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12 luglio 2009
A Riad il cinema non è più peccato Ma rimane «per soli uomini»

 
Ma GrAAAAAaaaaAAAAAzie


Terra di record importanti (i luoghi islamici più santi, le riserve di greggio più ricche), l' Arabia Saudita è anche Paese dai molti, assoluti divieti. Nessuna donna, come tutti sanno, può ancora guidare. Nessuna chiesa o sinagoga o tempio indù esistono sul suo suolo. Ma nemmeno è permessa l' esistenza di cinema. Ed è così considerato un evento «storico» la prima visione pubblica di un film nella capitale Riad, con modalità quasi normali: un centro culturale trasformato in sala cinematografica, il corredo di bibite e popcorn, i biglietti acquistabili da tutti, o quasi. Vietato, infatti, l' accesso a donne e ragazze sopra i 10 anni, per lo stesso motivo che da 30 anni ha fatto dell' andare al cinema una delle tante attività haràm (peccato) per i sauditi. Ovvero la commistione tra sessi, ancora oggi assolutamente proibita dall' Islam wahhabita in scuole, uffici, ristoranti, palestre, ovunque possa essere evidente (in casa è diverso) un contatto tra uomini e donne non parenti tra loro. Grande attenzione, quindi, per la prima a Riad di Menahi, dal nome del protagonista, un ingenuo beduino saudita travolto dalla modernità della vicina Dubai e dai misteriosi meccanismi finanziari dell' emirato, impersonato dall' attore Fayz Al Malki, già popolarissimo per le sue serie tv. A parte l' esclusione delle donne, la première è stata preceduta da una pubblicità sottotono, dai permessi richiesti a ministeri e varie autorità, soprattutto dalla tacita benedizione di Re Abdullah, impegnato dalla sua nomina nel 2005 in una cauta ma costante opera di riforme. Anche perché autore dell' iniziativa è un membro della famiglia reale. Il principe Al Walid Bin Talal, nipote del sovrano, 13esimo uomo più ricco del pianeta, azionista di colossi bancari e immobiliari in mezzo mondo, già socio in Italia di Berlusconi, negli ultimi anni ha aggiunto alla sue proprietà il gruppo Rotana, primo dell' entertainment nei Paesi arabi, attivo nella musica, nelle tv, nell' editoria. E ora nel cinema: già nel 2006 il principe aveva prodotto la prima pellicola nel Regno, Keif Al Hal? (Come va?), «commedia alla saudita» ma girata a Dubai e distribuita ovunque tranne che in Arabia perché i tempi non erano maturi. I sauditi cinefili erano stati costretti, per vederla, a trasferte negli Emirati o in Bahrain; la mobilitazione per mettere fine al divieto dei cinema era iniziata. Anche su Facebook, diventato in Arabia (e non solo) il veicolo preferito da giovani e dissidenti per organizzare campagne e proteste, spesso vittoriose. Con Menahi, finalmente, il tabù è stato infranto: già prima che a Riad, il film era uscito a Gedda, a Taif e a Jazan, dove «25 mila uomini e 9 mila donne - annuncia Rotana - l' hanno visto». Senza problemi: le spettatrice erano in galleria e gli spettatori in platea, nessuno scandalo. Ma Riad è un' altra cosa: la capitale e la sua regione, il Nejd, sono la roccaforte dei tradizionalisti e degli integralisti, chiusi nell' orgoglio di essere l' unica terra islamica mai conquistata da stranieri, isolati da tutti per secoli. E non sorprende che sia stato qui, e non nella costiera e rilassata Gedda, che sia avvenuta la contestazione di una quindicina di «mutawa». Giovani uomini ferventi e iperconservatori, riconoscibili da barbe, tuniche informi e nessuna concessione al lusso, hanno tentato di bloccare la visione del film, insultando gli attori e intimando agli spettatori di «non peccare». Nelle ore precedenti, il protagonista aveva ricevuto minacce via telefono e sms: se oltre a recitare nel film ne avesse permessa la visione, dicevano, gli sarebbe venuto un cancro e sarebbe stato maledetto da Allah. «Questa gente non ha più una vera influenza, non rappresenta l' Islam né la virtù, non conta niente», ha minimizzato Al Malki. E la potente organizzazione ufficiale dei «mutawa» ha preso in effetti le distanze: il tentato boicottaggio era un atto individuale, ha detto la Commissione per la protezione della virtù e la prevenzione del vizio. Anche questo un segnale importante che i tempi stanno cambiando. La promessa fatta pochi mesi fa ai giovani del Golfo dal principe al Walid - «voglio correggere un grave errore: voi avete il diritto di divertirvi, e di guardare i film» - sembra così vicina ad avverarsi. E non solo nel chiuso delle case, nei cine-club fatti tra amici come avviene pure in Iran, o sul computer: in cinema veri. Magari, perfino, aperti a donne e ragazze.

Cecilia Zecchinelli, Corriere della Sera, 9 giugno 2009

24 giugno 2009
Poi qualcuno un giorno mi spiegherà cosa vorrebbe dire il concetto di sacralità della donna nell'Islam, potrei anche capirlo.
 
L'Iran libero nasce nel sangue
 
 
Washington. Alcuni giorni prima delle “elezioni” del 12 giugno, era già ovvio che l’iran si stesse preparando a uno scontro aperto. L’odio che gran parte degli iraniani prova per il regime era evidente e sì è visto nelle strade di Teheran e in molte altre città nel paese. I giornalisti a Teheran hanno usato toni molto forti per descrivere le manifestazioni anti regime, Dal Times di Londra: “Si tratta di un’insurrezione aperta, una ribellione come raramente se ne sono viste in trent’anni di Repubblica islamica, un’eruzione di rabbia covata contro il governo repressivo del presidente Ahmadinejad. ‘Morte al governo’, cantavano le migliaia di iraniani riuniti in uno stadio di Teheran. ‘Morte ai dittatori’, ruggivano i giovani uomini e le giovani donne, con magliette, nastri, bandana e sciarpe verdi per segnalare il loro appoggio a Mir Hossein Moussavi”.
Dal Wall Street Journal: “Decine di migliaia di manifestanti hanno formato una catena umana lunga 12 miglia nella capitale iraniana lunedì (8giugno, ndr), urlando slogan per il cambiamento, una scena che ricorda la Rivoluzione del 1979. I manifestanti cantano ‘Morte al dittatore’, ‘Morte al governo delle menzogne’ e altre frasi che non lasciano dubbi sui loro desideri: vogliono la fine di un regime oppressivo”. Il loro candidato è l’ex premier, Mir Hossein Moussavi, uno degli architetti degli aspetti più brutali della Repubblica islamica quando l’ayatollah Khomeini era la Guida Suprema, e uno che è stato lontano dalla politica per almeno vent’annL Da sempre noto come poco carismatico, Moussavi ha dimostrato durante la campagna elettorale di essere un oratore noioso, inefficace nei dibattiti (è stato battuto malamente in tv da Ahmadinejad). Ora è il leader che ispira un movimento dì massa rivoluzionario. Come è potuto accadere?
Da un lato, Moussavi non è Ahmadinejad, per il quale c’è molto odio. Il circo elettorale si è svolto malgrado sullo sfondo ci fossero una repressione montante, le esecuzioni pubbliche di moltissimi giovani (qualcuno ha detto che fossero omosessuali), gli arresti di massa, la chiusura delle poche pubblicazioni quasi indipendenti rimaste, una censura sempre più pesante nelle comunicazioni e tantissime azioni terribili contro i giovani che non si attenevano alle regole sull’abbigliamento e sui comportamenti imposte dalla dittatura teocratica
Il fatto che molti si siano trovati pronti a resistere a questo regime è un chiaro segnale del fatto che la gente fosse pronta a sfidare Khamenei e Ahmadinejacl. E’ chiaro da anni che la maggior parte degli iraniani
vuole far parte dell’occidente e non di quel gruppo di nazioni che viene stigmatizzato per il suo sostegno al terrorismo, alla misoginia, alla negazione dell’Olocausto. Alcuni hanno visto in
Moussavi qualche somiglianza con il “riformista” fallito, Mohammad Khatami, che fu eletto inaspettatamente presidente nel 1997. Come scrissi a quel tempo, Khatami era il contenitore vuoto in cui il popolo iraniano ha versato il suo appassionato desiderio di libertà. Khatami non ha mai riformato nulla, e molti iraniani hanno finito per considerarlo un sotterfugio per i più duri del regime, un’esca per portare alla luce i dissidenti in modo che potessero poi essere marginalizzati, torturati, incarcerati e ammazzati.
Ma Moussavi è diverso, anche se praticamente tutti hanno ignorato la prova
di questa grande differenza: sua moglie. Come ha scritto il Times: “L’urlo più grande nel pomeriggio è stato riservato all’oratore principale, Zahra Rahnavard, la moglie cii Moussavi. ‘Voi siete qui perché non volete più una dittatura - ha detto - Voi siete qui perché odiate il fanatismo, perché sognate un Iran libero, perché sognate la pace con il resto del mondo’. Lo stesso candidato era chissà dove...”. Il fatto che Rahnavard sia diventata così importante è stata una grande sorpresa, rivoluzionaria già di per sé. Come sappiamo, le donne sono sminuite nella Repubblica islamica (come in quasi tutto il mondo islamico), a livelli incomprensibili per i paesi civilizzati. Le donne ufficialmente valgono la metà degli uomini, non hanno diritti di proprietà, hanno pochissimo diritto di parola sull’educazione dei figli, hanno limitatissime possibilità di lavoro (Khomeini si scagliò contro il regime dello scià anche perché le donne potevano insegnare ai ragazzi) e naturalmente sono obbligate a coprire i loro corpi, inclusi i capelli, per il fatto che la loro vista corrompe gli uomini altrimenti virtuosi. Anche Shirin Ebadi, il premio Nobel per la pace, è regolarmente messa a tacere o messa ad arresti domiciliari quando il regime decide di averne avuto abbastanza delle sue chiacchiere sui diritti umani.
All’improvviso, la signora Moussavi è diventata una figura politica nazionale. Altre donne sono emerse, di tanto in tanto, sulla scena pubblica, ma mai, nella storia della Repubblica islamica, era accaduta una cosa del genere. Il suo ruolo politico è esplosivo. Minaccia le fondamenta del sistema: se una
donna è come un uomo (questo è un messaggio della campagna cli Moussavi, dimostrato dalla sua presenza, dalle parole che lei ha usato, dall’entusiasmo che ha scatenato), l’intera struttura del regime khomeinista è messa in discussione. Chiunque in Iran lo sa. Il mistero è perché le sia stato permesso di comportarsi così. Per metterla in modo schietto: la Guida Suprema Khameni avrebbe potuto fermare questo fenomeno fin dall’inizio, ma non l’ha fatto. E questo è stato un errore colossale. Perché lo ha
- commesso?
Molti mesi fa mi avevano raccontato che Khamenei era molto preoccupato del futuro del regime: aveva capito che c'era molto odio da parte di moltissima
gente al punto che era diventato impossibile governare con la repressione. L’aggressiva politica interna ed estera di Ahmadinejad stava minacciando tutto ciò che era
stato costruito nei 30 anni precedenti. Le persone che mi dicevano queste cosa erano amiche di Moussavi e avevano previsto che si sarebbe candidato, e che avrebbe avuto un grande sostegno, Mi dissero anche che Khamenei aveva incoraggiato Moussavi a candidarsi, perché lui, la Guida Suprema, era pronto a garantire una libertà più ampia agli iraniani e una normalizzazione delle relazioni con l’occidente. Mi sembrò strano, ma Khamenei è molto malato e tutti dicono che usi grandi quantità di oppio per ridurre i dolori di un cancro incurabile. Quindi un comportamento strano poteva essere più comprensibile di quanto avrebbe potuto esserlo in circostanze “normali” (dico “normali” tra virgolette perché c’è davvero poco nella Repubblica islamica che chiunque di noi possa considerare normale).
D’altro canto era difficile immaginare che il regime avrebbe fatto un passo indietro e avrebbe lasciato che Moussavi trasformasse l’Iran in un paese tollerante con relazioni amichevoli con il resto del mondo occidentale, Ci sono forze potenti - quei teppisti noti come i bassiji, molti pezzi grossi delle Guardie della Rivoluzione - il cui fervore religioso è genuino e che erano pronti a combattere per la loro sopravvivenza, indipendentemente da quanti scendono per strada. E hanno parecchie munizioni dalla loro parte, compreso il monopolio delle pistole, dei carriarmati, degli elicotteri (gira voce che stiano lanciando acido sui manifestanti) e naturalmente delle prigioni, con le loro infami celle della tortura.
I mullah hanno già commesso innumerevoli errori
Sono stati battuti dagli Stati Uniti e dai loro alleati in Iraq. Sono appena stati umiliati dal popolo libanese alle elezioni nelle quali tutti pensavano che avrebbe vinto Hezbollah. E sembra che non siano ancora riusciti a sviluppare una bomba atomica, dopo vent’anni buoni di tentativi, e nonostante gli sforzi dei paesi amici come il Pakistan, la Russia, la Georgia, la Cina, la Corea del nord e persino la Germania. E hanno frantumato l’economia nazionale, nonostante uno tsunami di petrodollari. Il popolo iraniano ha subito gli effetti di questa incompetenza e ora vuole mettervi fine. Questo spiega, credo, perché Moussavi -  che è stato del tutto fuori dal potere per due decadi -  è stato il più seguito dei quattri candidati alle elezioni presidenziali.
Fino a poco tempo fa, gli iraniani non credevano di poter fare una cosa di questo genere da soli. Credevano di aver bisogno del sostegno esterno, soprattutto di quello americano, per avere successo. Pensavano che Bush avrebbe fornito loro questo sostegno, e sono rimasti amaramente delusi. Ma nessuno di loro ha mai creduto che Obama potesse essere di qualche aiuto, sapevano quindi che sarebbero stati soli. Qualsiasi speranza possano aver nutrito nella Casa Bianca di Obarna è stata spazzata via dalle prime due dichiarazioni dell’Amministrazione. La prima è stata fatta daI presidente in persona, anticipando la vittoria di Moussavi (è troppo presto per fare speculazioni sulla fonte di questi pensieri ottimistici) e, com’è nel suo stile narcisistico, assumendosene il merito: “Siamo eccitati nel vedere quello che sembra un robusto dibattito prendere piede in Iran oggi e ovviamente, dopo il discorso che ho tenuto al Cairo, abbiamo cercato di inviare un messaggio chiaro sul fatto che c’è una possibilità di cambiamento. Le elezioni sono in mano agli iraniani, ma come è già successo in Libano così può succedere in Iran: ci sono persone che stanno cercando nuove possibilità e al di là di chi vincrà le elezioni in Iran, il fatto che ci sia stato un robusto dibattito potrà aumentare la nostra abilità nel dialogare con l’Iran in un modo nuovo”.
Ho riletto il sermone del Cairo, e non ho trovato una singola parola che chieda la libertà per il popolo iraniano. Au contraire, le parole di Obama sull’Iran sono state contrite, si è scusato per il ruolo avuto dall’America nel 1953 nella rimozione di quello che lI presidente ha definito un governo eletto (Mossadeq, che era stato nominato dallo scià, altro che eletto). Ma certo, la storia non è il suo forte. Una volta che s’è capito che Ahmadinejad sarebbe rimasto, la Casa Bianca, pur avendo espresso scetticismo sull’accuratezza del conteggio dei voti, ha Comunque insistito sul fatto che pure questa poteva essere una buona notizia: “La visione dominante nell’Amministrazione è che il regimee apparirà così male dopo aver smontato le speranze di democrazia degli iraniani e averci sguazzato da sentirsi costretto a mostrare risposte concilianti verso le aperture
al dialogo di Obama. Questo avrebbe potuto essere vero se il regime avesse interesse a conquistare punti nell’opinione pubblica americana, ma il regime sta combattendo per la propria sopravvivenza. Gli iraniani ora non vogliono andarsene tranquillamente a casa ed essere intruppati nei prossimi quattro anni di repressione brutale. Soprattutto nel momento in cui i proventi del petrolio iraniano sono dirottati su Hamas, Hezboflah, Jihad islamico, al Qaida e sul programma per le armi nucleari invece che essere utilizzati per migliorare le sempre più miserabili condizioni degli iraniani. Stanno facendo sentire la loro voce.
Gli iraniani non si aspettano alcun aiuto dall’esterno. Bush non li ha aiutati, e nessuno pensa che Obama muoverà un dito per i dissidenti iraniani. Sono da soli, come lo erano gli elettori libanesi, Questo non sarebbe stato possibile senza che Moussavi si trasformasse in un leader rivoluzionario. E la chiave di questa trasformazione è il movimento che lo acclama come leader. La gente sta soltanto cominciando a capire la realtà della situazione. E pochi riescono a realizzare, così presto. che possono cambiare il mondo. Ma ci stanno arrivando, così come ci stanno arrivando i Moussavi, consapevoli del fatto che o vincono o saranno distrutti. Finora l’occidente non ha fatto nulla, a parte esprimere preoccupazione e invocare ragionevolezza. Buona fortuna! Cosa dovrebbe fare? Sostenere la libertà in Iran. Nulla potrebbe cambiare la regione come un governo libero, dedicato alla costruzione di buone relazioni con l’occidente. Hezbollah, Hamas, il Jihad islamico, i Talebani e gli altri jihadisti sarebbero indeboliti. La Siria di Bashar el Assad si ritroverebhe senza il suo fratello maggiore a Teheran. Se volete sognare la pace in medio oriente, un Iran libero è il cuore della vostra Utopia. Infine, per coloro che continuano a credere che la cosa più importante sia il conflitto arabo-israeliano, la migliore possibilità è ancora una volta un Iran libero che si preoccupi degli iraniani piuttosto che dei palestinesi. Non c’è speranza per la pace fino a che Teheran guida i movimenti del terrore. Ma se i terroristi dovessero cominciare a raccogliere fondi da soli, a trovarsi le armi da soli, a formare i loro killer da soli, le cose andrebbero di gran lunga meglio.
 
Michael Ledeen, Il Foglio 22 giugno 2009
 
L’autore
Michael Ledeen è “freedom scholar” alla Fondazione per la difesa delle democrazie ed è nella direzione di National Review Online. In passato è stato consulente del National Security Council, del dipartimento di Stato e della Difesa. Ha pubblicato più di venti libri e scrive sul Wall Street Journal e sulla National Review Online.

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10 maggio 2009
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Ahmadinejad, comizio anti-Israele l' Europa abbandona il vertice Onu

 
Vincenzo Nigro, La Repubblica, 21 aprile 2009



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1 novembre 2008
Nel Congo l'Occidente è dalla parte sbagliata

La Stampa, Matteo Fagotto (intervista),1 novembre 2008


Dopo giorni di pesanti scontri che hanno devastato la regione del Kivu, provocando decine di migliaia di profughi e un numero ancora sconosciuto di vittime, nel Congo orientale è tornata una calma apparente. L`ex generale Laurent Nkunda, capo dei ribelli del Consiglio Nazionale per la Difesa del Popolo, ha cinto d`assedio il centro abitato di Goma, al confine con il Ruanda. A presidiare la città sono rimaste poche centinaia di caschi blu della Monuc, la missione Onu nel Paese, e i soldati congolesi, accusati di essersi lasciati andare a stupri e massacri nei confronti dei civili, secondo quanto riferito anche da rappresentanti delle Nazioni Unite.

Ma secondo il portavoce dei ribelli, Bertrand Bisimwa, la situazione sta cambiando in meglio.

Cosa succede attorno a Goma? «Rispetto a ieri ci sono grandi novità.

Mentre stiamo parlando, migliaia di civili fuggiti durante i combattimenti dei giorni passati stanno facendo ritorno in città. E` un contro esodo che ci rende felici e che stiamo favorendo in tutti i modi».

La tregua da voi proclamata regge? «Negli ultimi due giorni non ci sono stati scontri, la situazione rimane calma.

Ieri però abbiamo notato dei movimenti da parte delle truppe governative presso Kibumba».

Come prosegue l`assistenza ai civili? «Molto bene. Abbiamo aperto un corridoio umanitario, è operativo da oggi e consente l`entrata degli aiuti a Goma».

Siete rimasti in contatto con la Missione Onu? «L`unica cosa che sappiamo è che la Monuc ha avviato dei pattugliamenti in città. Abbiamo inviato al comando Onu una lettera in cui denunciamo le violenze contro i civili, i saccheggi e gli stupri che l`esercito congolese e i miliziani Hutu stanno perpetrando, e abbiamo chiesto di fare qualcosa. Ma non abbiamo avuto risposta».

Ritenete la Monuc responsabile delle violenze commesse negli ultimi giorni? «I caschi blu hanno un mandato. Ci piacerebbe che facessero qualcosa contro i criminali, che aiutassero il Congo a creare un esercito efficiente. Questi sono i compiti per cui sono stati chiamati. Ma pare che siano più interessati a immischiarsi nella politica interna del Paese e ad allearsi con il governo per darci la caccia.

Non abbiamo nulla contro di loro, ma la Monuc deve capire che, se ci attacca, noi ci difenderemo. E a quel punto si entrerà in una logica di guerra».

Per far fronte alle violenze, l`Unione Europea sta considerando la possibilità di inviare un contingente militare. Qual è la vostra posizione al riguardo? «Non è la soluzione giusta. Non pensiamo che i congolesi vogliano un`altra missione militare straniera, che costerà miliardi e perpetuerà la logica di guerra di questo Paese. La gente ha bisogno di parlarsi, di sedersi a un tavolo e trattare, non ci servono altri militari».

A proposito di trattative, ritiene ancora possibile il dialogo con il governo? «Noi il dialogo l`abbiamo sempre sostenuto, è il governo congolese che ci ha chiuso la porta in faccia. Onestamente, non sembra che le trattative facciano parte del suo programma politico».

Cosa chiedete alla comunità internazionale per far cessare una guerra che va avanti ormai da 10 anni? «Che si prenda un po` di tempo per studiare bene la realtà congolese, e che torni con delle soluzione adatte ai nostri problemi. Finora sono state adottate politiche sbagliate, troppo compiacenti verso il governo.

Invece di costruire il nuovo Congo, così si rischia di distruggere quel poco che ci rimane».

Il governo di Kinshasa vi accusa di essere degli agenti stranieri al soldo del governo del Ruanda.

«Da che pulpito! Vorrei ricordare che chi guida in questo momento il Congo (il presidente Joseph Kabila) deve il suo potere a una ribellione che rovesciò il precedente regime partendo proprio dal Ruanda. Ora quelle stesse persone sputano nel piatto dove hanno mangiato. A parte ciò, uno dei grandi problemi di questo Paese è che, ogni volta che succede qualcosa, accusiamo gli Stati vicini.

Non penso sia la filosofia giusta.

Noi siamo congolesi, partiamo dalla realtà congolese e proponiamo soluzioni per i nostri problemi. Non siamo né armati, né sostenuti dal Ruanda. Il resto sono speculazioni».


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1 novembre 2008
Il Patto segreto

Il Foglio, 1 novembre 2008

Gerusalemme. L`attacco americano in Siria, vicino al confine con l`Iraq, è stato concordato con i comandanti siriani dell`intelligente militare. E` quel che sostiene Ronen Bergman, un esperto militare israeliano che segue i servizi segreti. In un articolo dettagliato pubblicato da Yedioth Ahronoth, Bergman raccoglie il racconto di due fonti americane "vicine all`operazione" che raccontano che i servizi segreti siriani collaborano da tempo con gli Stati Uniti perché il regime di Damasco teme al Qaida e le sue ramificazioni.

Bergman precisa che una delle fonti ha avuto fino a poco tempo fa un ruolo attivo e prestigioso al Pentagono e che la luce verde da parte siriana per l`attacco è stata l`ultima di una serie di collaborazioni. Grazie a questi contatti tra la Cia e l`intelligente del rais di Damasco, Bashar el Assad, il commando americano è arrivato in elicottero sul confine tra la Siria e l`Iraq, è sceso per pochi minuti ed è ripartito, lasciando sul campo almeno nove morti. Non appena sono arrivati i primi dettagli dell`attacco, tutti si sono interrogati su un semplice fatto: come è stato possibile che nessun aereo da battaglia di Damasco intervenisse, dal momento che l`ercito di Assad è in costante stato d`allerta? E` parso alquanto strano che un commando statunitense potesse entrare in campo siriano alla luce del sole, sotto gli occhi dei cittadini, senza che ci fosse almeno un tentativo di intervento locale.

Anche la tempistica dell`intervento non era molto coerente con il fatto che ora la Siria ha cominciato a collaborare con il comando americano a Baghdad, mettendo più pattuglie e controllando i passaporti alI`aeroporto:

i jihadisti che entrano in Iraq dal confine siriano sono scesi da 150 a circa venti nel giro di un anno. Un filmato pubblicato su un sito di notizie siriano - girato con un telefono cellulare - mostra che gli elicotteri americani volano senza alcun disturbo o pericolo.

"Non può essere un caso, in un regime di polizia com`è quello siriano", sostiene Bergman.

La risposta a questa stranezza è arrivata anche attraverso l`intelligente europea, secondo cui gli elicotteri sono sl stati intercettati dai radar antiaereo di Damasco, ma, una volta che questi hanno fatto richiesta per aprire il fuoco, si sono visti negare il permesso.

Lo zampino di Petraeus Naturalmente la Siria non ha alcuna intenzione di confermare questa collaborazione gli amici che stanno a Teheran non gradirebbero affatto - e per questo continua con la sua retorica antiamericana, accusando Washington di "crimini di guerra contro civili innocenti".

Ma intanto quanto accaduto non ha cambiato l`intenzione di organizzare un incontro tra il ministro degli Esteri siriano e funzionari americani di alto livello. La collaborazione tra i due paesi - spiega Bergman - è una continuazione della politica già iniziata da Hafez, il padre dell`attuale rais siriano, che voleva mantenere un canale aperto con gli Stati Uniti, nonostante gli interessi contrari:

"Per Assad figlio questo è molto più comodo poiché c`è un nemico comune, al Qaida". La rete che fa capo a Osama bin Laden si è già attivata in passato contro il regime siriano. Nel dicembre del 2006 aveva provato a bombardare l`ambasciata americana a Damasco e soltanto l`intervento delle guardie di Assad era riuscito a togliere il regime da un imbarazzo enorme. L`intervento di domenica scorsa, sempre secondo le fonti americane, sarebbe anche andato a buon fine. Il commando è riuscito a eliminare "Abu Raddie", un leader di al Qaida, responsabile dell`ala irachena dell`organizzazione, molto attivo nel reclutare stranieri da portare in Iraq. Yedioth sottolinea che lo stesso nome - "Abu Raddi" - apparteneva al leader di al Qaidq che aveva programmato l`attentato bloccato ad Amman nel 2005 e quello contro il quartier generale delle forze armate siriane di un mese fa in cui morirono una ventina di persone. E` probabile che si tratti della stessa persona.

C`è di più. Secondo quanto rivelato dall`emittente americana Abe, il generale David H.

Petraeus, che da ieri guida le operazioni militari americane dall`Egitto alla Cina, avrebbe voluto andare personalmente a Damasco a incontrare Assad. L`Amministrazione Bush, però, si è opposta: i tempi elettorali non sono quelli giusti, e la linea del dialogo è quella intrapresa finora dal capo democratico del Congresso, Nancy Pelosi. La notizia però conferma i contatti tra gli Stati Uniti e la Siria, La strategia s`inserisce in un più ampio progetto che mira a rompere il legame dell`asse del male tra Damasco e Teheran. II portavoce di questo rischioso tentativo è Nicolas Sarkozy, il presidente francese che ha legittimato il rais siriano pubblicamente alla kermesse di luglio a Parigi. E` di ieri però anche il rilancio di Ehud Olmert, premier israeliano (fino a febbraio, quando è previsto il voto), del dialogo con Damasco, a testimonianza di un progetto che coinvolge Europa, America e Israele.

1 novembre 2008
GHEDDAFI A MOSCA: PRONTO A OFFRIRE UNA BASE MILITARE


 IL MESSAGGERO,1 novembre 2008, LUCIA SGUEGUA



Navi russe nei porti libici. Più precisamente a Bengasi, là dove è consolidata la presenza italiana. A un tiro di schioppo da Sigonella. Non è un film ma, il dono "speciale" che il Colonnello Gheddafi avrebbe intenzione di offrire oggi a Dmitri Medvdev. È arrivato ieri a Mosca scortato dalle leggendarie amazzoni, le sue guardie del corpo personali, e con l`inseparabile tenda da beduino, il leader libico, per una visita ufficiale di 3 giorni in Russia.

La prima dopo 23 anni.

E secondo il quotidiano Kommersant, le coste della sua Libia sarebbero pronte a ospitare una base russa. O almeno, un punto di attracco e rifornimento per le navi del Cremlino, che al Mediterraneo ambisce da un pezzo.

Da "storia d`amore" come chiamò il rapporto con Mosca il Colonnello nel 1985, a "matrimonio d`interessi" commentano i media russi. Basato su interessi strategici convergenti, ora come allora, sottolinea il ministro degli esteri Lavrov ricordando la comune «fede in un mondo multipolare».

L`ultima volta di Gheddali a Mosca c`era ancora l`Urss, la Tripoli di "cane pazzo" era l`incubo di Washington, che un anno dopo lo bombardò per punirlo del sospetto appoggio dato al terrorismo internazionale. Poi le sanzioni Onu un lungo isolamento. Il colonnello non lo dimentica, e oggi sarebbe pronto ad accogliere i russi per mettersi al sicuro da eventuali attacchi Usa. Ma dietro evidentemente c`è ben altro: profumo di affari. Lo "scatolone di sabbia" che dal 2003, fine delle sanziooni, è al centro di una gara tra le big company occidentali per accaparrarsene i tesori: petrolio e gas. La Russia non vuol restar indietro.

anzi intende far valere l`antica amicizia.

Apripista, ad aprile scorso, Vladimir Putín: a Tripoli, seduto davanti a un fuoco di bivacco, condona a Gheddafi d`un colpo quei 4 miliardi e mezzo di dollari di debito che pendevano dai tempi dell`U rss.

In cambio, strappa la promessa di ricche commesse libiche in armi russe - più o meno equivalenti al debito condonato. Una vecchia tradizione: ancor oggi il 90% dell`esercito libico è equipaggiato con armi russo-sovíetiche.

Che hanno bisogno di ammodernamento, dalla flotta all`aviazione ai sistemi di difesa. Ottimo piatto per Mosca.

Ma Tripoli non ha ancora onorato i patti. Così, mentre i media esultano alla notizia che finalmente la tenda beduina ha trovato posto nella immensa metropoli russa (nel parco privato tra le mura del Cremlino) dopo i malditesta dei servizi segreti, i più insinuano che la faccenda della base non sia un regalo ma un modo per scusarsi. Uno shopping di armamenti libico per almeno 2 miliardi di dollari potrebbe essere siglato proprio durante la visita.

E in agenda c`è anche l`energia: Gazprom e la petrolifera Tatneft hanno già ottenuto 6 licenze per sfruttare i giacimenti libici. Mosca costruirà in Libia una ferrovia di 554 km. Si negozia per una centrale nucleare a uso civile.

Quanto alle ammiraglie della flotta russa, da mesi già esplorano le acque libiche, facendovi rifornimento mentre erano dirette in Venezuela a ottobre, con l`incrociatore Pietro il Grande ancorato a Tripoli. Back to the future, riassume la tv Russia Today parafrasando il celebre film americano dove il cattivone era libico. e terrorista.


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permalink | inviato da zemzem il 1/11/2008 alle 15:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
29 ottobre 2008
Somalia, giovane lapidata dagli estremisti islamici

Corriere della Sera, Cecilia Zecchinelli, 29 ottobre 2008

Le pietre usate lunedì per lapidare Aisha Ibrahim Dhuhulow, probabilmente, erano a norma di legge coranica: «né troppo grandi da causare morte istantanea, né troppo piccole da risultare inoffensive». Ma tutto il resto nella feroce esecuzione della 23enne somala e «adultera» era ben poco legale, perfino per l' antica e spesso crudele Sharia. «La lapidazione di Aisha è stata del tutto irreligiosa e assurda», ha dichiarato furiosa la sorella ai giornalisti, accorsi nella piazza di Chisimaio dove migliaia di persone avevano assistito allo spettacolo e dove l' esecuzione si era poi trasformata in tumulto con spari, feriti e un bambino ucciso. «L' Islam - ha continuato la ragazza - non giustizia una donna per adulterio a meno che l' uomo con cui ha avuto rapporti sessuali e quattro testimoni non compaiano pubblicamente» davanti alla Corte. Così non è stato. Trascinata davanti al tribunale religioso dagli shabàb (i «giovani») di sheikh Hassan Mahdi, Aisha è stata ritenuta colpevole e portata in piazza coperta da un velo verde e una maschera nera. «Questa nostra sorella ha ammesso il suo peccato: le abbiamo più volte chiesto di ritirare la confessione ma lei ha insistito, ha perfino detto di essere felice di venire punita in base alla legge islamica», ha dichiarato il giudice, sheikh Hayakalah, agli spettatori nella piazza e a Radio Shabelle. Un testimone intervistato da Reuters ha però precisato: «Ci hanno assicurato che la donna si era costituita, che accettava la punizione. Ma poi l' abbiamo sentita urlare, l' abbiamo vista tutti mentre le legavano a forza gambe e mani. Un parente ha cercato di aiutarla, è corso verso di lei ma gli islamisti hanno iniziato a sparare. E hanno ucciso un bambino». Un «danno collaterale», di cui le Corti si sono scusate. «Chiediamo perdono per la morte del bambino -, ha dichiarato alla folla un loro leader - Vi assicuriamo che la persona che ha sparato verrà giudicata». Altre voci di spettatori, parlando con i media, hanno poi aggiunto dettagli crudeli. Sepolta in un buco fino alle spalle come prescrive la legge, Aisha per ben tre volte ha forse sperato che la tortura finisse: gli shabàb che da agosto hanno riconquistato la città sulla costa somala meridionale ad un certo punto hanno interrotto il lancio di pietre per estrarla dalla terra e controllare se fosse ancora viva. Riseppellita, le sassate sono continuate. E dopo qualche minuto l' operazione è stata ripetuta. Tre volte, fino alla morte. La lapidazione di Aisha, la prima in Somalia da anni, ha riportato in primo piano questa feroce forma di pena capitale. «La Presidenza francese del Consiglio dell' Unione europea denuncia l' atroce esecuzione, che i ribelli islamisti hanno deliberatamente resa pubblica in modo del tutto spregevole», ha commentato ieri Parigi a nome dell' Ue. E condanne sono arrivate da Ong, intellettuali, singoli cittadini anche musulmani. Tra loro quelli impegnati in una vasta campagna contro la lapidazione, di cui molti teologi mettono perfino in dubbio la legalità. Il Corano infatti non ne parla, al massimo prevede frustate per gli adulteri. La pratica viene citata in un «detto» del Profeta nemmeno troppo affidabile. E a fronte delle pressioni internazionali, i pochi Stati in cui è ancora legale (Iran, Pakistan, Nigeria, Yemen, Arabia) hanno infatti decretato da anni moratorie sostanzialmente rispettate. Ma per molte ragazze e donne che vivono in terre difficili, dove nemmeno la Sharia viene rispettata e la legge è in mano a fanatici, la morte sotto le pietre resta un incubo. E a volte diventa, ancora, realtà. Zecchinelli Cecilia


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29 ottobre 2008
La legge degli Shabab, talebani d' Africa

Corriere della Sera, Massimo Alberizzi, 29 ottobre 2008


Sheikh Hassan Mahdi è uno degli uomini più oltranzisti della Somalia. Il suo vice, fino a pochi giorni fa, era sheikh Mustafà Ali Anod e lo seguiva come un' ombra. Assieme comandavano la brigata Khalid Bin Walid e in agosto hanno catturato Chisimaio, seconda città della Somalia, 500 chilometri a sud di Mogadiscio, sottraendola alle milizie tribali. Da allora per gli abitanti della città è diventato un inferno. I due hanno vietato l' uso del chat, l' erba leggermente narcotica che i somali usano masticare in continuazione; proibito il business durante le ore della preghiera (di cui è fatto obbligo, naturalmente); vietati i cinema e gli altri intrattenimenti «da criminali». Qualche giorno fa i due hanno litigato sull' atteggiamento da tenere nei confronti di altri due gruppi di ispirazione musulmana: l' Unione delle Corti Islamiche considerate moderate, quelle guidate da Sheikh Sharif Shek Ahmed che fanno base a Gibuti, e quelle oltranziste, il cui leader sheikh Hassan Daher Aweis risiede ad Asmara. Scartata qualunque ipotesi di accordo con i morbidi, Hassan Mahdi ha escluso anche i contatti con gli oltranzisti. «I loro capi sono rinnegati - ha detto durante una riunione della Shura, il parlamento che governa Chisimaio -. Hanno scelto come esilio l' Eritrea che collabora con Israele e ha concesso ai sionisti una base. Dunque sono nemici anche loro. Noi restiamo autonomi e indipendenti e non risponderemo a nessuno delle nostre lotte». Più oltranzisti degli oltranzisti, dunque. Il suo vice non era d' accordo: è stato cacciato con un voto all' unanimità. A Chisimaio la legge coranica è stata applicata con ancora maggior rigore, se possibile. E così sheikh Hassan Mahdi, tanto per dare il buon esempio, ha condannato e fatto lapidare Aisha. L' arcipelago islamico somalo si sta frantumando anche se la geografia dei gruppi minori, come quello che si è impadronito di Chisimaio, non è ben chiara. Da una parte, comunque ci sono le Unione delle Corti Islamiche dislocate a Gibuti (Uic-D). Lottano contro gli etiopici ma hanno aperto trattative per fissare una data per il ritiro delle loro truppe dalla Somalia. Vogliono la Sharia, ma applicata senza disumano rigore. Dall' altra il gruppo delle Corti i cui dirigenti politici stanno ad Asmara (Uic-A). Non intendono trattare con il governo di transizione finché i loro alleati di Addis Abeba non avranno ritirato le truppe. Una condizione impossibile da realizzare, perché senza il sostegno degli etiopici l' amministrazione del presidente Abdullahi Yusuf cadrebbe come un castello di carte al primo soffio. I capi militari dell' Uic-A sono in Somalia. Due innanzitutto: il vecchio colonnello Hassan Turki (il vero ideologo dell' islamismo radicale somalo) che opera con i suoi gruppi nel Sud, mantiene un profilo bassissimo ma che, a detta degli americani, ha il contatto diretto con Al Qaeda. E il bellicoso Muktar Robow, alias Abu Mansur, impegnato in azioni di sabotaggio contro gli etiopi a Mogadiscio. Oltre alla brigata Khalid Bin Walid nel Sud della Somalia opera un altro gruppo, l' Harakat Ras Kamboni. Ras Kamboni è un promontorio quasi al confine con il Kenya dove gli islamici avevano costruito una potente base (fatta di cunicoli sotterranei, bunker, capannoni nascosti nella foresta) conquistata e fatta saltare dalle truppe di invasione etiopiche nel gennaio 2006.


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29 ottobre 2008
Lapidata in piazza a 23 anni la folla si ribella, ucciso un bambino
la Repubblica, Anais Ginori, 29 ottobre 2008

Nel sud della Somalia, Chisimaio è una città dove le lancette sono tornate indietro di anni, secoli. Per volontà dei guerriglieri delle deposte Corti Islamiche, che a fine agosto hanno espugnato questo porto strategico, la macchina del tempo viaggia a ritroso. La città è governata dalla sharia, la legge islamica interpretata nel modo più integralista: niente svaghi, solo preghiere, paura e povertà, al tramonto il coprifuoco. Qui Asha Ibrahim Dhuhulow, 23 anni, è stata lapidata lunedì davanti alla folla.

Il capo coperto da un velo verde, la giovane è stata condotta a bordo di un furgone sul luogo del supplizio - una piazza sterrata in mezzo a Chisimaio -, poi infilata in una buca fino al collo, davanti a centinaia di persone. Dopo averla colpita ripetutamente con i sassi, i suoi carnefici l´hanno tirata fuori tre volte per verificare se fosse morta. E quando alcuni dei parenti si sono scatenati cercando di soccorrerla è scoppiato il caos. Le guardie hanno aperto il fuoco sulla folla. Un bimbo è rimasto ucciso.

L´avevano arrestata qualche giorno fa. L´accusa: adulterio. Ma nessuno in famiglia, neanche il marito sapeva di altre relazioni di Asha. Probabilmente la denuncia di qualche abitante per un comportamento equivoco, o forse soltanto un pretesto. «Ci era stato detto che lei stessa aveva riconosciuto la propria colpa, ma bisognava vedere come urlava, mentre la immobilizzavano legandole mani e piedi» ha raccontato un testimone alla Reuters.

Secondo i familiari, Asha non ha ricevuto un "processo" coranico equo: «L´Islam - ha ricordato la sorella - non permette che una donna sia messa a morte per adulterio se non si sono presentati pubblicamente l´uomo con cui ha avuto rapporti sessuali e quattro testimoni del fatto». I giudici fondamentalisti non hanno dato risposta alle proteste. Si sono limitati a replicare che puniranno in maniera adeguata la guardia responsabile della morte del bimbo..

Erano due anni che le Corti Islamiche non ordinavano una condanna a morte così atroce. Alla fine del 2006 le truppe del governo transitorio di Mogadiscio avevano sconfitto gli ‘al Shabaab, i guerriglieri fondamentalisti, considerati come il braccio armato di Al Qaeda in questa regione africana. Ma la guerra è continuata. Da allora non si è praticamente mai interrotta: i morti sono stati almeno 10mila e si contano oltre 3 milioni di profughi. Negli ultimi mesi i ribelli che si oppongono al fragile governo centrale sostenuto dall´Etiopia hanno recuperato posizioni. A fine agosto si sono impadroniti di Chisimaio, promettendo di riportare la legge e l´ordine. E invece hanno portato solo terrore. L´Unione europea ha subito condannato l´esecuzione «particolarmente ignobile», denunciando anche la «pubblicità insostenibile» data alla lapidazione.

La condanna a morte di Asha infatti è stata volutamente messa in piazza, comunicata ai media. I guerriglieri islamici volevano che questo rituale crudele avvenisse sotto i riflettori. E´ suonato come un avvertimento a Mogadiscio. Il governo centrale, infatti, ha appena firmato una tregua, sotto l´egida dell´Onu, insieme all´opposizione politica minoritaria.
Di questo accordo si sta discutendo in questi giorni a Nairobi, durante un vertice dell´Igad (l´organismo che raggruppa i sette stati regionali) ma senza la partecipazione dei guerriglieri islamici che non riconoscono la tregua. Gli Shabaab hanno fatto capire al mondo quello che vogliono: a loro la pace non interessa.

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29 ottobre 2008
"Fermeremo Obama, siamo il nuovo Ku Klux Klan"
  la Repubblica, Mario Calabresi, 29 ottobre 2008

WEST PALM BEACH (FLORIDA) - «Se Barack Obama venisse eletto la nostra gente diventerebbe completamente pazza: è antitetico a tutto quello che è stata l´America fino ad oggi, sarebbe una cosa oltraggiosa». L´uomo che ho davanti parla piano, con lentezza, scandisce le parole, le pesa prima di pronunciarle. «Non è immaginabile che la nazione più potente del mondo, la guida dell´Occidente, possa essere comandata da un afroamericano radicale, legato ai terroristi che bombardarono il Pentagono. Da un uomo che ogni domenica per vent´anni ha ascoltato il suo pastore chiedere che Dio dannasse l´America».

L´uomo che ho seduto davanti si chiama Don Black, ha 57 anni ed è oggi la guida del più grande movimento del "potere bianco" che ci sia negli Stati Uniti. «Ma non è ancora certo che verrà eletto: nel Paese c´è un forte sentimento razziale che non si legge nei sondaggi, che corre sotto traccia, che potrebbe emergere come una sorpresa il 4 novembre». Don Black è stato il leader del Ku Klux Klan alla fine degli anni Settanta.
«Ma non è ancora detto che Barack Obama verrà eletto: nel Paese c´è un forte sentimento razziale che non si legge nei sondaggi, che corre sotto traccia, che potrebbe emergere come una sorpresa il 4 novembre». Don Black è stato il leader del Ku Klux Klan alla fine degli Anni Settanta, viene dall´Alabama e da vent´anni si è trasferito a vivere in Florida dove nel 1995 ha fondato Stormfront - «Fronte della tempesta» - il sito web del nazionalismo bianco: «144mila iscritti, 42mila visitatori ogni giorno».

«La minaccia rappresentata da Obama ci fa crescere settimana dopo settimana da mesi, la gente bianca sta mettendo fuori la testa, esce dal bosco in cui si era rifugiata, adesso si sente motivata ad alzarsi e a combattere per i suoi interessi. Dobbiamo mobilitarci prima che gli immigrati trasformino quella che era una nazione ricca e stabile in un Paese del Terzo Mondo». Don Black dice apertamente e tra virgolette quello che da mesi sento ripetere sui treni, nei bar, nei negozi in Pennsylvania e in Kentucky, in Florida o in South Carolina.

Discorsi pieni di rabbia contro gli immigrati, contro chi non parla l´inglese, contro una società multirazziale che fa paura, contro Barack Obama che sarebbe il simbolo della vittoria della stagione dei diritti civili. È per questo che i movimenti suprematisti bianchi, i neonazisti e gli skinheads hanno ricominciato a crescere dopo anni di marginalità.
«Ci stiamo avvicinando a tempi rivoluzionari, non penso a qualcosa che abbia a che fare con le armi ma si sente un fervore nuovo: l´America è pronta per una nuova dichiarazione d´indipendenza. Dobbiamo tornare alle origini: questo Paese è stato fondato da coloni europei bianchi e da lì vengono la nostra cultura, le nostre tradizioni e i nostri valori». Don Black è cresciuto nel Ku Klux Klan - dove è arrivato a raggiungere la posizione di Grande Dragone, il grado massimo nella gerarchia interna -, viene da Birmingham la città dove più dura fu la battaglia contro la segregazione razziale, la città dove quattro bambine nere furono uccise nel 1964 da una bomba piazzata in una Chiesa battista. Nel 1974 insieme a Dave Duke, leader storico del KKK, tentò di trasformare il Klan in una forza politica: «Fallimmo per colpa della propaganda dei media che avevano screditato il movimento, avevamo la reputazione dei violenti e fu impossibile trasformare e rilanciare l´organizzazione. Ma ci rimase la convinzione che bisognava dare alle nostre idee una nuova faccia, legale e presentabile».

Gli chiedo allora se Stormfront non sia altro che il nuovo Ku Klux Klan, il Klan del Ventunesimo Secolo senza cappucci e simboli ariani. «Sì, è così», risponde d´istinto. Accanto a Don Black è seduto il figlio Dereck, 19 anni, l´organizzatore della radio su internet di Stormfront. Dall´inizio del nostro incontro ascolta in silenzio, ma adesso interrompe il padre: «Non lo hai mai detto, non lo puoi dire». Si agita e cerca di fermare con la mano il discorso: «Lo sai che non lo puoi dire». Il padre resta immobile: «Non lo direi mai ad un giornalista americano, ma lo sai che è vero».

Dereck, cappello di pelle da cowboy australiano sempre in testa, è la nuova faccia del suprematismo bianco ed è stato eletto nel direttivo di Repubblicani della contea di Palm Beach. Il segretario del partito non lo vuole e si oppone alla sua elezione, ma i Black stanno dando battaglia: «Il leader locale, che è un ebreo - sottolinea il padre - non lo vuole far sedere, ma Dereck è stato eletto con il 60 per cento dei voti e le regole democratiche devono essere rispettate».

Questa battaglia apparentemente minore è cruciale per il futuro del movimento del "white power": «Non è più tempo per cercare di creare un terzo partito destinato alla marginalità, dobbiamo presentarci ad ogni elezione primaria dentro il partito repubblicano così da imporre i nostri temi nel dibattito, dobbiamo lavorare per creare un nostro gruppo di interesse, per restaurare le tradizioni e i veri valori bianchi». La prova generale c´è stata nel giugno del 2007, quando il Congresso bocciò la legge di regolarizzazione di milioni di immigrati illegali voluta da George Bush: «Abbiamo fatto la nostra parte: ci siamo mobilitati al massimo per fare pressioni in ogni collegio sui deputati e i senatori. Abbiamo vinto perché la maggioranza dei cittadini ha paura che l´America diventi come Haiti. Non esiste la possibilità di una reale integrazione: un messicano non può diventare un vero cittadino americano, perché non si può cambiare la natura delle persone e l´ambiente conta fino ad un certo punto. Non illudiamoci: alla fine sarebbero loro a trasformare noi a farci diventare un Paese sottosviluppato».

E qui il figlio puntualizza: «Se non cambiamo in fretta, entro quarant´anni noi bianchi saremo una minoranza».
Don e Dereck Black fanno sentire la loro voce tutti i giorni insieme a quella di David Duke su internet, ma non amano le interviste e hanno accettato l´incontro perché il giornale è italiano: «Ci piace il vostro Paese: c´è molta eccitazione sul nostro sito per quello che sta succedendo da voi, siete i primi e a reagire a dimostrare che non vi fate sottomettere dagli immigrati. Anche David Duke la pensa così, tanto che passa la maggior parte del suo tempo nel nord Italia e l´anno scorso eravamo tutti a sciare sulle Dolomiti». Ma alla domanda su dove viva Duke si raffreddano: «Questo preferiamo non dirlo, ci tiene al fatto che la cosa resti riservata».

L´incontro avviene da "Flanigan´s bar and grill" a West Palm Beach, un locale poco lontano dalla villetta con la bandiera sudista dove abitano. Il locale di legno non ha finestre e al bancone a forma di ferro di cavallo sono tutti rigorosamente bianchi. L´appuntamento è nel parcheggio. Don Black, che è un omone altissimo, arriva camminando a fatica, appoggiandosi ad un bastone: ha avuto un ictus tre mesi fa. «Il recupero è lento e faticoso ma ogni giorno faccio miglioramenti».

Black è un programmatore di computer, per questo è stato il primo a immaginare che la galassia del razzismo bianco potesse sbarcare su internet. Non lo racconta mai, ma ha imparato ad usare le tecnologie in una prigione federale del Texas dove ha scontato una condanna a tre anni per aver tentato un colpo di stato nell´isola caraibica di Dominica. Agli agenti federali che lo arrestarono, mentre stava per salpare da New Orleans su una nave carica di armi automatiche ed esplosivi, disse: «Volevamo creare un regime anticomunista, lo facevamo nell´interesse degli Usa e ci sentiamo traditi».

Gli chiedo subito del Ku Klux Klan, della violenza e degli omicidi. «Il Klan ha grandi meriti, ha restaurato l´ordine nel Sud dopo la Guerra Civile, oggi si cerca di riscrivere la storia ma era una forza veramente positiva». Ma i linciaggi e le bombe? «C´è stata violenza negli Anni Sessanta, ma è stata enfatizzata e usata contro di noi dai media». Non c´è niente di cui pentirsi? A fatica Don Black bisbiglia: «Ci sono state cose sbagliate», per aggiungere subito: «Ma i processi che si celebrano oggi, quarant´anni dopo, contro membri dell´organizzazione sono solo processi politici». Gli ricordo la bomba di Birmingham e le bambine ammazzate: «Non si dimentichi che io ero solo un ragazzino allora, ma tante volte mi chiedo: chi c´era dietro? Perché dopo quella bomba il governo spazzò via tutte le istituzioni del Sud e aprì scuole e università».

Nostalgico della segregazione razziale? «Non penso che sia più proponibile, ma in certi posti funzionava: nelle scuole c´era più sicurezza».
Voterete per John McCain?, chiedo alla fine. «I due candidati sono assolutamente uguali, vogliono l´amnistia per gli immigrati e continuare a far intervenire il nostro esercito in giro per il mondo: così si buttano via un sacco di soldi e si impoverisce l´America. Noi siamo contro l´intervento in Iraq dal primo giorno, ci siamo andati solo perché la lobby ebraica dirige la nostra politica estera. Però resta il fatto che uno dei due è nero e se entrasse alla Casa Bianca saremmo arrabbiati e demoralizzati, non ci potremmo sentire rappresentati da lui. I Padri fondatori avevano pensato ad una nazione bianca e questo non va dimenticato. E´ tempo che i bianchi americani si alzino e si battano per i loro interessi e per i loro diritti. La minaccia di Obama ci motiva».
Stormfront ha 144mila iscritti. «Quello - precisa mentre mi saluta - era il dato del mese scorso».

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27 ottobre 2008
Siria, attacco di elicotteri Usa nove morti al confine con l'Iraq
la Repubblica, 27 ottobre 2008

DAMASCO - Una squadriglia di elicotteri da guerra americani provenienti dall'Iraq ha compiuto oggi un raid nella località Abu Kamal, in territorio siriano, uccidendo diverse persone, "tutti civili". Lo ha riferito l'agenzia ufficiale siriana Sana precisando che "l'aggressione" è stata compiuta alle 16.45 locali e che i velivoli "hanno violato lo spazio aereo nazionale penetrando per otto chilometri".

Fonti concordanti e testimoni citati dalla tv al Arabiya hanno affermato che due dei quattro elicotteri sono atterrati in un villaggio chiamato Sukkariya per sbarcare un commando che ha poi fatto irruzione nell'edificio, "uccidendo sette persone, tra cui cinque membri di una stessa famiglia", la cui abitazione sarebbe stata interamente distrutta.

L'agenzia siriana Sana afferma invece che "otto civili hanno subito il martirio", ovvero sono morti, e uno è rimasto ferito quando gli elicotteri "hanno aperto il fuoco contro gli operai (che erano nell'edificio "appena finito di costruire"), tra i quali c'era anche la moglie di uno dei guardiani". I quattro elicotteri "sono quindi ripartiti verso il territorio iracheno". La tv privata siriana al Dunia ha invece fornito un bilancio di nove morti e 14 feriti. "Il raid ha preso di mira un gruppo di operai edili al lavoro", ha aggiunto l'emittente, sottolineando che "tutte le vittime sono civili".

Al momento le autorità militari americane a Bagdad non hanno diffuso informazioni o commenti sulla vicenda, mentre a Washington dal Pentagono è arrivato solo un "no comment". Tuttavia, non è una novità che l'amministrazione Usa e il governo americano accusano la Siria di non fare abbastanza per prevenire le infiltrazioni in Iraq di combattenti islamici e di terroristi attraverso la sua frontiera, se non addirittura di favorirle. L'azione di oggi potrebbe inserirsi in questo quadro.

Intanto il governo siriano ha prontamente reagito a livello diplomatico: il ministero degli Esteri ha convocato già in serata gli incaricati d'affari di Stati Uniti e Siria a Damasco, per esprimere, secondo quanto riferisce la Sana, "la protesta e la condanna per questo serio attacco

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27 ottobre 2008
"Ahmadinejad malato", giallo in Iran
La Repubblica, Vincenzo Nigro, 27 ottobre 2008


Al segreto, alla cabala che da sempre circonda la leadership iraniana, da ieri si aggiunge un elemento che non manca mai in casi del genere. L´incertezza sulle condizioni di salute del presidente Mahmoud Ahmadinejad. La scorsa settimana Ahmadinejad ha cancellato una serie di incontri e di udienze, ha rinunciato a visite fuori Teheran, a quei bagni di folla che cerca sempre nelle più sperdute città dell´Iran interno.

Il presidente ha limitato quel ritmo incessante di lavoro che ne ha fatto un beniamino degli iraniani più umili, ai quali dice di dedicare le sue 16-18 ore di lavoro al giorno. Ieri un suo alleato, il deputato Mohammed Ismael Kowsari, ha ammesso che in effetti la settimana scorsa il presidente ha avuto un colpo, ha sofferto di un esaurimento da super-lavoro.
«Può succedere che uno si senta stanco e debole per il troppo lavoro», dice Kowsari, «ma si sta già rimettendo, tornerà appieno ai suoi doveri e la vergogna delle voci che sono state messe in giro a Teheran contro di lui rimarrà addosso a chi ha le messe in giro, un complotto in vista delle elezioni».

Poi però è arrivata la smentita presidenziale, con un´intervista sulla tv pubblica: «Sono un essere umano e come tutti gli altri mi sono raffreddato ma non sto male», ha detto Ahmadinejad.

Pochi sono in grado di dire davvero come stia Ahmadinejad e quei pochi non parlano in pubblico; ma è sicuro che la sua salute entrerà di forza nei prossimi mesi nello spietato gioco politico che porterà l´Iran alle presidenziali del giugno 2009. La battaglia sarà tutta nel campo conservatore e sarà innanzitutto una competizione per ricevere la benedizione dalla Guida suprema Ali Khamenei, che al momento continua a sostenere l´uomo che 3 anni fa è riuscito a portare alla guida del governo, ovvero lo stesso Ahmadinejad.

Yossi Mellman, il giornalista israeliano che ha scritto un´interessante biografia del leader iraniano non è sicuro che la malattia sia proprio un malessere passeggero: «È sempre difficilissimo capire cosa accade nella leadership iraniana, ma il cambiamento è stato forte: lui è sempre ipercinetico, iperattivo e nvece da tempo c´è stato un rallentamento importante del suo lavoro, potrebbe essere qualcosa di più serio di semplice stress».

Sabato Ahmadinejad è ricomparso in pubblico, a una cerimonia religiosa, sorretto dalla sue guardie del corpo, affiancato dal capo dei Pasdaran, il generale Mir-Faisal Bagherzadeh. Le didascalie dicono è commosso per l´emozione provata durante la festa dedicata al santo sciita Jaafar Sadeq, ma le immagini danno l´idea di un uomo provato.

Un mistero che fa il paio con un altro evento poco chiaro che circola in queste ore: senza conferme solide (anche se anonime) i giornali americani hanno scritto che l´amministrazione Bush avrebbe intenzione di rompere gli indugi, di aprire una "sezione di interessi" americana a Teheran dopo elezioni del 4 novembre, per non lasciare il peso di un´apertura verso l´Iran tutto sulle spalle della nuova amministrazione. Una mossa che, naturalmente, se fosse vera sarebbe concordata con Obama o McCain. Anche in questo caso, una scelta avvolta dal mistero.
27 ottobre 2008
Gerusalemme, Tzipi Livni getta la spugna e Olmert torna in sella fino al voto

  Il Giornale, R.A. Segre, 27 ottobre 2008


Alle 14 ora israeliana, dopo la riunione settimanale del governo presieduta dal premier dimissionario Olmert, il suo ministro degli esteri Tzipi Livni, leader del partito Kadima si è recata dal presidente Shimon Peres per restituirgli il mandato di costituire un nuovo governo. Teoricamente - ma improbabilmente - Peres dispone di 48 ore per dare l’incarico ad un’altra personalità politica. Di conseguenza, come del resto preannunciato dalla Livni stessa, l’elettorato sarà chiamato entro tre mesi a votare per una nuova legislatura.
A questo punto tre sono le questioni che si pongono. La prima è che Olmert resta per ancora alcuni mesi alla testa di una coalizione frantumata con pieni poteri e senza il controllo del Parlamento. Era quello a cui mirava quando tre mesi fa Barak, capo del partito laburista, lo aveva obbligato a dare le dimissioni da leader di Kadima. Abile politico, accusato di corruzione ad oggi non provata ma diventato capro espiatorio per gli errori dei suoi predecessori a causa della mancata vittoria contro Hezbollah nella seconda guerra del Libano, è riuscito (come spesso spiegato da questo giornale) a ottenere il tempo per tentare di portare a buon fine negoziati che potrebbero giustificarlo - se non davanti agli elettori - almeno davanti la storia. Non è detto che non ci riesca raggiungendo un accordo di principio con il presidente palestinese Abbas e dopo le elezioni presidenziali americane con la Siria. Le sue recenti dichiarazioni in favore del ritorno di Israele alle frontiere del 1967 con qualche scambio territoriale e con un sito a Gerusalemme per installarvi la capitale di uno stato palestinese con frontiere ancora non definite sono altrettanti «messaggi al nemico». Messaggi di cui il prossimo governo dovrà tener conto anche se Olmert lasciasse definitivamente la politica.
La seconda questione concerno il futuro politico della signora Livni. Prima donna ad ambire il ruolo che prima di lei solo Golda Meir aveva osato assumere, il fallimento del mandato governativo non è un successo per questa avvocatessa che all’infuori della sua fama di incorruttibilità non vanta lunga esperienza politica. Deve ora affrontare la concorrenza all’interno del suo partito dell’ex ministro della difesa di Sharon, Mofaz, più accetto ai coloni e agli israeliani di origine orientale. Rifiutando di piegarsi al ricatto dei religiosi ortodossi ha allargato il suo sostegno nell'elettorato laico diviso però fra destra e sinistra dalla questione di Gerusalemme .
Sulla terza questione , vitale per Israele nessuno ha controllo: dipende da chi sarà il presidente degli Stati Uniti; dall’impatto della recessione mondiale sull'economia locale; e da come interpreteranno e cercheranno di sfruttare queste elezioni Hamas a Gaza, Hezbollah nel Libano e la Siria. Solo una cosa è certa in esse si parlerà molto del pericolo nucleare dell’Iran ma non si farà nulla contro di esso.


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25 ottobre 2008
Israele, il no degli ortodossi alla Livni

 Corriere della Sera, Davide Frattini, 25 orrobre 2008


DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GERUSALEMME - Come Alice. «Tzipi ha intrapreso un viaggio nel Paese delle meraviglie - scrive Nahum Barnea - una terra sconosciuta dove ha incontrato immoralità, stupidità, arroganza, condiscendenza, crudeltà. E si è rimpicciolita». La prima firma del quotidiano Yedioth Ahronoth, il più venduto, ha scelto un racconto d' infanzia per raccontare la politica israeliana che sembra non diventare adulta. «Che Livni venga incoronata lunedì primo ministro o che resti una candidata, l' ambizione di formare un governo con qualità diverse - pulizia, onestà, concretezza - è svanita». Le possibilità di prestare giuramento lunedì da premier - la prima donna in 34 anni, dai tempi di Golda Meir - si è allontanata, quando lo Shas ha annunciato di non voler entrare nella coalizione. Eli Yishai, il leader del partito ultraortodosso, ha usato le ultime ore prima del riposo di Shabbat per decretare il tramonto nei negoziati. «Ci siamo basati sui nostri principi. Non possiamo essere comprati e non possiamo svendere Gerusalemme», ha commentato il ministro dell' Industria, riferendosi alle trattative con i palestinesi e all' ipotesi di una divisione della città. Nelle discussioni con Livni, i religiosi hanno seguito i dettami del rabbino Ovadia Yosef, 88 anni, capo spirituale della formazione. Lo Shas chiedeva un aumento nella finanziaria per gli aiuti alle famiglie povere con molti figli e un' estensione dei poteri delle corti rabbiniche. Livni - rivela il quotidiano Haaretz - sarebbe stata pronta a concedere la giurisdizione sulle dispute civili tra le coppie, come le cause di proprietà. Nel 2006, il partito ultraortodosso aveva già tentato di ottenere più poteri per i giudici religiosi, ma era stato respinto da Ehud Olmert, il premier dimissionario, e dai laburisti: l' accordo avrebbe intaccato i diritti degli israeliani laici. Giovedì, il primo ministro incaricato aveva lanciato un ultimatum: coalizione stabile o elezioni anticipate. Domani si presenta dal presidente Shimon Peres con la decisione, il passo finale della crisi aperta dalle dimissioni di Olmert, coinvolto in uno scandalo per corruzione. L' ex avvocato e agente del Mossad potrebbe ancora tentare la strada di un governo di minoranza (con i laburisti, i Pensionati, forse Meretz) e l' appoggio esterno dei parlamentari arabi. Sta anche negoziando con un altro partito ultraortodosso, che le garantirebbe i deputati per sopravvivere. L' idea di una coalizione ristretta sarebbe osteggiata da Shaul Mofaz - sconfitto da Livni alle primarie di Kadima - e da altri leader del partito. Mofaz ha tentato di convincere lo Shas a entrare nel governo e i religiosi potrebbero ancora cambiare idea. Yishai ha fatto capire di non volere le elezioni anticipate: «La decisione è nella mani di Kadima. Se accettano le nostre condizioni, non si andrà al voto». I consiglieri di Livni accusano Benyamin Netanyahu di avere offerto allo Shas - in cambio del no - gli aiuti alle famiglie che lui stesso aveva tagliato da ministro delle Finanze. «Netanyahu è consapevole che le elezioni sarebbero in questo momento un problema per il Paese, però sono la scelta migliore per lui e per il Likud», commenta Yoel Hasson, parlamentare di Kadima e alleato di Livni. «Anche adesso che è stata bastonata - continua Barnea nell' editoriale - Tzipi rappresenta il politico più positivo in circolazione. Possiamo credere che quando ha preferito formare un governo piuttosto che andare alle elezioni, stesse pensando alle decisioni difficili da prendere nei prossimi mesi: la crisi economica e la minaccia iraniana. Ha dimostrato di essere virtuosa e di amare la patria. Nel gioco crudele che ha scelto, l' innocenza non basta». Lunedì la Knesset inaugura la sessione invernale. Sui biglietti d' invito, con la scaletta del programma, i nomi sono rimasti in bianco, si leggono solo le cariche. Gli israeliani non sanno ancora chi sarà il primo ministro ad aprire i lavori parlamentari, Ehud Olmert (che resterebbe in carica ad interim) o Tzipi Livni.


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25 ottobre 2008
La Cina avverte: «La nostra economia è a posto»

 Corriere della Sera, Marco Del Corona, 25 ottobre 2008

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE PECHINO - La scenografia è familiare, cambiano i colori. Sul palco della «grande sala del popolo», il Parlamento cinese, le bandiere di 43 Paesi e 2 organizzazioni regionali prendono il posto del rosso che tinge le grandi assise del Partito comunista. L' umore collettivo - invece - è tetro, la crisi finanziaria è piombata sul settimo vertice dell' Asem (Unione europea più le grandi nazioni dell' Asia e l' intero Sud-Est asiatico). Anzi, nei discorsi dei leader si riascoltano spesso le stesse parole, «coinvolgimento», «cooperazione», «iniziativa comune», quasi un rinfrancarsi e spalleggiarsi di fronte alla tempesta globale. Almeno fra i grandi. Capi di Stato e di governo e figure di punta del regime cinese si mescolano allineandosi sui lunghi banchi. Il numero uno Hu Jintao siede fra il sultano del Brunei, presidente di turno dell' Asean, e Nicolas Sarkozy, che guida ora l' Unione europea. Silvio Berlusconi è in prima fila, all' estremità, accanto all' omologo indiano, Manmohan Singh. La due giorni del vertice, cominciata ieri pomeriggio, è stata preceduta da un moltiplicarsi di incontri. Cina, Giappone e Corea del Sud, con l' Asean, hanno concordato un fondo di garanzia anti-crisi, 80 miliardi di dollari. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha rilanciato la solida amicizia con la Cina, nonostante l' invito al Dalai Lama nel 2007. Hu Jintao e l' indiano Singh si salutano con cordialità. Certe diffidenze però, nonostante gli sforzi, non si grattano via facilmente, e da giorni la stampa cinese si diverte a sottolineare l' attitudine festaiola e spendereccia del premier giapponese Taro Aso (e se replica che sono tutti soldi suoi, gli ricordano la ricchezza di famiglia accumulata con le miniere nella Corea occupata). Il premier Wen Jiabao fa gli onori di casa. Introduce Hu Jintao, il quale prende di petto la questione, «la Cina apprezza e appoggia le iniziative prese da Paesi importanti», anche Pechino ha fatto «sforzi decisi al meglio delle sue possibilità» con «misure importanti» ma rivendica la propria forza di Paese con «i fondamentali dell' economia a posto». Dove in seguito il francese Sarkozy - senza citare la Cina - sosterrà che «la dignità umana non dipende dalla storia e dalla cultura di ciascun Paese ma dev' essere un diritto di ogni uomo», Hu invita le «due parti» (Asia ed Europa) a dimostrare «spirito di uguaglianza, apertura, inclusione, apprendimento reciproco» e chiude invocando una nuova e più coraggiosa «via della seta» che colleghi i due mondi. Si parla di governance condivisa, regole (la Merkel pensa all' Fmi), scambi. Si accenna agli interventi sul clima. Ci si dà appuntamento a vertici di emergenza, a cominciare da quello voluto da Bush il 15 novembre. In mattinata Berlusconi aveva auspicato la metamorfosi del G8 in un G14 con dentro le grandi economie emergenti, mentre il presidente della Commissione Ue, José Manuel Barroso, scomunica ogni velleità protezionista. La sensazione di tutti è che la partita con la crisi sia ancora lunga, e - persino - il gioco sconosciuto.


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25 ottobre 2008
Silvio e Hu, è svolta «Siamo buoni amici>>

 

Corriere della Sera, Marco Galluzzo, 25 ottobre 2008

PECHINO - Non arriva a dire che sono diventati amici, ma ci va vicino: «Ormai con il presidente cinese si è creato un rapporto di ottima cordialità». La politica estera di Berlusconi aggiunge un nuovo tassello. Sino a ieri il rapporto con Pechino era uno dei buchi neri delle relazioni del Cavaliere, oggi la diplomazia italiana può registrare un' inversione di rotta: «Loro sanno chi sono io, sanno che ho incontrato il Dalai Lama anni fa, sanno cosa penso. E io so chi sono loro, così come so che dove passano le merci non passano gli eserciti e alla fine fiorisce la democrazia. Condividiamo molto più di quanto ci divide, siamo due superpotenze culturali, abbiamo molte posizioni in comune, io sto lavorando alla definizione di un G8 allargato in modo permanente, che includa anche la Cina». Non è il viaggio di sistema che fece Romano Prodi due anni fa, con al seguito ministri e imprenditori. E non è nemmeno forse quello che i cinesi si attendevano, vogliosi di una visita di Stato con un protocollo e un' agenda più densi di quelli che il Cavaliere ha offerto alle richieste che gli sono arrivate. Eppure non è esagerato dire che la visita di Berlusconi in Cina segna una piccola svolta nei rapporti personali fra il presidente del Consiglio e le autorità della Repubblica popolare. Una svolta «realista», pragmatica, certamente alimentata dal ruolo che l' Italia sta per assumere alla presidenza del G8 e dal ruolo che lo stesso Berlusconi sta ritagliandosi fuori dall' Italia. Cinque anni fa Berlusconi sventolava un aquilone lungo uno dei moli di Shanghai, come un turista qualunque. Trascorse alcune ore a Pechino. Una diffidenza diplomatica alimentata dall' anticomunismo e dalla sincerità del Cavaliere (sui deficit democratici cinesi) non contribuì a costruire un rapporto privilegiato. Fu una visita breve, dimenticata in fretta anche grazie alle polemiche italiane contro l' economia delle contraffazioni, alle richieste tricolori di un sistema di dazi per proteggere l' Europa dalla produttività dei cinesi. Oggi Berlusconi passeggia per le strade di una sfavillante Pechino post-olimpica contando di tornarci l' anno prossimo, programmando un giro di capitali dell' Asia nel 2009, lavorando (ne ha discusso con Hu Jintao, che ha invitato quanto prima a Roma) all' anno della Cina in Italia, nel 2010, occasione per recuperare un tempo che altri partner europei, francesi e tedeschi in primo luogo, ci hanno negli anni sottratto in modo massiccio, in termini di penetrazione nell' economia più dinamica del mondo. Il Quotidiano del popolo ieri mattina restituiva alcune proporzioni, almeno secondo le lenti delle autorità locali: omaggiava di foto la signora Merkel, riprendeva in posa il presidente francese Sarkozy. Non c' erano foto del Cavaliere, bastava (per il momento) la notizia del doppio incontro con premier e presidente cinese: segnale però di un trattamento di riguardo riservato al nostro presidente del Consiglio. Ha ammesso anche un ritardo il capo del governo, ieri mattina, durante l' inaugurazione della nuova sede della Fondazione Italia-Cina, alla presenza di Cesare Romiti. Un gap rispetto a Parigi e Berlino, che Confindustria è da anni ansiosa di accorciare grazie anche a dei viaggi (come quelli realizzati da Ciampi e Montezemolo) cui il Cavaliere potrebbe lavorare nei prossimi mesi. Intanto c' è la promessa che il nostro Paese dedicherà ampio spazio alla Cina, all' Expo di Milano del 2015, e «ci auguriamo che altrettanto venga fatto da Pechino durante l' Expo del 2010». Prima Cina e poi Italia, due Expo che si susseguono per «una fortunata coincidenza», anche questo il Cavaliere rimarca nelle ore del suo viaggio, mentre con il premier Wen Jiabao concorda dettagli della partecipazione della Cina al prossimo G14: «Un super-G che diventi un istituto di governance dell' economia mondiale. Con il presidente cinese ci siamo trovati d' accordo sul fatto che l' armonia fra i nostri due Stati può contribuire a trovare molte soluzioni internazionali». Il forfait per le Olimpiadi, così come altre incomprensioni, sembrano incidenti che appartengono al passato


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18 ottobre 2008
Onu, battuto Ahmadinejad L' Iran fuori dal Consiglio
 


Corriere della Sera, Alessandra Farkas, 18 ottobre 2008



 

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE NEW YORK - L' esito era scontato. Al Palazzo di Vetro l' Iran ieri è stato battuto al primo scrutinio dal Giappone, vedendo naufragare il suo sogno di sedere come membro non permanente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel prossimo biennio. Oltre a Tokio, l' Assemblea Generale Onu ha assegnato un posto alla Turchia, all' Austria, al Messico e all' Uganda, respingendo anche le richieste dell' Islanda. Principale organo decisionale dell' Onu, il Consiglio di sicurezza si compone di quindici membri, di cui cinque permanenti che godono del diritto di veto (Cina, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Russia). Gli altri dieci sono eletti ogni anno a gruppi di cinque - distribuiti in base a zone geografiche - per mandati di due anni non immediatamente rinnovabili. Lo scrutinio è segreto. Per il gruppo Europa Occidentale quest' anno Austria, Islanda e Turchia erano in lizza per i due seggi che perderanno il Belgio e l' Italia. Non c' era gara, invece, per l' America Latina e l' Africa, perché i rispettivi gruppi regionali si erano già accordati su Messico e Uganda. I riflettori dell' Assemblea erano tutti puntati sulla candidatura della Repubblica Islamica, da anni sotto le sanzioni Onu, che ha ottenuto solo 32 voti contro i 158 del Giappone, che ha immediatamente superato i due terzi dei consensi necessari per essere eletti. Una sconfitta a dir poco bruciante che, secondo l' ambasciatrice di Israele all' Onu Gabriela Shalev «dimostra la determinazione della comunità internazionale contro l' Iran di Ahmadinejad: un Paese che appoggia il terrorismo e minaccia la pace mondiale». «Le sanzioni si riflettono sui pochi voti raccolti dall' Iran - le fa eco Alejandro Wolff, ambasciatore aggiunto degli Usa - la comunità internazionale ha rifiutato questa candidatura». Eppure alla vigilia Teheran aveva ostentato la certezza di una vittoria. «Le nazioni islamiche e i 118 membri del Gruppo dei Paesi non allineati ci appoggiano pubblicamente», ha scritto ieri l' agenzia di stampa iraniana Fars sul suo sito Web, citando, tra gli «alleati sicuri», Pakistan e Tagikistan. Ma dietro le quinte la comunità internazionale ha montato una vasta campagna per stoppare la candidatura. Oltre a perseguire la distruzione di Israele, l' Iran ha più volte denunciato come «illegittimo» il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che negli ultimi due anni ha votato ben quattro risoluzioni contro Teheran cui sono state imposte sanzioni a causa del suo programma nucleare. La crociata ha visto l' Italia in prima fila. Alcuni giorni fa Fiamma Nirenstein (Pdl), vicepresidente della Commissione Esteri della Camera, annunciò l' approvazione all' unanimità di una mozione bipartisan che impegnava il governo ad agire anche a livello europeo contro la candidatura dell' Iran. Sì perché, anche se Teheran è entrata in Consiglio soltanto una volta, nel 1955-56, al tempo degli Scià, alcuni temevano un colpo a sorpresa di certi Paesi, decisi a esprimere il proprio dissenso rispetto alle decisioni dei Quindici. Dei 192 Paesi dell' Onu, 114 non si sono mai seduti in Consiglio o non hanno avuto che un solo mandato di due anni, e Teheran si era appellata a loro per chiedere «una migliore applicazione del principio dell' uguaglianza sovrana di tutti gli Stati membri, sancito nella carta dell' Organizzazione». Ma ben pochi hanno «comprato» quest' argomentazione. «Essere sotto le sanzioni Onu è un problema serio», teorizza l' ambasciatore russo Vitaly Churkin, «l' Iran voleva entrare in un organismo che ha sempre criticato». «Il Giappone era imbattibile», gli fa eco l' ambasciatore indiano Nirupam Sen. «È il secondo contribuente dell' Onu dietro gli Usa ed è in campagna da molti anni per ottenere un seggio permanente al Consiglio». Nei corridoi del Palazzo di Vetro era persino corsa voce di un ritiro dell' Iran. «Nessuno vuole ripetere l' esperienza del Ruanda - scrive sull' International Herald Tribune Neil MacFarquhar - che, in quanto membro non permanente nel 1995-1996, riuscì ad ostacolare i lavori dei Quindici, proprio mentre era in corso un genocidio nel suo territorio».



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18 ottobre 2008
Ucraina a rischio fallimento L' Fmi prova a salvare Kiev
 


Corriere della Sera, Fabrizio Dragosei, 18 ottobre 2008

 

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE MOSCA - Ancora immersa in una crisi politica che ha frantumato l' alleanza arancione, l' Ucraina rischia ora di sprofondare in una voragine economica, con il prezzo del gas in salita, le esportazioni ferme e il sistema bancario sotto tiro. Per cercare di ridare fiducia agli investitori e per calmare il Paese, ieri è stata annunciata la disponibilità del Fondo monetario internazionale (Fmi) a concedere prestiti straordinari a Kiev fino a un ammontare di 14 miliardi di dollari. Ma le liti tra gli ex alleati Viktor Yushchenko e Yulia Tymoshenko non rendono certo facile il superamento della crisi. Secondo una classifica elaborata dal Financial Times, l' Ucraina è il terzo Paese al mondo a rischio insolvenza, dopo Pakistan e Argentina, alla pari con l' Islanda. L' agenzia di rating internazionale Fitch ha abbassato il grado di affidabilità dell' Ucraina da BB- a B+ con una motivazione che parla di «concreto e crescente rischio di una crisi finanziaria che comprenderebbe una ampia svalutazione della moneta, ulteriore stress nel sistema bancario e danni significativi all' economia reale». La disputa politica tra il presidente e il primo ministro si trascina da settimane. Yushchenko ha fissato nuove elezioni politiche per il 7 dicembre, ma la Tymoshenko gli chiede di soprassedere per il bene del Paese. Un tribunale aveva sospeso il decreto presidenziale di convocazione della consultazione. Il presidente ha sciolto il tribunale e ne ha creato un altro, per decreto, che ha annullato la precedente decisione, confermando le elezioni. L' impasse politica che in realtà non ha quasi avuto soluzione di continuità dalla rivoluzione del 2004, non aveva inciso più di tanto sulla situazione economica fino a pochi mesi fa. Poi le nubi hanno iniziato ad addensarsi. Intanto sono sempre più conflittuali i rapporti con Mosca che fornisce all' Ucraina tutto il gas di cui il Paese ha bisogno. Quest' anno il costo aumenterà ulteriormente e solo la recente caduta dei prezzi dei prodotti petroliferi (ai quali è legato anche quello internazionale del metano) può offrire a Kiev prospettive meno buie. Ma la crisi che ha colpito l' economia mondiale sta bloccando le esportazioni di prodotti siderurgici, mentre i prezzi sono in discesa. In più la moneta nazionale, la grivna, mostra segni di grande debolezza. Già oggi finanziare il debito internazionale (cento miliardi di dollari) costa il venti per cento annuo. Così l' Ucraina si è unita agli altri Paesi, come la Serbia, l' Ungheria e l' Islanda, che stanno trattando con il Fondo monetario internazionale per l' apertura di linee di credito. La Banca centrale ha già varato alcune misure per cercare di stabilizzare la situazione, come il congelamento dei depositi a lungo termine. Ma, finora, con scarso successo. La disponibilità del Fondo monetario dovrebbe mandare un segnale di forza e di stabilità ai mercati. Ma anche in questo caso le dispute politiche potrebbero incidere negativamente. Gli uomini del presidente hanno dato molto risalto alla visita a Kiev degli esperti del Fondo. Ma la Tymoshenko ha fatto capire che il prestito sarebbe condizionato al rinvio delle elezioni anticipate di dicembre. Fatto che gli uomini dell' Fmi non hanno però confermato.


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18 ottobre 2008
Obama: vengo dallo spazio, salverò la Terra


Corriere della Sera, Paolo Valentini, 18 ottobre 2008

 

 


DAL NOSTRO CORRISPONDENTE WASHINGTON - «Contrariamente a ciò che avete sentito, non sono nato in una mangiatoia. In realtà sono nato su Krypton e mio padre mi ha mandato qui per salvare il Pianeta Terra. Il mio nome l' ho preso da mio padre. Ma ciò che non sapete è che Barack in swahili significa "quello lì"». «La campagna è cominciata con l' annuncio dell' arrivo di un uomo, che Oprah Winfrey chiama "lui". Siccome Barack è un amico e un collega, l' ho semplicemente chiamato "quello lì". E Barack non ha problemi, visto che anche lui mi chiama con un vezzeggiativo: George Bush». Ieri mattina sono tornati a dirsele, criticandosi e scorticandosi a vicenda. Ma per alcune ore, giovedì sera, John McCain e Barack Obama ci hanno riso sopra. Hanno fatto ironia su stessi, si sono lanciati battute e hanno perfino trovato il tempo di scambiarsi lodi e complimenti. Miracoli della Chiesa cattolica: a offrire il palcoscenico a questa pausa di civiltà è stato infatti l' annuale Alfred E. Smith Memorial Foundation Dinner, il gala di beneficenza della diocesi di New York in memoria di Al Smith, quattro volte governatore democratico della città e nel 1928 primo cattolico della storia candidato alla Casa Bianca. Com' è tradizione ogni quattro anni, i due aspiranti alla presidenza si concedono alla celia. In frac e papillon bianco, McCain e Obama hanno deliziato il parterre eccellente del Waldorf Astoria, dove fra gli altri sedevano Hillary Clinton, il sindaco Michael Bloomberg, Henry Kissinger e il governatore David Paterson. Il senatore repubblicano ha parlato per primo, ritrovando la verve e le «funny bones» un pò smarriti nella contesa elettorale: «Questa mattina ho licenziato l' intera squadra dei miei consiglieri, da questo momento tutti i loro incarichi saranno tenuti da un uomo solo: Joe the Plumber», ha annunciato McCain, riferendosi all' idraulico dell' Ohio che lui ha portato alla celebrità, indicandolo come vittima potenziale delle proposte fiscali di Obama. Anche il suo ritardo nei sondaggi ha fatto al caso: «Ci sono segni di speranza anche in una stanza piena di democratici come questa. E io non posso scacciare la sensazione che qualcuno stasera faccia il tifo per me. Piacere di vederti qui, Hillary», ha lanciato McCain, mentre l' ex first lady si piegava in due dal ridere. Ha preso ancora in giro l' avversario e se stesso sull' economia, dicendo che «in caso di risalita dei mercati, Obama è pronto a sospendere la sua campagna e a volare a Washington per occuparsi della crisi». Ma ha chiuso tessendone l' elogio: «Ammiro la sua abilità, energia e determinazione. Ha già fatto un pezzo di Storia. Non posso augurargli buona fortuna, ma gli auguro ogni bene». Prima di restituirgli i complimenti, Obama lo ha punzecchiato con grazia: «Non ho conosciuto il suo bisnonno - ha detto rivolgendosi all' omonimo pro-nipote di Al Smith - ma da quanto mi ha raccontato il senatore McCain, quei due hanno passato bei momenti insieme, prima del Proibizionismo». Le battute più buffe, Obama le ha riservate a se stesso: «La mia più grande forza è l' umiltà, la più grande debolezza è che sono un pò troppo bello». O ancora: «Devo essere onesto, c' è stato un periodo nel quale mi sono accompagnato a brutta gente: sono stato membro del Senato americano». Quella più acidula alla sua bestia nera fra i media, la Fox News di Rupert Murdoch: «Mi hanno accusato di essere padre di due bambini afro-americani, con mia moglie». E ha chiuso con l' omaggio all' avversario: «Pochi di noi hanno servito questo Paese con più dedizione, onore e distinzione di John McCain». Poche ore dopo, la civile dolcezza della serata era dissolta. La realtà della campagna ha ripreso il sopravvento. Con un' increspatura interessante: fra tanti sondaggi che confermano un solido e crescente vantaggio di Obama, ce n' è uno di Gallup che descrive una corsa molto più ravvicinata. E' la rilevazione fra i probabili elettori, nell' ipotesi che la partecipazione al voto sia alta ma non eccezionale (esclude cioè che milioni di nuovi giovani vadano alle urne). Secondo questa indagine, Obama avrebbe solo 2 punti di vantaggio, 44 a 42 su McCain. Nei sondaggi Stato per Stato, il democratico continua a vedersi accreditati oltre 300 voti elettorali: ne occorrono 270 per diventar presidente.

 

 


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12 ottobre 2008
L'occidente deve smetterla di dare lezioni alla russia
 

La Repubblica 12-10-2008 Fiammetta Cucurnia

 


VENEZIA — «Si, è vero, sto pensando di fondare un nuovo partito, diverso, democratico, di orientamento socialista, che non si possa comprare, che nonfaccia favori al potere». Mikhail Gorbaciov, a Venezia per partecipare al World Political Forum dedicato ai problemi dell’ambiente e della comunicazione, non si sottrae alle domande. E non nasconde che, in un certo senso, è rientrato in politica. «Non per me, ma perhé la Russia ha bisogno di avviare una fase nuova con forze nuove. E io voglio impegnarmi per far nascere e crescere una generazione di politici diversa, voglio contribuire a formare i giovani che si affacciano oggi alla vita politica».
Quindi non è lei in prima persona a volersi candidare in un nuovo partito di opposizione?
«Io penso che in Russia ci sia bisogno di un partito capace di pensare con la propria testa. E credo di poter mettere la mia esperienza a disposizione di un processo di questo genere. I cambiamenti globali che si annunciano, connessi strettamente con le crisi che stiamo vivendo, richiederanno una grande partecipazione popolare. Partiti addomesticati dai poteri non sono in grado né di crearla, né di organizzarla. Voglio anche aggiungere che questo non vale solo per la Russia, ma anche per voi occidentali».
Però, 11 fatto stesso che lei avverta questa necessità sembra sottintendere una critica verso Putin e il presidente Medvedev.
«Di questa cosa non ho discusso con Putin, sebbene di solito ci scambiamo opinioni in materia. Comunque, certo, Putin ha commesso degli errori sul piano dello sviluppo democratico, ma non possiamo dimenticare l’eredità che ha ricevuto da Eltsin: un paese che stava andando a pezzi. Bisogna dargli atto che ha evitato il collasso della Russia. Se dovessi fare il calcolo del più e del meno, il più supera di molto il meno. Se non altro per questo, dovremmo dirgli grazie. Io penso che voi europei dovreste imparare ad essere un po' più pazienti. La Russia sta facendo il suo percorso verso la democrazia e si trova a metà
strada. Le lezioni occidentali non servono a molto. Anzi, possono essere controproducenti. Basti pensare alla guerra scatenata dalla Georgia contro l’Ossezia che in Occidente ha mostrato un sistema informativo spesso poco rispettoso della verità. Quindi non avete titolo per dare lezioni» Medvedev ha detto che  il 18 agosto, il giorno in cui Tbilisi ha attaccato l’Ossezia, ha segnato la fine delle illusioni che i russi ancora nutrivano nei confronti dell’Occidente. Pensa che avesse ragione?
«Quanto a illusioni ce n’erano molte. Ed è utile che si siano dissipate. Per il resto, la Russia rimane aperta al dialogo di cui c'è grande bisogno. La proposta di Medvedev di avviare una nuova fase di costruzione della sicurezza europea è più che ragionevole, purché si capisca che può fondarsi solo sulla partecipazione di tutti. Non lo si può certo fare allargando le alleanze militari o installando nuovi sistemi di armi sui territori europei. Ed è chiaro che mi riferisco ai missili in Po1onia.
Lei ritiene adeguato il comportamento dei governi sulla crisi finanziaria incorso?
«No. La crisi del sistema della globalizzazione richiede misure molto pih incisive e profonde. Il neoliberismo ha clamorosamente fallito. E purtroppo la crisi non è solo finanziaria. Diventerà presto anche crisi economica reale e ad essa dobbiamo aggiungere la crisi climatica, quella energetica, quella dell’acqua. Procedendo con un modello basato esclusivamente sulla ricerca del massimo profitto e di una crescita parossistica dei consumi saremo costretti a scontrarci inesorabilmente con i limiti dello sviluppo. Bisogna istituire nuove regole e reintrodurre nelle scelte dei governi i criteri della giustizia sociale e della solidarietà verso i più poveri e i più deboli all’interno dei paesi e nei rapporti tra paesi. Dopo il crollo dell’Urss gli Stati Uniti si sono sentiti dei vincitori ed hanno imposto al mondo le loro regole. Ora dovrebbe essere chiaro a tutti che quelle regole non hanno funzionato».
Venerdì è stato assegnato il Nobel per la pace ad Ahtisaari, l’autore del piano di pace sfociato nella proclamazione unilaterale dell’indipendenza de lKosovo. Cosa ci può dire di questa decisione?
«Su questo non ho nulla da dire».




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