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1 novembre 2008
Il frutto dell'amore - meditazione sulla festa dei santi

 statusecclesiae.net, Enzo Bianchi, 1 novembre 2008


 

In questi ultimi decenni sono stati proclamati tanti santi e beati: mai c'è stata nella Chiesa una

stagione così ricca di canonizzazioni, segno anche di un'estesa "cattolicità" raggiunta dalla

testimonianza cristiana. Eppure molti, all'interno e attorno alla Chiesa, hanno la sensazione di non

conoscere dei santi "vicini", di non riuscire a discernere "l'amico di Dio" - questa la stupenda

definizione patristica del santo - nella persona della porta accanto, nel cristiano quotidiano.

Questo forse è dovuto anche al fatto che viviamo in una cultura in cui si privilegia l'apparire, un

mondo in cui - come ha detto qualcuno - "anche la santità si misura in pollici": molti allora cercano

non il discepolo del Signore, ma l'ecclesiastico di successo, l'efficace trascinatore di folle, l'opinion

leader capace di parole sociologiche, politiche, economiche, etiche, la star mediatica cui si chiede

una parola a basso prezzo su qualsiasi evento, facendolo apparire il più eloquente a prescindere

dalla consistenza della sua sequela del Signore.

Ma è proprio in questa ambigua ricerca della santità attorno a noi che ci viene in aiuto la festa di

tutti i santi, la celebrazione della comunione dei santi del cielo e della terra. Sì, al cuore

dell'autunno, dopo tutte le mietiture, i raccolti e le vendemmie nelle nostre campagne, la Chiesa ci

chiede di contemplare la mietitura di tutti i sacrifici viventi offerti a Dio, la messe di tutte le vite

ritornate al Signore, la raccolta presso Dio di tutti i frutti maturi suscitati dall'amore e dalla grazia

del Signore in mezzo agli uomini. La festa di tutti i santi è davvero un memoriale dell'autunno

glorioso della Chiesa, la festa contro la solitudine, contro ogni isolamento che affligge il cuore

dell'uomo: se non ci fossero i santi, se non credessimo "alla comunione dei santi" - che non certo a

caso fa parte della nostra professione di fede - saremmo chiusi in una solitudine disperata e

disperante.

In questo giorno dovremmo cantare: "Non siamo soli, siamo una comunione vivente!"; dovremmo

rinnovare il canto pasquale perché, se a Pasqua contemplavamo il Cristo vivente per sempre alla

destra del Padre, oggi, grazie alle energie della risurrezione, noi contempliamo quelli che sono con

Cristo alla destra del Padre: i santi. A Pasqua cantavamo che la vite era vivente, risorta; oggi la

Chiesa ci invita a cantare che i tralci, mondati e potati dal Padre sulla vite che è Cristo, hanno dato il

loro frutto, hanno prodotto una vendemmia abbondante e che questi grappoli, raccolti e spremuti

insieme formano un unico vino, quello del Regno. Noi oggi contempliamo questo mistero: i morti

per Cristo, con Cristo e in Cristo sono con lui viventi e, poiché noi siamo membra del corpo di

Cristo ed essi membra gloriose del corpo glorioso del Signore, noi siamo in comunione gli uni con

gli altri, Chiesa pellegrinante con Chiesa celeste, insieme formanti l'unico e totale corpo del

Signore. Oggi dalle nostre assemblee sale il profumo dell'incenso, segno del legame con la Chiesa

di lassù, la Gerusalemme celeste che attende il completamento del numero dei suoi figli ed è

vivente, gloriosa presso Dio, con Cristo, per sempre.

Ecco il forte richiamo che risuona per noi oggi: riscoprire il santo accanto a noi, sentirci parte di un

unico corpo. E' questa consapevolezza che ha nutrito la fede e il cammino di santità di molti

credenti, dai primi secoli ai nostri giorni: uomini e donne nascosti, capaci di vivere quotidianamente

la lucida resistenza a sempre nuove idolatrie, nella paziente sottomissione alla volontà del Signore,

nel sapiente amore per ogni essere umano, immagine del Dio invisibile. Il santo allora diviene una

presenza efficace per il cristiano e per la Chiesa: "Noi non siamo soli, ma avvolti da una grande

nuvola di testimoni" (Ebr 12,1), con loro formiamo il corpo di Cristo, con loro siamo i figli di Dio,

con loro saremo una cosa sola con il Figlio. In Cristo si stabilisce tra noi e i santi una tale intimità

che supera quella esistente nei nostri rapporti, anche quelli più fraterni, qui sulla terra: essi pregano

per noi, intercedono, ci sono vicini come amici che non vengono mai meno. E la loro vicinanza è

davvero capace di meraviglie perché la loro volontà è ormai assimilata alla volontà di Dio

manifestatasi in Cristo, unico loro e nostro Signore: non sono più loro a vivere, ma Cristo in loro,

avendo raggiunto il compimento di ogni vocazione cristiana, l'assunzione del volere stesso di

Cristo: "Non la mia, ma la tua volontà sia fatta, o Padre" (Lc 22,42). Sostenuti da quanti ci hanno

preceduto in questo cammino, scopriremo anche i santi che ancora operano sulla terra perché il

seme dei santi non è prossimo all'estinzione: caduto a terra si prepara ancora oggi a dare il suo

frutto. "Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?" (Is 43,19)

1 novembre 2008
L'universo spiegato al papa

la Repubblica, Marco Politi, 1 novembre 2008


In principio era il Verbo. Il principio era il Caso. In principio era il Big Bang. In principio, forse,
erano tante bollicine in espansione come i piccoli globi d´acqua che esplodono in una pentola in
ebollizione.
Contratto sulla sua sedia a rotelle, il capo reclinato, lo sguardo tenace di chi convive da quarantasei
anni con la Sla, il fisico e matematico Stephen Hawking racconta - via sintetizzatore - lo svolgersi
dell´universo e il succedersi delle teorie sulle sue origini. È un excursus affascinante da Aristotele,
che credeva nell´universo eterno e senza inizio, a Immanuel Kant, arrivando a Einstein e alle
ultimissime ricerche, combinando la teoria generale della relatività con la teoria dei quanti. Seduti
in quadrato nel salone dell´Accademia pontificia delle Scienze, lo ascoltano in silenzio e
concentrazione scienziati di tutte le credenze e due porporati, i cardinali Christoph Schoenborn e
George Cottier.
«Che succedeva prima dell´inizio del mondo? - domanda Hawking - Cosa faceva Dio prima di
crearlo? Preparava l´Inferno per chi pone simili domande?». Il tono scherzoso mescolato
all'illustrazione scientifica getta una luce sullo spirito con cui l´accademia del Papa ha organizzato
un simposio per misurarsi con Darwin alla vigilia del cento cinquantesimo anniversario della
pubblicazione dell´Origine della specie. Piena libertà di discussione, voglia di capire senza vincoli.
Dice il fisico Nicola Cabibbo, neo-presidente dell´accademia: «La teoria di Darwin è causa di
qualche imbarazzo nell´insegnamento cattolico. È nostra intenzione presentare il progresso delle
conoscenze in questo campo e fare il punto». Così è nato il convegno dedicato agli «Approcci
scientifici sull´evoluzione dell´universo e della vita» e dalle prime battute appare chiaro che nel
consesso, riunito nella rinascimentale Casina di Pio IV immersa nel verde dei giardini vaticani, non
c´è spazio per i fanatismi del Creazionismo né per gli arzigogoli del Disegno Intelligente, che
vorrebbe fare indossare al Creatore il grembiule dell´orologiaio intento a cesellare i meccanismi di
un orologio perfetto.
«Da qualche anno il creazionismo ha cercato di darsi un´impostazione scientifica e si è trasformato
nel "disegno intelligente"», ha spiegato Cabibbo sull´Avvenire, sottolineando garbatamente: «Da
molti è considerato una riedizione del creazionismo ammantato di una veste di scienza». È la
sepoltura silenziosa per una pseudo-teoria, che per qualche anno ha mobilitato i cattolici più
tradizionalisti.
«La teoria dell´evoluzione è scientifica, le critiche avanzate dai difensori del Disegno Intelligente
sono senza fondamento», perché le carenze e le difficoltà dell´evoluzione rientrano nella visione
generale di quella specie di "albero" in crescita che è l´evoluzione: è scritto in un intervento
preparato da padre Jean-Michel Maldamè dell´Istituto cattolico di Tolosa.
C´è spazio per Dio in questo processo? Sì, ritiene il religioso. «Ma il Creatore non è esterno alla
natura. L´atto creativo è la parte più intima dell´energia in opera».
Hawking nel suo discorso non entra in queste questioni. Non fa ideologia né filosofia, neanche di
tipo scientista. Traccia socraticamente il percorso delle scoperte, delle ipotesi, degli errori, dei
risultati raggiunti. Evidenzia ciò che si sa e ciò che si ignora. «Il mio è un approccio positivista»,
afferma. Contano i risultati sottoposti a verifica. Con ironia anglosassone precisa.
Fra il modello per cui l´"universo fu creato l´anno scorso" e il modello per cui il mondo esiste da
più tempo, «il secondo offre più spiegazioni». L´espansione dell´universo, dichiara, è una delle
scoperte intellettuali più importanti del XX secolo. La teoria di Einstein sulla relatività è
fondamentale, ma «non può predire come l´universo inizia, bensì solo come si evolve una volta che
è iniziato». Si può allora discutere dell´origine dell´universo? Per lo scienziato va combinata la
teoria einsteiniana con la teoria dei quanti di Max Planck e piuttosto che a un unico Big Bang
Hawking pensa a uno scenario più complesso. «L´immagine che Jim Hartle e io abbiamo delineato
della creazione quantistica spontanea dell´universo sarebbe un po´ come la formazione di bolle di
vapore nell´acqua bollente». Molte bollicine che appaiono e scompaiono. Micro-universi che si
espandono e collassano. Alcune "bolle" che crescono e si espandono velocemente. «Corrispondenti
a universi che iniziano a espandersi a un ritmo sempre crescente». Tanti universi, dunque, non uno
solo. Ma anche tanti interrogativi aperti. L´universo o gli universi si espanderanno per sempre? O
collasseranno di nuovo? «La cosmologia è un tema affascinante», conclude Hawking.
Benedetto XVI, che riceve in udienza i partecipanti al convegno, è attento a far capire che non c´è
opposizione tra fede nella creazione e scienza. Gli preme evidenziare la razionalità del creato.
«Galileo - rammenta - vedeva la natura come un libro il cui autore è Dio. Questa immagine ci aiuta
a comprendere che il mondo, lungi dall´essere originato dal caos, assomiglia a un libro ordinato. È
un cosmo». Neanche lui torna a parlare di Disegno Intelligente. Persino l´Osservatore Romano
chiarisce. Meglio misurarsi direttamente con Darwin e l´evoluzionismo piuttosto che con altre
invenzioni. «Certo, un disegno sulla creazione viene affermato nella dottrina della Chiesa - è scritto
sul giornale vaticano - ma non agganciamolo alla teoria americana dell´Intelligent Design creando
nuovi equivoci».
Papa Ratzinger ribadisce un solo concetto. «La distinzione tra un essere vivente e un essere
spirituale, che è capax Dei, indica l´esistenza dell´anima intellettiva». E, come insegna la Chiesa,
«ogni anima spirituale è creata direttamente da Dio, non è "prodotta" dai genitori, ed è immortale».
Tocca al cardinale di Vienna Schoenborn spiegare agli scienziati, una volta tornati all´accademia,
che il punto fondamentale per Ratzinger è la connessione tra «ragione, fede e vita», grazie a cui il
cristianesimo è diventato una religione mondiale. La religione scorporata dalla ragione, rimarca,
può cadere in preda a patologie irrazionali. Ecco perché Ratzinger torna insistentemente sul
discorso della razionalità del credere e nel credere. E allora nello scenario evolutivo, sottolinea
Schoenborn, è rintracciabile sia una razionalità della materia sia una razionalità del processo. C´è
una Razionalità originaria che si rispecchia in queste dimensioni, chiede il cardinale? La risposta va
al di là del percorso scientifico, ma la domanda è razionale e secondo Ratzinger si deve anche
«osare credere a una razionalità creatrice e affidarsi a essa».
Con questi toni il convegno dell´Accademia pontificia delle Scienze libera il dibattito su Darwin e
la Chiesa dagli scontri astiosi e riporta l´argomento a un confronto stimolante tra scienziati, teologi
e filosofi senza invasioni di campo autoritarie.
Ma tutto c´era già nell´immagine, colta nella sala delle udienze in Vaticano, di papa Ratzinger che
carezza delicatamente il ciuffo ribelle di Stephen Hawking, mentre lo scienziato batte i tasti del
computer e il sintetizzatore riverbera un saluto: «Sono contento di incontrarla, Santità. Oggi
dovrebbe essere un buon incontro tra Scienza e Chiesa».

1 novembre 2008
Creazione, il Papa cita Galileo «Compatibili scienza e fede»

 Corriere della Sera, M. Antonietta Calabrò,  1 novembre 2008

 

Papa Ratzinger cita Galileo davanti al più illustre astrofisico vivente, il britannico Stephen

Hawking, venuto a Roma per partecipare a tre giorni di lavori della Pontificia Accademia delle

Scienze. E così trova un nuovo inizio, nell'uomo simbolo della scienza moderna, Galileo appunto, il

dialogo tra scienza e fede. Un colloquio mai interrotto, ma che recentemente era stato attraversato

dalle correnti parascientifiche e new age del «creazionismo» e del cosiddetto «disegno intelligente».

Lo stesso giornale della Santa Sede, L'Osservatore Romano, insieme alla foto in prima pagina di

Benedetto XVI che legge sul computer con il quale Hawking — affetto da sclerosi laterale

amiotrofica (la stessa malattia di Welby) — scrive per comunicare, pubblica un commento

dell'antropologo Fiorenzo Facchini che si potrebbe riassumere «meglio Darwin che l'Intelligent

design», secondo cui una nuova interpretazione delle teorie darwiniane sarebbe da preferire, quale

terreno di confronto, ad altre solo apparentemente più vicine alla visione religiosa ma in realtà

foriere di «nuovi equivoci».

«Galileo — ha detto Benedetto XVI — vedeva la natura come un libro il cui autore è Dio, nello

stesso modo in cui le Sacre scritture hanno Dio per autore ». Quindi ha aggiunto: «È un libro la cui

storia, la cui evoluzione, il cui testo e significato, leggiamo a seconda dei diversi approcci,

presupponendo sempre la presenza fondante dell'autore che vi ha rivelato se stesso». Anzi, la verità

scientifica «è essa stessa una forma di partecipazione della verità divina».

E a sostegno del fatto che tra la comprensione della fede e le evidenze delle scienze empiriche non

c'è alcuna opposizione, ha citato due suoi predecessori.

Non solo Giovanni Paolo II, che «riabilitò» Galileo, ma anche Pio XII. E San Tommaso D'Aquino.

«Nonostante gli elementi di irrazionalità, caos e distruzione nel lungo processo di cambiamento del

cosmo, la materia in quanto tale è "leggibile"», ha proseguito Ratzinger. «Ha un'intrinseca

"matematica". La mente umana può pertanto impegnarsi non solo studiando fenomeni misurabili»,

ma anche discernendo la sua «visibile logica interna». E ancora: «Il processo è razionale nella

misura in cui rivela un ordine di evidenti corrispondenze e innegabili finalità». Infine il Papa ha

detto che la creazione non «ha a che fare solo con l'inizio della storia del mondo e della vita. Ciò

implica piuttosto che il Creatore fonda questi sviluppi e li sostiene, li fissa e li mantiene

costantemente».

Il cardinale di Vienna Christoph Schoenborn, nel corso dell'assemblea pomeridiana degli scienziati

riuniti sotto la guida del fisico Nicola Cabibbo e del cancelliere Sanchez Sorondo, ha spiegato quale

sia la posizione del Papa, richiamando i lavori del seminario tenuto a Castelgandolfo nel settembre

2007. Ha citato Ratzinger quando sosteneva (1985) che per la fede non rappresenta «alcuna

difficoltà l'ipotesi che l'evoluzione si sviluppi secondo propri meccanismi», e che «le scienze

naturali portano a domande che vanno al di là del canone del loro metodo, domande che la ragione

deve porre e che non possono essere lasciate solo al sentimento religioso». E sono proprio le

domande da cui è partito l'attesissimo intervento di Hawking. Lo scienziato ha spiegato che

l'universo non è eterno, e ha detto che «ci stiamo avvicinando a dare risposte a quelle questioni

antiche », ma che esse, secondo lui, sono «all'interno del campo della scienza».

1 novembre 2008
«L'origine del mondo? La spiegheremo noi»

 Corriere della Sera, Stephen Hawking, 1 novembre 2008

Estratto del discorso del fisico britannico Stephen Hawking tenuto ieri in Vaticano sul tema
«Evoluzione dell'universo e della vita».
I primi resoconti dell'origine del mondo erano tentativi di rispondere alle domande che noi tutti ci
poniamo: perché siamo qui? Da dove veniamo? Tuttavia, l'idea che l'universo avesse un inizio non
accontentava tutti. Per esempio, Aristotele, il più famoso tra i filosofi greci, credeva che l'universo
fosse sempre esistito. Infatti, qualcosa di eterno è più perfetto di qualcosa che è stato creato.
L'espansione dell'universo è stata una delle scoperte più importanti del XX secolo, in realtà di
qualsiasi secolo, e ha trasformato il dibattito riguardo al fatto che l'universo avesse o no un inizio:
infatti, se attualmente le galassie si stanno separando, si vede che in passato erano più vicine tra
loro.
Molti scienziati invece non erano d'accordo sul fatto che l'universo avesse un inizio, perché questo
sembrava sottintendere un fallimento della fisica. Per capire com'era nato l'universo si sarebbe
dovuto far ricorso a un agente esterno. Questi stessi scienziati, perciò, avanzarono delle teorie per le
quali l'universo si espandeva sì nel presente ma non aveva avuto un inizio. Due russi, Lifshitz e
Khalatnikov affermarono addirittura di aver dimostrato che, a densità finita, una contrazione
generale senza una simmetria esatta avrebbe sempre provocato un rimbalzo. Questo risultato era
molto conveniente per il materialismo dialettico marxista-leninista, perché evitava domande
scomode sulla creazione dell'universo. Divenne perciò un dogma per gli scienziati sovietici.
Quando Lifshitz e Khalatnikov pubblicarono la loro affermazione, io ero uno studente ventunenne
alla ricerca di qualcosa per completare la tesi di dottorato. Dal momento che non credevo alle loro
cosiddette prove, ho iniziato, con Roger Penrose, a sviluppare delle nuove tecniche matematiche per
studiare la questione. Insieme abbiamo dimostrato che era impossibile che l'universo rimbalzasse.
Se la Teoria Generale della Relatività di Einstein è corretta, vi sarà una singolarità, un punto di
densità e di curvatura spaziotemporale infinite dove il tempo ha un inizio.
In quest'ultimo secolo abbiamo fatto dei progressi enormi nella cosmologia. La Teoria Generale
della Relatività e la scoperta dell'espansione dell'universo hanno mandato in frantumi la vecchia
immagine di un universo da sempre esistito e per sempre esistente. La relatività generale, invece,
prevedeva che l'universo, e il tempo stesso, avessero avuto inizio con il Big bang. Prevedeva inoltre
che il tempo avrebbe avuto fine nei buchi neri. La scoperta delle microonde cosmiche di sottofondo
e le osservazioni dei buchi neri sostengono queste conclusioni.
Nonostante siano stati fatti passi da gigante, non tutto è risolto. Non abbiamo ancora una buona
comprensione a livello teorico delle osservazioni che dimostrano che l'espansione dell'universo
abbia ripreso ad accelerare, dopo un lungo periodo di rallentamento. Senza una tale comprensione,
non possiamo essere sicuri del futuro dell'universo. Continuerà a espandersi per sempre?
L'inflazione è una legge della natura? O l'universo è destinato a collassare di nuovo? Nuovi risultati
basati sull'osservazione e progressi teorici stanno arrivando rapidamente. La cosmologia è una
materia molto entusiasmante e attiva. Siamo sempre più vicini a rispondere alle domande di sempre:
«Perché siamo qui?», «Da dove veniamo?" ». Io credo che queste domande possano trovare la loro
risposta all'interno del campo della scienza.
(Trad. Gabriella C. Marino)

29 ottobre 2008
"In nome di Gandhi, stop agli attacchi ai cristiani'

la Repubblica, Orazio La Rocca, 29 ottobre 2008


CITTÀ DEL VATICANO - «La forza della non-violenza del Mahatma Gandhi e l' educazione alla pace di Benedetto XVI»: ecco la «strada» che, secondo il Vaticano, va intrapresa al più presto per fermare le violenze anticristiane in corso in Orissa e in tanti altri Stati dell' India. Lo scrive il cardinale Jean Luis Tauran, presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, nel tradizionale messaggio augurale inviato, a nome del Papa, agli indù per la tre giorni del Diwali, la festa della luce iniziata ieri. Un evento considerato momento centrale della spiritualità indù che celebra - si ricorda tra l' altro nel messaggio - «la vittoria della verità sulla menzogna, della luce sulle tenebre, della vita sulla morte, del bene sul male», ma che quest' anno cade nel pieno delle persecuzioni contro i cristiani per mano degli estremisti indiani. L' ultima vittima, proprio ieri in coincidenza con gli auguri papali. Si tratta di padre Bernard Digal, il religioso assalito, picchiato e abbandonato da un gruppo di fondamentalisti in un bosco di Kandhamal la notte del 25 agosto scorso, morto ieri dopo lunga e dolorosa agonia. La notizia è stata diffusa ieri sera da Asianews, agenzia stampa del Pime (Pontificio istituto missioni estere) diretta da padre Bernardo Cervellera, che definisce «padre Digal nuovo martire dei cristiani dell' Orissa, morto per le ferite alla testa e ai polmoni dopo una lenta agonia durata più di due mesi». Aumentano, dunque, i cristiani vittime dei fondamentalisti indiani, ai quali - scrive Tauran «ai cari amici indù» - occorre rispondere necessariamente con la «non-violenza» che «non è solo un espediente tattico, ma è l' atteggiamento di colui che, come ha detto più volte il Papa, è così convinto dell' amore di Dio e della sua potenza, che non teme di affrontare il male con le sole armi dell' amore e della verità». Tauran ricorda ancora che «nella tradizione indù la non-violenza è uno degli insegnamenti più importanti» tramandatoci da Gandhi, «il Padre della nazione indiana rispettato e tenuto in alta considerazione in tutto il mondo», per il quale «applicando il principio 'occhio per occhio' , 'tutto il mondo diventa cieco' ». Da qui l' invito a «indù e cristiani, soprattutto nella presente situazione» a farsi «vincere dall' amore senza riserve, con la convinzione che la non-violenza è l' unica via per costruire una società globale più compassionevole, più giusta e più attenta ai bisognosi. E' la nostra speranza e la nostra preghiera».

28 ottobre 2008
Il papa buono
l 'Unità, Giuseppe Tamburrano, 28 ottobre 2008

Giovanni XXIII è passato nell’immaginario collettivo come il «Papa buono». E tale certamente fu il
pontefice che veniva da una famiglia contadina non ricca. Stupende le parole «Fate una carezza ai
vostri bambini da parte del papa». Significativo il suo interessamento per gli operai dell’Arsenale di
Venezia quando fu patriarca in quella città. Ma Papa Giovanni fu qualcos’altro, di grande
importanza: aveva cuore e cervello, e usò la sua intelligenza, la sua saggezza, la sua cultura per una
profonda riforma degli orientamenti della Chiesa cattolica «universale». Ha raccontato Fanfani che
un giorno, vedendo una moltitudine di contadini che scendeva da una collina, il Papa gli disse:
«Ecco, io a quelle persone non chiederei da dove vengono, ma dove vanno per fare eventualmente il
cammino insieme». In questa frase vi è la «rivoluzione» giovannea.
Pio XII fu il papa della «condanna dell’errore» e volle una chiesa combattente, animatrice della
crociata contro il comunismo. Giovanni XXIII volle una chiesa universale, di tutti gli uomini e
donne di buona volontà, a prescindere dalle loro provenienze ideologiche o culturali: una chiesa
evangelica e pastorale. E fu il papa del «dialogo con l’errante». Molti furono i segnali di questo suo
orientamento ben prima di salire sulla cattedra di Pietro. Ne ricordo uno significativo, anche per le
sue implicazioni politiche (nel senso più alto). Il Partito socialista tenne a Venezia nel febbraio del
1957 il suo XXXII congresso. Il patriarca salutò l’assise con un manifesto beneaugurante con
queste parole molto significative: «Io apprezzo l’importanza eccezionale dell’avvenimento che
appare di grande rilievo per l’immediato indirizzo del nostro Paese» (le Gerarchie lo indussero ad
una ritrattazione).
Salito al soglio pontificio esattamente cinquanta anni or sono, papa Roncalli dispiegò la sua azione
riformatrice che consisté nel rinnovamento non delle Gerarchie (se si esclude la direzione
dell’Osservatore Romano), ma degli indirizzi ecclesiastici. La prima enciclica è la Mater et
Magistra, del luglio 1961, che rinnova la dottrina sociale della chiesa cattolica della Rerum
novarum di Leone XIII, e nella quale è sollecitato l’impegno ad operare per la giustizia sociale
scegliendo autonomamente le alleanze necessarie: è il superamento dell’integralismo, è l’apertura ai
soggetti collettivi impegnati nel sociale. L’enciclica successiva, Pacem in terris (10 aprile 1963), è
il documento fondamentale dell’indirizzo giovanneo che ispirerà il Concilio Vaticano II. Ecco il
passaggio centrale: «Va altresì tenuto presente chen on si possono neppure identificare false
dottrine filosofiche sulla natura, l’origine e il destino dell’universo e dell’uomo con movimenti
storici e finalità economiche e sociali, culturali e politiche… Inoltre, chi può negare che in quei
movimenti, nella misura in cui sono conformi ai dettami della retta ragione e si fanno interpreti
delle giuste aspirazioni della persona umana, vi siano elementi positivi e meritevoli di
approvazione? Pertanto, può verificarsi che un avvicinamento o un incontro di ordine pratico, ieri
ritenuto non opportuno e non fecondo, oggi invece sia tale, o lo possa divenire domani».
Per comprendere l’importanza del papato di Giovanni XXIII e il suo contributo al superamento
della guerra fredda, occorre collocarlo nel contesto mondiale, oltre che in quello nazionale. Era il
tempo in cui i popoli coloniali conquistavano l’indipendenza ed entravano nella storia e sulla scena
internazionale: il Terzo Mondo che fu fattore di equilibrio tra le due grandi potenze atomiche. Un
giovane intelligente e lungimirante entra alla Casa Bianca, J. F. Kennedy, con il programma della
«Nuova Frontiera» che non era solo impegno per la distensione internazionale, ma anche apertura ai
nuovi paesi del mondo sottosviluppato. Dalla rigida nomenclatura sovietica emerge un segretario
generale estroso, iconoclasta, Nikita Krusciov, che favorisce il disgelo con l’Occidente e avvia la
destalinizzazione (un cambiamento nel e non del sistema burocratico e autoritario del partito unico
russo). L’Italia è investita dal miracolo economico che rinnova il tenore di vita, le abitudini e le
culture, «europeizzava» il paese e faceva cadere gli steccati della rigida contrapposizione, specie tra
le forze sociali e politiche. Una parte della sinistra, il PSI di Nenni, aveva rotto col PCI di Togliatti
ed era disponibile all’incontro con i cattolici di sinistra e con la DC. La vecchia politica centrista e
conservatrice era in crisi e la DC non aveva più una maggioranza in Parlamento. È in questo
contesto che si collocano e risaltano l’opera del «Papa buono» e il suo Concilio. Egli ha favorito
una svolta decisiva nella politica italiana: ritirandosi nella sfera religiosa ed evangelica ha fatto
crescere l’autonomia politica dei cattolici: e Fanfani e Moro ebbero meno freni alla loro iniziativa
verso i socialisti. Ma l’indirizzo giovanneo non era solo una implicita apertura al dialogo tra
socialisti e cattolici. Il suo «dialogo con l’errante» è universale: riguarda tutti coloro che operano
per il «bene comune», e si rivolge anche ai popoli nuovi usciti dal dominio coloniale. La prima
traduzione concreta di questo dialogo fu in Italia il centro-sinistra. I socialisti furono profondamente
legati al Pontefice. Non per caso il 19 febbraio 1965 fu Nenni a celebrare all’ONU la Pacem in
Terris.

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27 ottobre 2008
Minoranze cristiane, l'Onu sia garante contro le persecuzioni
Il Messaggero, Francesco Paolo Casavola, 27 ottobre 2008

 Atti cruenti e distruttivi di persecuzione, in India e in Iraq, contro minoranze cristiane (la parte di l ndamentalisti indù ed islamici pongono in questione l'idoneità della gorernance mondiale a garantire la liberà di religione, come manifestazione di un diritto umano. Si è a torto conside nito i conflitti religiosi come affare interno degli ordinamenti statali. Dopo i secoli delle crociate e delle guerre di religione, le ideologie della modernità, e in particolare quelle clic hanno supportato il conflitto di classe nella dimensione internazionale, sia per l'adozione dell'ateismo proprio a materialismo scientifico, sia del secolarismo ra7ionalistico. avevàno spento o soltanto occultato le cause rei igiose di scontri interni o internazionali. L'adozione dei principio di laicità nella gran parte degli Stati costituzionali e l'estendersi della tutela dei (li ritti umani, tra cui q nello alla libera prolessione del culto, ha lasciato i rse cadere la vigilanza di taluni governi sul ne mergere nelle popolazioni dell' intolleranza religiosa. È difficile non immaginarc che ragioni politiche non abbiano dato esca al fanatismo che caratterizza gruppi interni a fedi tradizionali, potenzialmente ostili ad attività m issionaric (li prosclitisnio e di proniozione umanitaria di religio iii mondiali, paciliste e universali ste, quale quella cristiana. E se così è, l'incapacità dei governi di ristabilire tolleranza e ordine nei propri territori e tra i propri cittadini e sudditi, va non solo stigmatizzata e sanzionata nelle competenti sedi della comunità internazionale degli Stati, politiche e giurisdizionali, ma stimolata e aiutata dall'opinione pubblica clic con le inf rma zioni dci media è raggiunta in tutti i Paesi civili della terra. Le persecuzion i di minoranze rei igiose non offendono solo le comunità di fede a cui esse appartengono, ma l'intera civiltà del mondo che ha acquisito la forma giuridico-cost ituziona le della laicità. Dunque è il momento che l'Gnu si faccia promotore di ogni iniziati va utile a scongiurare una nuova insidia alla credibilità del sistema dei diritti umani, che fu voluto nella dichiarazione un i versale del 1948 come fondamento dell'ordine mondiale, dopo l'im ma ne eccidio delle guerre ideologiche. Sugli scenari attuali grava l'ammonimento clic viene dalle analisi di Samuel I luetingtl un sui conflitti di civiltà. Guerra santa, terrori 5fli0 diliìiso, xenol bia, razzismo e ora persecuzioni di inermi e pacifiche minoranze cristiane, possono essere ombre avanzanti di scontri di civiltà. L'appello rinnovato da Benedetto XVI perché i governi direttamente interessati agiscano in nome della libertà religiosa e della tolleranza alle religioni, ha valenza politica, perché ri chiama la protezione di un diritto umano. Ne ha un'altra autenticamente religiosa, perché quali che siano state le deviazioni del passato il cristianesimo propone l'an nuncio di fede, non lo impone. Il dialogo interreligioso presuppone nelle società multiculturali la convivenza e il confronto pacifico delle religiosi, liberate da ogni f rma di discriminazione e di odio reciproco. È confortante, per il nostro Paese, che mentre il Papa parlava, un'assemblea di un movimento d intellettuali cattolici votava un do cumento in cui si legge anche questo passaggio, che se va accettata «la realtà clic le religioni sono or mai parte della sfera pubblica, va altrettanto accettato l'assuinto che i principi fondanti della democrazia, il dialogo e non l'intolleranza, i diritti per tutti e non i privilegi per alcuni, gli uguali obblighi in cui si compendia la virt civica, vanno salvaguardati non riducendo al silenzio le religioni, ma rcndcndo dialogica e non intollerante la loro compresenza nella convivenza comune». Una democrazia laica non pu dare spazio ad assoluti inconciliabili lhtti valere con la violenza, «perché gli assoluti delle democrazie sono la dignità della persona, la libertà della coscienza, l'egiuag'tianza, il rispetto dei diritti dli tutti e quindi la pace, che è a stua volta legata alla capacità di capire e non negare le buone ragioni degli altri». 

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27 ottobre 2008
L'Islam oltre le parole del Corano Così si cura il fondamentalismo

 Corriere della Sera, Abdelwahab Meddeb, 27 ottobre 2008


L' Islam non sta bene. In realtà, è malato. Mi è capitato di diagnosticare la sua malattia in una serie
di quattro libri scritti dopo il trauma prodotto dagli attentati criminali dell'11 settembre 2001. È una
malattia che si riassume nell'uso della violenza in nome di Dio. È su questo punto che dobbiamo
interrogarci, per sapere se si tratta di una fatalità propria all'Islam o se abbiamo a che fare con una
struttura che circola all'interno delle costruzioni religiose.
Fin d'ora, occorre riconoscere che la violenza generata dalla fede non è una caratteristica dell'Islam.
Si esprime in maniera virulenta anche nelle religioni venute dal sub-continente indiano, che lo
stereotipo associa alla spiritualità compiutasi nel miracolo della non violenza. Questa
predisposizione alla violenza si manifesta quindi persino al di fuori della sfera dei monoteismi il cui
conflitto interno, inutile ricordarlo, è fratricida.
Se consideriamo la sfera dei monoteismi, c'è da osservare che la guerra condotta in nome del
Signore fu biblica prima d'essere coranica. Basti pensare al massacro ordinato da Mosè in collera,
quando scopre la regressione del suo popolo al paganesimo. Dopo l'episodio del Vitello d'Oro, i
Leviti uccisero tremila persone in un giorno, su ordine del loro profeta pontefice (Es 32,28). Giosuè,
come successore del fondatore, non fu da meno. Per convincervi, vi invito a rileggere il passaggio
sul massacro che egli fece eseguire dopo l'assedio di Gerico, in cui né gli uomini né le donne né i
giovani né i vecchi e nemmeno le bestie furono preservati (Gs 6,21). Al giorno d'oggi, esistono fra
gli ebrei alcuni fanatici che interpretano letteralmente la Bibbia e che vogliono universalizzare e
attualizzare quello che loro chiamano il «giudizio di Amaleq», in riferimento al capo degli
Amaleciti: tribù che gli ebrei dovettero combattere perché impediva loro di giungere alla Terra
Promessa (Es 17, 8-15).
Così, per quanto riguarda la violenza, il profeta dell'Islam discende direttamente dalla legge
mosaica. Il famoso «verso della spada» (Corano IX,5), che ordina di uccidere i pagani, e quello
detto «della guerra» (Corano IX, 29), che chiama a una lotta a morte contro ebrei e cristiani, hanno
consonanza biblica. E sono questi versi a nutrire il fanatismo assassino degli integralisti islamici.
Se l'esercizio della violenza divina sembra in coerenza con i Testi Rivelati, è bene fare una
distinzione per gradi fra Giudaismo e Islam. Il secondo universalizza il primo.
Infatti il Giudaismo conduce la guerra del Signore per la sola Terra d'Israele, mentre l'Islam ha il
mondo come orizzonte di conquista. La jihad, ottimizzata dagli integralisti, non è un'invenzione
loro. È stata il motore dell'espansione islamica. Cito come testimone un cronista cinese del X secolo
(Ou-yang Hsui) che aveva constatato come le truppe musulmane si gettassero nel pieno della
battaglia alla ricerca del martirio dopo essere state galvanizzate dal loro capo, il quale prometteva il
paradiso a chi moriva combattendo sulla strada di Dio.
Vero è che il testo evangelico prende le distanze da questa violenza. Quel che sorprende è il ricorso
dei cristiani alla grande violenza attraverso la storia. In questo fenomeno scorgiamo un tradimento
del loro testo. Certo, Sant'Agostino ha teorizzato la guerra giusta per difendere le conquiste della
civiltà contro le invasioni barbariche. Ma non si trattava di una chiamata alla guerra in nome della
fede. Il dottore di Ippona doveva legittimare questa esortazione, pur sapendo che non corrispondeva
allo spirito evangelico. Tuttavia, il cristianesimo ha impiegato circa mille anni, con le Crociate, a
cristallizzare una nozione equivalente alla jihad.
Ricorro a queste rievocazioni non per attenuare il male che affligge l'Islam, ma per mostrare che il
Testo fondatore può essere oltrepassato, se non superato. Se il cristianesimo non ha onorato il
pacifismo del proprio testo evangelico, l'Islam può trovare i mezzi di neutralizzare le disposizioni
che, nel testo coranico, invitano alla guerra. È a questo che miriamo insistendo in particolare sulla
questione del contesto in cui fu emesso e ricevuto il testo.
Questa neutralizzazione attraverso il ritorno al contesto è assolutamente necessaria, non solo per
quanto riguarda il problema della violenza, ma anche per i molteplici anacronismi antropologici che
trascina con sé il diritto emanante dallo spirito e dalla lettera del testo fondatore (penso alla sharia
che il Corano ispira).
Quanto alla violenza, bisognerà evidentemente agire sugli Stati di genesi islamica per indurli a
prendere coscienza che hanno il dovere di neutralizzare la nozione di guerra santa, di jihad, poiché
essa è in flagrante contraddizione con la loro partecipazione al concerto delle nazioni, al cammino
verso l'utopia kantiana della «pace perpetua», che resta nello spirito del secolo, malgrado il
persistere delle guerre e degli effetti egemonici dei potenti e malgrado la loro emulazione per
acquisire la forza che li porterà a governare il mondo. Del resto, la diversità umana di questi tempi
si manifesta persino in questa pretesa all'egemonia universale attraverso la forza delle armi o del
denaro. Non si percepisce forse tale ambizione nell'emergere di Cina, India, Stati petroliferi arabi al
fianco di Europa e America?
È imperativo intervenire presso gli Stati islamici affinché aprano gli occhi su un mondo e un secolo
che cambiano. Per quanto riguarda l'identità religiosa, l'Islam continua a vedere i cristiani come
fossero ancora i protagonisti medievali del Cristianesimo. Da tempo invece i concetti di nazione e di
popolo hanno ridotto il riferimento alla religione. Ora che la scommessa dello Stato sembra postnazionale,
il ruolo determinante della religione si allontana ancora di più. In Europa, per esempio,
esso può essere ammesso solo se accostato alla nozione primaria e prioritaria di cittadino.
Questa nozione di cittadino porta con sé l'assimilazione di un altro diritto costruito al di fuori delle
prescrizioni religiose, che appartengono a un'altra epoca.
Insomma, quel che viene chiesto all'Islam per guarire, per uscire dalla maledizione, è di costruirsi
un sito post-islamico che possa essere contemporaneo ai siti in cui sono insediati ebrei e cristiani. È
necessario per non turbare il concerto delle nazioni. Ma, per il momento, gli Stati islamici — in
particolare l'Arabia Saudita — si accontentano di mettere in guardia i propri cittadini stimolandoli a
integrare un Islam del giusto mezzo, destinato a distinguerli da chi, fra i loro correligionari, vive la
propria fede secondo un'interpretazione estrema, massimalista. Questi Stati fondano il proprio
appello teologicamente, assimilando i massimalisti islamici a coloro che adottano la nozione di
ghulw, l'eccesso che il Corano vieta quando raccomanda alla «Gente del Libro» la moderazione
nell'interpretare il proprio dogma (Corano IV, 171; V, 77).
È un passo lodevole, ma davvero insufficiente, timido, soprattutto per la presenza dell'Islam in
Europa. Per tale presenza, abbiamo i mezzi di rendere operativo il sito post-islamico, incitando i
cittadini musulmani d'Europa a vivere nella libera coscienza secondo lo spirito del diritto positivo e
della Carta dei Diritti dell'uomo, abolendo qualsiasi riferimento alla sharia. Così, come musulmani
della libera scelta, potranno praticare un culto spiritualizzato che sapranno alimentare attingendo
alla mistica — ricchissimo capitale del sufismo — prodotta dalla loro tradizione religiosa.


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27 ottobre 2008
La Parola di Dio. Ascoltata ed incarnata


  La Croix, Michel Kubler, 27 ottobre 2008


Scegliendo il tema della Parola di Dio per la prima assemblea del Sinodo da lui convocato,
terminato ieri a Roma, Benedetto XVI ha ottenuto un doppio successo. Da un lato, su un argomento
così poco istituzionale, si augurava che questo organismo collegiale, il cui ruolo è puramente
consultivo, potesse condurre una riflessione che portasse ad un forte consenso. Dall'altro, invitava i
padri sinodali – e, attraverso di loro, l'insieme della Chiesa cattolica – a fare propria la convinzione
centrale di questo pontificato: la fede non è innanzitutto adesione ad un corpo dottrinale, ma
l'esperienza di un incontro molto personale con il Cristo vivente.
Operazione riuscita. Tutti i membri di questa assemblea sono contenti, al termine di tre settimane di
scambi intensi, di aver avuto la grazia di tornare, insieme, al cuore della vita cristiana: la Parola di
Dio. Nessuna divisione importante è venuta a diminuire questa rara unanimità: questa volta, non
c'era materia di scontro. D'altronde, sotto l'impulso di un papa molto presente ai suoi lavori, il
Sinodo ha saputo porsi all'altezza dell'argomento – la Rivelazione di Dio all'umanità -, senza per
questo trascurare le implicazioni concrete nella vita dei fedeli e delle comunità.
Che cosa deve ricordare l'insieme della Chiesa al termine di questo appuntamento, in attesa del
documento con il quale Benedetto XVI potrà prolungarlo? Almeno due cose. Innanzitutto che la
Parola di Dio non è un discorso, ma una persona, Cristo, il Verbo incarnato: si tratta cioè di
ascoltare lui, sia leggendo le Scritture (che ognuno abbia la sua Bibbia e sappia leggerla!) o
celebrando i sacramenti, pregando o scoprendo i “segni dei tempi”, suscitati da Dio nel cuore degli
avvenimenti.
Tuttavia non basta ascoltare Dio che parla in seno alla sua comunità. “La Parola ascoltata deve
essere anche incarnata”, ricordava ieri il papa concludendo i lavori del Sinodo. Spetta quindi poi a
tutti i cristiani incarnare a loro volta, di fronte al mondo, quella Parola che hanno ricevuto. Perché li
fa vivere. Perché l'intera umanità ne ha bisogno per vivere.


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27 ottobre 2008
Un Sinodo caratterizzato dal desiderio di rispondere alle attese pastorali

 La Croix, Isabelle de Gaulmyn, 27 ottobre 2008

Grazie agli interventi di diversi vescovi, questo Sinodo ha permesso di dare ampio spazio
all'esperienza pastorale
Durante un Sinodo sulla Parola, si ascolta... molto. E, talvolta, in maniera un po' laboriosa:
“Quando in una mattina ci sono 25 interventi, alla fine, si stacca la spina...” Ma questo ascolto non
è stato inutile. Se si è ascoltato così tanto, ricorda padre Enzo Bianchi, priore del monastero di Bose
ed esperto del Sinodo, “è perché ognuno ha potuto esprimersi”. L'ascolto è stato pacifico. “Il tema
non aveva niente di conflittuale, sottolinea il cardinale Godfried Danneels, non riguardava
problemi istituzionali.”
Per questo motivo si è giunti ad un accordo finale, di cui tutti si rallegrano. “Certo, non è come in
un Parlamento, con un vincitore. Siamo più vicini ad un'assemblea di tipo africano, che tende alla
ricerca del consenso”, confida un altro vescovo. Ascolto attento, anche, poiché, come dice
Monsignor Aké, vescovo di Yamoussoukro (Costa d'Avorio), “nessuno è venuto qui per divertirsi”.
La grande ricchezza degli interventi ha colpito tutti, in particolare gli interventi dei paesi detti di
missione, Asia ed Africa. “Prima, la maggioranza dei padri africani descrivevano ciò che vivevano
nel loro paese. Questa volta, sono entrati appieno nella problematica”, afferma il cardinale
Danneels.
L'elevato livello di formazione dei padri sinodali (la maggior parte biblisti) vi ha contribuito. Ma il
rischio, appunto, era di limitarsi alla teoria e al dibattito teologico.
“Prima del Sinodo, confida padre Enzo Bianchi, avevo paura che ci si riducesse ad una critica dei
metodi moderni di lettura della Bibbia, in particolare dell'esegesi storico-critica.” Infatti, osserva
un vescovo presente, all'inizio si è sentito un certo numero di padri, spesso cardinali di Curia,
mettere in guardia contro una lettura troppo libera della Bibbia. Ma l'intervento di Benedetto XVI
ha permesso di chiudere il dibattito. “Insomma, grazie a lui, si possono alla fine superare tutte le
tensioni che ci sono state, da un secolo, attorno all'esegesi, commenta il cardinale Danneels.
Benedetto XVI ha spiegato che l'esegesi rigorosa è importante. Ma che non può essere esaustiva,
perché nella Bibbia c'è più della lettera della Bibbia. Se l'esegesi ne prende il monopolio, la Bibbia
si trova allora ridotta ad un documento dell'antichità che non è più niente.”
Mentre la Bibbia è prima di tutto un incontro. Come ricorda Monsignor Aké, è il solo mezzo di
resistere al richiamo delle sette: “Se i nostri fedeli vivono un vero incontro con Dio leggendo la
Bibbia, resteranno!”.
Nei fatti, sono state le preoccupazioni pastorali ad avere grande spazio nei dibattiti. “È che
ciascuno, di qualsiasi continente, è alla ricerca di un soffio nuovo!”, nota Suor Evelyne Franc,
superiora delle Figlie della Carità di San Vincenzo de Paoli. L'incontro, secondo molti degli
intervenuti, può avvenire attraverso la lectio divina. A condizione di sapere in che cosa consiste,
precisa Enzo Bianchi: “Attenzione a non ridurla ad una lettura spiritualeggiante, che ne farebbe
una devozione in più.”
Anche il ruolo dell'omelia è stato oggetto di dibattito, come il posto dei poveri, ricordato dai
vescovi del Sud. “Hanno mostrato, a partire da esperienze nei luoghi meno favoriti, il potere della
Parola di Dio, sottolinea ancora Suor Franc. Non solo i più poveri possono nutrirsi della Parola,
ma della Parola sono anche dei formidabili trasmettitori.”
È anche stato menzionato il ruolo delle suore presso i più poveri. Allargando il discorso, questo
sinodo, a cui hanno partecipato 25 donne, ha permesso di ricordare il loro posto nella trasmissione
della Parola, con il servizio, la catechesi, l'insegnamento. La proposta dei padri sinodali, mirante ad
aprire anche alle donne l'accesso al ministero di lettore va in questo senso, anche se è stata una delle
proposte più discusse, così come è stata molto discussa l'apertura richiesta dal Sinodo al dialogo con
l'islam.
Riassumendo, “non c'è stato un grande progresso teologico”, constata padre Bianchi, ma la volontà
espressa con forza di ridare tutta la sua importanza alla Parola di Dio. I Sinodi, convocati ogni tre
anni, sono gli unici momenti di collegialità a livello della Chiesa universale. Questo Sinodo è stato
proprio vissuto come tale: a ciò ha contribuito anche l'atteggiamento del papa, che è stato molto
presente e che prendeva appunti. “Bisognerebbe tuttavia poter dialogare meglio, poiché si continua
ad avere una successione di monologhi, e si esita ad affrontare gli argomenti che possono dare
adito a scontri, nota un habitué. Di fatto, la sinodalità esige una grande maturità dei vescovi, e
nella Chiesa ci accontentiamo ancora troppo spesso dell'ascolto.”


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26 ottobre 2008
Svolta rosa del Sinodo. Bibbia letta dalle donne.

 Corriere della Sera , Luigi Accattoli,  26 ottobre 2008


Tra le 55 «proposizioni» approvate dai «padri sinodali» e «consegnate» al Papa come «consigli» per le sue decisioni, ce n'è una che chiede il «lettorato » per le donne, fino a oggi riservato agli uomini: si tratta cioè di autorizzare le donne a «proclamare» le letture bibliche durante le celebrazioni liturgiche. Non è una grande riforma, in quanto di fatto già le donne leggono, anche nelle celebrazioni papali, e dunque è verosimile che venga attuata. Altre proposizioni — che nell'insieme trattano della diffusione, dell'interpretazione e del culto della «Parola di Dio» nella Chiesa: era questo il tema del Sinodo — parlano della mancanza di libertà religiosa in molti Paesi e delle persecuzioni che ne vengono per chi si fa «portatore» della Parola, della necessità di instaurare riguardo alle Scritture un dialogo con le altre due religioni del Libro che sono l'Ebraismo e l'Islam, dell'opportunità di fare in modo che in ogni casa vi sia una Bibbia. Il Sinodo si chiude oggi con una concelebrazione dei 253 «padri» e del papa in San Pietro. Le proposizioni — che sono scritte in latino: «propositiones » — sono state presentate ieri alla stampa dal cardinale relatore del Sinodo, il canadese Marc Ouellet. A conclusione dei lavori il Papa ha offerto un pranzo agli ospiti nella «Casa Santa Marta». Questa è la proposizione numero 17 che chiede il lettorato per le donne: «I padri sinodali riconoscono e incoraggiano il servizio dei laici nella trasmissione della fede. Le donne, in particolare, hanno su questo punto un ruolo indispensabile soprattutto nella famiglia e nella catechesi. Infatti, esse sanno suscitare l'ascolto della Parola, la relazione personale con Dio e comunicare il senso del perdono e della condivisione evangelica. Si auspica che il ministero del lettorato sia aperto anche alle donne, in modo che nella comunità cristiana sia riconosciuto il loro ruolo di annunciatrici della Parola». Il fatto che le donne già leggano (avviene da quando è stata fatta la riforma liturgica di Paolo VI, nel 1969) e che si discuta se riconoscere questa funzione come «ministero ordinato», cioè come incarico conferito con una particolare «benedizione», sta a dire quanto sia prudente la Chiesa cattolica di fronte a qualsiasi riforma. Alle donne accenna anche la proposizione 53 che invita al dialogo con l'Islam, raccomandando di insistere «sull'importanza del rispetto della vita, dei diritti dell'uomo e della donna, come pure sulla distinzione tra l'ordine sociopolitico e l'ordine religioso nella promozione della giustizia e della pace nel mondo. Tema importante in questo dialogo sarà anche la reciprocità e la libertà di coscienza e di religione. Si suggerisce alle conferenze episcopali nazionali, dove risulti proficuo, di promuovere circoli di dialogo tra cristiani e musulmani ». Sono parole sobrie, ma impegnative: quando si dice diritti delle donne si allude alla poligamia, con la «reciprocità» si chiede che i cristiani abbiano nei Paesi musulmani le libertà di cui i musulmani godono nei Paesi a tradizione cristiana. La proposizione 38 afferma che «la testimonianza del Vangelo porta spesso alla persecuzione» e il Sinodo «fa appello ai responsabili della vita pubblica perché garantiscano la libertà religiosa». Una dichiarazione del portavoce vaticano Federico Lombardi sviluppa questo concetto applicandolo alla «orribile violenza» di cui sono oggetto i cristiani in Iraq: «Occorre assolutamente che i gruppi fanatici fondamentalisti vengano combattuti con decisione ».


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26 ottobre 2008
Roma e la povertà

 Il Manifesto, Filippo Gentiloni, 26 ottobre 2008



Si torna a parlare di teologia della liberazione, anche se in maniera occasionale e non molto convincente. Due le occasioni. La prima è la persona di uno dei protagonisti, Miguel D’Escoto, nicaraguense, ex prete cattolico, divenuto presidente dell’assemblea generale dell’Onu. D’Escoto dichiara, fra l’altro, al
Corriere della sera: «La verità più importante, da cui dipende la nostra stessa sopravvivenza è che siamo tutti fratelli e sorelle». Naturalmente tifa per Obama e dice di non avere «tempo per litigare con il Vaticano». La seconda occasione è un’interessante disputa all’interno della stessa teologia della liberazione (la riporta estesamente il Regno, 2008, 17). Da una parte alcuni teologi, sempre latinoamericani (fra cui il più noto, Clodovis Boff), timorosi che l’attenzione della teologia per i poveri possa eclissare quella - necessaria e prima - per Gesù Cristo; dall’altra altri teologi (fra cui il fondatore Gustavo Gutierrez) difendono la teologia della liberazione sostenendo che l’attenzione ai poveri non distoglie da quella per Gesù. Una discussione di grande interesse, ma che non basta a dissipare l’impressione di una certa crisi. Negli ultimi anni nella stessa America latina la teologia della liberazione procede con una certa difficoltà. I motivi evidenti: Roma e la situazione internazionale. A Roma è stata largamente dominante la paura del comunismo ateo e della sua possibile diffusione anche in America latina. Perciò una certa freddezza anche nei confronti di una teologia che metteva i poveri in primo piano. Una freddezza che si univa, anche se accidentalmente, con una situazione politica largamente dominata dalla Casa bianca. La teologia della liberazione ha dovuto resistere a questo duplice attacco convergente. Una resistenza spesso eroica anche se non sempre vincente. Ci vorrà tempo per valutare i risultati di uno scontro che ha reso più difficile il rapporto di Roma con i poveri non soltanto dell’America latina ma di tutto il mondo, specialmente dell’Africa. Vedremo le vicende dei prossimi anni - specialmente le elezioni negli Stati uniti - potranno modificare il rapporto del cristianesimo con i poveri, riportando in primo piano le posizioni della teologia della liberazione. Se ne avvantaggerebbero non soltanto i poveri del mondo ma la stessa autenticità del messaggio cristiano. Il papa non rischierebbe più di apparire, come è stato detto, cappellano della Casa bianca.


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26 ottobre 2008
E Ratzinger apre agli ebrei "Non usare mai il nome Jahvè"

 la Repubblica, Marco Politi, 26 ottobre 2008

 

Non nominare il nome di Jahvè invano. Anzi, non usarlo mai. La Chiesa cattolica si mette sulla stessa lunghezza d'onda dell'ebraismo e prescrive a tutti i sacerdoti di non pronunciare mai il nome
sacro durante i riti. L'invito, anzi un ordine, è contenuto in una circolare inviata dalla
Congregazione per il Culto divino prima dell'estate a tutte le conferenze episcopali. Il documento, non pubblicizzato, è riemerso in margine ai dibattiti sinodali sul legame tra cristianesimo ed ebraismo. Firmato dal cardinale Francis Arinze prescrive tassativamente: «Non si deve pronunciare il nome di Dio sotto la forma del tetragramma YHVH nelle celebrazioni liturgiche, nei canti, nelle preghiere». Quanto alle traduzioni della Bibbia nelle lingue moderne, che servono alla funzioni liturgiche, il divino tetragramma dovrà essere letto come Adonai (ebraico), Kyrios (greco) e dunque Signore, Herr, Lord, Seigneur. E' uno dei cardini della tradizione ebraica che il nome di Dio sia indicibile. Solo il Sommo Sacerdote nel Tempio di Gerusalemme poteva pronunciarlo in rare occasioni. Nell'ultima fase, prima della distruzione del secondo Tempio, soltanto nel giorno del Kippur e unicamente in quella sala denominata Santo dei Santi. Il documento vaticano parte dalla premessa che non si sa nemmeno quale sia la pronuncia esatta. Jahvè? Jahweh? Jave? Jehowah? I testi ebraici, infatti, riportano nella scrittura soltanto le consonanti. Ma questo rimane un dettaglio filologico. La Congregazione per il Culto richiama invece l'attenzione sul fatto che le prime comunità cristiane si sono sempre attenute alla tradizione di ritenere ineffabile il nome di Dio e di renderlo con un altro termine. I primi cristiani, in effetti, hanno adottato la parola che già la traduzione della Bibbia in greco - fatta in pieno ellenismo dagli ebrei grecizzanti - usava: Kyrios, che significa Signore. Ma c'è anche una sottigliezza del magistero papale. Se Signore è il termine che qualifica Jahvè, cioè Dio, allora quando nei testi dei Vangeli e nelle Lettere di san Paolo si legge che Gesù Cristo «è il Signore», questo significa confermare la sua divinità. E' indubbio che la decisione vaticana riflette la particolarissima attenzione di Benedetto XVI verso l'ebraismo. E c'è un retroscena. E' stato il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, andando in udienza da papa Ratzinger il 16 gennaio 2006, a sollevare il problema spiegando al pontefice il disagio dell'ebraismo, quando viene usato nei riti il nome divino. «Il Papa - ricorda oggi Di Segni - si mostrò molto attento e disponibile, dicendo che in realtà si trattava di una deviazione dalla tradizione». La risposta papale alla richiesta del rabbino capo si trova nella lettera ai vescovi delle Congregazione per il Culto e non è un caso che la data della firma sia il 29 giugno 2008, festa di Pietro e Paolo, festa del papato. «Per direttiva del Santo Padre» è scritto nel preambolo del documento. E' una decisione che avvicina molto, dal punto di vista liturgico, la Chiesa cattolica all'ebraismo. «Lo considero un segno di rispetto nei confronti della sensibilità ebraica», commenta Di Segni. D'altra parte l'uso di "Jahvè" è sempre stato più diffuso fra i protestanti. Tuttavia non sempre fra gli ebrei dell'antichità il nome divino è stato impronunciabile. Come altri popoli dell'antico Oriente gli ebrei avevano l'abitudine di comporre i nomi propri usando il nome della divinità preferita. «Jahvè o El o Baal-mi - protegge», ad esempio. Giovanni, Giosuè, Gesù sono tutti nomi del genere, che hanno nella loro radice il termine divino. E sono state trovate anche iscrizioni che invocano espressamente la benedizione di Jahvè (comunque sia stato pronunciato) e persino graffiti che raffigurano il dio Yahvè con la sua (compagna-dea) Asherah.


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25 ottobre 2008
L'ombra su Pio XII

Il Foglio, Giulio Meotti, 25 ottobre 2008



Il rabbino capo di Roma, rav Riccardo Di Segni, non era ancora intervenuto in merito alle ultime polemiche tra Israele e la Santa Sede sulla beatificazione di Pio XII, il pontefice della Seconda guerra mondiale da molti anni oggetto di controversie storiche, religiose e politiche.

Di Segni, che ha perso parenti alle Fosse Ardeatine e ne ha avuti altri deportati nei campi di concentramento, è il rabbino della comunità ebraica romana avviata alle camere a gas il 16 ottobre 1943. Il suo pensiero e le sue parole su Pio XII, non faziose ma che arrivano dopo diversi giorni di riflessione, hanno dunque un valore straordinario. Di Segni si oppone alla canonizzazione di Papa Pacelli. In questa intervista al Foglio spiega perché.

“C’è stata troppa foga intorno a Pio XII e la concitazione dovrebbe lasciare il campo alla meditazione. Noi ebrei non dobbiamo interferire nelle decisioni della chiesa, ha le sue regole e canoni. Ma anche da un punto di vista emotivo questa vicenda ci coinvolge molto. E in un momento in cui la chiesa si apre al mondo ebraico, abbiamo diritto di far sentire le nostre ragioni”.

La beatificazione è parte di una discussione più ampia.
 
“E’ la responsabilità del mondo cristiano durante la Shoah, un problema che va oltre Pio XII. Le verità della chiesa cattolica sono parziali, come l’idea che il nazismo fosse pagano, che fosse ideologia anticristiana e che l’antisemitismo fosse rigettato dalla chiesa.
Ci sono altre verità che moderano questi giudizi. L’antigiudaismo era praticato senza alcun complesso, persino con toni duri, da parte della chiesa.
Il nazismo si muoveva nel disprezzo coltivato da secoli. Diplomaticamente la chiesa ha fatto anche accordi con Hitler. Per questo la beatificazione di Pio XII comporta al momento la liquidazione di problemi irrisolti”.

Si dice che se Pacelli avesse alzato la voce contro il nazismo, avrebbe messo a rischio gli ebrei nascosti nei conventi.

“Falso, i rischi erano per il mondo cattolico, non per quello giudaico. Dove c’è stata una forte protesta, i treni verso la morte si sono fermati. I nazisti volevano il silenzio. Chi ha detto che sarebbe stato peggio se il Papa avesse parlato? E’ troppo facile dire così. Il problema è molto più antico, è il fatto di come si sono poste le religioni di fronte all’Olocausto che si stava profilando. Ci fu un calcolo di opportunità. Chi è finito in camera a gas non poteva protestare. Le esternazioni contro i governi silenziosi non erano semplici per un popolo massacrato”.

Un ministro israeliano, il laburista Isaac Herzog, ha usato parole molto dure contro il Vaticano.

“Herzog è il nipote del rabbino che venne a Roma da Pio XII a perorare la causa dei bambini ebrei nascosti nei conventi e che i cattolici stavano battezzando. Uno era il cardinale Lustiger. A Herzog interessava la sorte di quei bambini. Non poteva parlare in modo differente di Pio XII, ricordo la disperazione di quest’uomo a cui non fu concessa udienza dal Papa prima del 1946. A cose già finite. Eravamo un popolo che cercava di salvare il salvabile. Altro che ‘leggenda nera’ di Pio XII, io parlerei invece di storia grigia”.

La polemica su Yad Vashem e gli Alleati Si è discusso dell’interferenza ebraica e israeliana negli affari ecclesiali.

“Al popolo ebraico si chiede di non interferire nelle decisioni della chiesa, ma allora perché si interferisce con la decisione su una placca a Yad Vashem dedicata a Pio XII? Ho il dubbio che si voglia trasformare in perfezione l’intera storia. Per qualcuno l’imperfetto non esiste in grammatica. Esiste soltanto il perfetto”.

Il vicedirettore del Corriere della sera, Pierluigi Battista, si è domandato perché si parla soltanto dei silenzi di Pacelli e non delle potenze alleate che sapevano della Shoah.

“Non voglio certo assolvere Churchill e Roosevelt, ma stavano facendo la guerra e i loro cittadini morivano a migliaia sui fronti”, dice Di Segni. “Versavano lacrime e sangue per combattere il nemico. Lacrime e sangue che non furono sempre versate da un’altra parte. Da un leader spirituale come il Papa ci si aspettava un alto standard etico”.

Il rabbino chiude così sull’affaire Pacelli. “Nell’ottobre 1943 Pio XII non disse ai nazisti di fermare i treni. Poteva ordinarne il blocco. I miei nonni in Bulgaria sarebbero stati tutti deportati se il primo ministro bulgaro non avesse detto ai tedeschi che i treni non avrebbero lasciato il paese. E non partirono. Oggi sarebbe impensabile scatenare lo stesso odio di allora senza suscitare una grande protesta. Questa protesta fin dagli anni Venti è stata debole, rara, vacillante, sempre misurata sulla diplomazia”.
 


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25 ottobre 2008
Il Sinodo: diffondere la Bibbia sfruttando internet e iPod

 la Repubblica, Marco Politi,  25 ottobre 2008

Messaggio dei vescovi al termine dei lavori. "Le scritture al centro del dialogo dei cattolici con ebrei e musulmani". Tramonta il progetto di un´enciclica papale per mettere in riga la teologia contemporanea.

Portare la Bibbia nella società, anche sfruttando Internet e iPod, cd e dvd, respingere il fondamentalismo, dialogare con le altre religioni e gli atei, testimoniare giustizia e solidarietà: sono questi i punti salienti del messaggio che i padri sinodali rivolgono ai credenti cattolici. Conoscere la Bibbia, affermano, è essenziale per riscoprire la propria identità. Spira un´aria conciliare nel testo diffuso al termine dei lavori. «Il Sinodo guarda al mondo con simpatia», dichiara il vescovo cileno Silva Retamales. Tramonta il progetto di un´enciclica papale per mettere in riga la teologia contemporanea. Si afferma una posizione più equilibrata. La ricerca storica e letteraria - afferma il documento - è necessaria per non irrigidirsi nel fondamentalismo. Ma - aggiunge uno degli estensori, monsignor Gianfranco Ravasi - è indispensabile integrare il lavoro di ricerca con la dimensione del Divino. Il messaggio invita ad un rapporto intenso con la tradizione ebraica e ad un confronto pieno di «rispetto» con i credenti delle altre religioni e i loro «libri sacri». Sia con i musulmani sia con i rappresentanti delle grandi credenze orientali: induismo, buddismo, confucianesimo. Ma anche con i non credenti, sottolinea la dichiarazione, bisogna collaborare per la pace e la giustizia testimoniando la Parola di Dio. Evitando una religiosità disincarnata, i padri sinodali esortano i cattolici a prendere posizione sui fenomeni di emarginazione, oppressione, violenza e guerre nel mondo contemporaneo. Il cristiano starà vicino ai poveri e ai sofferenti, con una solidarietà ed un amore che «non giudica, non condanna, ma costruisce, illumina, consola e perdona» nel segno di Gesù. Al termine dei lavori i patriarchi e vescovi orientali hanno diffuso un appello per la pace e la libertà religiosa in Terrasanta,Libano, Iraq e India.




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25 ottobre 2008
Suora indiana stuprata. «La polizia stava a guardare»

  Corriere della Sera, Cecilia Zecchinelli, 25 ottobre 2008,

Testa bassa sotto lo scialle a disegni tradizionali; viso nascosto da occhiali e microfoni; voce (uninglese con forte accento indiano) esile. Ma parole chiare e forti: «Sono stata violentata e la polizia locale invece di proteggermi ha fraternizzato con gli assalitori. Non voglio essere compatita, voglio un'inchiesta a livello federale». Nella sua prima, affollatissima conferenza stampa all'Indian Social Institute dei gesuiti a New Delhi, suor Meena Barwa della congregazione delle Servitrici, 29 anni, ha ricordato in diretta tv lo stupro che le cambiò la vita due mesi fa e accusato apertamente la polizia del suo Stato, l'Orissa. Il 25 agosto, nel centro pastorale di Nuagaon, distretto di Kandhmal ovvero povera campagna dell'Est, la giovane suora indiana e il sacerdote Thomas Chellan erano stati attaccati da una quarantina di fanatici indù, picchiati, denudati, fatti sfilare per il villaggio, avevano rischiato di finire bruciati vivi. Invece, lei fu violentata da un estremista (anche se le prime notizie parlavano di stupro di gruppo), padre Chellan malmenato per ore. Solo a sera la polizia era intervenuta per liberarli. Senza troppo impegno, confermano vari testimoni. «Le forze dell'ordine non mi hanno aiutato, non volevano nemmeno accogliermi nella stazione di polizia, poi hanno fatto di tutto per non farmi sporgere denuncia», ha detto la religiosa, che aveva preso i voti in aprile. E che ieri, nell'affrontare i media dopo due mesi di silenzio, era affiancata dal vescovo di Bhubaneshwar, capitale dell'Orissa, e dal portavoce della Conferenza episcopale indiana.«Voglio che la gente coinvolta in questi crimini venga allo scoperto e che sia fatta giustizia a suor Meena», ha dichiarato ieri il vescovo, monsignor Cheenah. Due giorni prima dell'inusuale conferenza stampa, la Corte Suprema indiana aveva negato l'appello della suora che chiedeva un'inchiesta federale dopo aver deciso di non collaborare per totale mancanza di sfiducia con le autorità del suo Stato. Che negli ultimi tempi è stato travolto da un'ondata di nuove violenze anticristiane(almeno 37 morti in due mesi) e le cui autorità sono accusate da governo indiano, Chiesacattolica e organizzazioni dei diritti umani di lasciare liberi gli estremisti indù, scatenati in vistadelle elezioni del 2009. «Questo caso è importantissimo per la Chiesa indiana, sotto tiro e ricordata più volte dal Papa negli ultimi discorsi, ma anche per l'India», dice al Corriere padre Bernardo Cervellera, direttore di Asia News, il cui sito pubblica oggi l'intera testimonianza di suor Meena. «È un caso esemplare perché una donna indiana di una zona povera e tradizionale ha avuto il coraggio di parlare, superando il pudore e lo choc, sostenuta in questa sua denuncia da tutta la Chiesa indiana a partire dalla superiora dell'ordine di Madre Teresa». È stata infatti madre Nirmala Joshi (la stessa che ha scritto recentemente al primo ministro indiano chiedendogli di difendere i cristiani) a convincere la suorina dell'Orissa a rompere il silenzio. «Ma è un caso importante anche perché la voce di una persona consacrata può fare molto in quel Paese — continua padre Cervellera —. In India le persone votate alla religione sono riverite, considerate. Se le autorità dell'Orissa hanno iniziato a fare qualcosa a difesa dei cristiani in questi due mesi è stato proprio per la prima denuncia di suor Meena».


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25 ottobre 2008
Arnaldo Momigliano, fuga dal potere cristiano

 Corriere della Sera, Alberto Melloni , 25 ottobre 2008

«Massimo non ti fidare... ». Così — con un riferimento alla famosa frase che D'Azeglio raccontava d'essersi detto nel suo colloquio col re — Carlo Dionisotti si spiegava perché Arnaldo Momigliano, pur accettando un insegnamento alla Normale, non fosse voluto rientrare nell'Italia che lo avevaespulso con le leggi razziali, nemmeno dopo la liberazione e dopo che gli «sconsacrati delcentrosinistra» ne avevano consolidato la democrazia. Un residuo di diffidenza, legato anche ad uno dei temi di ricerca che Momigliano si era dato e che puntava a spiegare perché «il cristianesimo, pur derivando la sua forza rivoluzionaria dalle linee non ortodosse del pensiero pagano, in sostanza accettò e rafforzò con la sanzione divina qualsiasi tipo di Stato pagano che desse mano libera alla Chiesa». Era una domanda che nella luce sinistra degli anni Trenta e Quaranta lampeggiava più forte, ma che era rimasta viva in Momigliano ancora nel 1958, quando organizzò al Warburg Institute quella serie di lezioni di autori (Brown, Marrou, Jones, Courcelle, Bloch) destinati a diventare le stelle fisse degli studi tardo-antichi, tradotte in italiano da Einaudi col titolo Il conflitto fra paganesimo e cristianesimo nel secolo IV. Quel nodo, il rapporto fra paganesimo e cristianesimo nell'età di Costantino rimane ancora aperto oggi, come ha ricordato un convegno pochi giorni fa al Monastero di Bose. Perché da un lato non c'è esperienza cristiana che si dia fuori da forme culturali e politiche date: queste vengono «cristianizzate » nel confronto, nella lotta, nel dialogo, nella metamorfosi. Dall'altro, però, non c'è forma culturale e politica che ad uno sguardo attento di fede non appaia limitativa, pericolosa, opprimente rispetto alla dirompente novità evangelica che proprio nel comodo politico-culturale del «potere cristianizzato » si sente minacciato in ciò che gli è peculiare e proprio.


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25 ottobre 2008
Aprì le finestre della Chiesa

 La Stampa, Enzo Bianchi , 25 ottobre 2008

Cinquant’anni fa in questi giorni un conclave numericamente esiguo eleggeva come vescovo di Roma e Papa l’anziano e pacioso patriarca di Venezia, Angelo Roncalli, ritenendo forse che laChiesa avesse bisogno di un periodo di tranquilla transizione dopo il solenne pontificato pacelliano. Non passano nemmeno cento giorni e Papa Giovanni spalanca le finestre della chiesa e apre orizzonti insospettati: è l'annuncio del concilio Vaticano II, una «nuova Pentecoste» per una Chiesa che a molti appariva un «museo da custodire» - come annotava Roncalli stesso nel suo diario alla notizia della morte di Pio XII - e che sotto l’impulso dello Spirito diventava un «giardino da coltivare, fiorente di vita». Sì, la «transizione» nella storia iniziava con lui e si preannunciava come stagione non più di difesa polemica, e a volte di crociata verso il nemico, bensì di dialogo con il mondo, di ascolto anche dell'avversario, di riconciliazione con i fratelli separati, di revisione dell'atteggiamento verso gli ebrei. Biografie di Papa Giovanni, edizioni critiche dei suoi scritti, fra tutti il Giornale dell'anima, riletture del suo pontificato profetico, ricordi di persone a lui vicine non sono mancate in questi anni, in particolare in occasione della sua beatificazione, ma l’agile saggio che Alberto Papuzzi gli dedica (Papa Giovanni. La Chiesa, il Concilio, il dialogo, Donzelli, pp. 234, e16,50) si fa apprezzare per il taglio di sapiente approfondimento giornalistico proprio dell'autore, a lungo responsabile delle pagine di cultura della Stampa. Una rilettura che non cela passione, simpatia e consonanza con quella stagione della Chiesa divenuta inaspettata occasione di speranza per il mondo intero. Papuzzi rilegge sulla base di un'attenta documentazione la situazione alla morte di Pio XII, lo svolgersi del conclave, l'intrecciarsi delle vicende ecclesiali con la politica italiana e internazionale, la visione di Papa Giovanni sulla Chiesa e l'audacia profetica dell'intuizione conciliare. E’ come un abbraccio cordiale che sa andare al di là della nostalgia per cogliere i segni e i frutti che non sono venuti meno in questi cinquant’anni. Non a caso l’appendice riporta molto opportunamente tre testi fondamentali del magistero giovanneo: la Mater et magistra, la Pacem in terris e l’indimenticabile Gaudet mater Ecclesia con cui si aprì non solo il Vaticano II ma il cuore e la mente di tanti uomini e donne di buona volontà.


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25 ottobre 2008
Cari laici, la fede merita rispetto

Avvenire, Gianni Gennari, 25 ottobre 2008

«Se la storia mette a disagio»: ieri su "Repubblica" (p. 57) Corrado Augias replica con questo titoloalle osservazioni mosse qui l’altro ieri ad un articolo di Marco Politi che partendo da due libri suoi -di Augias - giungeva allegro a sostenere che oggi «la Chiesa ha paura». Di che? Del metodo storicocritico.E perché? Perché Benedetto XVI al Sinodo ha detto che esso è utile, benemerito e necessario, ma se usato col pregiudizio non scientifico, ma ideologico, che esclude ogni realtàdivina, diventa inaccettabile per la fede cristiana. Paura? No! Ovvietà. Il Papa poteva dire ilcontrario?Il metodo storico-critico è usato da più di un secolo anche dall’esegesi cattolica. Mezzo secolo fa,1959, ragazzino di prima teologia, cominciai a studiare la Bibbia all’Università del Laterano, alloraroccaforte della tradizione "conservatrice", su testi come lo Strack Billerbeck, Simon Dorado eZedda, metodo storico-critico ad ogni pagina… Il fatto è che Augias, pur di suo principiante inmateria biblico-teologica, identifica con verità di critica storica le sue liberissime opinioni, anche se in termini di testi e vera storia, nero su bianco, sono smentite dai fatti. Libero, Augias, di non credere che Gesù sia Figlio di Dio, non libero di sostenere impudentemente - per iscritto nei libri, o a viva voce e faccia dolcemente sorridente a "Che tempo che fa" - che Gesù non ha mai detto di essere Figlio di Dio e Dio stesso. Decine di citazioni testuali lo smentiscono, e la stessa accusa di "bestemmia" che lo porterà alla Croce, «tu che sei un uomo dici di essere Dio» (Gv, 10, 33, e anche Mt. 9, 3 e 26, 66) stanno lì da 2000 anni, nei codici più antichi. Non ci crede? Benissimo, ma cisono lo stesso! Il disagio non viene dalla "storia", ma dalle libere opinioni di Augias - chierichetti di casa a tappetino, pur diversi - spacciate come fatti incontrovertibili. A proposito: qui apro una parentesi sui silenzi di Politi sulla libertà religiosa in Urss e Paesi satelliti. I suoi articoli dall’Est, e anche da Mosca, cominciano negli anni ’70, ben prima dell’era Gorbaciov, che del resto proprio nel primo discorso storico ribadì gli articoli 51 e 52 della Costituzione brezhneviana del giugno 1977, in cui la libertà religiosa era negata… Ma vale la pena di tornare alla sostanza.Tesi ricorrente di Augias e compagnia di ballo in pagina e in Rai, è che nei testi di "chiesa" cristiana si parla solo dopo il 135 e la seconda distruzione di Gerusalemme, e anche che la Trinità è un’invenzione successiva di secoli. Ebbene: metodo storicocritico alla mano, segnalo ad Augias, e se serve ai Pesce, Cacitti e Politi, che la prima Lettera di San Paolo ai Tessalonicesi, il testo indubitabilmente più antico del Nuovo Testamento, che risale agli anni 50/51 (cfr. gli studi di maestri del metodo storico-critico come G. Barbaglio, B. Rigaux, O. Kuss, J.M. Cambier e tanti altri) comincia con una decina di righe nelle quali si nomina «la chiesa dei Tessalonicesi», poi si leggono «Dio Padre», «Gesù Cristo nostro Signore» (in greco "kyrios", termine tecnico per la divinità"), «lo Spirito Santo» e, guarda caso, anche «fede, speranza e carità», le tre virtù dette «teologali» perché divinizzano la nostra umanità. Nero su bianco: in pratica c’è già tutto, e dall’inizio. Augias può dire che non ci crede, e spiegare le sue ragioni - è libertà - ma se scrive e dice che testi come questo non ci sono o è un falsario che inganna gli altri, o uno che scrive di cose che non conosce: scelga lui. A un non credente tutto il rispetto dovuto - nessun credente degno di questo nome scriverà che è «un cretino», come va di moda su "Repubblica" e dintorni - ma di fronte ai falsi il disagio è naturale. E senza alcuna paura della storia…


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18 ottobre 2008
I vescovi: l´Islam non rispetta i diritti delle donne
 


la Repubblica, Orazio La Rocca, 18 ottobre 2008

 

Si complica il dialogo tra cattolici e musulmani. E questa volta per «colpa» delle donne. Se ne è
parlato ieri al Sinodo in corso in Vaticano tra i vescovi impegnati a discutere di Parola di Dio e
Sacre scritture. Ma c´è stato un gruppo di presuli dell´area spagnola che ha sollevato anche il
problema dei rapporti con l´islam, portando ad esempio «i diritti delle donne, nel matrimonio e nella
famiglia, che tra i musulmani non hanno la considerazione prevista dalla Dichiarazione universale
dei diritti dell´uomo delle Nazioni unite». Da qui, l´invito dei vescovi spagnoli rivolto all´assemblea
sinodale ad una grande cautela nel «dialogo» religioso con il mondo musulmano.
Facile immaginare che queste affermazioni contribuiranno a rendere ancora più complicati i
rapporti tra le autorità vaticane e i rappresentanti dell´islam, rapporti già messi a dura prova due
anni fa con il discorso tenuto da Benedetto XVI all´università di Ratisbona, in Germania, quando
ricordò le «storiche» lotte intercorse tra le due religioni. Una sottolineatura non gradita alle
comunità musulmane, specialmente quelle più radicali. Ma anche a numerosi intellettuali islamici,
una rappresentanza dei quali - per l´esattezza 138 professori - scrissero una lettera al Papa per
chiedere chiarimenti e per cercare di riannodare il dialogo. Lettera che, comunque, fece da ponte tra
il Vaticano ed il mondo islamico per la pianificazione di un incontro «chiarificatore» in programma
a Roma il mese prossimo.
Ma, alla luce delle critiche anti islamiche emerse ieri al Sinodo, non sarebbe sorprendente prevedere
qualche brutta «sorpresa» anche per il summit musulmano-cattolico di novembre, per il quale si è
ampiamente prodigato il cardinale francese Jean - Luis Tauran, presidente del Pontificio consiglio
per il dialogo interreligioso. A parlare delle critiche islamiche emerse al sinodo è stato lo spagnolo
don Julian Carron, guida spirituale di «Comunione e Liberazione». Nel dibattito generale - ha
rivelato don Carron - è stata anche scartata l´idea di un Forum sulla «Parola di Dio», insieme ad
ebrei e musulmani. Prese di posizione che è facile prevedere non saranno gradite ai musulmani e
potranno cadere come macigni sulla strada dell´organizzazione dell´incontro del 4-5 novembre
prossimo che a questo punto è a rischio e la cui preparazione si è già rivelata più complessa del
previsto. Gli organizzatori, infatti, hanno dovuto aumentare il numero dei partecipanti (da 24 per
parte a 29), per evitare esclusioni che potessero scontentare qualcuno.
Le posizioni dei vescovi hanno suscitato perplessità nei rappresentanti dell´islam in Italia. Sono
fondate su «motivazioni pretestuose», ha detto Yaha Pallavicini, presidente del Coreis, che
raggruppa le Comunità religiose musulmane italiane. «Sono pronto a confrontarmi con questi
vescovi più chiusi perchè così si confonde una differenza tra civiltà e culture con una differenza tra
buoni credenti e cattivi credenti», ha aggiunto l´imam, tra i partecipanti all´incontro di novembre.
Da parte sua Mario Scialoja, esponente della Lega Musulmana Mondiale, ritiene che sia
«eccessivo» raffreddare i rapporti, sulla base di una diversa concezione dei diritti della donna
perché su questo tema «non si deve generalizzare».


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