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zemzem
 
 
10 maggio 2009
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La prevalenza del maschio
 
Dopo quasi trent' anni di matrimonio non è così facile lasciare un marito, sia pure recidivo nell' offendere platealmente e pubblicamente la dignità di una moglie. E non perché magari lo si è molto amato, o perché con lui si sono avuti tre figli, o perché è ricchissimo e ormai onnipotente. Ci avrà pensato molte volte Veronica Lario. La più invisibile e discreta delle first lady lo avrà pensato, come lo pensano centinaia di mogli ignote, deluse e offese. Che poi restano lì, nella casa non più amata, nel gelo del rancore irrimediabile, nel fastidio di una vicinanza insopportabile anche se saltuaria, perché c' è sempre una speranza che le cose cambino miracolosamente. E perché certi gesti da eroina paiono del tutto inutili e velleitari, sapendo che l' umiliazione e il dolore di un fallimento personale non saranno leniti da una porta sbattuta, anche se è la porta di una dimora sontuosa, dietro cui si potrebbero lasciare agi grandiosi, ma anche silenzio, riservatezza, una vita appartata e protetta. Lo sdegno che l' altro ieri la signora Berlusconi ha espresso per quella specie di Bagaglino che si stava preparando per entrare nelle liste elettorali europee del pdl, arriva 27 mesi dopo la famosa lettera a Repubblica con cui la signora chiedeva pubbliche scuse del marito per le sue amenità erotiche ai Telegatti. Allora con qualche banale distinguo, la gente apprezzò il coraggio della signora, come capita quasi sempre quando si tratta di schierarsi anche solo astrattamente verso il più coraggioso e il più ferito. Mai tempi cambiano in fretta e oggi, imperando incontrastato il premier della libertà anche libertina, sono tutti con lui, i devoti del suo partito, che fanno scoppiare il sito del Pdl di attacchi a colei che ha osato dire la sua. Qualcuno la faccia tacere, ex attricetta, se voleva ricordarci che esiste l' ha fatto nel modo peggiore, ha perso una buona occasione per stare zitta, offendendo tuo marito offendi te stessa e tutti quelli che hanno fiducia in lui, certo che sputare nel piatto che ti h a p e r m e s s o l a b e l l a vita...Magico e irrefrenabile pifferaio, qualunque cosa dica o faccia gli rende sempre più appassionato il suo popolo, che non ha ragione di porsi dei dubbi, e per esempio chiedersi in questo caso se possa giovare al paese e quindi anche a loro che la via per l' esercizio della politica anziché passare dalla cultura e dalla pratica nasca da portfolio in cui si mostrano enormi tette o dalle accoglienti ginocchia del Capo. O anche solo domandarsi: come reagirebbe la mia signora se assumessi come grandi manager solo signorine ventenni di gamba lunga, scosciate e scollate, scarti di concorsi di Miss Italia? Mi taglierebbe la gola o fuggirebbe con tutto il conto in banca? Anche lo stesso premier, che ai tempi della lettera pubblica della moglie aveva reagito con garbo romantico, questa volta si è arrabbiato, forse perché per smentire la perfida sinistra, per vendicarsi della sua signora che ha osato credere alla realtà della stampa di opposizione e non alle sue finzioni, per far contenti i suoi cortigiani che hanno già promesso liste europee solo di premi Nobel per di più maschi oppure centenari, è stato costretto a limitare le sue vistose e disinibite aspiranti all' europarlamento e ai relativi emolumenti, intasandole di nuovo nelle sue tante televisioni già debordanti di beltà insaziabili. In più con l' onere di dover sopportare le signore dell' opposizione che come si sa, sono troppo spesso «maleodoranti e malvestite», roba che gli appanna il buonumore e il fuoco d' artificio inventivo. Ma la signora Lario non è solo una moglie e madre che si indigna per le offese all' integrità della sua famiglia, quali l' infantile volo a Napoli per sentirsi dare del "papi" (confidenza che i suoi cinque figli non osano) da una graziosa diciottenne, su stampo identico a tutte le aspiranti tivù, non ancora in politica ma già "gossipista" su un televisioncina privata. Veronica è una donna intelligente, preparata, attenta: quel «ciarpame senza pudore, tutto in nome del potere», che costituisce quello che lei definisce il divertimento dell' imperatore, è il risultato della «sfrontatezza e della mancanza di ritegno del potere che offende la credibilità di tutte le donne». La signora inquadra benissimo e con belle parole un momento drammatico: non si era mai visto un simile arretramento delle donne da una presunta parità, al ritorno dell' unica affermazione possibile della femminilità, quella delle favorite di corte. Questa situazione «va contro le donne in genere e soprattutto contro quelle che sono sempre state in prima linea e che ancora lo sono a tutela dei loro diritti», dice Veronica Lario. Di nuovo, il valore delle donne si identifica nella grazia fisicae nella giovinezza, cioè in un breve periodo della vita, e ci si può quindi chiedere se la carriera politica delle signore Carfagna e delle altre terminerà con le loro prime rughe o i chili in più. Se da noi la televisione è un veicolo indispensabile a ogni tipo di carriera cominciando da quella politica, che negli altri paesi si prepara in scuole di massimo prestigio e difficoltà, ci si chiede come mai non sono stati cooptati per le prossime elezioni i pur amatissimi maschi dai toraci lucenti del Grande Fratello o della Fattoria o della pubblicità. È semplice (fino a quando non avremo un premier gay); perché la gestione politica del potere è tornata solidamente in mano agli uomini che come ci mostra ogni giorno il telegiornale sono spesso inguardabili per bruttezza, antipatia, ridicolaggine, volgarità, e non li vorrebbe proprio nessuno, tranne appunto la politica. Già le donne di età, esperienza, forza, pazienza, che, in numero esiguo, si erano guadagnate un posto nei parlamenti e nei governi passati, dovevano subire i lazzi per i loro tailleur sbagliati o la loro scarsa avvenenza. C' erano ma non le volevano, oggi non si vorrebbero neppure le giovani e belle, ma pazienza, se tiran su il morale del Capo non si può dire di no, purché da vere donne, non pretendano di capire, sorridano e dicano sempre di sì.
 
Natalia Aspesi, La Repubblica, 30 aprile 2009



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29 settembre 2008
Assassinata Malalai la poliziotta coraggio che sfidava i Taliban








Alle tv internazionali che l' avevano intervistata aveva consegnato dichiarazioni sobrie, rifiutando il canone eroico cui la candidava già il suo nome: Malalai, come la leggendaria afgana che alla fine dell' Ottocento guidò alla riscossa i suoi compatrioti in una battaglia contro le truppe di un altro invasore, in quel caso l' impero britannico. Ieri mattina, quando si è trovata di fronte ai Taliban che l' attendevano davanti alla porta di casa, non dev' essersi sorpresa. Il capitano Malalai Kakar sapeva perfettamente di essere un bersaglio tra i più pregiati. Non soltanto era una donna che disobbediva al divieto di lavorare, ma aveva un incarico di potere, per giunta un potere che includeva il possesso e l' uso di armi, prerogative che il fondamentalismo afgano, per tradizione guerriero, considera esclusivamente maschile. E soprattutto, dirigeva il dipartimento Crimini contro le donne nella capitale storica dei Taliban, Kandahar, una città dove dozzine di donne furono lapidate o fucilate al tempo dell' emirato, talvolta soltanto perché avevano osato ribellarsi alla dittatura dei mullah. E per tutto questo, il solo fatto che il capitano Kakar restasse in vita rappresentava, agli occhi dei Taliban, una sfida al loro contropotere, una bestemmia intollerabile, un oltraggio all' intero sistema di valori cui quei miliziani sono stati allevati e da cui pretendono di
ricavare la loro legittimazione. L' unica cosa che resta da capire è perché il capitano Malalai sia rimasta al suo posto, ad attendere la pallottola che le era stata promessa in vario modo, con infinite minacce e vari attentati alla sua vita, sventati o falliti per poco. Forse coraggio, dignità, senso dell' onore; o fedeltà alla memoria della poliziotta che aveva sostituto due anni fa, quando anche quella era stata assassinata dai Taliban. e oltre a tutto questo, la consapevolezza che migliaia di afgane avrebbero interpretato le sue dimissioni come una fuga - come l' annuncio di una sconfitta ormai definitiva, irrevocabile, cui sarebbe stato vano opporsi. L' hanno ammazzata alla sette di mattina, in una stradina di Kandahar. I sicari che le hanno sparato sulla porta di casa hanno ridotto in fin di vita anche uno dei suoi sei figli, un ragazzino, tuttora in coma. Più tardi il portavoce dei Taliban, Yousuf Ahmadi, come accade in questi casi si è premurato di telefonare alle agenzie di stampa per incidere ufficialmente un' altra tacca sulla pistola. «Abbiamo ucciso Malalai Kakar. Era un nostro bersaglio e con successo abbiamo eliminato il bersaglio». Laconico e glaciale come un bollettino militare. Era un bersaglio, l' abbiamo fatto fuori. Che ciascuno prenda nota: così finiscono i nostri nemici. Non ci saranno monumenti a ricordarne il nome, che sbiadirà presto e sparirà nell' oblio, come la memoria delle maestre fucilate, pugnalate, sgozzate in Afghanistan perché osavano insegnare, e per giunta insegnare a bambine; e delle centinaia di afgane uccise finora dal fondamentalismo afgano perché rifiutavano i codici dell' invisibilità e della sottomissione. Nel porgere le condoglianze alla famiglia e al governo di Hamid Karzai, ieri il rappresentante speciale dell' Unione europea in Afghanistan, Ettore Sequi, ha giudicato «particolarmente ripugnante l' uccisione di una donna che era di esempio a tutte le afgane». Altre parole di cordoglio sono venute da Agenzie delle Nazioni Unite presenti in Afghanistan. Ma questo non modificherà la percezione di quella parte rilevante d' Europa cui questa strage di afgane, questo femminicidio, pare l' esito ovvio di una "cultura" che l' Occidente sbaglierebbe a contrastare. Propria la vita ardimentosa e spesso sfortunata di donne come il capitano Malalai Kakar dimostra che la "cultura afgana" è più complicata di come la pretende quell' essenzialismo che in Europa unisce molta destra e molta sinistra. Se una donna accetta di
sacrificare la propria vita per la speranza di una società diversa, sarebbe onesto quantomeno coltivare il sospetto che almeno una parte della popolazione femminile afgana non ha alcuna voglia di seppellirsi sotto un burqa, di scomparire dalla vita pubblica e di accettare una condizione non dissimile a quella delle capre, perché così prescriverebbe, giurano i Taliban, il Corano. Anche se spesso preferiamo ignorarlo, c' è un Afghanistan che non vuole saperne del fondamentalismo. Il capitano Malalai Kakar vi apparteneva. Più esattamente, apparteneva alla generazione divenuta
adulta negli anni Ottanta, al tempo dell' occupazione sovietica. Per quanto la presenza dell' Armata rossa in Afghanistan si ispirasse ad una brutalità di tradizione coloniale, tuttavia quel periodo permise a migliaia di scolare afgane la consapevolezza che la donna non è una creatura inferiore. In genere i mujahiddin consideravano "comunista" questa concezione, e i loro sponsor,in testa l' amministrazione Reagan e gli occidentali a seguire, non tentarono mai di convincerli ad accettare qualcosa di simile alla parità tra i sessi. Figlia di un poliziotto, Malalai Kakar entrò nella polizia afgana ancora un' adolescente, sul finire degli anni Ottanta. Caduto il regime filo-sovietico (1991), si trovò disoccupata, e con l' avvento dei Taliban, molto più rigidi dei mujahiddin, emigrò in Pakistan. Dissoltosi l' emirato, fu la prima donna ad arruolarsi nella polizia di Kandahar. «Combatto per la pace, combatto il terrorismo», aveva detto in febbraio a un giornalista di Al Jazeera International. Il reportage la mostrava perquisire case e interrogare arrestati: uomini. A Kandahar si raccontava che avesse ucciso tre Taliban, quando quelli avevano tentato di ucciderla. E anche questo entrerà nella sua leggenda, se mai qualcuno avrà cura di tramandarla.

per saperne di più

 www.rawa.org


La Repubblica , Guido Rampoldi, 29 settembre 2008



permalink | inviato da zemzem il 29/9/2008 alle 17:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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