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18 ottobre 2008
Tremonti, Sacconi, Brunetta: il successo degli ex socialisti

 

 

Il Sole24ore, Stefano Folli, 18 ottobre 2008

 

Ora che è cominciato in varie città l'autunno caldo contro le riforme del ministro Gelmini, è spontaneo confrontare le immagini degli studenti in piazza, con le loro bandiere rosse, e i dati dei sondaggi favorevoli al governo. Il quadro che ne emerge non potrebbe essere più chiaro.
Quarant'anni fa, ai tempi del '68, le agitazioni studentesche riflettevano una società inquieta, in cui vecchi equilibri erano in procinto di saltare. Oggi le proteste - più che legittime, s'intende - hanno il sapore di un manierismo un po' stucchevole. E comunque non costituiscono la punta di alcun iceberg, perché dietro i cortei c'è solo una sinistra minoritaria nel Paese. Minoritaria, priva di un'identità certa e chiusa nelle sue malinconie. E non è un caso se lo stesso presidente della Repubblica si è sentito in dovere di avvertire: «attenzione, non si può dire solo "no"».
Sull'altro versante, i sondaggi stupiscono anche gli esperti. Il gradimento di Berlusconi, a sei mesi dalle elezioni, supera il 60 per cento. Di solito nelle crisi economiche la prima vittima è il governo, il cui consenso crolla a favore dell'opposizione. Da noi accade il fenomeno inverso: più l'economia traballa e la paura serpeggia fra la gente, più aumenta il favore verso l'esecutivo. È in buona misura un fatto di ordine psicologico. Berlusconi viene percepito come il più adatto a gestire una crisi di vaste proporzioni.
Una netta maggioranza di italiani lo considera competente in materia finanziaria, nonostante le tendenze populiste, dotato di esperienza e - perché no - talmente ricco da apparire quasi un alieno. Scatta il meccanismo che assiste Berlusconi fin dal '94, all'epoca della prima «discesa in campo»: se lui è riuscito a guadagnare tanti soldi - così ragionano molti - sarà capace di tirarci fuori dalla palude. Questo moto dell'animo, piuttosto irrazionale ma comprensibile in tempi calamitosi, crea il consenso che circonda il premier e che stavolta (a differenza del 2001) sembra inscalfibile.
Segno che molti italiani vogliono sentirsi rassicurati e si aspettano che il premier-papà risolva per loro i problemi indotti dalle turbolenze economiche, per loro natura misteriose e inafferrabili.
Fin qui il caso è singolare, ma non privo di precedenti. Colpisce invece che gli indici di consenso superiore al normale arrivino ad abbracciare un certo numero di ministri della compagine: Tremonti, Sacconi, Brunetta e proprio il ministro dell'Istruzione, Maria Stella Gelmini. Sembra che gli italiani non si limitino a farsi cullare dal premier, ma apprezzino il lavoro dei suoi collaboratori. Così, sul piano politico, diventa ancora più stridente il contrasto fra chi protesta nelle strade (legittimamente) contro la riforma e il favore maggioritario di cui gode la responsabile dell'Istruzione.
Si direbbe che Berlusconi, volente o nolente, stia riuscendo in un'operazione mai tentata in precedenza: creare una classe dirigente, dare forma a una «cultura di governo». Con un particolare: Gelmini a parte, gli altri ministri che svettano nelle classifiche (Tremonti, Sacconi, Brunetta) hanno una caratteristica in comune. Vengono da una formazione socialista: un tratto che riemerge talvolta nell'approccio ai problemi e nello stile di governo. Può essere casuale, ma è un dettaglio interessante. Costituisce una sorta di rivincita culturale nei confronti della sinistra ex comunista, prevalente nel Partito democratico. Di cui non fa che mettere in luce la crisi attuale di identità.


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18 ottobre 2008
La Prestigiacomo: bufera insensata, sono dati di Bruxelles
 


Corriere della Sera, Alessandra Arachi, 18 ottobre 2008

 


 


ROMA - Stefania Prestigiacomo ma che succede? Lei è il ministro dell' Ambiente: ce la spiega questa bufera europea sul «pacchetto-clima»? «Difficile spiegarla: è incomprensibile». In che senso? «Stavros Dimas, il commissario dell' Ambiente dell' Unione europea, ha attaccato l' Italia dicendo che le stime fornite dal nostro governo sui costi del "pacchetto clima" sono sproporzionate. Sono esagerate. Ma è assurdo». Perché? «Perché quelle stime sono tratte da uno studio dell' Unione europea, mica ce le siamo inventate noi». Non è possibile... «Ma è così». Eppure in quello studio ci sono varie ipotesi di costi per il raggiungimento degli obiettivi del cosiddetto «pacchetto clima»: secondo il commissario Dimas quelle fornite dall' Italia sono le cifre relative alle ipotesi più pessimistiche... «Sono le più realiste». Dimas dice che dovremmo puntare sulle innovazioni, che così costerebbe tutto meno... «Ovvio. Ma per innovare ci vuole tempo. E noi dobbiamo essere realisti. Quanto ci vuole per costruire una centrale nucleare? Per sviluppare l' eolico, il fotovoltaico...». Quanto ci vuole? «Non ce la facciamo ad arrivare in tempo per il pacchetto clima». Siamo indietro? «Indietro? Vogliamo sapere quanti progetti di fonti rinnovabili ha tenuto bloccati il mio predecessore, Pecoraro Scanio?». Vogliamo sapere... «Ho trovato ben 160 pratiche bloccate». Le ha sbloccate tutte? «Sì. Ma...». Ma? «Nel conto dobbiamo metterci anche i rigassificatori: quelli per due anni e mezzo sono stati bloccati dal governo Prodi». Però il commissario Stavros Dimas oggi l' Italia l' ha bacchettata anche sugli impegni relativi al protocollo di Kyoto... «E ha ragione. Stiamo andando malissimo su Kyoto. Abbiamo un trend di crescita delle emissioni del 13% invece di una diminuzione del 6,5%. Ma anche qui...». Anche qui? «Ha senso che ci si faccia carico noi dell' inquinamento del mondo, quando a sfilarsi da Kyoto sono stati Paesi come gli Stati Uniti, l' India, la Cina?». Quindi, che fare? «Bisognerebbe trovare un sistema per distribuire impegni equi e non questa assurda iniquità mondiale». E in Europa? «Dobbiamo tutti rimboccarci le maniche. Sul serio. Non fare le corse ad approvare pacchetti pur di arrivare belli belli al traguardo». Di cosa sta parlando? «Del commissario Dimas». Che vuole arrivare a quale traguardo? «Alla conferenza di Copenaghen del dicembre del prossimo anno. E' lì che vuol fare vedere che l' Unione europea è la prima della classe». E non va bene? «Va benissimo. Ma bisogna essere tutti d' accordo, non si arriva ai risultati alzando la voce. Tutti abbiamo a cuore l' ambiente. E' il bene collettivo più prezioso che abbiamo». Come ha detto oggi il presidente della Repubblica... «E come dice tutto il nostro governo, io in prima linea. Per questo abbiamo a che ridire con il pacchetto clima: tra le altre, prevede che i permessi per le emissioni che oltrepassano la soglia di CO2 consentita diventino a pagamento. Una follia». Lunedì prossimo a Bruxelles lo incontrerà il commissario Dimas: che succederà? «Non ho dubbi: ci rimboccheremo le maniche per metterci a lavorare e trovare insieme una soluzione».


 


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11 ottobre 2008
Berlusconi-show
 
ROMA - Berlusconi-show ieri sera fra turisti, passanti e commercianti a due passi da Campo de’ Fiori, una delle piazze della movida capitolina. Il premier, appena rientrato dal Consiglio dei ministri a Napoli, intorno alle 7 stava passeggiando con la scorta per via dei Giubbonari. E quando è passato davanti alla vecchia sezione storica del Pci che oggi ospita il Pd, non ha resistito alla tentazione. Fra lo stupore dei militanti si è fermato, sorridente. Ha salutato. Si è messo a leggere locandine e manifesti. Ha scambiato qualche battuta. «Vuole entrare?», gli hanno chiesto. E lui non se l’è fatto ripetere due volte.
«11 paese è in ginocchio e lei continua a ridere», gli ha detto uno dei presenti, mentre il presidente del Consiglio salutava i presenti e si guardava intorno divertito. «La differenza fra noi è che voi siete sempre pessimisti e tristi. E vero, siamo diversi», ha replicato Berlusconi. Ed è stato l’inizio dello sketch. «Lei dice che non vuole il dialogo con il Pd, ma viene qui da noi», ha scherzato un altro iscritto. Il premier ha dispensato battute e strette di mani atut
ti. Ma Renato Vigalotti, tesoriere un po’ burbero e memoria storica della sezione, ha tirato indietro la mano. «Vedete che siamo diversi, voi non siete allegri», ha scherzato ancora il capo del governo. «Non la saluta perché è juventino», hanno dettogli altri militanti per giustificare il piccolo sgarbo. «Non gli ho dato la mano perché io sto all’opposizione e lui non mi è simpatico, non avevo piacere a dargli la mano», ha invece detto «Renatino». Il premier non se l’è presa, anzi uscendo ha salutato il «ribelle» con un grande sorriso e un vistoso cenno della mano, mentre altri militanti illustiavano la targa della sezione: «E dedicata a Guido Rattoppattore, era un giovane partigiano fucilato dai tedeschi a Forte Bravetta. Questo è il partito che ha cacciato i fascisti». Ma Berlusconi ha tirato dritto, senza replicare.
Lo spettacolo è poi continuato fuori. Sulla strada. «Come vanno gli affari?», ha chiesto ai commercianti affacciati all’ingresso dei negozi. «Male, male», hanno replicato gli esercenti. «Tenete duro, sistemeremo tutto», è stato l’incoraggiamen
to del premier. «Ma presidente lei è preoccupato per i processi e le inchieste in corso?», ha chiesto un gioielliere al Berlusconi. <do di tutte queste cose me ne frego, tanto sono tranquillo. Negli ultimi anni per ben i8 volte stato assolto», ha risposto.
Berlusconi è stato poi fermato da alcuni calabresi in visita a Roma. «Non dimentichi la nostra regione, ci sono tanti problemi da risolvere», gli hanno detto. E lui: «Non dimentichiamo il sud, stiamo facendo tante cose importanti. E il Ponte sullo
Stretto si farà, le gare per gli appalti già ci sono».
Arrivato a largo Argentina, il premier è entrato in una tabaccheria. «Qui gli affari vanno malissimo», ha detto il titolare del negozio. «Abbia fede, il commercio si riprenderà, senz’altro si riprenclerà. E la crisi finirà». La passeggiata si è conclusa in via del Plebiscito, sotto Palazzo Grazioli, residenza di Berlusconi. «Presidente, che mi consiglia acquisto azioni Eni?», ha chiesto un uomo di mezza età. «Sì, adesso è il momento di comprare», ha detto il leader del Pdl, prima di infilarsi nel portone.
 
Paolo Foschi, Corriere della Sera, 11 ottobre 2008



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10 ottobre 2008
Stranieri, il record storico. I residenti sono 3,5 milioni
 

ROMA - Per comprendere l' importanza del vertice italo-rumeno - che ieri a Villa Madama ha messo a fuoco i dossier giustizia, immigrazione, energia e investimenti italiani - basta scorrere due cifre: 25 mila aziende italiane che hanno scelto la Romania creando 800 mila posti di lavoro; un milione di rumeni (quelli ufficiali sono 625.278 con un boom dell' 82% sul 2007, diventando così la comunità straniera più numerosa) che hanno scelto di vivere e lavorare in Italia. L' Istat ha poi verificato che gli immigrati regolari in Italia erano al 1° gennaio 2008 3.432.651 (il 5,8% della popolazione). Con un aumento del 16,8% sul 2007 hanno dunque raggiunto il record storico per il nostro Paese. Proprio grazie a queste presenze la popolazione italiana arriva a sfiorare i 60 milioni e il saldo naturale degli immigrati (+60.379) compensa quasi per intero quello negativo degli italiani(-67.247) Gli stranieri in genere, e quindi anche i rumeni, sono più presenti al Nord (il 62,5%) rispetto al Centro (25%) e al sud (12,5 %). E anche quelli che ce la fanno a diventare italiani (la maggior parte con i matrimoni) sono in aumento: 261 mila nel 2007, poco meno dei 303 mila naturalizzati in Francia. Così, davanti al primo ministro Carin Popescu Taricenau, Silvio Berlusconi ha voluto ricordare alcuni di questi numeri per sottolineare gli interessi intrecciati dei due Paesi che ora non possono essere rovinati da singoli episodi criminali commessi da una esigua minoranza dei romeni residenti in Italia. Taricenau ha apprezzato ma ha anche ricordato che i neo comunitari possono rivendicare diritti pari ai soci fondatori della Cee: «I romeni che vivono in Italia devono poter contare sul principio della libera circolazione delle persone in Europa e devono beneficiare dello stesso trattamento degli altri cittadini europei». Ora, però, il governo, con i ministri Bobo Maroni e Angelino Alfano in prima linea, non è disposto a fare passi indietro sulla collaborazione giudiziaria: «Stiamo lavorando» per mettere a punto le misure che «consentano di attuare lo scambio di cittadini detenuti dichiarati colpevoli senza il consenso dell' interessato, così come prevede la normativa attuale», ha detto Berlusconi. In effetti, dal 2003, la Romania ha permesso il rientro solo di due detenuti condannati in Italia. Altri 35 carcerati romeni sono in «attesa di giudizio», nel senso che la camera penale di Bucarest sta istruendo la delibazione della sentenza (un visto di accettazione dopo la traduzione) oppure sta attendendo i tempi lunghi dei ricorsi in appello contro la stessa delibazione promossi dagli interessati. I rumeni ospitati nelle carceri in italiane (2790 di cui 805 definitivi) fanno di tutto per non essere rimpatriati e la Romania non accelera certo l' iter. Ora una commissione mista dovrà disboscare per provare a tagliare i tempi lunghi della delibazione. Al ministero della Giustizia, infine, si stanno studiando altre soluzioni: utilizzare la Bossi-Fini (misure alternative alla detenzione per i residui pena di due anni) con l' espulsione del detenuto rimesso in libertà, oppure l' anticipo con la Romania dell' accordo Ue che prevede l' automatico rimpatrio del detenuto comunitario condannato con sentenza definitiva. Il primo segnale, tuttavia, arriverà il 15 ottobre quando Bucarest invierà 15 agenti che collaboreranno con polizia e carabinieri.

Dino Martirano, Corriere della Sera,10 ottobre 2008


 




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7 ottobre 2008
Lo stato non paghi il film sulle Br

 

Sembra una tragicomica parabola tipicamente italiana quella della nostra lotta armata, iniziata con le rapine per autofinanziamento e finita con una richiesta di finanziamento pubblico. Oggi infatti a Roma si discute se inserire Miccia corta, un film tratto dal libro dell’ex terrorista Sergio Segio, tra quelli «di interesse culturale nazionale», e come tale meritevole di un contributo ministeriale. Tanto per dare al lettore un’idea delle cifre, ogni anno lo Stato italiano contribuisce al nostro cinema con una cinquantina scarsa di milioni di euro, e solo per Miccia corta se ne chiedono due e mezzo, la metà del costo totale del film.
Miccia corta racconta la giornata del 3 gennaio 1982, quando Sergio Segio con venti chili di tritolo fece saltare le mura del carcere femminile di Rovigo e liberò la sua compagna Susanna Ronconi. Le associazioni dei familiari delle vittime del terrorismo pongono una serie di condizioni. Non vogliono che compaiano, tra quelli degli ispiratori del film, i nomi di Segio e della Ronconi; non vogliono che i due partecipino alla campagna promozionale, e tutta una serie di altri dettagli che francamente ci sembrano appunto solo dettagli. Si possono far sparire dai titoli di coda tutti i nomi che si vogliono, ma il fatto raccontato nel film è un fatto storico, ogni spettatore saprà che Riccardo Scamarcio è Segio e Giovanna Mezzogiorno è la Ronconi. Né servirà, per nascondere la parentela con il libro di Segio, cambiare il titolo in La prima linea, come è stato proposto.
Non c’è alcun dubbio che da un punto di vista formale il film abbia i requisiti per ottenere il contributo: il regista è bravo e serio, il cast di eccellente livello, i produttori tali da garantire qualità. Ma siccome le forme non sono tutto, a noi sembra che solo in Italia può succedere che si discuta se far finanziare dallo Stato un film tratto da un libro scritto da chi voleva distruggere lo Stato.
«Non sarà un’apologia del terrorismo», assicurano quelli del film. Le buone intenzioni sono fuori discussione. Ma è difficile non pensare che anche una «libera interpretazione» non risenta dell’anima del libro. E l’anima del libro la si legge anche sul sito dell’autore: «Nel libro Miccia corta, Segio descrive una delle azioni più clamorose e audaci della lotta armata in Italia: l’assalto al carcere di Rovigo con cui liberò la sua compagna e altre tre detenute politiche». «Clamorosa» e «audace»: sono questi gli unici due aggettivi con cui Segio descrive quell’«azione»: nel corso della quale, va ricordato en passant, morì un poverocristo di pensionato che passeggiava con il cane. Eh no signor Segio: quell’azione va chiamata con i nomi suoi, infame e omicida, non clamorosa e audace.
Ma tutto il racconto di Segio corre sul crinale di un pericoloso giustificazionismo: sempre dal sito www.micciacorta.it, leggiamo che «il libro ripercorre le lotte e i movimenti degli anni Settanta, descrive le origini della scelta della ribellione armata, ricorda in dettaglio le stragi fasciste e le deviazioni istituzionali che contribuirono a innescarla». È la solita truffaldina tesi secondo la quale il terrorismo di sinistra fu una reazione a quello fascista e di Stato.
Che cosa succederebbe se la strage di Marzabotto venisse raccontata al cinema ispirandosi a un racconto di Walter Reder? E l’eccidio delle Fosse Ardeatine andasse sullo schermo «liberamente tratto» da uno scritto di Herbert Kappler? È bastato che Spike Lee facesse un film non corrispondente all’immagine della Resistenza fissata da Giorgio Bocca per far gridare mezzo Paese alla lesa maestà, anzi alla lesa storia.
Sì, lo sappiamo: il fascismo divide ancora. Ma le ferite delle Br sanguinano ancora. E anche se non invochiamo censure, a noi pare rischioso che chi negli anni Settanta non c’era o era troppo piccolo si faccia raccontare il brigatismo da un Segio, e se lo faccia trasformare in Historia de amor y revolución dai volti belli della coppia Scamarcio-Mezzogiorno. E visto che è rischioso, ci manca solo che lo paghi il contribuente.

Michele Brambilla, Il Giornale, 7 ottobre 2008



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5 ottobre 2008
Quando la politica arriva su Facebook

 Le strade della politica sono infinite. E non soltanto perché ormai si parte in pullman per toccare tutte le città e parlare con la gente, ma anche perché si utilizza quello che genericamente chiamiamo internet e in particolare si utilizzano i Social Network. Ovvero quei siti dove le persone si parlano, si conoscono e si scambiano informazioni. Roba per studenti giovani, dei college americani, che hanno inventato un modo per ritrovarsi tra vecchie matricole, o vecchi laureati, sparsi in giro per il mondo. Ti iscrivevi, mettevi la tua fotografia, poi le informazioni sull’anno di laurea, l’università, il corso, il PhD, o il dottorato, e ti contattava quel vecchio amico del tuo corso, che non vedevi da dieci anni, e che magari fa il manager a Sidney, o lavora come produttore a Bollywood. Chi lo avrebbe mai detto che si poteva inventare un mezzo per ritrovarsi così facilmente.
Facebook, che poi è il libro degli studenti dei college americani era questo. L’inventore può vantare anche una data di fondazione. Facebook è stato fondato il 14 febbraio 2004 da un ragazzino di soli 19 anni: Mark Zuckerberg, studente ad Harvard, esattamente per questo scopo. In un paio di mesi, su Facebook si sono iscritti anche quelli dell’Mit, e via allargando. Per capire le dimensioni del fenomeno in meno di quattro anni, il sito Facebook vale più di 18 miliardi di dollari e ha 120 milionidi iscritti.
Il primo uomo politico che ha capito l'importanza dei social network, è il candidato democratico alla Casa Bianca, Barack Obama che ha 1.945.000 sostenitori. Ma ora sta succedendo qualcosa anche in Italia. Non solo Facebook sta contagiando studenti e comuni cittadini che si
vanno a cercare i vecchi amici persi nei trasferimenti di città, o chissà dove, ma è diventato un punto di riferimento per la politica, soprattutto quella di sinistra, e in particolar modo quella vicina alle varie anime del partito democratico. Il primo è stato Walter Veltroni, ufficialmente convinto dalla figlia, ma anche attento da sempre ai nuovi mezzi della rete. Veltroni è iscritto a Facebook non come personaggio pubblico’, non con un profilo vetrina, con i fan che si iscrivono (per fare un esempio, come Steve Jobs, o George Clooney) ma con un profilo personale, che secondo la leggenda gestisce lui stesso. Amici: circa 4800. Cosa significa? Significa che uno si iscrive a Facebook, mettendo nome cognome, un indirizzo mail, e possibilmente la fotografia (su Facebook ci si mette la faccia), poi cerca Veltroni, e gli chiede di diventare amico. Con ogni probabilità la risposta sarà affermativa. E a quel punto la pagina di Veltroni sarà visibile: visibile quello che scrive, visibile la sua bacheca, dove si può commentare la politica, quello che accade, e magari anche protestare.
C’è lui dietro il profilo Facebook? Veltroni sostiene di sì, altri dicono che un paio di persone curano il suo profilo di Facebook, la verità, come sempre, sta probabilmente nel mezzo. Ma l’ingresso di Veltroni sul Social Network più popolare del momento, ha portato a un gioco di emulazione che stupisce. Se si va a cercare, si trovano altri politici, incominciando da Pier Ferdinando Casini, presente, anche lui, su Facebook con un profilo personale, e una fotografia dove sfoggia un giubbottino di pelle molto giovanile. Casini ha circa 900 amici ma interagisce poco. In realtà sono tutti messaggi di augurio scritti da fan e da attivisti politici. Anche Enrico Letta è su Facebook, 2000 amici, circa, mette ogni tanto pensieri rapidi su ciò che pensa, e infoma su tutto quello che ha fatto, oltre ai suoi incarichi di ministro, la passione per Dylan Doge per il Subbuteo, gioco da tavolo che pratica ancora oggi. Su Facebook cè anche Antonio Di Pietro che legge direttamente i messaggi, e risponde. E questo era immaginabile. E su Facebook ci sono Capezzone e Gennaro Migliore, già capogruppo di Rifondazione alla Camera, e il presidente della provincia di Roma Nicola Zingaretti.
E ci sono i giornalisti: c’è Bruno Vespa e il direttore editoriale del Tempo Roberto Arditti, c’è il vicedirettore del Corriere della Sera Pierluigi Battista, c’è Claudio Sabelli Fioretti, Andrea Purgatori e Marina Valensise, e il direttore di Europa Stefano Menichini, il vicedirettore di Repubblica Massimo Giannini. E c’è Carlo Freccero, l’editore Alberto Castelvecchi, il regista Ferzan Ozpetek, lo scrittore Giorgio Faletti. Non sono profili messi a caso, c’è ormai un collegamento autentico tra le persone, che senza Facebook sarebbe stato impensabile. Non c’è Massimo DAlema, ma ci sono gli uomini che sono stati con lui per molto tempo: Fabrizio Rondolino, Claudio Velardi, Gianni Cuperlo, Andrea Romano, tutti presenti e attivi su Facebook.
Quello che accade in questa rete è curioso. Perché Facebook è sostanzialmente democratico ed è un modo, in fondo, per capire gli umori delle persone, attraverso la rete di internet. La condizione è che l’identità sia certa, e che non si utilizzi il network per scopi non consentiti. Anzi, Facebook ha regole così rigide che basta sbagliarsi una volta e ti cancellano.
Ma è evidente che questa volta non siamo di fronte a uno dei tanti giochi della politica per rendersi un po' più visibili, ma c’è qualcosa di più. E ve-
ro che Facebook annulla le distanze, e sembra seguire dei fili che prima non esistevano, è quasi una lobby che si regge molto sulla scelta di essere presenti su un network, che si muove in modo autonomo e cresce di continuo. Negli ultimi tempi in molti si sono piacevolmente stupiti di trovare tra i profili Facebook il presidente emerito della Repubblica Carlo Azelio Ciampi. E' proprio lui? L’elenco degli amici dice che sono circa 300 e la maggior parte sono studenti e giovani. Il mistero rimane. Ma se davvero il presidente Ciampi, dall’alto del suo ruolo e dei suoi anni avesse deciso di farsi un profilo su Facebook, vorrebbe dire che la febbre da social network è ormai salita al massimo.
www.robertocotroneo.net

 
Roberto Cotroneo, L'Unità, 5 ottobre 2008


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