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27 settembre 2009
Ti si risponderà che il paragone non ci sta.









 


La libertà di stampa che piace a D'Alema è quella di Pol Pot


«I giornali? È un segno di civiltà non leggerli. Bisogna lasciarli in
edicola». Chi ha sentenziato così? Il maledetto Caimano, ossia Silvio
Berlusconi? Macché, è stato il democratico Massimo D'Alema. Max ha
anticipato tutte le ire del Cavaliere nei confronti della carta stampata.
Con assonanze sorprendenti. Compresa la strategia di darci dentro con le
cause civili e le richieste astronomiche di danni.
La prima scena risale al 31 ottobre 1992. Aeroporto di Lecce. Incontro D'Alema
che aspetta il volo per Roma. È mattina presto, ma lui già schiuma di rabbia
contro una masnada di pessimi soggetti. I giudici di Mani Pulite. Gli
editori. I giornali e i giornalisti. Primo fra tutti, Eugenio Scalfari,
direttore di "Repubblica". Ringhia: «Scalfari ha leccato i piedi ai
democristiani che stavano a Palazzo Chigi, da Andreotti a De Mita. E adesso
fa il capo dell'antipartitocrazia».
Quarantotto ore dopo, intervistato dal "Giorno", Max si scaglia di nuovo
contro "Repubblica": «Che cosa si vuol fare? Cacciare deputati e senatori,
per lasciare tutto in mano a Scalfari?». Un vero figuro, Barbapapà. Anche
perché è in combutta «con quell'analfabeta di andata e ritorno che si chiama
Ernesto Galli della Loggia». "Repubblica" prova ad ammansire D'Alema. Però
il 13 novembre lui replica: «Ormai i giornali sono un problema in Italia,
esattamente come la corruzione».
La rabbia dalemista ha un motivo: siamo in piena Tangentopoli e la stampa dà
spago al pool di Mani Pulite. In un'intervista a "Prima Comunicazione" che
in seguito citerò, Max dirà parole di fuoco sui giornali: «Si sono
comportati in modo fazioso, scarsamente rispettoso dei diritti delle
persone. Hanno alimentato una circolazione impropria di segreti giudiziari e
il narcisismo della magistratura. La loro responsabilità morale è stata
enorme: verbali, pezzi di verbali, notizie riservate sono diventati oggetto
di uno sfrontato mercato delle informazioni. Uno spettacolo di iattanza
indecente. Ha ragione la destra quando dice che c'è un circuito
mediatico-giudiziario che ha distrutto delle persone».
Il 13 aprile 1993, la rabbia di Max sembra al culmine. Dice: «In questo
Paese non sarà mai possibile fare qualcosa finchè ci sarà di mezzo la
stampa. La prima cosa da fare quando nascerà la Seconda Repubblica sarà una
bella epurazione dei giornalisti in stile polpottiano». Ossia nello stile
del comunista Pol Pot, capo dei khmer rossi, il sanguinario dittatore della
Cambogia.
Ma la nuova Repubblica nasce sotto un segno che a Max non piace: la vittoria
di Berlusconi nel marzo 1994. Achille Occhetto si dimette da segretario del
Pds e a Botteghe Oscure s'insedia D'Alema. Per qualche mese, il nuovo
incarico lo obbliga a un minimo di cautela. Ma la sua avversione per i
giornali non è per niente svanita.

Nel giugno 1995, intervistato da Antonio Padellaro per "L'Espresso",
riprende a ringhiare contro «l'uso spesso selvaggio dell'indiscrezione
giudiziaria». E conclude che le cronache su Tangentopoli hanno «consumato
quel poco di rispetto per lo stato di diritto e di cultura liberale
esistente da noi. Il danno prodotto è stato enorme. Provo fastidio per il
comportamento dei giornalisti: non aiuta di certo l'immagine dell'Italia».
Il 1995 sarà un anno terribile per D'Alema e per Veltroni, direttore dell'"Unità".
Però Max non presagisce nulla. Il suo giornalista preferito è un
televisionista: Maurizio Costanzo. In luglio, la Botteghe Oscure incaricano
Costanzo di "stilare le nuove regole" dell'informazione. E D'Alema lo vuole
accanto a sé nella Festa nazionale dell'Unità a Reggio Emilia. Insieme
presentano il primo libro di Max, "Un paese normale", stampato dalla
Mondadori di Berlusconi.
La tempesta scoppia alla fine di agosto. È lo scandalo di Affittopoli, sulle
case di enti pubblici ottenute dai politici a equo canone. Più saggio di
Veltroni che strilla, ma resta dov'è, D'Alema trasloca. E sceglie la
trasmissione di Costanzo per annunciare il passaggio in un altro
appartamento.
Ma il suo disprezzo per la carta stampata resta intatto. Arrivando a
coinvolgere politici incolpevoli. In quell'autunno dice di me: «Pansa si fa
leggere sempre, ma ha un difetto: non capisce un cazzo di politica. C'è uno
solo in Italia che ne capisce meno di lui: Romano Prodi».
Nel dicembre 1995, Max affida a "Prima comunicazione" il suo lungo editto
contro i giornali. Intervistato da Lucia Annunziata, spiega di sentirsi una
vittima: «Due giornalisti mi tengono e il terzo mi mena». «Il livello di
faziosità e di mancanza di professionalità è impressionante». «Non esiste l'indipendenza
dell'informazione: i giornali non sono un contropotere, ma un pezzo del
potere. E come tali sono inattendibili». «Il loro compito è la
destrutturazione qualunquista della democrazia politica». «Gli editori si
contendono a suon di milioni i giornalisti più canaglia».
Al termine del colloquio con l'Annunziata, prima dell'invito a non
acquistare i giornali, D'Alema annuncia come si comporterà in futuro: «Se
dovrò dire qualcosa di importante, lo dirò alla gente, non ai giornali.
Andrò alla televisione. Mi metto davanti a una telecamera con la mia faccia,
con le parole che decido di dire, senza passare per nessun mediatore. Se
parli con la stampa, sei sicuro di perderci».
Per coerenza, il 5 aprile 1996, alla vigilia delle elezioni politiche, D'Alema
va in visita ufficiale a Mediaset. Accanto a Fedele Confalonieri, dice:
questa azienda «è una risorsa del Paese». E rassicura i dipendenti: «Se
vincerà l'Ulivo, non dovrete temere nulla. Mediaset è un patrimonio di tutta
l'Italia!».
L'Ulivo vince. Max spiega a Carlo De Benedetti: «Hai visto? Abbiamo vinto
nonostante i tuoi giornali!». Ma D'Alema si sente prigioniero del Bottegone.
Vorrebbe stare lui al governo. Prodi e Veltroni non gli piacciono. Sono «i
due flaccidi imbroglioni di Palazzo Chigi». Poi la sua ostilità torna verso
la stampa. In luglio tuona contro «il giornalismo spazzatura». E alla fine
del mese, alla Festa dell'Unità di Gallipoli spiega: «Ormai c'è qualcosa di
più che il normale pettegolezzo giornalistico, tendente ad alterare la
verità. Ci sono lobby, interessi, gruppi che pensano spetti a loro dirigere
la sinistra italiana».
Il 2 agosto, durante la bagarre parlamentare sul finanziamento pubblico ai
partiti, D'Alema ringhia ai cronisti: «Scrivete pure quello che vi pare,
tanto i giornali non li legge nessuno. E anche voi contate poco: prima o poi
vi licenzieranno». A imbufalirlo è sempre il ricordo di Affittopoli e quel
che ritiene di aver subito dalla carta stampata: «Giornalismo barbarico,
cultura della violenza, squadrismo a mezzo stampa».
Perché Max si comporta così? In un'intervista citata dal "Foglio", Veltroni
prova a spiegarlo: «Io sono gentile con i giornalisti. Dovrei fare come D'Alema
che li chiama somari per ottenere la loro supina benevolenza». Ma forse
esiste un problema nascosto: una forma inconsapevole di autolesionismo che
spinge Max a cercarsi sempre dei nemici.

Una sera del novembre 1996, dice a Claudio Rinaldi, direttore dell'
"Espresso": «Fate una campagna sguaiata contro di me. Vi mancano solo
Michele Serra e Curzio Maltese, poi sarete al completo. L'unica critica
fondata che potreste farmi è di aver messo Prodi a Palazzo Chigi». Quindi
spara su Berlusconi: «Mi sta sul cazzo come tutti i settentrionali. È un
coglione ottuso. La sua stagione è finita».
Il 1997 si apre con la causa civile che Max intenta all'"Espresso". Per aver
rivelato la piantina della sua nuova casa, ci chiede un miliardo di lire.
Non lo frena neppure l'onore di presiedere la Bicamerale. Il 5 maggio
scandisce a Montecitorio un anatema globale: «L'ho detto una volta per
tutte, con validità erga omnes, con valore perpetuo: quello che scrivono i
giornali è sempre falso».
Alla fine di novembre si scatena contro l'Ordine dei giornalisti. Bisogna
abolirlo, dice Max, visto che non garantisce la correttezza professionale.
Poi nel gennaio 1998 annuncia di aver scovato l'arma finale per sistemare la
carta stampata. È di una semplicità elementare: niente più processi penali
ai giornalisti, bisogna instaurare «un sistema che consenta una rapida ed
efficace tutela in sede civile e che preveda consistenti risarcimenti
patrimoniali».
Detto fatto, ecco in data 10 febbraio 1998 la causa civile di Max al
"Corriere della sera" per quanto ha scritto «su un fantomatico piano D'Alema
per il sindacato». Richiesta: due miliardi di lire. La sinistra non va in
piazza a protestare. Eppure Max pretende dal «convenuto Ferruccio de
Bortoli» anche il giuramento decisorio. Vale a dire che deve giurare di aver
scritto la verità a proposito delle intimidazioni dalemiane sugli azionisti
di via Solferino.
Quale sorte ebbe questa causa? Confesso di non ricordarlo. Ma che importanza
ha scoprirlo? D'Alema aveva tracciato un solco che, anni dopo, anche l'odiato
Cavaliere avrebbe seguito.

Giampaolo Pansa, Libero, 15 settembre 2009


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10 maggio 2009
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Candidati come figurine? Così fan tutti (da sempre)
 
Veline, soubrettes, certo. O «Mignottocrazia», per stare all’elegante (e recente) conio di Paolo Guzzanti, impegnato in una polemica all’ultimo sangue con il ministro Mara Carfagna. O assalto dei «Velini», come ha corretto il democratico Roberto Giachetti, lamentando una non esaltante par condicio tra i sessi, nell’esercito di candidati-civetta. O «dittatura dei mezzibusto», come ulularono gli uomini della sinistra di fine anni Ottanta alla candidatura di Alberto Michelini nella Dc, salvo ritrovarsi una dozzina di mezzibusto nelle liste successive (del loro partito!).
La sequenza di nomi arrivati nel centrosinistra dalla «scuola quadri» di Saxa Rubra è impressionante: due presidenti di regione nel Lazio, Piero Marrazzo e Piero Badaloni, una eurodeputata eletta, Lilli Gruber, l’ultimo aspirante, l’ex conduttore del Tg1 David Sassoli.
Insomma, se si deve datare il fenomeno degli acchiappa-voti, bisogna partire da lontano, dai velini e dai proto-velini, perché le candidature civetta hanno radici antiche. Per dire. Una delle prime a far parlare dell’Italia nel mondo fu Ilona Staller detta «Cicciolina»: valanga di voti nelle liste radicali alle politiche ’87. Ilona venne eletta, entrò a Montecitorio con un sobrio vestito verde, e ruppe con il suo «demiurgo» in un memorabile comitato direttivo radicale - lo ricorda Filippo Ceccarelli nel suo imprescindibile Il letto e il potere - tra reciproche apostrofi: «Cicciolino Marco...» diceva flautata ma granitica lei, e «Cara Scemolina...» rispondeva sarcastico e imperturbabile lui. Duello divino. Mentre si rivelò un buon presidente del partito radicale il padre di Volare Domenico Modugno, di cui nessuno avrebbe ipotizzato una carriera politica. Sempre sotto le insegne della Rosa nel pugno si candidò un giovanissimo Maurizio Costanzo. E poi una cantante come Miranda Martino, e l’attrice Ilaria Occhini.
Che dire di Pietro Mennea? Iniziò la sua carriera politica - inversamente proporzionale, per successi raccolti, a quella sportiva - nelle liste del Psdi, per passare alla Rete di Orlando, quindi nel Polo (candidato a sindaco - trombato - nella sua Barletta) e all’Italia dei valori (Bingo). E che dire di un altro long seller, Gianni Rivera? Ben prima di Giovanni Galli trasmigrava dal calcio alla politica, passando per la Dc e per l’Ulivo. Anche l’ex juventino Massimo Mauro fu arruolato nel Pds (deputato), ora è tornato senza clamori alle domeniche sportive da commentatore. Moana Pozzi, prima di diventare un mito hard, fece in tempo ad essere trombata con il suo «schicchiano» Partito dell’Amore (che non raggiunse il quorum e aveva il suo viso inscritto in un cuore, come simbolo).
Il Pci fece i primi sgarri ad un costume un tempo sobrio mettendo in pista, alle politiche del 1987, Gino Paoli (arrivò a Montecitorio, ma non lasciò grandi tracce). E persino la seriosissima Dp, nello stesso anno, affidò il cruciale appello elettorale al volto notissimo di Paolo Villaggio, che si presentò nella sede delle tribune con i bracaloni. I Verdi hanno eletto più volte l’alpinista Reinhold Messner. I socialisti di Craxi non furono da meno, quando portarono nell’europarlamento la giovane star dell’intrattenimento, Gerry Scotti. Il quale, molto onestamente, in anni successivi ammise: «Feci male a candidarmi». Sempre mamma Dc riuscì a far diventare senatore il presidente della Roma Dino Viola, grazie all’effetto scudetto. E cercò di pareggiare il conto fra tifoserie giallorosse e biancazzurre, nella Capitale, buttando nella mischia nientemeno che Giorgio Chinaglia. Un altro e centravanti della Roma, Andrea Carnevale, divenne un improbabile responsabile sport dell’Udeur senza riuscire a conquistare seggi, mentre Fabio Fazio (chi se lo ricorda?) accettò di fare da «garante» per i Verdi di Luigi Manconi. Nel Pds venne euro-eletto Enrico Montesano (che fece però in tempo a passare ad An). Che condivise i banchi del consiglio comunale con Adriano Panatta (anche lui nella Quercia, al pari del signore degli anelli, Juri Chechi). E persino il Pri riuscì a mettere il lista un pugile, come Francesco Damiani. Altri sportivi trovarono sistemazioni non meno confortevoli: Carmine Abbagnale nelle liste della Dc, Gelindo Bordin e Paolo Canè all’ombra del garofano.
Ma quanti sanno che una futura rockstar come Luciano Ligabue era stata consigliere comunale nella sua Emilia Romagna? E i finiani di «Fare futuro» ricordano, forse, il bel primo piano di Monica Ciccolini (una imprecisata imprenditrice) che addobbò i manifesti con uno slogan ammiccante («A me gli occhi»!) eletta in An prima e in Forza italia poi (grazie alla sua avvenenza?). E da quale fondazione provenivano altre due aennine come l’attrice Clarissa Burt e la giornalista Solvi Stubing, la memorabile «Chiamami Peroni, sarò la tua birra!». E quanto tempo c’è stato in An Lando Buzzanca? (Gianni Alemanno non gli ha mai perdonato un appello per Veltroni). Stessa storia per la cantante pop Marcella Bella. Per Bruxelles - sotto le insegne di Forza Italia - è passata anche Iva Zanicchi, e in parlamento è ormai considerata ormai una veterana (anche se bersagliata dalle Iene) Gabriella Carlucci. Sabrina Ferilli, corteggiatissima, non ha mai ceduto alla politica, se non per la battaglia civile del referendum sulla procreazione. Ma ci sono anche casi paradossali: come Alba Parietti che si è offerta per risollevare l’Ulivo. Invano. Sarà il caso di riprovare ora?
 
Luca Telese, Il Giornale, 30 aprile 2009




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10 maggio 2009
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E in Aula è caccia a «maleodoranti e malvestiti»
 
Voi direte: ma ti pare che il Cavaliere fa una battuta, e subito si apre il dibattito in Parlamento, come se non avessero di meglio da fare? Parrebbe che sia andata così: quello, a Varsavia, voleva chiudere le polemiche su veline e velonze per Strasburgo, e ha tirato fuori dal cilindro una lepre di sicuro incanto e attrazione. Lo ha fatto a muso duro, stuzzicato dai giornalisti. Ma sì, invece di star lì a discettare con invidia di quanto siano intelligenti e preparate le belle candidate del Pdl, o a provocare sulla signora Veronica - manovre architettate «dalla stampa di sinistra e dall’opposizione» - andate ad annusare quelle persone «di certi partiti», che risultano «maleodoranti e malvestite». Ha funzionato anche questa volta, è scattata la caccia agli onorevoli puzzoni. E nell’aula di Montecitorio, a tambur battente, si sono levate le rituali e vibrate proteste per l’offesa scagliata dal premier sul corpo parlamentare. Ma davvero Silvio Berlusconi ha liberato una lepre di pezza, per distogliere la muta dei cani? Davvero i rappresentanti della nazione son tutti e mille ben vestiti e profumati, freschi di doccia quotidiana?
Quando Rino Formica, gloria socialista della Prima Repubblica, diceva che «la politica è sangue e merda», forse parlava per metafore ma con più di un pizzico di concretezza. Basta parlare con gli addetti alle pulizie dei bagni, che non stan fermi mai e spesso nelle toilette trovano le cose più strane e bizzarre. Non solo mutande o canottiere, tutt’altro che fresche di lavanderia, ovviamente. E sarà che il Palazzo è grande, frequentato e vissuto anche dagli impiegati e dai giornalisti, ma sotto questo profilo registra un movimento che ricorda la Stazione Centrale. Solo che qui c’è più gente a pulire. E funziona pure una sorta di Albergo diurno. Al piano basso della Camera, dove ci sono i servizi e la porta carraia, da sempre ci sono pure le docce, a disposizione di quei deputati che avevano trascorso la notte in treno per non mancare alla seduta mattutina ed avvertivano il bisogno di una seria rinfrescata. Oggi quelle docce sono sempre meno usate. Forse perché nessuno viaggia più in treno, ma forse...
Chi pensa male fa peccato, insegna Giulio Andreotti. Ma anche alla barberia vanno scomparendo quei parlamentari che di buon mattino s’accomodavano davanti agli specchi più tranquilli del palazzo, porgendo sereni e rilassati il collo e le gote al rasoio affilato. La Vecchia Volpe si faceva mandare il barbiere di Montecitorio nel suo ufficio sull’altro lato della piazzetta, alle 6 del mattino. Le nuove leve onorevoli preferiscono probabilmente radersi col rasoio elettrico a casa, e dormire un’ora in più. Anche i capelli, se li fan tagliare a casa, tant’è che i barbieri di Camera e Senato vanno abbandonando il grembiule per indossare la divisa dei commessi. Però, nello struscio in Transatlantico o nel Salone Garibaldi, gli effluvi di dopobarba e lavanda di prezzo usuale, spesso risultano eccessivi. Beninteso, degli uomini si parla. Come succede anche in fabbrica, le donne sono sempre ineccepibili, da destra a sinistra.
Però, non è forse il Parlamento lo specchio reale del Paese? In una democrazia parlamentare pura come la nostra, sui banchi siede la percentuale più o meno esatta di ogni categoria e di ogni genere. Quanta gente con la forfora sulle spalle, o i capelli un po’ unti, incontrate al mattino al bar dove fate colazione? Più o meno, altrettanti se ne vedono alla buvette. Un sondaggio di Mannheimer potrebbe confermarlo. E se un’esagerazione va forse rimproverata a Berlusconi, è quella di addebitare gli sciatti e poco puliti a «certi partiti». È vero che nel congresso di fondazione del Pdl, una mesata fa, è sempre stato sul palco, al massimo lasciandosi toccare dai giovani in prima fila. Ma se fosse sceso davvero tra i delegati, avesse solcato lentamente la pancia della platea congressuale, non gli sarebbe sfuggito l’afrore di quell’umanità che suda e s’appassiona, si scalda e per lo più conosce la vasca da bagno settimanale. È lo stesso afrore che lievita dai congressi del Pd e di ogni altro partito italiano in ogni stagione, è l’afrore del Bottegone e della Balena Bianca coi suoi uomini in calzini corti e vestito Facis. E il sudore delle ascelle che inzuppa le camicie dei leaders, quando fanno comizi d’estate, in quale categoria dello spirito va iscritto?
Ma ieri mattina Roberto Giachetti del Pd, che secondo Santo Versace (Pdl) è «elegante di natura perché ha le phisique du rôle» si è alzato in aula per chiedere che il premier «metta almeno una o, invece di una e», fra «maleodoranti» e «malvestiti». S’è associato anche Michele Vietti, Udc, il figurino più ingessato di Montecitorio, chiedendo «l’intervento chiarificatore» del ministro per i Rapporti col Parlamento, Elio Vito.
Ah, ci fosse più sangue e meno merda!
 
Gianni Pennacchi, Il Giornale, 30 aprile 2009



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10 maggio 2009
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Tre ragioni per non dirmi antifascista

Il fascismo è morto e sepolto e si è portato appresso l’antifascismo. Quando morirà definitivamente il comunismo si porterà con sé l'anticomunismo. Ora sopravvive un residuale comunismo e dunque un residuale anticomunismo. I conflitti e le abiure che si inscenano sul cadavere putrefatto del fascismo sono sedute spiritiche insensate.
Un conto è celebrare in positivo una festa nazionale e civile per confermare l’amore (,..)
(...) per la libertà, il rispetto della democrazia e della pace, l’accettazione piena e incondizionata di diritti e di doveri. Un’altra cosa è inscenare questi test d’ingresso nella democrazia liberale da parte di chi per anni l’ha avversata nel nome del comunismo. Non mi permetterei mai di chiedere, per esempio, a Napolitano e D’Alema di partecipare ad una celebrazione dell’anticomunismo e di dichiararsi tali. Sarebbe ipocrita, offensivo della dignità edel passato dei due esponenti che fino alla tenera età di 65 e di 42 anni si sono detti comunisti. Mi basta sapere, e non ne dubito, che i due accettano i principi di libertà di cui sopra. Ci sono memorie divise e memorie condivise, valori diversi e valori comuni.
Fanno bene, per carità, Berlusconi, Fini e i popolani della libertà a celebrare il 25 aprile. Andate avanti voi perché a me viene da ridere. O da piangere. Insomma tutt’e due, Non perché dubiti della loro piena accettazione dei principi di cuisopra, ma perchè è ipocrita e grottesco chiedere a chi si è definito fascista fino alla tenera età di 42 anni simili radicali abiure. E mi pare ipocrita e grottesco pure chiedere a chi, come Berlusconi, ha rappresentato il sentimento afascista, maggioritario nel nostro paese già in epoca democristiana, di sifilare per la Resistenza come non ha mai fatto, convinto che sia stata la festa di una minoranza militante, fiera e partigiana che per tanti anni e per
aue terzi sognava ai portare a compimento la Rivoluzione cacciando capitalisti Chiesa e borghesi.
Fermo restando il ripudio della guerra, della violenza e dei totalitarismi, senza riserve alcune, rivendico il diritto ad un diverso giudizio storico e al rispetto dei sentimenti. Non me la sento di dirmi antifascista al cospetto di un grande filosofo fascista come Gentile, ucciso mentre cercava la concordia tra gli italiani. Non me la sento di dirmi antifascista davanti al sacrificio di un giovane fascista, limpido, libertario e coerente, come Berto Ricci che perse la vita, senza toglierla a nessuno, nel nome della sua rivoluzione. Non me la sento di dirmi antifascista ricordando Araldo di Crollalanza, ministro che realizzò grandi opere, e del fascismo ebbe solo la versione costruttiva. Cito apposta loro tre per ricordare con loro i giganti che vi aderirono pagando di persona; igiovani che si sacrificarono per un’idea o solo per rispettare un impegno d’onore, e i tanti governanti onesti ed efficaci che edificarono l’Italia. Nessun razzista e persecutore tra loro.
Non me la sentirei poi di sfilare nel nome dell’antifascismo tra i terremotati d’Abruzzo dove le case costruite dal fascismo hanno resistito intatte, e quelle che son venute dopo, in epoca antifascista, hanno massacrato i loro abitanti. Non me la sentirei di dirmi antifascista perfino tra gli antifascisti che fuggirono in Russia per sfuggire al regime fascista e li furono trucidati, col beneplacito di Togliatti. Furono uccisi più antifascisti dall’antifascismo rosso che dal ventennio fascista...
Vedo l’adesione alla Resistenza “senza se e senza ma” di Fini, che non distingue nemmeno tra chi voleva la libertà e chi la dittatura del proletariato. Poi leggo un manifesto del Pd che dice “Ogni 25 aprile libera l’Italia” come se la liberazione fosse uno spray nasale valevole 24 ore. E do ragione a Marx quando diceva che la storia si presenta due volte, prima come tragedia e poi come farsa. Pochi giorni fa ho partecipato ai funerali di Giano Accame che stava scrivendo da anni un libro, La morte dei fascisti, e che ha voluto farsi avvolgere nella bandiera della Rsi. Non conoscevo un fascista più libertario di lui, uno che cercasse il dialogo e pure l’intesa con antifascisti. socialisti e comunisti e che difendesse la libertà, la tolleranza e la democrazia come lui. Ai suoi funerali, che sembravano poi i funerali del neofascismo,
non sono mancati segni nostalgici ma i giomalisti presenti, e c’erano pure firme di sinistra, non hanno scritto nulla su questo, con una civiltà che fa loro onore, non hanno speculato... Beh, se fossi antifascista, partigiano e comunista, mi sentirei più rispettato da gente come Accame che da queste conversioni a U, che sarebbero ai loro occhi oltraggiose paraculate, mentre ai nostri non lo sono perché sappiamo che chi non ha mai creduto in niente può sostenere tutto.
In questo momento mi metto dalla parte dei morti, morti fascisti e morti antifascisti. Immagino una spoon river della guerra civile, Immagino il dolore, forse il disgusto, di chi ha dato la vita per la propria causa e poi si vede usato dalla politica di ambo i versanti per fini meschini. Svolazza sui loro cadaveri qualche avvoltoio che dopo aver campato sui morti fascisti, ora campa sui morti antifascisti ed ebrei... Provo pena per tutti loro.
Non voglio citarvi testi e autori impegnativi, e nemmeno le lettere dei condannati a morte di ambo le parti. Ma un testo e un autore comici e tragici, come si addice alla circostanza, che esulano dai due campi del fascismo e dell’antifascismo; se fossi uno di loro, caduti del fascismo e dell’antifascismo, direi irritato: “si perdo a pacienza, mnmè scuordo ca so’ muorto e so mazzate!” e poi aggiungerei: “Sti pagliacciate ‘e fanno sulo ‘e vive. Nuje simmo serie.. .appartenimmo à morte!” (Totò,A’ livella).
Marcello Veneziani, Libero, 24 aprile 2009



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10 maggio 2009
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Referendum: a cosa serve, quanto ci costa
 
Come mai il referendum appassiona tanto i politici?
E’ sempre così quando si tocca la legge elettorale: una sola virgola spostata può inghiottire interi partiti. Dinamite pura. La sola prospettiva che questo referendum si tenesse, quattordici mesi fa, fu sufficiente a far cadere Prodi (Mastella si dimise anche per questo). E stavolta, giura Berlusconi, siamo stati prossimi alla crisi per mano della Lega.

Quanti sono i quesiti?
Tre. Però i primi due mirano allo stesso traguardo della semplificazione politica, in pratica un’unica domanda. La terza punta a vietare le candidature multiple. Oggi un leader può presentarsi in più circoscrizioni e risultare eletto in luoghi diversi, salvo optare poi. Il risultato è che così decide chi far scattare tra i primi dei non eletti. I promotori del referendum lo giudicano uno sconcio. Gli altri, un dettaglio.

A che cosa si riferiscono i quesiti della discordia?
Che il premio di maggioranza non venga più attribuito alla coalizione vincente (nell’ultimo caso Pdl più Lega e MpA). Propongono di cancellare la parola coalizione e di attribuire il «premio» a un unico partito: quello che otterrà la percentuale migliore. Per assurdo, col 25 per cento dei voti potrà conquistare il 55 per cento dei seggi alla Camera (oppure la maggioranza su base regionale al Senato). Tutti gli altri si divideranno il rimanente 45 per cento.

E’ vero che i partitini verrebbero fatti fuori?
Sì e no. Per i «nanetti», condanna garantita. Dovranno bussare con il cappello in mano alla porta dei fratelli maggiori. Troveranno accoglienza solo rinunciando a nome e simbolo. Sorte migliore per i partiti in grado di superare lo sbarramento (4 per cento alla Camera, 8 per cento al Senato): eleggeranno la loro quota di deputati e senatori, che significano diritto di tribuna e finanziamenti pubblici. Alle passate elezioni l’Udc realizzò l’impresa. Secondo i pronostici, oggi la sfangherebbero pure Lega e Idv.

La Lega, dunque, sopravviverebbe. Ma allora, come mai spara contro il referendum?
Perché non conterebbe più nulla. A contendersi il «premio» per governare l’Italia sarebbero Pd e Pdl. Il famoso bipartitismo. E vista l’aria che tira, se tornasse domani alle urne Berlusconi potrebbe conquistare la maggioranza da solo, dando un calcione a Bossi.

Che senso ha litigare sulle date e sull’abbinamento con Europee e amministrative?
Votare una domenica anziché l’altra, in abbinamento con amministrative ed Europee può far raggiungere il quorum (metà degli elettori, più uno) oppure no. Niente quorum, referendum fallito. E’ dal 1995 che l’ostacolo non viene superato. Gli ultimi tentativi hanno registrato un’affluenza del 25%.

Gli avversari del referendum puntano sull’astensione. Non potrebbero battersi per il no?
Fanno un calcolo machiavellico. Mandare la gente al mare è più facile che convogliarla ai seggi. L’astensionismo consapevole si aggiunge a quello, fisiologico, di chi non può andare alle urne, o non gli interessa.

Abbinato all’«election day», il referendum avrebbe avuto più chances?
Certamente sì. Il 6-7 giugno gli italiani saranno chiamati a pronunciarsi per il Parlamento Ue e, in molti luoghi, per le amministrative. Se il referendum si agganciasse a questo «trenino», non faticherebbe a raggiungere il quorum.

È vero che il mancato abbinamento sottrae 400 milioni di euro ai terremotati?
Le spese certe dello Stato oscillano tra 170 e 200 milioni di euro. La cifra di 400 si ottiene (vedi www.lavoce.info) solo se si aggiungono i costi indiretti dei cittadini: ore di riposo perse, benzina per andare in macchina ai seggi, babysitter per badare nel frattempo ai figli piccoli, e via così.

Quanto si risparmia votando il 21 giugno?
Dipende dal numero di province che arriveranno al ballottaggio. In teoria potrebbero essere 60, a giudicare dai sondaggi saranno una ventina. In questo caso, 50 i milioni salvati. Per gli altri 120-150 milioni di spese vive, nulla da fare.

La Lega dice che è la Costituzione a vietare il referendum nell’«election day»...
Prova ne è, secondo loro, che in 40 anni non si sono mai abbinati referendum ed elezioni generali. Sciocchezze, replicano i promotori Guzzetta e Segni, che citano un paio di precedenti di segno opposto e il parere di presidenti emeriti della Consulta. Comunque il problema è ormai alle spalle: il governo ha già lasciato scadere i termini per votare il 7 giugno. Restano il 14 e il 21. Più l’ipotesi (che al momento non attecchisce) del rinvio di un anno.

Mettiamo che non si raggiunga il quorum. A quel punto che succede?
Ci teniamo il sistema elettorale attuale, meglio noto come «Porcellum». Rendendo inutili le 820 mila firme raccolte dai promotori. Vittoria della Lega, soddisfazione dei centristi Udc, sollievo di parte del Pd. E rimpianto del Cavaliere, che grazie al referendum poteva governare da solo. Ma ha perso l’attimo.
 
Ugo Magri, La Stampa, 20 aprile 2009



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19 aprile 2009
Egocrazia
 
Il vizio del Cavaliere
E comunque per quanto riguarda la Rai, il potere di nomina siè definitivamente domiciliato a Palazzo Grazioli. Anche l' indirizzo, a pensarci bene, evoca un che di fatale: via del Plebiscito. Numero 102. E siccome nel caso di Berlusconi in tutta onestà non si può dire che perda il pelo, il proverbio si può in qualche modo aggiustare osservando che grazie alle note cure, almeno sulla testa, il pelo lo guadagna pure, ma il vizio, il vizio di decidere le cose di tutti a casa sua, quello no: il Cavaliere non lo perde. Sullo svuotamento delle sedi istituzionali, d' altra parte, girano ormai da anni rimarchevoli e convincenti analisi socio-politologiche, da Ralph Dahrendorf a Peppe De Rita. E per quanto ancora da rifinire nelle sue appetitose determinazioni, la riunione di oggi rientra nei processi di cui sopra. Ma intanto, a proposito di pelo e vizio, converrà segnalare che alla fine di febbraio del 2003, cioè durante il II governo Berlusconi, sempre a Palazzo Grazioli si tennero tre vertici in due giorni, tutti dedicati alla spartizione delle poltrone Rai - che per il padrone di casa non sarebbe esattamente l' argomento più pacifico. Ma tant' è. Di questo andazzo privatistico del comando, di questa concezione proprietaria delle istituzioni, di questa deriva all' insegna di una sempre meno contrastata egocrazia, la residenza romana di Berlusconi figura da tempo come emblema evidente e massiccio, quanto può esserlo una reggia. Vero è che qui si trovava (anche) il Comitato di presidenza di Forza Italia, e ora del Pdl, ma è pure vero che quando si dorme in un posto, subito si pensa a una casa. E infatti ieri la fatidica espressione - «a casa di Berlusconi» - è fiorita addirittura in una polemica nota del senatore berlusconiano Casoli, ignaro dello spontaneo e veridico autogol. Costruito dall' architetto Della Porta, l' odierno Palazzo dei palazzi nasce Ercolani, diventa Gottifredi, quindi Grazioli e infine Berlusconi, rex et pontifex. A Natale il Cavaliere ha voluto mettere la statuina di se stesso nel presepe, dono di Mara Carfagna. Altrimenti, per la gioia dell' esoterismo post-istituzionale, l' edificio è posto sotto la protezione della Gatta: che non sarebbe il felino di nome Miele che a suo tempo si divertiva coram populo con un sorcio meccanico ribattezzato «Romano», ma una marmorea statuetta di fattura egizia trovata secoli orsono durante gli scavi dell' antico tempio di Iside e murata sul cornicione sopra l' omonima via. I nuovi amministratori e i nominandi di viale Mazzini hanno già quindi una loro prima divinità di riferimento. L' altra è appunto da considerarsi la Tradizione di decidere in privato le faccende del cosiddetto servizio pubblico e altre incombenze di interesse collettivo. Ma la parola «decidere» pare qui un po' azzardata. Così come quell' altra espressione, «vertice di maggioranza», che non rende a pieno la realtà per il semplice fatto che Berlusconi non partecipa né al vertice, né alla decisione, ma convoca e di solito impone quello che vuole lui: anche se di solito lo fa con squisita e ammaliante gentilezza, facendo credere ai suoi ospiti di averli coinvolti nelle sue decisioni. Da questo punto di vista è interessante notare gli orari delle convocazioni. Ebbene: un' ormai ampia casistica, eseguita con scrupolo certo degno di miglior causa, dimostra che il Cavaliere riceve a Palazzo nelle ore dei pasti: ieri erano le 13,30. Ciò vuol dire che egli provvede anche a nutrire i suoi alleati, che poi sarebbe la massima forma e primaria di superiorità - ma queste sono fantasticherie di ardua dimostrabilità. Ma certo, per ritornare alle abitudini della Real Casa, nel 2002 i presidenti dei gruppi parlamentari, oltre che saziati dal cuoco Michele, vennero omaggiati di orologio Cartier e a lungo intrattenuti da un allora semi sconosciuto Apicella. A Palazzo Grazioli La Russa battezzò una composizione musicale« Meglio ' na canzone »; e sempre qui, nel 2004, il presidente del Senato Pera, seconda carica dello Stato, presenziò alla prima esecuzione di « Samba e cioccolata ». Una volta, per il suo compleanno, il ministro Castelli ebbe torta e candeline; e un' altra volta il futuro ministro Bondi venne convocato all' ultimo minuto perché a tavola erano in 13. Aveva già mangiato, ma pazienza. Questo e altro comporta la domiciliazione privata del potere.
 
Filippo Ceccarelli, La Repubblica, 18 aprile 2009



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29 ottobre 2008
La Russa, chieda scusa a Concita


Il Foglio, 29 ottobre 2008



 L'educazione fa bene a tutti, specialmente a un ministro con l'elmetto
Nemmeno con un fiore figurarsi con gli urlacci, La buona educazione fa bene
a tutti ma sopra tutto a chi governa. Il ministro La Russa al riguardo ha
appena tradito un debito formativo spaventoso. Lo ha fatto insultando in
televisione una signora composta e educata anche quando cerca di trafiggere
l'avversario: Concita De Gregorio, direttore dell'Unità, Non ha importanza
l'argomento della contesa
- i militari italiani morti pochi giorni fa in un incidente aereo e non
commemorati dalla piazza veltroniana - anche perché non esistono attenuanti
per chi, come La Russa, ha aggredito Concita gridando: "Ignorante, si tappi
la bocca con un turacciolo. Concitina". Non si fa, E non è neppure il caso
di farne una ragione di convenienza personale - chi
si arrabbia rozzamente ha perso il contraddittorio - perché il ministro
della Difesa ha già i propri consiglieri per l'immagine.
Qui è in questione soltanto il requi sito minimo di civiltà richiesto, in
scala crescente, a un cittadino, a un uomo pubblico e a un eletto dal popolo
con incarichi di governo. La Russa ha tutti questi titoli insieme,
oltretutto non sfigura quando indossa la divisa militare e si batte perché
sia riconosciuto il valore dei soldati vivi e la memoria di quelli caduti.
Lo avevamo elogiato per la celebrazione del Quattro novembre, lo invitiamo a
scusarsi con la signora De Gregorio per lo stile da caserma con il quale le
si è scagliato contro in uno studio televisivo cli Sky News. Siamo sicuri
che lo farà.

29 ottobre 2008
Il ritorno di Eva Klotz Dall' addio ai neonazisti al 5% del nuovo partito

Corriere della Sera, Marisa Fumagalli, 29 ottobre 2008


BOLZANO - La treccia lunga fino alla vita, con qualche capello bianco, gli occhi chiari e il sorriso di Eva sfidano il tempo. Ha 57 anni, la pasionaria, venti di militanza politica - da leader - costruita sull' eredità del padre, eroe per i sudtirolesi, terrorista per gli italiani. Erano gli anni Sessanta, e Georg Klotz, figlio di un fabbro della Val Passiria, metteva le bombe ai tralicci e ai muri delle caserme. Nel presente, c' è il successo di Eva, premiata dalle urne (5 su 100 l' hanno votata), che rinverdisce l' entusiasmo per l' obiettivo da sempre vagheggiato: l' autodeterminazione del suo popolo, che possa sfociare nell' indipendenza del Sud Tirolo. «Da perseguire con mezzi democratici, cioè con un referendum», sottolinea. Tra utopia e una punta di ingenuità, la signora Klotz - sposata due volte (niente figli, solo politica), la seconda, nel 2000, con un responsabile delle relazioni esterne di una banca - pensa che ora sia il momento buono per rilanciare il progetto, messo in soffitta dalle scelte («romanocentriche») della Südtiroler Volkspartei, il partito di raccolta della Provincia di Bolzano. Uscito dalla consultazione di domenica, con le ossa quasi rotte. I giovani, soprattutto, hanno voltato la faccia a Luis Durnwalder, che governerà ancora, con un maggioranza risicata e il fiato sul collo dei vincitori morali delle elezioni: i Freiheitlichen di Pius Leitner. Ma con loro c' è anche lei, la «madre» di tutti i movimenti autonomisti/integralisti, che abbandonarono la moderata Svp. Il debutto di Eva data 1989, anno di fondazione della Union Für Südtirol. Che governerà con ostinata coerenza, nonostante le scissioni, fino a un paio d' anni fa, quando, delusa da Andreas Poder, il numero due del partito («non ci volevo credere, eppure dovetti arrendermi al fatto che coltivasse simpatie neonaziste»), chiama a raccolta i fedelissimi e fonda il Süd-Tiroler Freiheit. Ora il suo braccio destro è Sven Knoll, 28 anni, tipino sveglio e rampante. Alla vigilia delle elezioni in Alto Adige, L' Espresso ha raccontato che anche lui (come Poder) intratterrebbe rapporti con certi ambienti neonazisti europei. Eva s' indigna e smentisce categoricamente. Ad ogni modo, il successo elettorale per la capolista e il vice è garantito. «La Klotz è stata votata perché è credibile e perché vuole portare il Sud Tirolo nella direzione giusta. Al pari dei Freiheitlichen, ha catturato il voto giovanile», rivela un sondaggio post elettorale commissionato dalla Svp. Insomma, il carisma non è acqua, e la Klotz è decisa a farlo valere. Ma ha ancora senso, nel 2008, insistere su una linea indipendentista che sembrerebbe bocciata dalla storia? Leitner, per esempio, non ne fa una malattia. L' identità etnica oggi non è prioritaria, rispetto ai problemi concreti della popolazione. Eppure, l' idea separatista - su basi decisamente pragmatiche, però - sta facendo breccia anche tra gli italiani che vivono nella provincia di Bolzano. Racconta la Klotz: «Qualche mese fa, l' associazione "Parliamoci" di Bressanone ha fatto un sondaggio, dal quale emerge che quasi il 40 per cento di italiani si dice favorevole al referendum autonomista. Motivo? Se l' economia, nel resto del Paese, va alla deriva, meglio restare nel Sud Tirolo indipendente e prospero». Anche la pasionaria, che parla faticosamente la nostra lingua e non sopporta che la via del suo ufficio («Südtirolerstrasse») si chiami Alto Adige, si arrende alle simpatie dei cittadini Tricolore.


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29 ottobre 2008
"Non faremo mai un patto coi neo-nazi"
 La Stampa, Giovanni Cerruti, 29 ottobre 2008

Non è così, ma se proprio vogliono farci un favore lo dicano pure: così al prossimo giro raddoppieremo ancora i voti...». Xenofobi. Razzisti. Ultrà della destra. Nemici delle donne. Amici dei naziskin. Populisti neri. «Una volta avrebbero aggiunto "Haideriani", ma ora che è morto anche i socialisti austriaci hanno riconosciuto i meriti di Joerg Haider e gli errori di certe etichette». Ancora per qualche giorno l’ufficio di Pius Leitner è nel sottotetto della Provincia. Un computer acceso, un televisore rotto, un tavolo, due segretarie, tre sedie. E 43 mila 614 voti da contare e far pesare. Il secondo partito dell’Alto Adige.

«Freiheitlichen», i Libertari. Figliocci di Heider, certo. Ma come Pius Leitner nipotini della Sud Tiroler Volkspartei, la potente Svp sempre meno potentissima, per la prima volta sotto il 50% dei voti.
Lontano da qui, sta dicendo Leitner, è facile semplificare: ha vinto la destra peggiore, l’"Onda nera", come titola il quotidiano di Bolzano. 54 anni, di Vipiteno, già insegnante di scuola media, poi funzionario delle Dogane, una figlia morta ragazzina per tumore («ora avrebbe 27 anni...»), Pius Leitner ha nulla dell’ultrà, e alla sua identità tirolese concede solo il panciotto con sette bottoni sotto la giacca. Finisce il pomeriggio del suo secondo giorno da Vincitore e le segretarie continano a passare telefonate. Se l’aspettava, Leitner. «Abbiamo moltiplicato i voti per tre e li abbiamo presi a tutti i partiti. Nel ’98 avevamo il 2,5%, adesso il 14,3. E vedrete alle prossime elezioni». Nell’attesa può raccontare i motivi, le sue ragioni che forse sono i torti degli altri, Svp in primis.

E spiegare che «noi non siamo di destra, siamo di centrodestra. E per i nostri militanti abbiamo un Codice d’Onore che vieta i contatti con i neonazisti. Con il nostro partito gemello austriaco abbiamo rotto per questo...».
Dice che la sua fortuna è tutto merito o colpa della Svp. «Di una politica vecchia che pensa solo agli interessi propri e alla gestione del potere». Frase che sarebbe perfetta per chi è alla prima volta, al debutto, per chi si è sempre occupato d’altro.
Invece Pius Leitner, che in Alto Adige può passare per l’antipolitica, è uno che viene da molto lontano. Era il segretario dei giovani della Svp. Era il capo degli Schutzen, quelli che si vestono come ai tempi dell’Imperatore e sfilano con lo schioppo sulla spalla. Ha fondato i «Freiheitlichen» nel ’92. Insomma, pure lui sarebbe un vecchio della politica bolzanina.

Ma c’è la Svp che lo salva dal pensionamento, dice. «Grazie a loro qui c’è molto da fare», e voti da prendere. «Hanno fatto dell’Alto Adige una provincia ricca di gente povera». E vai con le cifre: 5,4 miliardi di euro all’anno da spendere, ma come? «Con un aeroporto che è uno spreco? Con le Terme di Merano che dovevano costare 38 milioni e sono costate 80? O con i contributi per la casa che per il 38% sono finiti al 6% di popolazione immigrata? Noi non siamo xenofobi, sia chiaro. Negli anni ’50 sono andati all’estero a cercar lavoro anche i nostri, ma mica si sono portati dietro le mogli e i figli e i cugini».

Per dire che l’immigrazione, anche qui, in alto a destra nella cartina del Belpaese, quando c’è da votare diventa un volano di voti. «Su una popolazione di 480 mila sudtirolesi abbiamo 34 immigrati. A parte chi è venuto dall’Est europeo ci sono 23 mila extracomunitari. Le sovvenzioni attirano...».
E la Svp, secondo Leitner, non ha saputo governare gli effetti. «La nostra Istat valuta che nel 2020 gli immigrati saranno 75 mila. Noi non possiamo gestire gli arrivi, perchè dipendono dal governo di Roma, però chiediamo più competenze. Tra Provincia e Questura non sono nemmeno in grado di fornire dati uguali».
Vista da qui l’Onda Nera fa paura alla Svp, al partitone di Durnwalder che mantiene la maggioranza e continuerà a governare. Pius Leitner sembra un leghista degli anni ’90, quando cominciò la scalata allo strapotere del Pentapartito, l’erosione dei consensi che parte dalla provincia. E Leitner non corregge l’impressione.

«Come la Lega ai suoi inizi anche noi veniamo demonizzati, raccontati per quello che non siamo». Qui la Lega vale appena 2,1%. E nella soffitta del Palazzo della Provincia il Vincitore ammette simpatie: «Sono andato alle loro manifestazioni di Venezia, dei politici italiani conosco solo Maroni».
Con il partito di Eva Klotz, «Sudtiroler Freiheit», sfiorano il 20%. Un bel pacchetto di mischia contro la SVP. Ma ben lontani, insiste Leitner, dai partitini che non si negano amicizie pericolose con gruppi neonazisti di Monaco e Vienna, o con «Forza Nuova», gli ultrà di «Unitalia» e di «Union fur Sudtirol».

Eva Klotz, la figlia del terrorista altoatesino degli anni ’60, «il martellatore della Val Passiria», li vuol tenere ben lontani. «E’ il solito vecchio gioco della Svp, dipingere di nero tutto quello che sta al di fuori. Neonazisti noi? Ma se è stato proprio Hitler a regalare la nostra terra all’Italia!». «Lontano da noi gli estremisti», ripete Leitner prima di spegnere la luce dell’ufficio. Hanno preso due consiglieri provinciali, ma li considera marginali e rischiosi, non andrà ad inseguire i loro voti. «La verità è nei numeri - dice -. E le cifre dimostrano che abbiamo preso voti al gigante Svp. Quelli dell’Ala Sociale, sinistra moderata. E noi puntiamo lì. Come diceva Haider bisogna rompere lo schema, non c’è più destra o sinistra, l’importante è essere davanti».


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27 ottobre 2008
Donna Letizia e la guerra di successione

la Repubblica, Massimo Giannini, 27 ottobre 2008


Tutti a tavola. Con la firma dell’apposito decreto legge, la gigantesca mangiatoia dell’Expo di Milano è ufficialmente aperta. Di qui al 2015, sono almeno 14 i miliardi di euro da spendere, per mettere in piedi la colossale manifestazione planetaria che dovrebbe riportare il capoluogo lombardo agli onori del mondo. La composizione del board della società di gestione che dovrà amministrare questo enorme fiume di denaro è un compromesso che accontenta e scontenta tutti allo stesso modo. «Io guardo al bicchiere mezzo pieno», dice il sindaco Letizia Moratti. E si capisce che lo dica. Ha combattuto per sfilare al Tesoro le leve necessarie a movimentare il giro d’affari e l’indotto dell’Expo. Non ci è riuscita, ma almeno ha limitato i danni, strappando tre poltrone nel cda.
Ma dietro l’Expo si consuma una guerra di potere più vasta e più aspra. Si tratta della successione a Berlusconi alla guida del centrodestra. Il tema non è all’ordine del giorno, e lo sarà solo se e quando il Cavaliere deciderà di mettercelo. Nel frattempo, però, la battaglia di posizione infuria nelle retrovie. Giulio Tremonti sta usando le sue armi più pesanti. Con il nodo scorsoio della Finanziaria triennale ha blindato i conti pubblici, e ha stretto il cappio intorno al collo di ministri affamati di fondi e correnti assatanate di prebende. Di fatto ha disarmato persino Gianni Letta, ex plenipotenziario del premier e ormai tutt’al più suo garante nelle micro e macro vertenze neoconsociative, tipo Alitalia. Con la trappola a tempo del decreto salvabanche, si accinge a guidare l’abbraccio mortale che soffoca gli ultimi «fronti» di resistenza dell’establishment e ridisegna per sempre la mappa del potere bancario. Di fatto ha oscurato Mario Draghi, che teme come l’ombra di Banco perché ipotetico candidato a un governotecnico di salute pubblica, se la crisi travolgesse il governo politico del Cavaliere.
Restava da sbaragliare il «fronte del Nord», di cui il superministro vuole essere unico alfiere. Moratti e Formigoni sono due nemici giurati, sia nelle veste di simboli della Questione Settentrionale, sia soprattutto in quella di competitor per il dopoBerlusconi. Con la soluzione adottata sull’Expo, il fronte non è sbaragliato, ma sicuramente ridimensionato. Ora Tremonti guida qualcosa di più di un superministero. Il suo è ormai un vero e proprio subgoverno. Quanto potrà ancora crescere, senza entrare in rotta di collisione con il capo del governo?


27 ottobre 2008
2 milioni o 200 mila? Ecco come calcolarlo
Il Messaggero, Corrado Giustiniani, 27 ottobre 2008

Hanno sbagliato tutti. Gli organizzatori, sparando la cifra di 2 milioni e mezzo di partecipanti. La Questura di Roma, minimizzando a 200 mila. Al Circo Massimo, in base al calcolo della superficie effettivamente occupata, erano in 500 mila, secondo una stima attendibile. Che fanno però della manifestazione del Partito democratico la seconda in assoluto per presenze dall’inizio del nuovo secolo, dopo quella sindacale organizzata da Sergio Cofferati il 24 marzo del 2002. 1 numeri delle altre grandi manifestazioni erano infatti, come dimostreremo, abbondantemente drogati.
 
Il Circo Massimo è la più grande piazza di Roma. Soltanto chi sa di poter contare su una base popolare molto vasta si arrischia a convocarvi il comizio finale. Ben 590 metri di lunghezza,100 di larghezza. Ma se le parallele via dei Cerchi e via del Circo Massimo sono piene, la larghezza diventa 200 metri, e la superficie utile 118 mila metri quadri. Nelle manifestazioni si può calcolare mediamente un indice dì densità di 4 persone per metro quadro, secondo il consiglio di chi era il più grande esperto di piazze della capitale, l’ingegner Ferruccio Lombardi. Moltiplicando dunque la superficie del Circo Massimo per 4 arriviamo a 470 mila persone. Ma va osservato che il palco del Pd non era stato montato alla,fine della piazza: rimaneva, dietro, un pezzo di prato verde. A ampiamente compensato dal fatto che era piena anche Piazza di Porta Capena e le "tribune naturali" del Circo. Di qui la stima di almeno 500 mila partecipanti, con un margine di errore del 10 per cento.
 
Strano che la Questura abbia fornito un dato tanto inferiore alla realtà. Perché proprio l’ingegner Lombardi, scomparso da pochi anni, era stato consulente, nel 1999, del Questore Antonio Pagnozzi, e aveva fornitola capienza di tutte le piazze di Roma. Lo stesso Lombardi nel marzo del 2002 aveva stimato in 1 milione e 200 mila ì partecipanti al comizio di Cofferati, che gli organizzatori avevano gonfiato a 3 milioni. Quel corteo, però, è ancora oggi il più grande che abbia mai attraversato Roma e ben quattro fiumi di popolo non erano riusciti a raggiungere la destinazione finale. Stimare l’affollamento di una manifestazione non è un esercizio così accademico. Perché è su questi numeri che poi partiti e sindacati costruiscono il loro marketing politico. Sempre più spesso, invece, giornali e tv si tirano indietro, limitandosi a mettere tra virgolette le sparate" degli organizzatori di turno.
 
Teatro di cifre gonfiate è stata ed è Piazza San Giovanni, la seconda di Roma per estensione. La sua superficie è di 40 mila metri quadri e quindi, col solito indice di affollamento di 4 per metro quadro, tiene 160 mila persone, che arrivano a 180 mila, persino 200 mila quando sono piene le vie di afflusso. La disse grossa Savino Pezzotta dai microfoni del Family Day, la marcia in difesa della famiglia del 12 maggio 2007, a cui parteciparono tutti i leader del centro-destra: «Siamo più di un milione!». In realtà ci sarebbero volute sei piazze San Giovanni per contenerne tanti. Anche se restava da valutare il flusso nelle vie circostanti.  Ma la Questura non volle diffondere alcuna stima. Stesso discorso per il corteo della sinistra radicale su welfare e contro il precariato, de120 ottobre 2007: i promotori giuravano di essere 1 milione e invece non superavano i 160 mila.
 
Il 13 di quello stesso mese di ottobre An aveva annunciato mezzo milione di persone al Colosseo, nella manifestazione indetta per la sicurezza e un fisco più giusto, partita da Piazza della Repubblica: erano, ad essere proprio generosi, 80 mila. Per Piazza del Popolo, la terza di Roma, 15.500 metri quadri, si sappia che chi dichiara più di 60 mila persone esagera. Anzi, poiché in genere il palco chiude più di un terzo della piazza, bisognerebbe dire 40 mila effettivi, sempre che vi sia l’affollamento di 4 persone per metro quadro. Con questi parametri, per un giornalista sarebbe facile fornire ogni volta una stima attendibile, senza mettere tra virgolette le smargiassate degli organizzatori. Ma ricominciare è dura, dopo almeno dieci anni di numeri drogati.

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26 ottobre 2008
Una prova di democrazia ma le scelte non si vedono

Il Sole 24Ore, Stefano Folli, 26 ottobre 2008



È stata, senza dubbio, una pagina di democrazia. Come sempre quando la gente va in piazza in modo ordinato e civile, con le sue bandiere e le sue speranze. Non c'erano «facinorosi» ieri al Circo Massimo, per ripetere il termine di dubbio gusto usato dal presidente del Consiglio a proposito degli studenti contestatori. C'era una massa imponente e seria che merita rispetto. E in ogni caso si è trattato di un segnale esplicito di dissenso verso il governo in carica. Berlusconi sbaglierebbe se si limitasse a fare spallucce.
Adesso è inutile addentrarsi nel solito gioco volto a stabilire «quanti erano veramente». Sappiamo che l'area in questione contiene fra le 300 e le 400mila persone. Che non sono poche. Il resto («siamo due milioni, due milioni e mezzo») appartiene alla propaganda, materia in cui sia il centrosinistra sia il centrodestra sono maestri: come sa chi ricorda le cifre ufficiose sulla piazza berlusconiana del 2006.
Il Partito Democratico può dunque essere soddisfatto. Il colpo d'occhio ieri pomeriggio era notevole. Gli ammiccamenti a Obama non potevano mancare, con il palchetto per Veltroni issato in mezzo alla folla. Ma, in fondo, perché no? Militanti e simpatizzanti cercavano un nuovo slancio, le ragioni per provare di nuovo qualche passione e dimenticare le frustrazioni degli ultimi mesi. Sono stati accontentati. Il discorso di Veltroni, orgoglioso e combattivo, era quanto di meglio per rincuorare un elettorato deluso e desideroso di sentirsi al centro della scena.
Naturalmente bisogna domandarsi se il grande raduno romano è servito a risolvere le contraddizioni del Pd e a restituire un'identità all'opposizione. Qui la risposta è più sfumata e anzi alquanto scettica. Sia Veltroni sia D'Alema hanno parlato della giornata di ieri come di un punto di svolta che segna la fine della luna di miele fra Berlusconi e l'Italia reale. Può darsi. Ma, se così fosse, vorrebbe dire che in piazza è scesa anche una discreta percentuale di ex sostenitori del premier. Non risulta che sia vero. È evidente che prima o poi il lungo idillio del presidente del Consiglio con l'opinione pubblica terminerà, tuttavia è poco probabile che ciò avvenga in conseguenza di una manifestazione del Pd.
Secondo punto. I dirigenti democratici sostengono che da ieri è ripreso il rapporto fra l'opposizione e la società civile, il Paese produttivo. Quello che aveva voltato le spalle al centrosinistra nelle elezioni di aprile. Sarebbe un risultato eccellente, il segno che Veltroni ha colto nel segno. Ma non possiamo averne conferma al momento. Certo, il segretario ha insistito nel suo discorso sulle difficoltà delle imprese e sulla fatica di chi lavora, chiedendo per loro più attenzione dal Governo. Ma è ancora troppo poco per intravedere il filo di una proposta coerente, capace di spostare un consenso che finora ha privilegiato il centrodestra.
Quel «riformismo di massa», di cui ha parlato Veltroni per non essere tacciato di fare il populista, resta ancora un ideale, un traguardo suggestivo. Ma non si può dire che sia stato definito al Circo Massimo. Del resto, anche il gioco degli slogan rivela qualche incertezza. È sacrosanto affermare che «un'altra Italia è possibile». Ma è un errore dire che «l'Italia è migliore della destra che la governa». La destra è stata votata in aprile da una consistente maggioranza di italiani, gli stessi a cui il Pd guarda nello sforzo di tirarli dalla propria parte. Riproporre il vecchio schema secondo cui l'Italia di sinistra è comunque migliore - moralmente, antropologicamente - dell'Italia di destra non è il modo ideale per fare del proselitismo.
Non è D'Alema a ricordare in ogni occasione che l'opinione di centrodestra è maggioritaria nel Paese? E che compito della sinistra riformista è sgretolare, con pazienza e tenacia, questa realtà consolidata? Dalle parole di Veltroni sembra invece che la maggioranza degli italiani sia tenuta in ostaggio da un Governo Berlusconi capitato fra noi quasi per caso, come una piaga d'Egitto. Con la sua inciviltà e incultura, dimostrata dall'uso smodato e cinico delle televisioni.
Vero è che il segretario ha sottolineato più volte che «non viviamo in un regime». Così facendo ha evitato di spezzare gli ultimi fili di un confronto con la maggioranza che in ogni caso dovrà avere un futuro, se si vogliono approvare alcune delle riforme di cui l'Italia ha bisogno. Ma le contraddizioni restano. Una fra tutte: il rapporto con Di Pietro. Cancellato una settimana fa, riproposto ieri dai collaboratori del segretario. Con l'ex magistrato al Circo Massimo a raccogliere le firme per il suo referendum sul Lodo Alfano, iniziativa osteggiata dal Pd. I dubbi sulla futura relazione fra il partito veltroniano e il suo singolare "alleato" restano intatti. E ancora: l'estrema sinistra può riconoscersi in larga misura nelle parole di Veltroni, come nel clima di mobilitazione che si avvertiva in piazza. Dobbiamo attenderci nel prossimo futuro qualche novità in nome del fronte comune contro Berlusconi?
Non era facile, bisogna riconoscerlo, il compito di Veltroni. Non stupisce che abbia detto poco sui temi politici cruciali, come appunto le alleanze. E che abbia solleticato gli istinti anti-berlusconiani della platea senza però finire del tutto appiattito sulla linea dipietresca. Comunque sia, il Circo Massimo ha dato al segretario ciò che egli cercava: un bagno di folla, il ritorno allo spirito delle primarie, una rinnovata legittimazione. Durerà fino alle prossime elezioni europee. E da oggi si torna alla politica. Cioè alle scelte concrete in Parlamento.


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25 ottobre 2008
Debutta il corteo multiuso ogni tribù ha la sua vetrina

Il Messaggero, Mario Ajello, 25 ottobre 2008



Roma - Un patchwork. O meglio: una piazza multi-uso quella del Pd. Una pluri-piazza, pronta a funzionare come quel sistema informatico che consente d’eseguire più programmi contemporaneamente. Se hai un’istanza da manifestare, un broncio da esporre, una lacrima da versare, una rivendicazione professionale da mostrare (le «bibliotecarie scatenate» stanno preparando lo striscione), un licenziamento da contestare (come è il caso dei giornalisti de «LaSette») e soprattutto una firma da chiedere, questa terra è la tua terra (quella del Circo Massimo), questa piazza è la tua piazza e la vetrina è aperta a tutti.
Quelli del ”firmamento”.
Grazie a loro, più che una piazza la piazza somiglierà a una scrivania. Si firma in piazza per Saviano, si firma in difesa della Costituzione, si firma contro i gas tossici e per la mela non ogm, si firma contro il Lodo Alfano, si firma per «Salva l’Italia», si firma per «Via Almirante? Non grazie!», si firma ai banchetti dei socialisti che ti chiedono una firma, si firma per dire a Napolitano di bocciare il decreto Gelmini, si firma contro la base americana a Vicenza, si firma, si firma, si firma...
Quelli del ”non firmamento”.
Dovevano esserci anche i banchetti dell’Udc, dove mettere una firma in favore delle preferenze nella legge elettorale europea, ma poi Casini ha detto di no.
Gli studenti in lotta.
Se chiedi loro del Pd, ti rispondono: «Il Pd? Maddeche!!!», «Il Pd? C’arimbarza». Se gli chiedi per esempio di Fioroni, replicano: «Mettiamo i Fioroni nei nostri cannoni». Se gli chiedi di Marini, rispondono come pare avesse fatto Wojtyla - ma certamente è una balla - quando Marini stava per diventare presidente della Repubblica. «Marini? E chi è?». Ma la piazza c’è, e gli studenti la useranno, cercando di non farsi usare.
Gli esistenzialisti.
Saranno quelli sotto lo striscione: «Il futuro non è più quello di una volta».
I pacifisti.
Ricompaiono le bandiere arcobaleno. Ma l’Iraq non c’entra. Le sventolano gli orripilati per la presenza dei soldati nelle strade italiane.
I non panettieri.
Il leader di Rifondazione Comunista, Ferrero, oggi vende il pane semi-gratis in altre piazze diverse da questa. Molti suoi compagni di partito lo boicottano, partecipando alla piazza multi-piazza del Pd.
I positivisti.
«Io marcio postivo e costruttivo», dice Rutelli.
Gli apocalittici.
«Berlusconi fa la strategia della tensione», annunciano i Verdi di piazza. «E’ il dittatore!», precisa Furio Colombo. Andrebbe riproiettata in piazza, per quelli come lui, la meravigliosa parodia con Ugo Tognazzi: «Vogliamo i colonnelli».
I confusi.
Corteo di protesta, corteo di proposta, corteo insieme di protesta e di proposta o insieme di proposta e di protesta?
Gli spietati.
Se Di Pietro incontra in piazza un qualsiasi piddino con accento abruzzese, gli infila le manette.
I neo-melodici.
Questo il messaggio con cui s’avviano in piazza i seguaci di Parisi: «Buona manifestazione a tutti, e guardate sempre il cielo per volare alto».
Gli operai (?).
Chissà se ne esiste ancora qualcuno non leghista.
I cammellati.
I più entusiasti. Arrivano in pullman da tutta l’Italia, hanno una certa età, credono che il Pd sia come il Pci. Sono i più teneri.
I bordisti.
Uno soprattutto, Follini: «Sarò costruttivamente a bordo piazza».
I professionisti.
E’ girata l’idea di andare in piazza a nome del proprio ufficio («Lo studio notarile xy in lotta contro il Caimano») o azienda («La società cinematografica tal de’tali per un’opposizione costruttiva») o addirittura esponendo il proprio nome e cognome in un cartello appeso al collo. Idea scartata. Magari perchè, come dice il New York Times, «gli italiani si dividono in due categorie: quelli che lavorano con Berlusconi e quelli che lavoreranno con Berlusconi».



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25 ottobre 2008
PRAGA '68 E LO STRAPPO FANTASMA

La Stampa, Enzo Bettiza, 25 ottobre 2008

Il convegno dedicato a Montecitorio dalla Fondazione della Camera al 40 anniversario della Primavera di Praga è stato sotto diversi aspetti un evento di rilevanza politica e storica tutt’altro che liturgica. La stessa presenza del capo dello Stato Giorgio Napolitano, che svolse un ruolo difficile ai vertici del Pci nelle roventi giornate d’agosto del 1968, non poteva non assumere il valore di un atto morale e personale che andava al di là di un omaggio rituale reso agli esponenti parlamentari, oggi separati, delle repubbliche ceca e slovacca.
La rinnovata destra italiana e la sinistra autocritica erano rappresentate dal presidente in carica del Parlamento Gianfranco Fini e dall’ex presidente Fausto Bertinotti. La locuzione «memoria condivisa», che ha un suono d’ipocrisia strumentale, non mi ha mai convinto. D’altronde, i giudizi di Fini e di Bertinotti sulle reazioni d’epoca delle sinistre e in particolare dei comunisti italiani, più che «condivisi», sono apparsi direi diversfficati. Il presidente della Camera è stato assai più vicino da destra che Bertinotti da sinistra alla tesi difensiva espressa con energia da Piero Fassino. Paradossalmente, il leader di An ha usato press’a poco lo stesso concetto dell’ultimo segretario dei Ds per riscattare, in senso democratico e postumo, l’immagine di un Pci imbrigliato nel «legame di ferro» con Mosca. Ha asserito: «Il fatto nuovo del 1968 fu che il partito comunista italiano assunse una posizione assai critica nei confronti dell’Urss. Da allora ebbe inizio quel processo di graduale ma inarrestabile presa di distanza dai modelli del socialismo reale».
Fassino ha voluto sublimare ancor più il passato sostenendo che il Pci «condannò con nettezza» l’intervento militare sovietico in Cecoslovacchia. In realtà non vi fu nessuna «condanna netta»; vi fu una blanda «riprovazione» pronunciata accortamente dai comunisti italiani di comune intesa con i francesi. Nulla di più. In quelle ore tremende tra la notte del 20agosto e l’alba del 21, Luigi Longo, segretario del partito, si trovava a Mosca ospite dell’aggressore, mentre a Roma i dirigenti dell’ufficio politico non sapevano quale parola scegliere per difendere gli aggrediti senza offendere troppo l’aggressore. Non solo. Quando uno dei simboli viventi della Primavera di Praga, il giornalista televisivo Jirì Pelikan, bussò alle porte di Botteghe Oscure, i battenti restarono chiusi:
s’aprirono soltanto quelli del Psi di Craxi che lo fece eleggere nelle liste socialiste al Parlamento Europeo. Il segretario Longo taglierà corto coi rimorsi e dichiarerà su Rinascita, già nel settembre del 1968: «Noi staremo sempre dalla parte del socialismo, dei Paesi e dei partiti che hanno realizzato il socialismo e che intendono salvaguardarlo e portarlo avanti». Anni dopo lo stesso Giorgio Napolitano, che capiva e stimava l’«esule indigesto» Pelikan, scriverà:
«Non fui, neppur io, solidale con lui come avrei dovuto esserlo in
quanto comunista italiano. La spiegazione non poteva cercarsi che nella contraddizione di fondo di un Pci sempre più diverso, critico e distante dalla dirigenza sovietica, ma nello stesso tempo riluttante a una chiara e conseguente rottura con i vincoli e i miti del
movimento comunista internazionale e del rapporto con l’Urss». La voce della rottura definitiva ancorché tardiva è dilagata all’improvviso nelle sale di Montecitorio per bocca di Fausto Bertinotti. E’ stata una vera e propria requisitoria che non ha lasciato alibi né alla sinistra movimentista né al partito ancora togliattiano del ‘68. Ha ribadito che non v’era stata un’autentica «condanna» antisovietica: Praga fu lasciata sola dal Pci,  che non seppe rompere drasticamente con l’Urss», e anche dai sessantottini che plaudivano Mao e non vedevano le armate di un imperialismo vicino alle porte di casa. Il fatto che i dirigenti comunisti italiani non avessero brindato all’invasione della Cecoslovacchia con un bicchiere di Barbera, come brindò Togliatti all’invasione dell’Ungheria, contribuì a irritare gli esigenti cassieri sovietici e a mettere in movimento la titubante e lunghissima operazione di distacco del Pci. Dovevamo aspettare una ventina d’anni per assistere al tracollo e alle metamorfosi del comunismo. Se i nostri comunisti avessero osato parlare con più audacia nel 1968, con le stesse parole usate da Bertinotti adesso, il «fattore K» sarebbe forse evaporato in Italia nel 1979 anziché crollato nel 1989.


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25 ottobre 2008
Stefania Craxi: Praga e gli errori del Pci

 Corriere della Sera, Stefania Craxi sottosegretario Affari esteri

Caro Direttore, ho solo una conoscenza giornalistica della commemorazione fatta alla Camera dei Deputati sulla "Primavera di Praga" e sui suoi strascichi; mi scuso perciò anticipatamente di miei eventuali errori di giudizio. Dalle mie letture, ho trovato un po` tutto fuori tono, a cominciare dall`Intervento pontificale e assolutorio del Presidente Fini, evidentemente lontano dalle emozioni suscitate nella sinistra da quel drammatico avvenimento; lo stesso Presidente Bertinotti, apprezzabile per la severa autocritica su tutto ciò che i comunisti italiani non fecero di fronte alla tragedia cecoslovacca, ha parlato come se tutto l'universo fosse racchiuso appunto nel Pci: non ricorda che l`altro grande partito della sinistra, il partito socialista, fu con Dubcek dalla prima all`ultima ora e poi sempre al fianco di coloro che continuarono a lottare per la libertà, fino alla vittoria? Ma più che fuori tono, fuori della realtà è l`intervento di Pietro Ingrao, che pretende di attribuire al Pci una solidarietà con la rivolta di Praga durata non più di due mesi, fin quando l`Urss non ha stretto i freni e mandato i carri armati.

Dopo il comunicato di disapprovazione dell`intervento è presto cominciata la marcia a ritroso culminata nella missione di Cossutta a Mosca, come ha ricordato il prof.

Victor Zaslavsky, l`unico che abbia fatto entrare nel dibattito la Signora Verità: tra l`Urss e il socialismo democratico, il PCI ha sempre scelto l`Urss.

Segnalo una perla nell`intervento di Ingrao, quando afferma che il gruppo dirigente del PCI era con Dubcek ma la base del partito con l`Urss. E` il fenomeno che affligge tuttora il Partito Democratico, che vorrebbe fare il riformista ed è stretto da giustizialisti e girotondini.

Ma dove forma la base di un partito le proprie idee? Giustizialismo e girotondinismo si comprano forse al supermercato? La base riflette sempre ciò che sta nei vertici del partito. Evidentemente, nel Partito Democratico non hanno ancora imparato a fare l`esame di coscienza.

 


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25 ottobre 2008
Per un populismo della sinistra

 la Repubblica, Edmondo Berselli, 25 ottobre 2008


OGGI al Circo Massimo va in scena una strana coppia: il riformismo e la piazza. Cioè una protesta di massa contro il centrodestra galvanizzato dai sondaggi insieme con un'idea razionale di possibili riforme alternative. Ma è un matrimonio possibile? È opportuno, è conveniente, è politicamente utile che nella cultura e nella pratica del Partito democratico si sviluppi anche una componente populista?

Fa bene a un partito riformista un po' di esplicito populismo di sinistra? Sono interrogativi che equivalgono a chiedersi, in fondo, se il riformismo debba contenere una quota di radicalità. Con quel che ne consegue anche nello stile e nei simboli: cortei, bandiere, un'opposizione animosa e rumorosa, con il recupero di una contrapposizione nettissima rispetto al governo e al Popolo della libertà. Insomma: oggi, domani, nel futuro politicamente prevedibile, il riformismo può trovare una risorsa nel populismo?

C'è un'insidia in questa domanda, se si pensa che l'accusa di populismo è sempre stata brandita contro la destra. Secondo la cultura unanime del centrosinistra, l'istinto demagogico appartiene all'indole del Pdl e dei suoi capi, a cominciare dal populista principe Silvio Berlusconi, dato che un marcato atteggiamento antistituzionale è stato la cifra continua negli slogan, nelle proteste e negli atti della destra: contro le tasse, contro l'euro, contro le regole, contro i partiti, contro i "comunisti", contro i giudici, contro i fannulloni, contro gli stipendi degli insegnanti.

A rigor di termini, l'ideologia e la vocazione populista si realizzano nell'intenzione di trasformare immediatamente in leggi la cosiddetta volontà popolare. L'attuale governo ne è un esempio plateale, con i ministri (in particolare Mariastella Gelmini, Renato Brunetta, Giulio Tremonti, Roberto Calderoli) impegnatissimi a disporre pacchetti di riforme, anche per decreto, cercando comunque di superare di slancio il disturbo delle discussioni parlamentari. Ecco la Finanziaria approvata in Consiglio dei ministri nel giro di nove minuti e mezzo, ecco l'assurda Robin Tax, tassa discrezionale "contro la speculazione petrolifera" e contro le banche, quando sembrava che petrolieri e banche facessero profitti troppo alti grazie alla congiuntura; e poi l'esercito in tenuta campale nelle strade, il federalismo affidato a una delega generica e caotica, i tagli alla scuola che idealizzano strumentalmente l'età delle mezze stagioni e dei grembiulini.


Non conviene nascondersi che, di fronte al forcing comunicativo del Pdl, il centrosinistra ha mostrato finora armi spuntate. In parte per le ripercussioni politiche e psicologiche della sconfitta elettorale, ma in parte anche per una specie di sfasatura rispetto alle iniziative del governo. L'azione politica del Pd veltroniano, infatti, si svolge in genere su un piano differente rispetto a quello della maggioranza berlusconiana. La cultura democratica prevalente è largamente rivolta verso la sfera dei diritti, evoca battaglie culturali nel nome dell'antifascismo, combatte il razzismo e la xenofobia, si concentra sulle pari opportunità e contro le discriminazioni, nel nome del rispetto di una consapevole cultura costituzionale.

Sono tutte tematiche sacrosante, ma per il momento poco producenti nella battaglia politica in corso. Hanno la veste di posizioni filosofiche più che di strumenti politici utilizzabili nel confronto. Confermano l'elettore del centrosinistra di essere nel giusto, convincono i già convinti, ma almeno nel breve periodo non allargano l'area del consenso. Mentre dovrebbe essere chiaro che, se non vuole restare politicamente subalterno (cioè "minoranza strutturale", secondo la definizione di Massimo D'Alema), nelle prossime stagioni il problema centrale del Pd consisterà non tanto nel confermare i propri elettori, bensì nel tentare di staccare pezzi di elettorato dall'area berlusconiana.

A questo scopo, il centrosinistra deve riuscire a spiegare, prima a se stesso e poi all'opinione pubblica, che il riformismo è sì politica delle compatibilità, ma che ciò non esclude affatto un principio di radicalità. Perché la radicalità è uno strumento che serve a perseguire due obiettivi: a individuare con nettezza i problemi, e a suscitare identità.

Vero è che occorre intendersi su quali ambiti convenga essere radicali. Cioè i punti su cui esercitare una pressione politica efficace. Al di là dall'incertezza generale suscitata dalla recessione, sarà il caso di vedere con chiarezza che Pdl è all'attacco sul terreno socio-economico, ha in mente una politica chiara, tesa a corporare gli interessi in un blocco sociale permanente. L'eclettismo berlusconiano sui principi di fondo e sui "valori" consente alla destra di assumere le posizioni di volta in volta più convenienti, specialmente nel rapporto con la Chiesa; ma sugli interessi non si scherza mai. Il Pdl avrà pure commesso errori strategici (in particolare predisponendo misure economiche depressive, cioè i tagli, in una fase di crescita zero), ma ha chiarissimo l'obiettivo unilaterale di favorire i ceti a cui può offrire una conveniente casa comune.

Ebbene, in una situazione simile il Pd non può permettersi il lusso di disputare una partita diseguale, ossia di rispondere a una politica economica aggressiva con una serie di rivendicazioni intellettuali, civili, filosofiche. È vero che il codice della lealtà repubblicana e di una modernizzazione guidata da criteri di apertura culturale sono essenziali per stabilire una differenza qualitativa rispetto alla destra: una laicità radicale è un elemento essenziale di identità politica rispetto al clericalismo opportunista di Berlusconi; così come un'idea avanzata ed europea della riforma della scuola è necessaria per rispondere in modo radicale (e nello stesso tempo con buonsenso) alla striminzita restaurazione della Gelmini.

Ma in questo momento ci vuole innanzitutto uno strenuo esercizio di radicalità per mettere allo scoperto i pilastri della politica del Pdl. Il "populismo" della sinistra riformista dovrebbe essere la leva per concentrarsi sulle contraddizioni della coalizione di centrodestra, per richiamare su di esse l'attenzione dei cittadini e per provare a sgretolarle. Altrimenti la politica italiana resta divisa in due corpi separati, ognuno dei quali gioca la sua partita indipendente: solo che la destra si fa gli affari, la sinistra nutre buoni sentimenti con il rischio, alla fine, di vederli trasformati in frustrazione permanente.

E invece no: per uscire dal cerchio del consenso magico del Re Silvio, dalla stregoneria comunicativa indipendente dagli eventi reali, occorre anche quel tanto di realistica asprezza che induce a parlare di cose elementari. Quindici milioni di italiani intorno alla linea della povertà. I negozi di quartiere deserti. I salari falcidiati dall'inflazione, che invece favorisce chi può ancora manovrare i prezzi. Il lavoro dipendente sacrificato alle necessità della concorrenza globale; e nello stesso tempo settori commerciali già in crisi per la flessione dei consumi determinata dall'erosione dei redditi medi.

Insomma, è il caso di tornare a mettere il dito su fenomeni a loro modo brutali. E per farlo ci vuole la schietta radicalità implicita nel parlare di cose vere, cioè di soldi, di redditi, di bilanci famigliari, di profitti, di problemi reali dell'economia. Per la sinistra riformista, la sfera degli interessi è stata in passato confinata in fantasmi contabili come il Pil, il debito, il deficit, l'avanzo primario. In seguito si è praticato un tentativo quasi eroico di reinterpretare da sinistra le categorie liberali del merito e della concorrenza, come strumenti per scardinare la disuguaglianza sociale.

Adesso occorre essere convincenti in profondità: non è sufficiente il cervello, la razionalità, la linearità dell'analisi. Ci vogliono anche il sangue, i polmoni, il cuore. Quel tanto di cattiveria che consente di parlare alla pancia della nostra società e di attaccare la destra sul suo stesso terreno e con realistiche possibilità di successo. (Benissimo la moral suasion su Guglielmo Epifani, ma non si dovrebbe dimenticare che la migliore critica all'operazione Alitalia è venuta dal radicalismo televisivo di Milena Gabanelli, non dal governo ombra).

Il Circo Massimo serve a ricordare che è venuto il momento di mettere il naso nella concretezza. Di tentare con adeguata forza polemica di dissolvere i fumi berlusconiani del consenso gratuito. Il populismo possibile della sinistra significa che occorre guardare alla realtà vera del nostro paese, alla sua vita quotidiana. Nonostante la prevalenza del virtuale, la politica è ancora scontro di posizioni, delimitazione fra scelte incompatibili, contrapposizione di soluzioni apertamente alternative. In questo senso, il populismo, interpretato con intelligenza da sinistra, non è un ibrido incoerente: è semplicemente lo strumento per dare una voce a un'Italia che fino a oggi ha rischiato di restare attonita e muta.


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12 ottobre 2008
Riecco la sinistra, slogan, striscioni e fischi a Bertinotti
 

La Stampa 12-10-2008 Francesca Schianchi

 

ROMA
Bruno, 75enne da Venezia, fazzoletto rosso al collo, si sgola dal megafono: «Contro il governo Berlusconi». Falegname in pensione a 525 euro al mese, è arrivato in pullman per manifestare, «perché ho dei nipoti che hanno bisogno di futuro, e io so cosa vuoi dire lottare fin da bambini: avevo 11 anni quando a casa mia nascondevamo i partigiani sotto al letto», ricorda. Accanto a lui, mentre rimbombano «Bandiera rossa» e «Bella ciao>, sono 18enni da Forlì accorse a manifestare contro la riforma della scuola («non abbiamo potuto votare contro Ber1usconi siamo diventate maggiorenni da poco») e coppie di anziani con
la bandiera di Che Guevara, studenti dalla t-shirt verde «Il futuro dei bambini non fa rima con Gelmini» e ragazzi da Foggia con falce e martello sulla maglia. Si fa largo nel cuore di Roma il corteo che vede tutti insieme, per la prima volta dopo la batosta elettorale, a un anno dall’altra grande manifestazione, quando stavano al governo, i partiti della sinistra: Rifondazione Comunista, Pdci, Sinistra democratica e Verdi.
Ventimila persone, minimizzano dalla Questura; trecento, addirittura cinquecentomila, sparano dal palco della Bocca della Verità, dove il corteo finisce. Entusiasti e increduli: «E’andata al di là delle aspettative», ammette il segretario di Rifondazione, Paolo Ferrero. I comunisti sono tornati, e hanno voglia di farsi sentire. Fanno la coda per firmare il referendum contro il lodo Alfano, intonano cori contro il governo (Berlusconi e Gelmini soprattutto), «stiamo dimostrando che la sinistra è viva», commenta soddisfatto Salvatore da Cesenatico, cagnolino
con foulard rosso al collo. Vivi, ma sempre litigiosi.
Alla testa del corteo sta Ferrero, con il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto, Grazia Francescato dei Verdi e Claudio Fava di Sinistra Democratica. «Una clamorosa conferma della linea del nostro congresso: se lavori dal basso, per ricostruire l’opposizione, unisci; se discuti di partiti, di liste, di come unire la sinistra, dividi», gongola Ferrero, e si direbbe una stoccata all’ala vendoliana, uscita sconfitta
dal sanguinoso congresso di luglio. Che si mantiene lontana, con il governatore della Puglia, Gennaro Migliore, Franco Giordano e Achille Occhetto che sfilano accanto allo striscione di Sd: «Non rispondo a polemiche interne», taglia corto Vendola, mentre Marco Rizzo del Pdci lo definisce «politicamente suddito di D’Alema e del Pd». Contestato anche l’ex leader Fausto Bertinotti: saluta e stringe mani, chiacchiera con Sandro Curzi, quando da un furgoncino parte “Bandiera rossa”, un ragazzo al megafono: «La dedichiamo al compagno che pensa che comunista sia una parola indicibile: invece evoca non solo la storia ma anche il futuro», e giù una bestemmia. «Un comunista una bestemmia non l’avrebbe detta», il commento del subcomandante. «Vai nel partito socialista», urla uno. «Vai a pregare nel monastero in Grecia», strilla un altro; «mi dispiace perché restano intatti l’affetto e la stima», commenta la cosa Ferrero.
Fanno un veloce passaggio anche i democratici Livia Turco e Vincenzo Vita. «Con il Pd è previsto un confronto, essendo entrambi autonomi:
non credo nell’autosufficienza di nessuo», spiega Fava di Sd. Che a sua volta chiarisce «no tutti insieme se si vuol fare una costituente comunista. Questo popolo è più avanti di noi, e non mi sembra nostalgico dei simboli». Ma nella piazza rossa, «dell’orgoglio comunista», dice al contrario Diliberto, continuano a sventolare falci e martelli.




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10 ottobre 2008
Bufera sulla norma salva-manager Tremonti la blocca: via o me ne vado

 ROMA - C' è un precedente. Il ministro dell' Economia Giulio Tremonti ha minacciato pubblicamente di andarsene un' altra volta, l' 11 luglio di sette anni fa: nel caso in cui non fosse stato centrato l' obiettivo «del pareggio di bilancio nel 2003». Sappiamo com' è andata. Due mesi dopo crollavano le Torri gemelle e quel proposito finiva automaticamente nel dimenticatoio. Ma anche la seconda minaccia, lanciata ieri dal ministro in Senato («O va via quell' emendamento o va via il ministro dell' Economia») è destinata a restare senza effetto: perché quell' emendamento andrà certamente via. Si tratta di una norma infilata in Senato nel decreto per il salvataggio dell' Alitalia, che solleva da responsabilità penali gli amministratori di società in stato di insolvenza, ma che non siano fallite. L' ha scovata una inchiesta di Report, la trasmissione di Milena Gabanelli su Raitre. E l' anticipazione di questa notizia, comparsa ieri sul quotidiano Repubblica, non poteva che scatenare un putiferio. Anche perché, secondo il giudice Giuseppe Cascini, segretario dell' Associazione nazionale magistrati, questo piccolo emendamento potrebbe avere come conseguenza «l' abrogazione dei reati fallimentari commessi da Calisto Tanzi e Sergio Cragnotti». E alla domanda della Gabanelli se «la norma potrebbe valere anche per Cesare Geronzi», imputato in un filone del processo Parmalat, il magistrato ha risposto «ovviamente». Il presunto colpo di spugna ha fatto gridare allo scandalo Antonio Di Pietro, mentre il ministro dell' Economia Tremonti ne chiedeva l' immediata abrogazione da parte della Camera, bollando quell' emendamento, lui che fu il politico più determinato nel denunciare le responsabilità per i crac Cirio e Parmalat, come una mossa «fuori dalla logica del governo». Affermazione che rende a questo punto inevitabile una domanda: ma allora da dove è saltata fuori quella norma? L' autore materiale, eccolo. Si chiama Angelo Maria Cicolani, deputato del Pdl. Era lui il relatore di maggioranza, insieme a un altro collega di partito: Antonio Paravia, salernitano, titolare dell' omonima ditta di ascensori, che ha condiviso l' emendamento. E non è stato l' unico. L' emendamento è stato infatti condiviso, a sentire Cicolani, pure dall' esecutivo che ora l' ha sconfessato. «Tanto è vero», precisa, «che il governo ha dato parere favorevole». Precisa il parlamentare del Pdl che «ben tre ministeri, Trasporti, Lavoro e Tesoro, hanno seguito il provvedimento. Ci sono state continue riunioni con vari uffici legislativi e posso garantire che i tecnici governativi erano perfettamente al corrente della questione». Al punto che qualcuno, soprattutto nell' opposizione, non esclude che l' iniziativa («una cosa di cui non ero a conoscenza», ha dichiarato ieri il premier Silvio Berlusconi) sia partita proprio dalle stanze del governo. «Tutto comincia», racconta Cicolani, «dopo l' audizione del commissario dell' Alitalia Augusto Fantozzi. Ricordiamo che la Cai aveva appena ritirato l' offerta e Fantozzi era molto preoccupato. Era stato nominato commissario liquidatore, ma aveva anche l' esigenza di continuare a garantire fin quando possibile il servizio pubblico, e questo lo avrebbe potuto obbligare a usare le risorse in modo discrezionale. Per esempio pagando alcune fatture, come quelle del carburante, a scapito di altre, per esempio quelle dei diritti aeroportuali. Scelte che lo avrebbero esposto a rischi anche di natura penale, per cui aveva bisogno di una manleva». Ma se il paracadute doveva servire per il solo Fantozzi, per quale motivo estendere la manleva penale a tutti quanti? «Perché altrimenti», spiega ancora il relatore, «la norma sarebbe stata anticostituzionale. Certamente ci muoviamo su un binario difficile e scivoloso.... Aggiungo che quando l' emendamento è passato in Senato nessuno ha fatto una piega. Nemmeno nell' opposizione» (anche se ieri Di Pietro ha affermato: «Denunciammo il lodo-Geronzi diverse settimane fa ma restammo inascoltati»). Se però ora verrà cancellato, come dice Tremonti, «non sarà un dramma. La vicenda Alitalia è risolta e il ruolo di Fantozzi è rientrato nella normalità», sostiene Cicolani. Che comunque contesta l' interpretazione di Cascini: «La norma non salva chi ha falsificato le carte, perciò non è applicabile ai casi Cirio e Parmalat». E promette: «Ma se fosse così sono pronto a incatenarmi al portone della Camera, cospargendomi il capo di cenere».

Sergio Rizzo, Corriere della Sera, 10 ottobre 2008




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2 ottobre 2008
Scranni vuoti, pianisti, risse ecco l' esercito degli assenteisti

ROMA - «Chiama i paracadutisti, che qua ce n' è bisogno», scherza, ma neanche tanto, il presidente della Camera Fini con l' ex ufficiale dei parà e ora deputato Gianfranco Paglia. Pausa di riflessione in Transatlatico, dopo la mezza rissa andata in scena pochi minuti prima nell' aula di Montecitorio tra leghisti e dipietristi. Seduta già ad alta tensione, culminata col governo e la maggioranza battuti a sorpresa durante le votazioni sul ddl collegato alla manovra. Troppi assenti, ancora una volta, scranni vuoti nell' emiciclo del Pdl e mani che prodigiosamente si allungano per trasformare le assenze dei colleghi in presenze. Pianisti all' opera, come sempre. Ma dai banchi dell' Italia dei valori protestano, il leghista
Matteo Bragandì, già avvocato di Bossi, prova a giustificare la prassi: «Non accettiamo lezioni. Se i deputati della maggioranza votano per due possono farlo per ragioni politiche, quelli dell' opposizione lo fanno solo per intascare la diaria. E questo si chiama truffa». Partono le urla. «Chi ha appena parlato ha passato qualche mese nelle patrie galere», ricorda al microfono il dipietrista Antonio Borghesi. Brigandì, con tutta la sua stazza, gli si precipita contro, fermato dai colleghi a due metri. «Pezzo di m..., infame, fascista» insulta il leghista. A Fini non resta che sospendere la seduta: «Qui serve rispetto e decoro». Con Di Pietro che a sorpresa chiede scusa e stringe la mano a Brigandì, «ci siamo sbagliati, nel processo è stato assolto». Poi, alla ripresa, altro colpo di scena. Come era già accaduto altre volte prima della pausa estiva, governo e maggioranza battute
su un emendamento del Pd alla manovra sul processo civile, approvato con 239 voti contro 235. Determinanti le 90 assenze del gruppone Pdl. E dire che il capogruppo Fabbrizio Cicchitto, proprio nella riunione di martedì sera aveva strigliato la squadra dei berluscones (che da sola conta 272 deputati). «Troppe assenze croniche nelle ultime sedute. Non possiamo cullarci sugli allori - ha alzato perfino la voce - Per poco nei giorni scorsi non siamo andati sotto e sapete quanto il presidente non lo tolleri». Neanche a dirlo,
è capitato di nuovo poche ore dopo, ieri pomeriggio. E non è stato un caso. Perché a scorrere i tabulati delle presenze alla Camera relativi alle 103 votazioni tenute dalla ripresa del 16 settembre al 30, si scopre che a
Montecitorio mancano sempre all' appello delle votazioni (solo in quell' occasione si possono rilevare le assenze) dai 120 ai 350 deputati. Qualche esempio? Nelle 26 votazioni della seduta del 24 settembre, erano presenti dai 448 ai 507 parlamentari e hanno votato dai 241 ai 503. Nel tour de force delle 77 votazioni sulla manovra di due giorni fa, 30 settembre, nell' emiciclo erano seduti tra i 244 e i 491 deputati. E hanno partecipato alle votazioni da un minimo di 241 a un massimo di 489. E i deputati, per chi non lo ricordasse, sono 630. E da un controllo a campione sui tre mesi precedenti risulta che l' andazzo è sempre quello. Tanto che anche ieri sera, raccontano, appena rientrato a Palazzo Chigi da Napoli, Berlusconi l' abbia presa malissimo. In effetti, anche la classifica nominale dei più assenti alle 523 votazioni tenute dall' insediamento del 29 aprile al 30 settembre, assegna il primato a un paio di casacche Pdl. Non si può certo assegnare la maglia nera a Mirko Tremaglia, assente sì al 96,7% delle votazioni ma perché fuori gioco per problemi di salute. Ad ogni modo, in testa c' è l' imprenditore Antonio Angelucci, Pdl anche lui, presente solo a 58 delle 523 votazioni, con una percentuale di assenze dell' 88,9. Fa poco testo anche Piero Fassino, che segue con l' 88,3, ma per «adempiere al suo ruolo di inviato Ue in Birmania e di ministro ombra Pd degli Esteri», fa notare il suo staff. Segue invece Mario Baccini ex Udc, assente nell' 81 dei casi, e la Pdl Maria Grazia Siliquini (78%). A parziale consolazione della maggioranza c' è la classifica dei più "virtuosi", guidata nei primi cinque posti da pidiellini e leghisti. In testa, Gaetano Nastri, agente
assicurativo piemontese, che non si è mai assentato dalle 523 votazioni: per lui un imbattibile 100% finora. Ministri e sottosegretari non fanno testo, il 90 per cento delle loro assenze è giustificato dalle missioni governative. Michela Vittoria Brambilla, per dire, ha partecipato solo a una votazione, Tremonti e Scajola a 6. Più o meno la stessa storia per i leader di partito. Una sola presenza su 523 per il premier Berlusconi, ma 505 sono missioni, 3 presenze per Bossi, con 475 missioni. Veltroni è risultato assente nel 72% delle occasioni e Di Pietro nell' 82. Ma come per Casini (29,4% di assenze), gli impegni di partito in tutti questi casi hanno avuto la meglio su quelli d'aula.

Carmelo Lo Papa, La Repubblica, 02 ottobre 2008




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2 ottobre 2008
Cossiga: ferito il prestigio dei Carabinieri

 L' ex capo dello Stato: il Cocer è con lei perché tutta la categoria, mal pagata, vorrebbe un secondo lavoro

La lettera


Caro Direttore, chiedo ospitalità per potere fare delle precisazioni sul «caso Granbassi» e sulla mia posizione in relazione ad esso; vorrei però preliminarmente porre dei punti fermi. Ho grande stima di Santoro, sia da un punto di vista personale che professionale. Ho stima per lui come persona e come giornalista anche se non condivido l' orientamento politico della sua interessante trasmissione che sul piano della polemica politica, a parte le asprezze del suo collaboratore Marco Travaglio che, io «somaro che raglia», come lui mi ha apostrofato, disprezzo profondamente da un punto di vista della deontologia professionale, per il violento tono da fascistello squadrista che lo contraddistingue, è certo antiberlusconiana e di sinistra, direi extraparlamentare, ma quando lo ritiene non lesina critiche alla sinistra ed ai suoi personaggi. Non si dimentichi il «processo in video» contro Massimo D' Alema per il caso Banca Nazionale dell' Agricoltura-Unipol e quello contro Romano Prodi per le indagini contro di lui condotte dal magistrato De Magistris.

Quando Santoro fu colpito dall' «editto bulgaro» di Silvio Berlusconi ed egli era sul punto di essere cacciato dalla Rai, io lo difesi, perché mai politici devono «spegnere» la satira: pensiamo ai re di Francia ed a Molière e Racìne. Inoltre nutro grande simpatia e sono da tempo amico di Ignazietto La Russa: ma tra essere oltre che una persona intelligente e straordinariamente simpatica, e un buon e duro politico che sta contendendo a Berlusconi e Verdini anche il metraggio quadrato della futura casa comune (se si farà) del partito del Popolo delle Libertà; ma
fare il ministro della difesa ( e per farlo non basta «esserlo»), è un' altra cosa. Chè la mia vicinanza, direi la mia «immedesimazione», con l' Arma dei Carabinieri, è cosa nota. Poiché voglio bene all' Arma e la considero una struttura essenziale del nostro sistema di sicurezza, mi sono per così dire turbato per quanto è accaduto nell' Arma. Per quanto io posso sapere le cose sono andate così. Quando Ignazietto ha ricevuto la Granbassi insieme ad altri carabinieri della sezione sportiva dell' Arma al ritorno delle Olimpiadi di Pechino, la campionessa gli espose il suo desiderio di partecipare come «velina» o «valletta», il ministro le avrebbe detto, nulla sapendo di leggi e regolamenti che disciplinano lo stato giuridico del personale dell' Arma: «Vedrò cosa si può fare!», e interessò il Comandante Generale dell' Arma dei Carabinieri e il Capo di Stato Maggiore del Comando Generale, dicendo loro: «Fate il possibile!», non sapendo che una frase simile ai carabinieri, suonava come un ordine del «loro ministro», un ordine al quale si obbedisce senza discutere, al massimo formulando qualche sommessa osservazione, tanto sommessa però da non ingenerare minimamente nel ministro l' impressione che essi vogliano discutere l' ordine! Poi è accaduto, anche per merito o colpa mia, l' «infinito»! E perché? Per due motivi: primo, perché un carabiniere non può avere, pagate o meno, due professioni, secondo: che può fare la «velina» o la «valletta», anche se è una gran bella ragazza, in una trasmissione «politica», e politicamente orientata contro il Governo da cui l' Arma dipende?

Turbato dalle critiche il Comando Generale dell' Arma, che doveva dall' inizio dire no al Ministro,ha ora, contro il consiglio che io diedi ai vertici dell' Arma, revocato prima della prossima puntata l' autorizzazione alla carabiniera che si è ribellata! Ma il fatto grave è un altro. Come mai il Cocer, che è l' organo centrale di rappresentanza dei carabinieri e che è inserito nella struttura militare stessa dell' Arma, ha preso posizione a favore della Granbassi? Perché il caso della «ragazza» con due mestieri, può costituire un precedente per tutti i carabinieri che possono avere il bisogno, mal pagati come sono, di avere tutti due mestieri con due stipendi: da collaboratori esterni di agenzie private di investigazione a guardie del corpo a buttafuori in qualche night! Il fatto è che l' Arma dei Carabinieri è «senza padroni», perché ne ha due: il Ministro della Difesa da cui dipende
organicamente per promozioni e disciplina, e il Ministro dell' Interno dal quale dipende per il novantacinque per cento del suo impiego e «zero» per tutto il resto.

Non so come andrà a finire con la insubordinata carabiniere. So solo che l' Arma, e me ne duole assai, vedrà ferito il proprio prestigio e il proprio «viso». E comincerà quello che è l' inevitabile suo cammino ordinativo, già intrapreso e concluso da altri due corpi di gendarmeria: da quello portoghese, la Guardia Repubblicana, a quello spagnolo, la Guardia Civile, e dal 1° gennaio 2009 anche la Gendarmeria Francese, che tengono dipendenza organica e ordinativa nonché quella funzionale per i compiti di polizia dal Ministero dell' Interno, mantenendo il Ministero della Difesa la
sua supremazia funzionale sull' Arma per l' espletamento dei compiti prettamente militari che gli sono attribuiti e che costituiscono il cinque per cento della sua attività. Così l' Arma avrà un solo «padrone» ma anche un «protettore», perché adesso ha due «padroni», anche se in realtà soltanto uno: il ministro della Difesa, ma, nessun «protettore», almeno da quanto si è voluta «sganciare» dall' Esercito ed ha voluto avere come comandante generale un carabiniere, cosa che accadeva solo in tempo di guerra, e dal 1861, quando l' Arma fu trasformata da Corpo autonomo in Arma dell' Esercito Regio.

Francesco Cossiga Presidente emerito della Repubblica

Corriere della Sera, 2 ottobre 2008




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