra le luci strane e le strane ombre della sterminata città moderna. Con la mente penetrata di notte e l’ intelligenza brillante e acutissima, si avventura nel giorno, illuminando i misteri che gli araldi del giorno - i giornali - portano alla luce. Sceglie una parte della realtà: quella che sta in superficie, formata di particolari infimi, irrilevanti e casuali, segnata di minutissimi indizi. I rappresentanti del mondo diurno non li capiscono, perché credono nella ragione e non hanno lo sguardo adatto alle superfici. Invece Dupin, l’ uomo degli abissi, ci informa ironicamente che “la verità non sta sempre in fondo al pozzo. Credo anzi che ciò che sopratutto interessa stia in superficie”. Nelle lunghe passeggiate per la città addormentata, Dupin elabora il suo metodo analitico: fondato sulla facoltà di osservazione, su un dono quasi dostoevskijano di simpatia e di identificazione con l’ anima altrui, su una prodigiosa memoria, sui favori del caso e sulla capacità di deduzione, che gli permette di disporre in una rigida catena consequenziaria gli indizi sparsi nel tessuto quotidiano della realtà. Oggi noi scorgiamo nel metodo di Dupin una delle più eleganti teorizzazioni dell’ analisi intellettuale moderna, che avrebbe prodotto la psicanalisi e la semiologia. Ma Auguste Dupin è molto di più. E’ un meraviglioso ciarlatano, che indossa ironicamente e beffardamente le vesti antiche del veggente e del mago. Egli abolisce l’ esprit de géométrie: porta l’ esprit de finesse, l’ intuizione e l’ analogia, al punto estremo di penetrazione, trasformandolo in una scienza abbacinante, che dà certezze più sicure del calcolo aritmetico. La notte alla luce delle candele, la notte sognante e saturnina invade e conquista la realtà diurna, dimostrando di essere la più alta qualità matematica che possediamo. Nel più bello dei Marginalia, Poe scriveva: «Esistono alcune fantasie di delicatezza squisita, che ho trovato impossibile tradurre nella lingua scritta. Esse scaturiscono dall’ anima (ahimè quanto di rado!) soltanto in periodi di assoluto benessere, quando il corpoe la mente raggiungono il loro massimo equilibrio e negli attimi in cui i confini del mondo reale si fondono con quello dei sogni. Le percepisco soltanto quando sto per abbandonarmi al sogno, ma sono ancora consapevole del mio stato di veglia… Considero queste visioni con un timore che, in qualche modo, attenua o rende più serena l’ estasi: le osservo nella convinzione che questa esperienza sia di natura del tutto soprannaturale - sia uno sguardo dello spirito verso l’ al di là… In queste fantasie, non vi è nulla che possa essere definito simile alle impressioni che riceviamo di solito: come se i nostri cinque sensi venissero sostituiti da altre miriadi di sensi sconosciuti ai mortali». L’ anima di Poe era avvolta e assediata da queste immagini dell’ indefinitoe dell’ infinito, che gli sembravano costituire l’ unica ragione della sua vita. Nei Racconti, Poe volge rigorosamente le spalle a queste immagini indefinite. Quando costruisce giardini immaginari, edifica prospettive chiuse: quando ricostruisce il cosmo, immagina una serie di universi limitati, ognuno diviso dal muro del vuoto, ognuno con le proprie leggi e il proprio Dio; e prepara le più perfette, compatte e coerenti macchine chiuse che mai uno scrittore moderno abbia immaginato per uccidere in noi l’ idea di infinito. Molti psicanalisti hanno analizzato, nei Racconti, la presenza e la viscosità ossessive delle figure dell’ inconscio, che vengono imperfettamente alla luce, ancora bagnate dall’ oscurità dalla quale escono. Sovente essi trascurano la complessità che questi impulsi assumono nel sistema di Poe. Quando abbiamo indagato soltanto le tracce di necrofilia in Berenice e Ligia, trascuriamo la grandiosa passione metafisica che spinge Poe oltre i limiti della percezione e della vita. Egli vuol sapere cosa esiste di là: vuol sapere se il nostro principium individuationis, che ci ha sorretto durante i gesti dell’ esistenza, può sorreggerci anche dopo la morte, e dar luogo a nuove forme di incarnazione. Dedica tutta la sua attenzione alla possibilità che la morte e la vita, coincidano: guarda con sempre rinnovata simpatia agli strascichi, alle ombre, al corteggio indefinitamente spettrale che ci lasciamo dietro di noi; o descrive con sottigliezza delicatissima i nuovi sensi del nostro corpo etereo. Spesso gli archetipi di Poe sono archetipi della mente: come quelli del vortice, del pozzo, del doppio, del mortale pendolo del tempo, della cantina o della sentina o della bara chiusa, dalla quale, forse, non potremo mai più uscire. Dovunque questi impulsi affondino, da qualunque luogo sgorghino alla luce con indemoniata violenza, si traslocano tra le pareti chiuse del cranio: le passioni del cuore - così ardenti che, se fossero state descritte avrebbero “raggrinzato e incendiato” la carta - diventano passioni mentali; e tutto ciò che era inconscio assume un sapore intellettuale. Molti fra i grandi Racconti hanno un inizio saggistico. Poe rappresenta un’ idea o una sensazione o una situazione
 
Pietro Citati, La Repubblica 29 aprile 2009



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10 maggio 2009
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E ogni due giorni il mondo si celebra

C'e un sito web che ha censito tutte le giornate mondiali, ben 190, che ogni anno vengono dedicate ai più svariati soggetti, dalla fotografia al fiore, dalla poesia alle scarpe di ginnastica, dal piacere al ricamo... C' è persino, sia pure ancora in preparazione, la giornata mondiale contro le giornate mondiali. E non ci sarebbe altro da aggiungere a questo sciocchezzaio se tra gli organizzatori, tra i creativi, tra i funzionari di questa mondialità non ci fossero soprattutto le prestigiose sigle delle Nazioni Unite e delle sue Agenzie più importanti, come l' Unesco e l' Oms. E con loro anche le famose Organizzazioni non governative, i sindacati...: davvero una miriade di associazioni ad alto contenuto morale derubricabile ormai in citrullo sussiego. Hanno infatti l' idea che ci sia una giornata in cui il mondo deve occuparsi di una sola cosa, una giornata con il pensiero fisso del pesce azzurro, e un' altra con l' allegra ossessione del vino, e poi del libro e del cioccolato, del giornale a fumetti e degli orologi da polso. C' è anche la giornata delle nonne che, essendo fisicamente poco agili, si fanno rappresentare dai nipoti, i quali intervengono, spiegano e offrono testimonianze sulla "nonnità" che è il sapore antico, la vita di un volta, le quattro stagioni. Ovviamente non si tratta di lavori improduttivi che, come insegna Keynes, non esistono. Sulle giornate mondiali piovono infatti finanziamenti, ogni giornata ha le sue pubblicazioni e ci sono una convegnistica e un marketing. Ed è naturale che nel dipanarsi di 190 giornate mondiali all' anno si perda subito il ductus logico in favore dell' incongruo. Ma non importa a nessuno che la mondialità venga degradata a patacca e a discorso a vanvera. È vero che una volta le giornate cosiddette mondiali sfibravano le menti perché vi si decidevano questioni che riguardavano tutti, dai berberi del monte Atlante agli operai di Chicago agli indigenti australiani. Ma se in un anno le giornate mondiali sono diventate 190 significa che l' umanità impiega metà del suo tempo a celebrare la propria mondialità, oggi di danzatrice, domani di infermiera, dopodomani di contadina. E un giorno non fuma e l' altro non beve. E un giorno lotta contro l' obesità e l' altro contro la magrezza. Per organizzare meglio la metà della nostra esistenza consigliamo agli impiegati dell' Onu addetti alla mondialità di offrirci la mezza giornata mondiale al giorno. Presto infatti le giornate potrebbero non bastare a contenere il bisogno che ha la specie umana di essere mondiale sempre, in ogni ora e in momento. E c' è poco da ridere: non è il comico che si annida in questa inflazione di mondialità, ma la malinconia saturnina, la grinta imbronciata. Alla fine infatti organizzare la giornata mondiale contro la tosse canina o a favore del pistacchio è il surrogato di una grande idea, è quel poco che rimane alle elefantiache organizzazioni sopranazionali dell' illusione di governare il mondo. Nella grottesca giornata mondiale della patata c' è insomma una penosa ammissione di impotenza, c' è l' inabissamento della presunzione di uniformare il mondo, di mettergli l' uniforme, di attrezzare sulla cima di un palazzo di vetro la cabina di comando dalla quale dargli il tempo.
 
Francesco Merlo, La Repubblica, 28 aprile 2009



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10 maggio 2009
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Lombroso, il catalogo delle assurdità
 

Cosa c' entrano i cammelli coi camalli? Niente, si dirà. Eppure, partendo anche dall' assonanza dei nomi, che verrebbero dall' arabo hamal, Cesare Lombroso si spinse nel 1891 a teorizzare che tra gli animali e gli scaricatori di porto ci fosse una sorta di parentela dovuta alla gibbosità. Al punto che, con Filippo Cougnet, firmò un saggio dal titolo irresistibile: Studi sui segni professionali dei facchini e sui lipomi delle Ottentotte, cammelli e zebù. La folgorante idea, scrive Luigi Guarnieri nel suo irridente L' atlante criminale. Vita scriteriata di Cesare Lombroso (Bur), gli viene «esaminando un paziente, di professione brentatore, il quale ha sulle spalle, nel punto in cui appoggia il carico, una specie di cuscinetto adiposo. Vuoi vedere, almanacca prontamente Lombroso, che la gobba dei cammelli e dei dromedari ha la stessa origine del cuscinetto del brentatore? Subito esamina tutti i facchini di Torino e scrive a legioni di veterinari perché studino a fondo gli animali da soma, in special modo gli asini. Non pago dell' imponente massa di dati raccolti, Lombroso indaga con grande scrupolo i misteri del cuscinetto adiposo delle Ottentotte», cioè le donne del popolo africano dei Khoikhoi. C' è da riderne, adesso. Come c' è da sorridere a rileggere gran parte dell' opera dell' antropologo veronese. Basti ricordare, tra gli altri, lo studio su La donna delinquente, la prostituta e la donna normale, dove sosteneva, in base all' esame delle foto degli schedari del capo della polizia parigina, Goron (il quale scoprì poi che per sbaglio aveva mandato al nostro le immagini di bottegaie in lista per una licenza...), che «le prostitute, come i delinquenti, presentano caratteri distintivi fisici, mentali e congeniti» e hanno l' alluce «prensile». O quello su Il ciclismo nel delitto, pubblicato su «Nuova Antologia», nel quale teorizzava che «la passione del pedalare trascina alla truffa, al furto, alla grassazione». Non c' è opera lombrosiana in cui non sia possibile trovare, a voler essere maliziosi, spunti di comicità. A partire da certi titoli: «Sul vermis ipertrofico», «La ruga del cretino e l' anomalia del cuoio capelluto», «Fenomeni medianici in una casa di Torino», «Sulla cortezza dell' alluce negli epilettici e negli idioti», «Rapina di un tenente dipsomane», «Il vestito dell' uomo preistorico», «Il cervello del brigante Tiburzio», «Perché i preti si vestono da donna»... Nulla è più facile, un secolo dopo la sua morte avvenuta nel 1909, che ridurre l' antropologo, criminologo e giurista veronese a una macchietta. Un ciarlatano. Eppure, come scrisse Giorgio Ieranò, andrebbe riscoperta «la complessità di una figura che, nel bene e nel male, ha lasciato un segno nella cultura italiana». Se non altro perché «c' era del metodo nella follia di Lombroso. C' era l' illusione di poter offrire di ogni aspetto, anche minuto, dell' universo una spiegazione scientifica, la ferma convinzione di poter misurare quantitativamente ogni fenomeno. Lombroso era un utopista che credeva nella missione redentrice della scienza». Certo, spiega l' antropologo Duccio Canestrini, che insegna a Trento e a Lucca e per celebrare il centenario della scomparsa ha allestito una conferenza-spettacolo (Lombroso illuminato. Delinquenti si nasce o si diventa?) al debutto domani sera a Torino al Circolo dei lettori, era un uomo pieno di contraddizioni: «Socialista, criminalizza di fatto i miserabili. Ebreo, pone le basi del razzismo scientifico. Razionalista, partecipa a sedute spiritiche nel corso delle quali una medium gli fa incontrare persino la mamma defunta e spiega il paranormale con l' esistenza di una "quarta dimensione". Le sue teorie, affascinanti e spesso assurde, ebbero un successo internazionale, condizionando sia la giurisprudenza, sia la frenologia». Con Verdi e Garibaldi, fu probabilmente uno degli italiani più famosi del XIX secolo. Le sue opere erano tradotte e pubblicate in tutto il mondo, dall' America alla Russia, dall' Argentina (dove lo studioso lombrosiano Cornelio Moyano Gacitúa arrivò a rovesciare certe analisi contro i nostri immigrati: «La scienza ci insegna che insieme col carattere intraprendente, intelligente, libero, inventivo e artistico degli italiani c' è il residuo della sua alta criminalità di sangue») fino al Giappone. I convegni scientifici di tutto il pianeta se lo contendevano. Vittorio Emanuele III salutava in lui «l' onore d' Italia». I socialisti lo omaggiavano regalandogli un busto di Caligola. Émile Zola lo elogiava come «un grande e potente ingegno». Il governo francese gli consegnava la Legion d' Onore. Gli scienziati, i medici e i prefetti si facevano in quattro per arricchire la sua stupefacente collezione di crani, cervelli, maschere funerarie, foto segnaletiche, dettagli di tatuaggi di criminali e prostitute e deviati di ogni genere, oggi raccolti al «Museo Lombroso» di Torino. Lo scrittore Bram Stoker lo tirava in ballo scrivendo Dracula. Il filosofo Hippolyte Adolphe Taine gli si inchinava: «Il vostro metodo è l' unico che possa portare a nozioni precise e a conclusioni esatte». E questo cercava Cesare Lombroso, misurando crani e confrontando orecchie e calcolando pelosità in un avvitarsi di definizioni «scientifiche» avventate: l' esattezza. Capire il perché delle cose. Così da migliorare la società. «Il traguardo che spero di raggiungere completando le mie ricerche», dice in un' edizione de L' uomo delinquente del 1876, «è quello di dare ai giudici e ai periti legali il mezzo per prevenire i delitti, individuando i potenziali soggetti a rischio e le circostanze che ne scatenano l' animosità. Accertando rigorosamente fatti determinati, senza azzardare su di essi dei sentimenti personali che sarebbero ridicoli» . Il guaio è che proprio quel «rigore scientifico» appare oggi sospeso tra il ridicolo e lo spaventoso. Il consiglio dato al Pellegrosario di Mogliano Veneto di curare la pellagra con «piccole dosi di arsenico». Il marchio sugli africani: «Del tetro colore della pelle, il povero Negro ne va tinto più o meno in tutta la superficie, e in certe provincie, anche interne, del corpo, come il cervello e il velo pendulo». Il giudizio sulla donna che tende «non tanto a distruggere il nemico quanto a infliggergli il massimo dolore, a martoriarlo a sorso a sorso e a paralizzarlo con la sofferenza». La ricerca «sul cretinismo in Lombardia» dove descrive una «nuova specie di uomini bruti che barbugliano, grugniscono, s' accosciano su immondo strame gettato sul terreno». Le parole sull' anarchico Ravachol: «Ciò che ci colpisce nella fisionomia è la brutalità. La faccia si distingue per la esagerazione degli archi sopracciliari, pel naso deviato molto verso destra, le orecchie ad ansa.». La teoria che «il mancinismo e l' ambidestrismo sensorii sono un po' piu frequenti nei pazzi». Un disastro, col senno di poi. Gravido di conseguenze pesanti. Eppure a quell' uomo incapace di trovare il bandolo della matassa e liquidato da Lev Nikolaevic Tolstoj (che in base alla bruttezza lui aveva classificato «di aspetto cretinoso o degenerato») come un «vecchietto ingenuo e limitato», una cosa gliela dobbiamo riconoscere. Non si stancò mai di cercare. A che prezzo, però...

Gian Antonio Stella, Corriere della Sera, 28 aprile 2009




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10 maggio 2009
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Si comincia con i terroristi arabi ma si punta sempre ai soliti fitusi del sud
 
 

Il fatto è che non avendo vere palle per fare leggi di segregazione razziale, e magari farsi sputare dal mondo, si accontentano di proibire il kebab. Solita storia: non potendo mangiare carne si prendono il brodino leguleio. Ed è per questo che la regione Lombardia, non potendo bombardare Gaza, se n’è venuta con questa pensata di vietare il consumo “negli spazi esterni al locale”. Giusto per rendere la vita difficile ai terroristi, incapaci di stare a tavola con forchetta e coltello. Giusto per esportare la democrazia del ristorante. Giusto per occhiuta fobia piccolo-borghese, vorremmo dire. Così nel nome dei valori, se non ci fosse l’ovvio cognome della tipica cretineria di destra che – Dio ce ne scampi – quanto ad ingegno si fa fottere solo dallo scecco o asino che dir si voglia, il quadrupede con la cui carne una volta si faceva la mortadella, quella dei panini. Quelli che si mangiavano passeggiando: orgoglio e vanto della gastronomia da strada.
A proposito di cretineria di destra, si ricorderà di quando si tentò di proibire il consumo di cono-gelato. Quello tutto da leccare. Per ovvia allusione erotica. Ma allora era solo ero-fobia, adesso c’è l’islamofobia e in Italia, si sa, sempre tardi si arriva con gli aggiornamenti bellici.

Ma il fatto è che hanno preso la piazza e la strada per nemico. Già nessuno canta più per via, tutti inforcano gli iPod. Nessuno si saluta incontrandosi, tutti digitano sms. E pure questa si deve anche vedere, nessuno più masticare un pezzo di conforto in bocca? La vera guerra è alla socialità, alla folla, alla confusione a quella polifonia multicolore della teocrazia popolare della casbah dove nessuno è solo, ma sempre in mezzo a tutti i suoi rutti e al bicarbonato. Proteine, latticini, vitamine e gusto. Tutto questo è il kebab. Così come la porchetta a Roma e frutti di mare a Napoli, succhiati dalle vive vulve dei mitili e così anche i fish & chips di celtica memoria, minutaglie unte e ghiotte, da leccarsi i baffi (oltre che le dita). Ma il fatto è che l’igiene è regola di bagnetto e salviettina, dogma di liofilizzato, tabù della mono porzione (nel senso di mangiare da solo come un cane). Solo una società marcia e moscia può temere la bancarella e la sana sugna delle fritture e tanto per cominciare il boccone del povero è prezioso dono di soccorso sociale. Intendiamoci: a Palermo, con un euro, si mangia. E si mangia bene. Certo, si consuma per strada. Tutti sono costretti alla camminata ad angolo retto per non lordarsi di sublime grasso gocciolante ma con un solo euro – una volta anche con cinquecento lire – il palato accoglie pietanze degne da Re. Che cosa non sono, infatti, le stigghiola? Una vera leccornia: budella d’agnellino ripiene di cipollina, mollica di pane fritta e aglio. Un menu con hamburger da McDonald’s costa sette euro. E si mangia direttamente nel vasino.

Intendiamoci: anche a Milano, anche a Torino, ovunque arrivi la prolifica razza terrona si può allestire la bisboccia dell’arrosti e mangia. E intendiamoci, appunto: si comincia con i terroristi arabi ma sempre ai soliti fitusi del meridione si punta. E non potendo rinnegare l’Unità d’Italia troppo sfacciatamente, si proibisce il doner infilzato per cancellare il menu mediterraneo delle bancarelle e così sfregiare l’ultima periferia dello Stivale. Addio ai monti allora, e addio alle patate bollite, ai carciofi arrosto, alle lumache dette crastoni, al polpo bollito e salato, al pane coi ricci e, infine, addio al quarume. Trattasi di cartilagini, amorevolmente cucinate in mezzo al traffico. Trattasi di cose strane che riempiono la pancia, come il pane con la meuza, ossia quella milza che la regola di socialità – alla faccia della cucina molecolare – propone secondo due regole: schetta o maritata. Traduzione: signorina o coniugata. E perciò milza coniugata con pecorino, con ricotta e limone, o con nobile caciocavallo. Ragusano, va da sé.

Pietrangelo Buttafuoco, 24 aprile 2009




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10 maggio 2009
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Ortese-Sciascia: la nostra povera Italia
 

Difficile immaginare scrittori più diversi, eppure tra Leonardo Sciascia e Anna Maria Ortese si stabilì un' amicizia a distanza e una reciproca stima insospettate ai più. Lo dimostra lo scambio epistolare che viene pubblicato nei vent' anni della morte dello scrittore siciliano dal semestrale «Il Giannone», diretto da Antonio Motta, che gli dedica un ricchissimo numero monografico. Si tratta di un corpus lacunoso e un po' sbilanciato, che prende avvio all' indomani dell' uscita de L' affaire Moro: due sono le lettere di Sciascia (conservate nell' Archivio di Stato di Napoli), quindici quelle della Ortese (conservate nella Fondazione Sciascia di Racalmuto). Già in Todo modo, del ' 74, a proposito del rapporto con la realtà Sciascia aveva evocato un racconto della Ortese, Un paio di occhiali, il racconto «della bambina di vista debolissima cui danno finalmente gli occhiali; e la miseria del vicolo napoletano in cui vive le balza improvvisamente incontro, le provoca vertigine e vomito». Un tributo insolito, per uno scrittore che amava citare soprattutto i classici. Ma non è escluso che la corrispondenza nascesse da un comune sentire attorno all' assassinio del politico democristiano, a proposito del quale la stessa Ortese aveva scritto sul «Secolo XIX» un vibrante j' accuse contro l' indifferenza della classe politica. È possibile che la Ortese avesse deciso di esprimere la propria solidarietà a Sciascia dopo aver letto su «Panorama» l' articolo in cui l' autore del Giorno della civetta definiva lo Stato un «guscio vuoto». A una prima lettera (perduta) della scrittrice napoletana (datata 7 luglio ' 78), Sciascia risponde da Racalmuto il 4 novembre scusandosi per il ritardo («per scrivere un libro, ogni anno, ho bisogno di un quasi assoluto isolamento»): «Le sue domande sono anche le mie. E principalmente questa: che cos' è questo Paese? Un Paese, sembra, senza verità; un Paese che non ha bisogno di scrittori, che non ha bisogno di intellettuali. Disperato. Pieno di odio. E nella disperazione e nell' odio propriamente spensierato, di una insensata, sciocca vitalità. Sembra». Tuttavia, aggiunge Sciascia, sotto sotto si scopre «come nascosto, come clandestino, un Paese serio, pensoso, preoccupato, spaventato», costretto a «fare i conti con quell' altro Paese, quello del potere, dei poteri: quello che non vuole la verità, che non ci vuole, che ci costringe a quella che Moravia chiama estraneità dolorosa». En passant, lamenta pure di essere «bersaglio degli imbecilli, degli invidiosi, dei servi, e per aver scritto una verità che mi pare persino ovvia». E riprendendo parole della Ortese sembra quasi farne una questione ontologica: «Sì, credo anch' io nel "male". Nell' oggettività del "male". Nel male che torna a invadere l' uomo che non sa più coltivare il bene: così come qui, intorno a me, la campagna non più coltivata è ora invasa dalle erbe». Devono passare diversi mesi perché la corrispondenza riprenda, ma d' ora in poi le testimonianze sono quasi a senso unico. Nel maggio ' 79, Anna Maria Ortese esprime l' auspicio che il suo interlocutore si allontani il più possibile dall' incandescenza dell' attualità: «Sarebbe bello se Lei si mettesse a scrivere adesso, un altro libro sigillato (non destinato a nessuno) lasciando tutto il resto (...) temo il rumore del mondo». E dopo un mese ritorna sul tema: «Temevo soltanto per Lei - per i Suoi libri - l' urto con la vecchia Italia (ma dovrei dire la nuova - la prima non era meschina)». Lo invita a stare alla larga dal «mondo romano». Confessa di aver votato radicale per le politiche, ma socialista per il Parlamento europeo. Antonio Motta fa giustamente notare quanto le considerazioni della Ortese, consegnate a due saggi del febbraio-aprile 1980, somiglino a quelle di Sciascia sull' Italia, percepita come un Paese estraneo alla ragione, lontano e indifferente. La sfiducia della scrittrice non è limitata alla politica. Le sue angosce in questi anni come in passato riguardano la sua sfera privata, in particolare la drammatica condizione economica e lo stato di prostrazione psicologica in cui si trova a vivere con la sorella. Da Rapallo, in una lunga lettera del 24 agosto ' 81, rende partecipe Sciascia della sua disperazione, chiedendo senza mezzi termini il suo aiuto: «Sono a Rapallo dal ' 75. Vivo con mia sorella. Mia sorella - senza una sua famiglia, solo me - ha artrosi, altri mali, e soprattutto un sistema nervoso sconvolto (...). Stati di depressione e stati di agitazione sono continui, malgrado le cure, la mia vita è a soqquadro, e un' angoscia, come davanti a un mistero, mi domina». La casa in affitto, procuratale per interessamento del presidente della Banca Commerciale, Innocenzo Monti, marito di Lalla Romano, «è una casa del tempo di Garibaldi, con pavimenti rotti, senza balconi, solo finestre, e il rumore delle macchine, tutte le volte che non piove, è una mostruosità. Rumore, ma senza sole, e d' inverno niente riscaldamento». Né il sindaco del paese né l' editore Rizzoli, sollecitato a venirle in soccorso, intervengono: «Sempre silenzio. Imparai allora a dormire, quando mi sentivo proprio male, con i pollici nelle orecchie». Il desiderio è quello di poter «tornare a scrivere storie, e vedere un po' in pace mia sorella». L' appello a Sciascia è di presentare «questa situazione desolata a qualcuno di Roma. Anche, occorrendo, a Giovanni Spadolini». Spadolini è il presidente del Consiglio e conobbe la Ortese quando era direttore del «Corriere». Ancora prima che arrivi una risposta, Anna Maria Ortese esprime a Sciascia tutta la sua gratitudine e la sua ammirazione: «Sono mortificata ma insieme tanto contenta di aver bussato dov' era scritto il Suo nome: Grande Sicilia. Lei solo ha aperto». Soltanto la bontà «può sollevare il mondo, oggi, lo so. Tutto il resto è sogno». E la generosità di quell' uomo apparentemente ombroso che era Sciascia ripaga questi gentili pensieri. Da una lettera del 27 novembre, si intuisce che l' intervento di Sciascia, deputato nelle fila dei Radicali, presso Spadolini è andato a buon fine: «Ho ricevuto una lettera dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri (firmata credo da Francesco Compagna): mi si comunica l' assegnazione di un premio di cultura, di 2 milioni. Può immaginare la mia gioia! È una sorpresa, ma anche una provvidenza grande, perché mi consente di affrontare senza angosce economiche l' anno nuovo (...). Ora sto meglio, davvero; e penso di doverlo a Lei. Dio La benedica, caro Sciascia». Il 21 gennaio ' 83 Sciascia manda un biglietto d' auguri dalla clinica di Montreux, in Svizzera, dove è ricoverato. Le apprensioni della Ortese non scemano, anzi: l' obiettivo è sempre quello di lasciare la casa di Rapallo. Chiede aiuto ai politici nazionali e alle autorità locali ma nessuno le risponde. Si domanda: «È sparito il nostro Paese? Non ne so più nulla». In quella che considera una «vicinanza nella quasi comune passione del giusto», dopo Moro c' è un altro nome su cui i due amici solidarizzano: Enzo Tortora. «Sono vicina al "caduto" di turno: Enzo Tortora (io che non apro il televisore da anni). Ho alcune sue lettere (...). Sono blocchi di dolore e disperazione - scritte da uno "scrittore" naturale: non una incrinatura - specchio di carattere. Credo in Tortora. Comunque, adesso è mio fratello. Come vorrei aiutarlo! Gli hanno detto che solo fra due anni giudicheranno. Sembra di sognare. Se non c' è giudizio - come può esserci pena? Fondata su un pre-giudizio, dunque?». Le ansie civili accompagneranno sempre quelle private. Seguiranno altre lettere di disperazione e richieste d' aiuto. Gli aiuti arriveranno: Anna Maria Ortese, grazie alla Legge Bacchelli, nel giugno 1986 otterrà un vitalizio che le permetterà di pagare il mutuo della nuova casa, ma la sua disperazione era una bestia che aveva poco a che fare con il denaro, come mostrano anche le ultime lettere all' amico Sciascia, al quale confesserà il proprio senso di colpa per godere di un mensile che lo Stato nega a Mario La Cava, un altro scrittore povero.

 La rivista Il numero del semestrale «Il Giannone» dedicato a Leonardo Sciascia nel ventennale della morte sarà in libreria nei primi giorni di maggio. Il volume contiene lettere, interviste, saggi critici, testimonianze e immagini inedite. «Il Giannone», diretto da Antonio Motta, è pubblicato dall' Istituto di Istruzione secondaria superiore Pietro Giannone di San Marco in Lamis (Foggia)

Paolo Di Stefano, Corriere della Sera, 24 aprile 2009




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19 aprile 2009
Il belga è il migliore.
 Il semaforo? Compie 140 anni e noi gliene regaliamo 5 di vita

Velocità massima tra i nove e i sedici chilometri, mezz'ora se ne va solo
per cercare un parcheggio, in tutto un paio d'ore di macchina, tra andata e
ritorno. E siete fottuti. Cinque anni della vostra vita se ne vanno così,
mese più mese meno. In un'intera esistenza l'orgasmo vi porta via solo 16
ore, il semaforo 1825 giorni. Ditemi voi se siete normali.
Il semaforo è un killer silenzioso, una brutta malattia, ammazza un milione
e mezzo di persone l'anno, aumenta il battito cardiaco, il mal di testa, la
nausea, i crampi allo stomaco, da quando è entrato nella vostra vita siete
diventati più ansiosi, più aggressivi, più incazzati. Arrivate a casa che
fate schifo. Dire che regola il traffico è poco: è il datore di lavoro dei
vulavà, il complice dei ladri di Rolex, l'azionista di riferimento dei
comuni in rosso, l'angolino giusto per spedire sms. E da qualche anno anche
un club per cuori solitari: a Norimberga si chiama «Flirt und Treff», flirta
e cucca, a Los Angeles «Love the way you drive», ama mentre guidi, se la
tipa della macchina accanto ti spacca il cuore al primo sguardo e poi sgomma
appena scatta il verde, l'agenzia te la ritrova dopo un paio di isolati,
quattro semafori più in là. Basta solo che arrivato al dunque non mi diventi
rosso. In Brasile poi quello che sta all'incrocio tra le avenide Brasil e
Reboucas, le arterie più trafficate di San Paolo, più che un semaforo è un
centro commerciale che da solo dà da vivere a trecento persone, una
sessantina di marreteiros ambulanti, una quarantina di mendicanti, un
centinaio di volantinatori selvaggi, dieci vigili, due cani poliziotto, una
ventina di ladri. Passano 13mila veicoli l'ora, il rosso dura un minuto e
mezzo, si vendono mango, pelli di daino e cassette per attrezzi, si rubano
occhiali e borsette. Se non hai voglia di cuccarteli c'è un aereo che
collega i due estremi della città, tra l'aeroporto internazionale di
Guarulhos e quello domestico di Congonhas, l'unico al mondo fatto apposta
per evitare il traffico. In otto minuti sei arrivato.
Ognuno tratta il semaforo un po' come gli pare. In Indonesia, chi non lo
rispetta, è obbligato a un centinaio di flessioni sul posto; in Iran, dove
passare col rosso è come bestemmiare Maometto, ti becchi una decina di
frustate sui malleoli; in Belgio è lui che ti spia da lontano e se ti vede
che arrivi a manetta scatta in anticipo sul rosso anche se in giro non c'è
anima viva; in Sudafrica sostituito con gli esorcisti. Perché dicono che a
certi incroci a provocare gli incidenti in realtà sono i fantasmi de li
mortacci di quelli che ci sono rimasti.
Dimenticavamo. Oggi è il compleanno del semaforo, e, quindi, del traffico.
Fa 140 anni precisi. Londinese di nascita, all'inizio era un lume a
petrolio: regolava carrozze e cavalieri, sostituiva i vigili stufi di
tornare a casa con i crampi alle braccia, il giallo non c'era, qualche volta
scoppiavano. A Parigi, 1912, era un chiosco a Montmartre manovrato a mano da
un poliziotto, a Milano, 1925, una curiosità tra piazza Duomo e via Orefici,
che migliaia di persone spiavano contando i secondi: «Ma non durerà -
dicevano - Dura minga». Oggi ci sono quelli intelligenti che fermano il
traffico in automatico quando passa l'ambulanza. È il resto della città che
è rimasto deficiente In questi anni comunque gliene hanno fatte di tutti i
colori. A La Spezia c'è chi lo ha agganciato alla tv per risparmiare sulla
luce, a Buenos Aires sono arrivati a rubarne 50 al giorno per rivenderli
alle fonderie di alluminio, a Mosca li hanno accompagnati con il trillo di
un usignolo finto per i ciechi fino a quando gli usignoli, quelli veri, che
passavano di lì non hanno fatto strage di pedoni, a Stoccarda un tipo se l'è
persino leccato e c'è rimasto appiccicato con la lingua. Solo un americano,
Jason Niccum, se l'è fatto amico: con una diavoleria elettronica acquistata
su ebay e usata dai vigili del fuoco cambiava luce ai semafori lungo la
strada come Mosè sulle acque. In ufficio era l'unico puntuale. Il semaforo
ormai è entrato in tutti i vocabolari, dalla medicina alla politica, persino
gli arbitri sono figli suoi, rosso stop alla partita, giallo per stavolta te
la faccio passare, ma alcune cose di lui nemmeno le sapete: con il giallo
per esempio non si passa. È un rosso aggiunto, non un quasi verde. E il
pedone ha sempre la precedenza anche se passa con il rosso. Ma cosa serva in
fondo non si sa. A Kensigton High street, Londra, lo hanno tirato via
insieme a tutta la segnaletica e gli investimenti di pedoni si sono
dimezzati. È un codice morale, l'ultimo rimasto, poi non ce ne sono più. Per
questo è finito in mezzo a una strada.

Massimo M. Veronese, Il Giornale, 10 dicembre 2008



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19 aprile 2009
E' stato il labrador!
 IL CITTADINO E LO STRAPOTERE DELLA RETE
I diritti e i serpenti di Internet
La Commissaria per l'informazione sostiene che la Rete «può trasformar­si in
giungla». Troppo tardi: lo è già.

La lussemburghese Viviane Re­ding, pettinatura e piglio tha­tcheriano, va in
video su Inter­net e lancia l'allarme sui peri­coli di Internet. Non è un'inco­erenza.
La Commissaria per la società del­l'informazione sostiene che, se non
fac­ciamo qualcosa per controllare le «tecno­logie invadenti», la Rete «può
trasformar­si in una giungla». Troppo tardi: lo è già. Starne fuori?
Impossibile: dentro la giun­gla, oggi, c'è la velocità e la varietà del
mondo. È bene però conoscerne i perico­li. Non tutte le bisce sono pitoni,
infatti, ma troppi pitoni fingono d'essere bisce. Internet ha vent'anni. Era
il 13 marzo 1989 quando al Cern di Ginevra il ricerca­tore inglese Tim
Berners-Lee mise a pun­to il progetto sul trasferimento dati attra­verso
«ipertesti». Marco Pratellesi, nel suo «Mediablog», riferisce il commento di
Mike Sendall, capo di Berners-Lee, davanti alla nuova invenzione: «Vaga ma
eccitante». Tale è rimasta, in fondo. Come la giungla.
La signora Reding - racconta Luigi Offeddu in altra pagina - se l'è presa
con due fenomeni, entrambi in espansione. Il primo è la «pubblicità
comportamenta­le». Chi raccoglie le nostre abitudini in re­te? Come le usa?
A chi le vende? Per far cosa? Ci ha chiesto il permesso? Eppure le regole
europee sulla privacy sono chia­re: le informazioni su una persona posso­no
essere usate solo col suo consenso. A me non l'hanno chiesto. A voi? Alla
Commissione, giustamente, non piace neppure che Facebook, MySpace e gli
altri social network usino i dati perso­nali in maniera disinvolta. «Almeno
i pro­fili dei minorenni devono essere nascosti e resi inaccessibili per i
motori di ricer­ca!», protesta la Commissaria. Difficile darle torto, ma
qualcuno lo fa. Francesco Storace, segretario de «La Destra», ha dichiarato
ieri: «L'attacco del­la Commissione Ue a Facebook lascia ca­pire in che
razza di Europa ci troviamo. Burocrazie irresponsabili vogliono limita­re la
libertà di comunicare nella Rete». La speranza è che l'uomo di Cassino non
abbia capito che qui è un casino. Sarebbe contento, l'ex ministro della
Sanità, di sa­pere che le sue conversazioni, le sue fre­quentazioni e magari
le informazioni sul­la sua salute (deducibili dalle ricerche su Google) sono
a disposizione di chi le vuol comprare?
Tra anarchia e censura esiste un'im­menso territorio che una società matura
deve esplorare e organizzare. Il momen­to che stiamo attraversando è
psicologi­camente bizzarro: passiamo dall'inco­scienza allo spavento, senza
fermate in­termedie (Kipling avrebbe detto: tipico della giungla). Lo
spettacolo della Rete è così affascinante che pochi di noi rifiuta­no di
parteciparvi. I nuovi mezzi sono tal­mente rapidi, efficaci e economici -
giù le mani dalle email gratuite - che sem­bra folle non approfittarne. Ma
quest'eu­foria s'accompagna alla disattenzione, e la disattenzione provoca
incidenti. Ne ci­to alcuni tra i più comuni. Un gruppo di neuroscienziati
del Brain and Creativity Institute della University of Southern California
spiega che «ci vuo­le tempo, calma e spirito riflessivo per prendere
decisioni in situazioni che ab­biano una valenza morale: nell'era di
Fa­cebook e di Twitter si rischia di prendere cantonate in termini etici».
Domanda: quanti hanno messo in rete blog inoppor­tuni? Quanti pensano che le
proprie im­magini su Facebook possono essere uti­lizzate da un'azienda, in
vista di un'assun­zione o di un licenziamento? Però acca­de: e se sono
immagini di sbronze e bac­canali, la prima sarà più difficile, il secon­do
più probabile.
Esempio numero due: banale, ma so­cialmente letale. Il fatto è realmente
acca­duto. Sono ospite, devo scrivere un pez­zo con urgenza, il padrone di
casa, corte­semente, mi accompagna al suo compu­ter personale. Mi metto al
lavoro, voglio ritrovare un sito appena visitato, cerco nella cronologia e
trovo un'assidua fre­quentazione di siti porno che contraddi­ce le posizioni
udite a cena. Certo: può essere stata la madre novantenne o il la­brador, ma
è improbabile. Esempio numero tre. Quanti di noi si preoccupano di sapere
cosa resta delle mail che spediscono? In Finlandia è pas­sata la «Lex
Nokia», che permette alle aziende di monitorare le mail dei dipen­denti,
rintracciando mittenti, destinatari, orari e dimensione degli allegati (non
di leggerle, però). Sicuri che la vostra azien­da non possa fare
altrettanto? E che solo il pudore di un tecnico impedisca ai vo­stri amori
clandestini di finire su qualche sito?
Il nostro passaggio nella giungla lascia tracce: di solito ce ne accorgiamo
troppo tardi. Le norme sulla diffamazione - che gli infami, di solito, usano
benissimo - sono difficili da applicare sulla Rete. Esistono sentenze,
naturalmente, ma so­no sempre costrette a inseguire. L'infor­mazione su
Internet è più facile e libera: questo è bello. Ma la calunnia viaggia più
veloce: questo è grave. Siti come Wikipe­dia hanno creato lodevoli forme di
auto­controllo interno: ma un'informazione maliziosa o sbagliata - in quella
che è oggi la più consultata fonte biografica - può provocare danni, se non
viene corret­ta in fretta. A me è andata bene: mi han­no solo
temporaneamente affiliato a un gruppo religioso che avevo spesso critica­to,
prima che la notizia venisse rimossa. Forse sono stati loro: non mi
volevano. Chiudo con un'altra nota personale. Nel 1979 partivo per
Bruxelles: sei mesi di stage alla Commissione per preparare la tesi di
laurea sulla «protezione dei di­ritti fondamentali nelle Comunità
Euro­pee ». Per le ricerche ho potuto usare una nuova macchina chiamata
computer (in facoltà a Pavia non c'era). Mai avrei im­maginato che, trent'anni
dopo, diritti fon­damentali e computer sarebbero tornati a trovarmi, da
Bruxelles. Insieme, ma a ruoli invertiti: non più la macchina al ser­vizio
dei diritti, ma i diritti al servizio del­la macchina.

Beppe Severgnini, Corriere della Sera, 15 aprile 2009



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26 ottobre 2008
Quelle grottesche revisioni

 Corriere della Sera, Claudio Magris, 26 ottobre 2008


 

Ormai parecchi anni fa avevo scritto sul Corriere un articolo in cui parlavo di un documento che mi era capitato per caso fra le mani, la relazione con cui nel 1907 il direttore didattico della scuola elementare di Tolmezzo, in Carnia, dichiarava, con sincero dispiacere, di non poter confermare
l'incarico a un supplente «di non comuni risorse intellettuali», appassionato dell'insegnamento, ma
privo di metodo, incapace di «applicarsi con ordine», e soprattutto di tenere la disciplina nella
seconda classe elementare. Il supplente si chiamava Benito Mussolini e veniva spontaneo, in
quell'articolo, parlare con umana simpatia di quel pasticcione che aveva a cuore gli scolari, viveva
una grama esistenza con 75 lire al mese e si abbandonava, in quella sua stagione socialista, a
scomposte proteste rivoluzionarie, ad irriverenti sceneggiate anticlericali e ad amori disordinati; un
uomo che meritava di diventare qualcosa di meglio di un duce.
Oggi quel mio articolo, scritto a quel modo, rischierebbe di risultare ambiguo; di non essere più la
testimonianza di una comprensione umana, bensì di cooperare a quella strisciante, crescente,
aberrante falsificazione della storia patria che si sta diffondendo sempre più e divenendo, in nome di una falsa equanimità imparziale, una vera riabilitazione se non celebrazione del fascismo, dimenticando che quel supplente — per il quale continuo a provare simpatia, rispetto e quasi tenerezza — è anche l'uomo che a Trieste, nel 1938, ha proclamato con imperdonabile e stupida
enfasi le infami leggi razziali. C'è un'aggressiva negazione dei valori della Resistenza e della democrazia che pare voglia costringerci a ridiventare ciò che speravamo veramente di non aver più bisogno di essere ossia intransigenti antifascisti, posizione che ritenevamo non più necessaria e dunque finita, nel presupposto che non solo il fascismo fosse finito ma che anche il giudizio su di esso, pacato e comprensivo di tutti gli elementi umani ma chiaro e netto sul piano politico, fosse definitivo. Ora sembra che troppi sprovveduti e malintenzionati ci vogliano far tornare indietro, a ripetere — cosa che non vorremmo proprio — «no pasarán». Il revisionismo storico sta diventando la caricatura o la perversione di se stesso. È certo necessario rivedere ossia integrare o correggere la storiografia dei vincitori, in questo caso della Seconda guerra mondiale; anche contestare la retorica e la strumentalizzazione politica della Resistenza, ricordarne le contraddizioni e i crimini di cui pure essa si è anche gravemente macchiata. Cose del resto da tempo indagate e dette — come ricorda il recente libro di Sergio Luzzatto, recensito sul Corriere da Aldo Cazzullo — dagli storici, purtroppo poco ascoltati anche dall'opinione moderata finché politicamente quelle verità non servivano. D'un tratto, invece, quelle stesse cose, quelle stesse verità, sono state ripetute, strombazzate ed esagerate, grazie a tanti improvvisati pseudostorici, quando sono divenute un'arma nella lotta politica attuale. Un grande poeta e fuoriuscito antifascista come Giacomo Noventa auspicava la fine dell'antifascismo in quanto non più necessario. È da mio padre, mazziniano e prima militante nel Partito d'Azione, che ho imparato come sia imbecille dare del «fascista» a chi professa opinioni che si avversano o anche si detestano. La fermezza di giudizio va unita alla
pietas e alla comprensione — che non significa giustificazione — delle cause storiche e delle passioni che hanno portato individui e comunità — che possono condurre ognuno di noi — a scelte disastrose e colpevoli. Occorre comprendere i motivi e i sentimenti che hanno generato il fascismo, bollare le sue infamie, valutare serenamente alcuni suoi risultati; condannare senza sfumature il suo totalitarismo e sciovinismo, e capire ciò che ha spinto alcuni spiriti generosi, spesso divenuti in seguito suoi avversari o vittime, a credere in esso, come ad esempio Piero Iacchia, di famiglia ebraica, inizialmente fascista e poi caduto combattendo in Spagna contro i franchisti. Ora invece — per citare un altro esempio — la giunta comunale di Trieste ha deciso di intitolare una via a Mario Granbassi, un buon giornalista triestino specialmente radiofonico, morto in Spagna combattendo, da volontario, dalla parte dei franchisti. Tale decisione ha suscitato molte proteste, fra cui quelle di numerosi spagnoli, in particolare catalani; cittadini di quella Catalogna i cui civili furono vittime dei bombardamenti degli aerei fascisti italiani. Dissentire da questa decisione di intitolare una via a Mario Granbassi non significa mancare di rispetto né alle sue qualità professionali né ai suoi sentimenti personali che l'hanno portato alla morte; non significa condannarlo, ma soltanto considerare inopportuna la sua glorificazione. Non avere una via che porti il proprio nome non vuol dire subire un'ingiustizia. Neppure quelli che lo meriterebbero godono tutti di tale onore: non mi consta che le migliaia di alpini morti eroicamente in Russia, dove il fascismo li aveva mandati con irresponsabile e cinica incoscienza, abbiano ognuno una via intestata al suo nome. Nella guerra di Spagna a salvare l'onore italiano sono stati uomini come Randolfo Pacciardi, medaglia d'argento della Prima guerra mondiale, antifascista, comandante delle truppe antifranchiste che sconfissero a Guadalajara quelle falangiste e i loro alleati fascisti italiani, magnanimo con questi ultimi fatti prigionieri e difensore degli antifascisti anarchici perseguitati a morte dai comunisti in quella stessa Catalogna. Un autentico antifascista non rimuove la consapevolezza delle colpe compiute dalla sua parte. Nemmeno si tratta di considerarsi personalmente migliori di chi ha fatto la scelta di Granbassi, così come non mi passa per la testa di considerarmi migliore di un mio carissimo cugino, Gustavo, morto a diciott'anni volontario nelle file di Salò, e non solo perché l'età (avevo quattro anni nel '43) non mi ha dato la possibilità di commettere questo errore disastroso — che tuttavia resta tale, perché, se la parte per la quale mio cugino è morto avesse vinto, il mondo sarebbe divenuto una Auschwitz. La buona fede va rispettata, ma sapendo che si possono commettere pure cose orrende in buona fede. L'unità e la pacificazione di un Paese non sono un frullato che sminuzza e confonde tutto, non sono una media fra gli opposti — Gobetti più Starace fratto due — bensì esigono una base di valori comuni, che ne escludono altri. L'inno patriottico francese, la Marsigliese, non è un compromesso fra tutte le parti e le ideologie in lotta, bensì l'espressione di una precisa scelta di campo, in cui il Paese riconosce la propria identità. Nessun astio dunque, ma solo rispetto — per tornare a uno degli esempi citati — per Mario Granbassi, che ha vissuto la sua vita e la sua morte e non ha chiesto che gli venisse intestata alcuna via. E che non è responsabile di quella grottesca casualità che — grazie all' ironia della realtà, la quale ci dà spesso belle sberle — fa passare la voglia di ogni indulgente strizzatina d'occhi al fascismo: la via che gli era stata dedicata nel 1939, anno della sua morte, dal commissario prefettizio dell'epoca, con un procedimento più tardi revocato, portava un altro nome, quello dello storico Samuele Romanin, allora cancellato perché ebreo. È bene che le autorità vadano caute con la toponomastica, scienza pericolosa che può fare brutti scherzi.

26 ottobre 2008
«Dobbiamo ribellarci contro chi pretende di cancellare la memoria»

 L'Unità,  conversazione con Elie Wiesel a cura di Umberto De Giovannageli, 26 ottobre 2008

Ricordare è un investimento sul futuro e non solo un tributo alla memoria delle vittime di un tragicopassato. Non possiamo, non dobbiamo dimenticare ciò che accadde nei lager nazisti. E che al fondodell'Olocausto vi era il proposito di annientare gli ebrei, colpevoli di esistere: chi continua a negarlo infligge alle vittime dei campi di sterminio una seconda morte. Come non vedere che nel voluto oblio della memoria c'è chi cerca di costruire una nuova pratica dell'intolleranza?». A parlare, è Elie Wiesel, premio Nobel per la Pace 1986, che nei campi di sterminio di Auschwitz (vi perse la madre, il padre e la sorellina) e Buchenwald trascorse undici mesi. Ricordare non è solo un tributo ai milioni di donne e uomini annientati nei lager. «L'antisemitismo e l'odio razziale, riflette Wiesel, segnano anche questo inizio secolo. Non posso perdonare gli aguzzini e coloro che ne esaltano le gesta». Oggi ricorda Elie Wiesel, lo spettro di una nuova Shoah torna ad essere agitato da «una figura che non può avere un posto nel panoramadei leader politici internazionali. Dovrebbe diventare "persona non grata", per ciò che sta facendo al suo Paese, al suo popolo, a tutta l'umanità. Il nome di questa persona è Mahmoud Ahmadinejad: costui rappresenta la parte più buia dell'orizzonte politico odierno». «Stiamo lasciando alle nuove generazioni un mondo pieno di paura - riflette il grande scrittore della Memoria - cosa ne faremo, lo trasformeremo in una fortezza?»

Professor Wiesel, a Roma sono riapparse scritte contro gli Ebrei e che negano la Shoah. A un ragazzo di oggi che le chiedesse: cosa è stato l'Olocausto, che risposta darebbe?

«È stato il Male assoluto. Ecco cosa è stato. Ciò che ha caratterizzato quel periodo fu una determinazione assoluta nel pianificare e condurre a compimento l'annientamento di un popolo.Questo è stato l'Olocausto, in questo consiste la sua novità rispetto al passato: per la prima volta nella storia, si intendeva eliminare completamente dalla faccia della terra un popolo. Gli ebrei non furono perseguitati e sterminati per motivi specifici, perché credevano o non credevano in Dio, perché erano ricchi o poveri, o perché professavano ideologie nemiche: no, gli ebrei venivano uccisi, umiliati, torturati per il semplice fatto di essere tali. Perché erano colpevoli di esistere: questo è l'orrore incancellabile della Shoah»

La memoria dell'Olocausto sembra smarrirsi: c'è chi afferma che ciò è un bene, che ricordare serve solo a perpetuare antiche divisioni.

«No, no, sono assolutamente contrario. Dimenticare le vittime significa null'altro che infliggere lorouna seconda morte! Una vera riconciliazione, inoltre, non può avvenire che a partire dal ricordo, preservando la memoria di ciò che furono quegli anni. È vero: oggi c'è chi esalta l'oblio, chi ritiene giunto il momento di archiviare il passato. A questa operazione sento il dovere morale di ribellarmi, ieri come oggi: perché per nessuna ragione al mondo è possibile cancellare la distinzione tra il carnefice e la sua vittima. Ed ancor oggi l'Olocausto insegna che quando una comunità viene perseguitata tutto il mondo ne risulta colpito».

La diffidenza verso il diverso sembra oggi concentrarsi sui Rom…

«Di nuovo dovrebbe sorreggerci la memoria: ricordo che nei lager nazisti morirono migliaia emigliaia di rom. Morirono assieme a milioni di ebrei. Non intendo entrare in polemiche politiche,ciò che voglio dire è che l'Europa ha un debito verso la popolazione rom. Questa consapevolezza dovrebbe guidare la definizione di politiche di integrazione, il che naturalmente non significa giustificare comportamenti malavitosi che riguardano la persona, il singolo individuo e non l'etnia di appartenenza. Mi lasci aggiungere che la multietnicità propria delle società moderne non va vissuta come un pericolo bensì come un valore, una opportunità comune di crescita, ma perché questa aspirazione si trasformi in realtà compiuta è necessario far vivere una cultura della solidarietà che è qualcosa di più ricco e impegnativo di una cultura della tolleranza. Sento parlare di classi separate per bambini immigrati, di sbarramenti…, ma una società multietnica pienamente democratica, deve abbattere i ghetti e non realizzarne di nuovi. L'inclusione non è nemica di un comprensibile bisogno di sicurezza».

Per chi ha vissuto l'esperienza dei lager nazisti ha un senso la parola «perdono»?

«È la domanda che ha accompagnato la mia esistenza di sopravvissuto. Ma parole come perdono o misericordia non trovano posto nell'inferno di Auschwitz, di Buchenwald, di Dachau, di Treblinka.... No, non è possibile perdonare gli aguzzini di un tempo e coloro che ancora oggi ne esaltano le gesta. In questi sessantatre anni, ho pregato più volte Dio e la preghiera è la stessa che recitavo quando ero rinchiuso nel lager: "Dio di misericordia, non avere misericordia per gli assassini di bambini ebrei, non avere misericordia per coloro che hanno creato Auschwitz, e Buchenwald, e Dachau, e Treblinka, e Bergen-Belsen... Non perdonare coloro che qui hanno assassinato. Ma questo non vuol dire condannare per sempre il popolo tedesco, perché noi ebrei, le vittime, non crediamo nella colpa collettiva. Solo il colpevole è colpevole. I nostri aguzzini volevano cancellare la nostra identità, prima di negarci la vita, per ridurci solo a numeri, quelli marchiati a fuoco sulle nostre braccia. Ma non ci sono riusciti: hanno ucciso sei milioni di ebrei ma non sono riusciti a cancellare la nostra identità».,

Dal passato ad un presente inquietante. Lei ha usato parole durissime contro il presidente iraniano Ahmadinejad. Perché?

«Perché costui, nel ridicolizzare le verità storicamente accertate, nell'offendere la memoria dei sopravvissuti all'Olocausto ancora vivi, glorifica l'arte della menzogna. Da numero uno dei negazionisti al mondo, da antisemita con una mente disturbata, dichiara che la "soluzione finale" di Hitler non è mai esistita. E non basta. Secondo Ahmadineiad, non c'è stato un Olocausto nel passato, ma vi sarà nel futuro. Elucubrazioni di un fanatico?Sì, ma il fanatico si rivolge a folle che plaudono alle sue idee. Parole vuote?Lui non parla per nulla. Sembra impegnato nel mantenere le sue "promesse". Sarebbe un errore mettere in dubbio la sua determinazione. Una persona non predica odio per niente. Appartengo a una generazione che ha imparato a prendere sul serio le parole del nemico. Anche perché queste parole sono accompagnate da fatti: chi c'è dietro l'organizzazione terrorista degli Hezbollah?L'Iran. L'Iran li fornisce di tutte le armi più sofisticate e degli ufficiali che addestrano le loro milizie. Gli Hezbollah non vogliono la nascita di uno Stato palestinese a fianco dello Stato d’Israele. Il loro unico obiettivo - e del presidente iraniano - è la distruzione di Israele. Ecco perché io sostengo che Ahmadinejad non può avere un posto nel panorama dei leader politici internazionali. Dovrebbe diventare "persona non grata", per quello che sta facendo al suo Paese, al suo popolo, a tutta l'umanità».

Israele. Cosa rappresenta per Lei?

«L'alba dei nostri sogni. L'affermazione del diritto del popolo ebraico ad un suo focolaio nazionale. Un diritto difeso a caro prezzo in questi 60 anni».

Israele potrà un giorno vivere in pace con i palestinesi?

«È la speranza che so di condividere con la grandissima maggioranza degli israeliani consapevoli che non esiste altra soluzione che quella di due Stati che vivano fianco a fianco, optando per la pace. Ma perché ciò possa accadere è necessario che i palestinesi comprendano che non è con l'odio e la violenza praticati da gruppi estremisti come Hamas che vedranno realizzate un giorno le loro aspirazioni».


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25 ottobre 2008
«E' l'ora di creare nuove forme di felicità».

L'Unità, Enrico Rotelli, 25 ottobre 2008





 Intervista a Miguel Benasayag, psicanalista e filosofo argentino

Miguel Benasayag, ritratto da Riccardo Gallini, alle giornate di Studio Pio Manzù, Rimini, ottobre 2008Parla di "Epoca delle passioni tristi", di nuove forme di resistenza, di "Elogio del conflitto", anzi, ne scrive, Miguel Benasayag: sono infatti i suoi titoli più recenti tradotti in Italia da Feltrinelli. Un passato da studente di medicina e militante nella guerriglia guevarista nell'Argentina natia, di carcere e tortura, prima di approdare in Francia, terra materna.

Ed un presente di filosofo, sempre militante, alla ricerca della "presa in conto della complessità del reale attraverso pratiche di emancipazione concrete", nei confronti del neoliberismo, come spiega il collettivo Malgré tout (www.malgretout.org) che ha fondato.

Sente la verve negativa che incombe sull'attualità, dove domina la paura, «quindi il futuro, l'altro e persino il nostro corpo possono essere percepiti come una minaccia». La tesi è che in una società sovrainformata per quanto riguarda la paura: «è molto difficile oggi sfuggire alle informazioni riguardanti minacce epidemiologiche, demografiche, sanitarie, ecc...».

E, in un mondo saturo di sollecitazioni, sono minacce che sentiamo lontane, «in un modo quasi estraneo. E' quindi chiaro che quando il mondo e gli altri irrompono nella nostra vita, lo fanno come problemi, non come fatto positivo».

Non per questo Benasayag cede le armi al pessimismo: «La sfida è di riuscire a vivere in questo mondo in modo gioioso». E poi, «la cosa migliore per la mia generazione è creare il modo migliore di agire». Qui e ora, perché nella transizione non c'è certezza del come saremo domani. Come dire: così è, diamoci una mossa. Come possiamo, magari con una punta di ironia. Come quando, tra gli stucchi del Grand hotel di Rimini, smette i panni del ricercatore, dello psichiatra e del filosofo e chiede al fotografo ufficiale del Pio Manzù "una foto artistica", estraendo dal taschino il suo naso da clown. Una risata ci salverà.

Come si parla oggi di povertà?

La novità è che si parla per la prima volta come fatalità inevitabile. Un cambio storico molto grande, perché fino a un secolo e mezzo fa si credeva che la povertà era qualcosa che avremmo superato. Un cambio che porta molta tristezza e pessimismo. Un problema specialmente di ideologia dominante e non di realtà. La novità è che la fine del mito del progresso fa sì che la povertà cambi di luogo e di statuto.

In un suo intervento, citando Gramsci, ha detto che "quest'epoca in crisi, potremmo dire che il vecchio mondo è scomparso, il nuovo non è ancora apparso e in questo intermezzo appaiono tutti mostri".

Realmente siamo nell'intermezzo, in un periodo di transizione storica: non sappiamo verso dove stiamo andando né sappiamo come realizzarlo. La cosa importante per la mia generazione è di creare il miglior modo di agire e di pensare, ma in questa transizione. Non si possono organizzare le azioni nella transizione pensando al dopo, perché il dopo è oscuro. Impegnarsi ad agire oggi equivale a quello che in filosofia significa agire in un "universale concreto". Le faccio un esempio di universale concreto, tratto da Aspettando Godot, di Samuel Beckett. Un personaggio dice: c'è qualcuno che chiede aiuto. Si - risponde l'altro - questa richiesta è per tutta l'umanità. Ma in questo momento - dice il primo - l'umanità siamo tu ed io. In questo momento storico la giustificazione dell'azione è interna all'azione stessa. Se io lotto in un luogo preciso contro la povertà, non ho bisogno di un programma globale contro la povertà. Io mi impegno nello specifico e metto tra parentesi la globalità. Perché la globalità non esiste in un luogo concreto. Così come il neoliberismo non ha nessun centro, ma prende forma in ciascuna situazione. Per questo le forme di resistenza devono esser molteplici e in rete.

Parlando di resistenza, lei ha detto che in un sistema neoliberale è più difficile, ricordando ad esempio i limiti dell'esperienza di José Bové, che smontava i fast food McDonalds.

Bové rappresentava il metodo classico di resistenza, era "contro" il potere. Io non denigro questa passione: in Argentina sono stato anche io contro la dittatura, ho passato 10 anni in carcere. Non credo sia sufficiente lottare contro. Voglio dire: che si parli di un ristorante o un altro luogo da vivere, dobbiamo creare un luogo che sia altrettanto abitabile dalle persone. Distruggerlo non è sufficiente. In ciò è la sfida grande: viene chiesta più energia per creare alternative che per combattere l'esistente. La rabbia è giusta, legittima, non dico che sia ignobile, ma la rabbia non è sufficiente.

Può farci alcuni esempi di esperienze di resistenze, in casi politici o sociali...

In politica quel che succede in Bolivia, in Argentina, in Brasile. Ho partecipato ad azioni di presa di terreni di contadini o di lavoro in autogestione. Dal punto di vista politico in America Latina si sta costituendo un modello alternativo, movimenti sociali molto potenti, più potenti che in Venezuela con Chavez, dove il cambiamento è dall'alto, mentre altrove viene dalla base. Un altro esempio è in Francia, con le università popolari, che creiamo nei quartieri. Non andiamo ad insegnare, ma creiamo laboratori con la gente per produrre sapere. Un sapere popolare e culturale concreto, dove gli universitari non salgono in cattedra ma creano con la gente dei saperi.

Azioni che ricordano le comunità web, di sviluppo di sistemi "open source" o applicate a temi o problemi...

Il web certo non è un'esperienza a senso unico. Perché può essere strumento di alienazione e disciplina. Perché la gente rimane in casa e vive una vita virtuale. Ma può essere uno strumento di liberazione: per questo dico che non è uno strumento a senso unico. Un mondo di disciplina dove la gente è sempre più sedentaria e se anche va in giro, con il proprio portatile, e si collega, non va da nessuna parte, perché il web crea un non - luogo pubblico. La cosa fondamentale è che le nuove tecnologie, il web come i telefoni cellulari, fanno scomparire il mondo, che diventa virtuale, ci spingono a vivere in un ambiente virtuale. Il web, per stare dalla parte della resistenza, deve fare in modo che non virtualizzi il mondo ma resti misto: non deve cancellare i corpi, perché la vita è una questione di corpi.


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25 ottobre 2008
Hanno tolto la sordina al razzismo

 La Repubblica,Tahar Ben Jelloun,  25 ottobre 2008

 

Gli immigrati sono incorreggibili. Fanno troppi figli. Fossero almeno bambini come gli altri, cioè bianchi e tranquilli, con una conoscenza perfetta dell´italiano. Ah, se potessero essere muti e anch eun po´ sordi, o magari invisibili! Di fatto, meglio ancora se fossero trasparenti, cioè inesistenti. Perché mai gli immigrati si sposano e fanno l´amore? Bisognerebbe chiederglielo quando arrivano in Italia. E perché le loro donne non fanno uso di contraccettivi? Prima, ai tempi felici in cui l'immigrazione era nascosta, lontana dai centri delle città, quando solo i maschi celibi venivano a lavorare in Europa, tutto andava per il meglio. Gli immigrati erano modesti e si facevano piccoli piccoli, tanto che finivano per scusarsi di esistere e scomparivano dietro i muri. Se qualche volta andavano in città, camminavano in punta di piedi senza far rumore, rasentando i muri, e al calar della sera si ritraevano nei loro luoghi di transito o città-dormitorio. Questo per quanto riguarda la Francia. Mentre l´Italia di oggi, che da Paese d´emigrazione è passata ad essere una delle mete degli immigrati, non conserva quasi più traccia delle sue memorie. Per fortuna Luchino Visconti ci ha lasciato «Rocco e i suoi fratelli», un capolavoro che mostra le ferite dell´immigrazione interna italiana. Ma i politici di oggi non sono cinefili. Preferiscono la televisione, della quale hanno fatto il principale strumento della società dello spettacolo, come aveva previsto il filosofo Guy Debord. Sono interpellato oggi da cittadini italiani preoccupati per l´attuale deriva della politica del loro governo. L´Italia non è un Paese razzista, benché esistano anche qui, come ovunque, forme di razzismo tra la gente. Oggi però questo razzismo si esprime con una violenza inedita. A Milano è stato ucciso un giovane italiano che per sua sfortuna aveva la pelle nera. E anche altrove sono state commesse aggressioni dello stesso tipo. Non starò ad elencarle tutte; ma episodi del genere suscitano un legittimo allarme nella popolazione che assiste a un cambiamento rilevante del paesaggio umano in cui vive, e alle conseguenze sanguinose cui può portare il razzismo. In Francia è stato il Fronte nazionale - il partito di estrema destra - a sdoganare i fautori delle discriminazioni: li ha liberati e incoraggiati a dare libero sfogo ai più bassi istinti razzisti. Molti ormai manifestano senza più remore la loro avversione per la gente di colore, gli zingari, gli arabi, i musulmani ecc. E anche in Italia assistiamo allo stesso fenomeno, soprattutto da quando le dichiarazioni di alcuni politici berlusconiani hanno «autorizzato» la gente comune a dire a voce alta ciò prima si mormorava in sordina. Ed ecco arrivare le nuove norme sulla scuola. Norme non solo gravi e pericolose, ma anche demagogiche e inefficaci, che col pretesto di volere solo il bene dei bambini immigrati li inquadrano in una categoria discriminatoria. La creazione di classi speciali non servirà certo a risolvere i problemi dell´integrazione, che non si favorisce separando i figli degli immigrati, e ancor meno segnandoli a dito. Ho letto il testo di quella mozione: sembra scritta da un cittadino del Sudafrica dei tempi dell´apartheid, con la preoccupazione di scegliere le parole e le frasi evitando con ogni cura di far trasparire il razzismo che di fatto è sotteso a quelle norme. L´Italia è un grande Paese, una bella, immensa civiltà. E non merita di finire oggi in una deriva come quella di un velato razzismo. Se i figli degli immigrati non padroneggiano la lingua italiana non è colpa loro. La Svezia ha creato un programma di insegnamento della lingua che viene proposto, al momento dell´arrivo, agli immigrati e ai loro figli; ma non fa alcuna discriminazione tra gli alunni delle scuole. Di fatto, è attraverso i contatti e gli scambi nella vita quotidiana che i bambini apprendono la lingua di un Paese, e non certo all´interno di classi riservate ad alunni di livello inferiore. Non è così che ci si può attendere un sano sviluppo, e neppure l´integrazione di questi bambini nel tessuto sociale del Paese. E´ venuto il momento di dire alcune verità all´Europa: non solo gli immigrati non se ne andranno, ma altri stranieri saranno chiamati a lavorare nei Paesi europei; I loro figli sono o saranno comunque cittadini europei; perciò non ha senso trattarli da immigrati, visto che sono nati sul suolo europeo e vi trascorreranno la loro vita. È urgente che l´Europa adotti una politica comune per l´immigrazione. A tal fine sarebbe utile e necessario avviare un lavoro pedagogico nei due sensi: dar modo ai nuovi venuti di apprendere le leggi e i valori del Paese d'accoglienza, informandoli dei loro diritti e doveri; e al tempo stesso rivolgersi ai popoli europei, spiegando loro perché l´Europa ha bisogno di immigrati, da dove vengono, come vivono, in quale misura pagano le tasse ecc. Infine - anche solo per finzione o per gioco - si dovrebbe cercare di immaginare cosa accadrebbe se da un giorno all´altro tutti gli immigrati decidessero di rimpatriare; e chiedersi in quali condizioni si ritroverebbe allora l´economia del Paese. In Francia, nonostante qualche insuccesso, la scuola ha costituito un magnifico strumento di integrazione: è qui che si impara veramente a vivere insieme. Se ad alcuni alunni capita di trovarsi in difficoltà, non è perché sono immigrati, e ancor meno per via del colore della loro pelle. Non è mai esistita una scuola formata solo da primi della classe; c´è sempre chi riesce meglio degli altri, ed è sempre stato così. Infine, un´ultima constatazione: è razzismo ciò che trasforma le differenze in disuguaglianze.

(traduzione di Elisabetta Horvat)


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12 ottobre 2008
STUFI DEL NOBEL, SIMBOLO AMBIGUO E INATTENDIBILE
 

Il Tempo 12-10-2008 Franco Cardini

 

 

Una delle cose più importanti, nel mondo moderno, ce l’ha insegnata Max Weber quando ha elaborato il concetto di «disincanto». Il disincanto è un elemento fondamentale della Modernità: rispetto al mondo premoderno fondato sulle auctoritates, la Tradizione e il dogma, la Modernità ha proposto un altro canone intellettuale fondato sulla ragione, la verifica,
l’esperienza. La Modernità ha pertanto disincantato il mondo occidentale. Ma la Modernità si è lasciata a sua volta di nuovo «incantare» dalle ideologie, dalle ipocrisie del politically correct, dalle complesse macchine maassmediali, dalle metamorfosi (anche «democratiche») del sistema, dal principale meccanismo produzione-profitto-consumo.
La Modernità, nata come «disincanto» d’un mondo tradizionale, fideistico, si è così lentamente addormentata nel sogno della Ragione, che produce mostri è necessario
risvegliarci da esso; è indispensabile una nuova «età del Disincanto» che ci liberi dagli idoli che il nostro stesso Occidente si è fabbricato per giustificarsi dinanzi a se stesso.
Il Premio Nobel è, tra queste divinità, una delle forse meno dannose, una delle più autorevoli e ambigue. Dunque, pericolosa. Nato per onorare un grande scienziato che si era pentito della sua invenzione, la dinamite, che però tanto ha contribuito al progresso del genere umano (e non si potrebbe dire la stessa cosa dell’energia nucleare?), il Premio Nobel si è rapidamente convertito in una grande vetrina dei «valori d’eccellenza» del mondo moderno, gestita con dovizia di mezzi da un Comitato di Saggi che tali sono del resto sul serio, ma che solo per un’ autoreferenza legittimata  da un monarca mecenate, il re di Svezia, incoronano ogni anno i Primi della Classe del mondo. Il valore effettivo di questo Guinness non solo delle scienze e della cultura, ma anche dei valori morali (si pensi al «Nobel per la Pace») è non solo simbolico, ma anche altamente e pericolosamente soggettivo e inquinato da ogni sorta di condizionarnenti e di
sollecitazioni che lo rendono una Kermesse del tutto inattendibile. Non troppo diversamente che non per gli Oscar e i concorsi di Miss Universo, i vincitori vengono proclamati sulla base di un reticolo di norme non scritte, di esigenze da comporre e da calibrare, di astuzie diplomatiche e di calcoli opportunistici. È ovvio che, alla fine, vincono sempre e comunque personaggi di alto profilo ed eminente livello: i concorrenti sono sempre dei purosangue, mai dei brocchi. Ma è appunto per questo che il Nobel funziona esattamente come il Palio di Siena:
che è una corsa talmente truccata, violenta, feroce e corrotta che alla fine le varie componenti illegittime si annullano reciprocamente e spesso vince sul serio il migliore. Spesso: non sempre. E, comunque, è in ogni caso indimostrabile che chi vince sia il migliore o non lo sia.
Di questa funzionale inattendibilità di fondo soffre appunto il Nobel. Ma tutto ciò contrasta con l’aura sacrale, con l’alone di «mistica» e di «sacralità» laiche di cui il premio più famoso del mondo ha saputo ammantarsi con l’acquiescenza dei poteri politici, delle autorità accademiche e dei gestori massmediali dell’opinione pubblica. Omaggio dunque agli austeri signori in redingote che si riuniscono ogni anno per indicare le eccellenze del nostro mondo; gratitudine al re di Svezia, che accetta di premiare i migliori, felicitazioni ai premiati. Ma che tutto si fermi lì, senza pretendere di fondare su ciò alcun culto laico, senza venerazione fideistica per un evento che, ormai, rientra nella routine delle celebrazioni cui si sente l’obbligo di prestare conformistico omaggio.




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11 ottobre 2008
Ahtisaari, il Nobel che divide il mondo
 
La metà occidentale del mondo lo definisce «grande mediatore», l’altro emisfero afferma che al contrario ha seminato i germi delle guerre future. Comunque lo si voglia considerare, il Premio Nobel per la Pace assegnato ieri a Martti Ahtisaari, 71 anni, ex presidente di Finlandia, è certamente uno dei riconoscimenti più controversi degli ultimi anni.

In qualche misura lo si potrebbe definire un Nobel al tentativo. La motivazione, per la parte in cui è stata diffusa, dice infatti che il riconoscimento raggiunto in passato da Martin Luther King, Kissinger, Gorbaciov, Madre Teresa e Nelson Mandela viene assegnato al finlandese poiché egli «ha lavorato per la pace e la riconciliazione» e ha dimostrato «quale ruolo la mediazione di vari tipi può giocare nella risoluzione dei conflitti internazionali». Unione Europea, Spagna, Indonesia e naturalmente Finlandia plaudono alla decisione, la Russia invece esprime stupore descrivendo il nuovo premio Nobel come «l’autore di un’enorme quantità di azioni che hanno distorto e violato il diritto internazionale e le decisioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu».

Probabilmente nel valutare le motivazioni del premio molto sta nel considerare il «prima» e il «dopo» di Martti Ahtisaari, ovvero tutto quel che ha fatto in Africa e in Estremo Oriente durante una lunga carriera di diplomatico e quanto invece ha prodotto negli ultimi anni come autore del famoso «Piano» che aprì la strada alla controversa indipendenza del Kosovo. Lui stesso interrogato ieri sul suo stato d’animo, dicendosi «molto contento e molto grato» ha dichiarato di considerare come risultato più importante della sua carriera il lungo processo che nel 1990 portò all’indipendenza della Namibia.

In Africa Ahtisaari si era ritrovato come ambasciatore in Tanzania. Nato in un paesino di nome Viipuri che oggi fa parte della Russia, il silenzioso e tenace diplomatico finlandese si trovò pochi anni dopo a gestire il difficile processo per l’indipendenza della Namibia che portò a compimento nel 1987. Chi lo ha conosciuto da vicino lo descrive come un macinatore di lavoro apparentemente cordiale, ma in realtà animato da convinzioni ferree che non mette mai in discussione.
Pochi anni dopo sarebbe divenuto segretario generale aggiunto delle Nazioni Unite, responsabile di questioni finanziarie e amministrative. Negli anni successivi la sua tenacia sarebbe stata decisiva nel condurre in porto un’altra difficile trattativa, quella per la conclusione almeno formale della trentennale guerra fra Indonesia e separatisti musulmani di Aceh.

Oggi però a determinare le reazioni di plauso o di rifiuto è la parte terminale della carriera di Ahtisaari, quella legata al «Piano» che porterà per sempre il suo nome. Nel 1999, ancora presidente della Finlandia, aveva esordito sullo scenario balcanico in coppia con l’ex premier russo Chernomyrdin per trattare con Slobodan MIlosevic la conclusione della guerra in Kosovo, che fra l’altro avrebbe sancito nei trattati che la regione sarebbe rimasta sotto la sovranità serba. Qualche anno dopo il suo «Piano di Pace» avrebbe sconvolto anche questo punto.

Nel 2006 Marti Ahtisaari diventa inviato speciale delle Nazioni Unite per il Kosovo e quasi immediatamente apre un rapporto contrastato con la parte serba. In una dichiarazione, per esempio, si lascia scappare che nei disastri balcanici «i serbi sono colpevoli in quanto popolo» e subito da Belgrado il primo ministro Kostunica definisce l’espressione «inaccettabile e grossolana». Infine dopo lunghi mesi di inutili trattative l’inviato speciale delle Nazioni Unite conclude il suo lavoro con una semplice presa d’atto: il «Piano» dice in sostanza che non essendo possibile mettere d’accordo le due parti tanto vale prendere atto dello «status quo», e la fotografia del momento dice che in Kosovo gli albanesi sono la grande maggioranza.

In realtà più di un vero progetto l’ex presidente finlandese disegna una cornice entro cui inserire acrobatiche soluzioni istituzionali, ma il progetto viene usato come occasione per un’indipendenza autoproclamata che ancora oggi fa discutere il mondo.
L’altro ieri il Montenegro ha riconosciuto il Kosovo e con questo i Paesi che accettano la nuova situazione sono una cinquantina su circa 200. Il portavoce del governo serbo ha dichiarato che se premiato per il Kosovo Ahtisaari «sarebbe l’unico Nobel insignito per una carta inapplicabile e non accettata», mentre la Serbia «viene punita per avere sfidato gli Stati Uniti nell’Assemblea generale dell’Onu», che nonostante l’opposizione di Washington ha appena accettato di sottoporre il caso Kosovo alla Corte Internazionale dell’Aja.
 
Giuseppe Zaccaria, La Stampa , 11 ottobre 2008



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