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1 novembre 2008
POLVERINI: "PIU' DI COSI' NON POTEVAMO OTTENERE"

 IL MATTINO, Giusy Franzese, 1 novembre 2008

Tira un sospiro di sollievo Renata Polverini, la leader che, con questa vertenza Alitalia, ha portato per la prima volta il suo sindacato, l`Ugl, a guadagnarsi sul campo l`etichetta di quarto sindacato confederale nazionale.

Da questo punto di vista la vicenda Alitalia, per lei e l`Ugl, è stata certamente un favoloso trampolino di lancio.

Ma non senza rischi. Anche se lei non ha dubbi: «Più di così, in questa partita, il sindacato non poteva ottenere».

Segretario, siamo davvero ad una svolta definitiva e positiva di questa lunghissima vicenda Alitalia? «Io direi che stavolta abbiamo messo la parola fine alla vecchia Alitalia e la parola inizio alla nuova Cai. Cgil, Cisl Uil e Ugl hanno veramente salvato il destino di 12.600 lavoratori e della compagnia di bandiera. É ovvio che questa volta come non mai ci siamo assunti la responsabilità da soli di andare fino in fondo e di dare una prospettiva a questi lavoratori».

Rimane la non firma di piloti e assistenti di volo. Come farà la nuova compagnia a volare senza queste categorie? «Intanto anche i sindacati confederali rappresentano i piloti. Certo è auspicabile che le sigle di rappresentanza esclusive dei piloti e degli assistenti di volo, in qualche modo capiscano che la partita è finita. Ormai si parte: chi ci vuole stare, ci sta. Il loro contributo se arriva meglio, comunque non è più determinante».

Ma perché, secondo lei,le sigle non confederali danno una valutazione diversa della proposta Cai? «Loro hanno un interesse eli parte che guarda solo alla rappresentanza della categoria. Noi confederali abbiamo la necessità di salvaguardare gli interessi di tutte le categorie di lavoratori Alitalia, ma anche l`interesse generale.

Questa è un`infrastruttura troppo importante per il Paese. Abbiamo trattato le migliori condizioni possibili:

12.600 persone verranno assunte dalla Cai, per gli altri ci sono sette anni di ammortizzatori sociali, cosa quest`ultima che non ha nessun lavoratore in questo Paese. Un risultato non da poco soprattutto ora che stiamo andando incontro ad una crisi depressiva che già si fa sentire. Io credo che il senso di responsabilità deve necessariamente prevalere, dobbiamo far partire questa compagnia anche perché abbiamo tante altre cose di cui ci dobbiamo occupare».

Ma davvero la Cai per le assunzioni discriminerà - come accusano le sigle autonome - le donne in maternità? «Assolutamente no. Ci sono dei criteri di selezione chiari per soddisfare le esigenze dei lavoratori e delle lavoratrici.

E comunque, laddove ci fossero delle diverse interpretazioni tra azienda e sindacati, interverrà il sottosegretario Letta che con il suo "lodo" si è fatto garante dell`intesa».

Non temete proteste e agitazioni delle categorie che non hanno firmato? Insomma, c`è il rischio che nei prossimi giorni eventuali mobilitazioni possano provocare disagi a chi viaggia con Alitalia? «In questo momento credo sia difficile continuare a protestare. Ci sono tante aziende che stanno ricorrendo alla cassa integrazione, ci sono tanti posti di lavoro a rischio. Noi stiamo tornando a dare occupazione in un settore che era praticamente morto, in un`azienda che era finanziariamente fallita. Credo che i lavoratori di questo se ne rendano ben conto e sono certa che apprezzeranno il lavoro che Cgil, Cisl Uil e Ugl hanno fatto insieme.

E chiaro che nessun accordo poteva lasciare le stesse condizioni di adesso ed essere al 100% soddisfacente».

La nuova Alitalia di Cai sarà una compagnia forte? «Oggi abbiamo avuto rassicurazioni anche sul partner internazionale, che secondo noi è l`elemento di forza della nuova Alitalia. Ci hanno detto che sono in trattativa con i tre più grandi colossi europei, che sono a buon punto con tutti e tre, e che il passaggio immediatamente successivo alla presentazione dell`offerta è quello di individuare quale tra i tre è il partner migliore per Alitalia. Credo che la compagnia così com`è, le organizzazioni sindacali convinte di accompagnare questo processo e un buon partner internazionale, possono dare una prospettiva seria alla nuova compagnia».

 


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27 ottobre 2008
Istruzione, scuole e università perdono 471 milioni nel 2009
Il Sole 24Ore, Antonello Cherchi e Gianni Trovati, 27 ottobre 2008

Sono protagoniste nelle piazze e sulle pagine dei giornali, ma a leggere la radiografia dei sacrifici chiesti dalla manovra d'estate all'attività dei ministeri scuola e università sembrano giocare un ruolo di secondo piano. L'«istruzione scolastica» trova infatti nell'articolo 60 della legge 133/2008 un conto da 293 milioni, pari allo 0,6% degli oltre 45 miliardi di euro che l'amministrazione centrale dedica a questa voce. L'università, invece, paga un pegno da 178 milioni, cioè il 2% del budget complessivo della "missione" 2009.
Ma queste cifre offrono solo una visione parziale, e la distanza fra i numeri messi in fila dalla Ragioneria generale e la tensione che agita classi e aule universitarie ha un trait d'union. Prima di tutto, i tagli all'istruzione sono progressivi, e il 2009 offre solo un primo assaggio di quello che succederà negli anni successivi (nel 2011/2012 la riduzione degli organici a scuola dovrebbe produrre, nei calcoli del Governo, 3,1 miliardi di euro). Le sorprese peggiori per le università, invece, sono arrivate non dalla manovra d'estate, ma dalle tabelle della Finanziaria "snella" che l'Esecutivo sta approvando per il 2009. E che lascia intatto per l'anno prossimo il fondo di finanziamento ordinario, in vista di una riduzione di 731 milioni nel 2010 e di 863 nel 2011. In bilico, in pratica, c'è il 12% del fiume da 7,2 miliardi di euro che finora ha mantenuto in piedi l'accademia italiana.
Tornando invece agli effetti finanziari della manovra d'estate, a ricevere il conto più salato è lo «sviluppo e riequilibrio territoriale» (missione 28), che sull'altare del tendenziale equilibrio di bilancio per il 2011 sacrifica oltre 2,3 miliardi, più di un quarto dello stanziamento totale. Una dieta frutto soprattutto della rimodulazione dei Fondi per le aree sottoutilizzate. Una super-cura riguarda anche i fondi per il «diritto alla mobilità» (missione 13), che perdono 2 miliardi di euro pari al 17% del budget.
Ma le sforbiciate introdotte dalla manovra d'estate nei ministeri non hanno solo una declinazione economica. Entro il 30 novembre, infatti, le amministrazioni statali dovranno aver messo a punto il loro riassetto, imposto dalla riduzione degli organici che investirà tutti: dalle alte sfere dirigenziali all'ultimo degli addetti. Ridimensionamenti che oscillano, a seconda delle categorie, dal 10 al 20% delle dotazioni e che, ovviamente, si tradurranno anche in risparmi di spesa. Un obbligo previsto dall'articolo 74 del Dl 112, che se non messo in pratica impedirà agli inadempienti di «procedere ad assunzioni di personale a qualsiasi titolo e con qualsiasi contratto».
Per capire l'entità dell'operazione è sufficiente dare uno sguardo ai tre ministeri che, per effetto dell'accorpamento, hanno già precorso i tempi e hanno messo a punto i regolamenti di riorganizzazione, di recente sottoposti all'esame del Parlamento. Sviluppo economico, che nel nuovo Governo ha inglobato Comunicazioni e Commercio internazionale, Istruzione, a cui fa ora riferimento anche l'Università, e Infrastrutture, in cui sono confluiti i Trasporti, hanno già fatto i conti.
Il ministero dello Sviluppo economico perde 4 dirigenti generali (passano da 33 a 29) e 37 dirigenti di seconda fascia (da 245 a 208), con un risparmio di 4,5 milioni di euro. Per quanto riguarda le altre posizioni non dirigenziali, la dotazione organica passa da 4.396 a 3.733 addetti, con un'economia di circa 20 milioni (da 150 a quasi 130).
Le cifre diventano più sostenute nel caso degli altri due ministeri. L'Istruzione conta di tagliare 4 posti di alta dirigenza e 75 di seconda fascia, per un risparmio complessivo di poco più di 7 milioni. A cui si devono sommare i 33 milioni di minori spese che derivano dal taglio di circa mille posizioni non dirigenziali. Le Infrastrutture, infine, si preparano a fare a meno di 5 dirigenti di prima fascia e 31 di seconda fascia. Il che permetterà di risparmiare 3,8 milioni, che salgono a 41 con il ridimensionamento delle posizioni non dirigenziali.
Non si tratta, tuttavia, dei tagli (e dei risparmi) più consistenti. Il regolamento a cui sta lavorando il ministero dei Beni culturali dovrà, per esempio, garantire minori spese per 73,8 milioni.
Arrivare al risultato imposto dal legislatore significa porre mano all'organizzazione. In alcuni casi, ripensarne completamente l'assetto, con evidenti ricadute sul funzionamento degli uffici. Per rimanere all'esempio dei Beni culturali, quella che si profila è la quarta riforma in otto anni: non è ancora andato a regime il riassetto voluto dall'ex ministro Francesco Rutelli, che ha reintrodotto la figura del segretario generale e abolito i dipartimenti, che già ci si prepara a rimettere mano al dicastero.
Eppoi, si tratterà di trovare una sistemazione al personale in esubero. Si dovrà fare ricorso alla mobilità, nonché, come previsto dall'articolo 72 del Dl 112, al nuovo istituto dell'esonero dal servizio e al pensionamento di chi, pur non avendo raggiunto l'età per uscire dal lavoro, ha maturato 40 anni di contributi.

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25 ottobre 2008
Unicredit cade ancora e diventa un caso
 Corriere della Sera, Bocconi Sergio, 25 ottobre 2008

MILANO - E nel mirino, ancora una volta, ci sono le banche. In Piazza Affari, come in tutti i principali listini europei, i titoli più bersagliati sono stati quelli degli istituti di credito. E in particolare, fra diverse sospensioni al ribasso, sono di nuovo state pesanti le vendite su Unicredit (che ha perso l' 8,19%), Intesa Sanpaolo (-10,77%) e Montepaschi (-5,98%). Piazza Cordusio, che da un anno ha ceduto in Borsa il 67,6%, resta sotto attacco dopo la decisa ricapitalizzazione da 6,6 miliardi e l' ingresso del nuovo socio libico, salito al 4,9%. Ieri mattina il portavoce della banca guidata da Alessandro Profumo ha smentito indiscrezioni di stampa relative a un ingresso dello Stato con il 10% circa. Unicredit «non vede la minima ragione per ulteriori azioni sul capitale, né da parte degli azionisti né da parte del contribuente italiano». Sempre secondo l' istituto «grazie all' aumento di capitale annunciato la banca è la più capitalizzata in Italia e si collocherà tra quelle più patrimonializzate in Europa. Simo quindi in grado di affrontare le sfide della crisi con grande tranquillità». Il mercato non ha dato però ascolto alle rassicurazioni. Sembrano avere la meglio ipotesi di svolte al vertice (sono corse di nuovo le voci di un ritorno di Pietro Modiano, oggi direttore generale vicario di Intesa Sanpaolo), di ulteriori zavorre in Germania e di un deterioramento della situazione in alcune zone dell' Est Europa, area sulla quale Profumo ha puntato molto in questi anni. Va detto però che ciò vale in tutti i casi. Bersagliata è stata anche Intesa Sanpaolo (che in un anno ha dimezzato il valore in Borsa), il cui amministratore delegato Corrado Passera si è appena speso per garantire la solidità dell' istituto. Ieri ha forse pesato la dichiarazione rilasciata giovedì sera dal presidente del consiglio di gestione Enrico Salza («Noi non chiederemo soldi pubblici, piuttosto forse non daremo più il dividendo») e comunque sempre ieri pomeriggio è intervenuto il presidente del consiglio di sorveglianza, Giovanni Bazoli: «Non ci sono, per quanto riguarda noi, motivi di particolare preoccupazione che giustifichino tutto quello che sta accadendo, se non riferiti al contesto generale». Bazoli ha poi aggiunto che «non ha fondamento» la voce di una sua uscita anticipata nel 2009 e di una staffetta con il presidente della Fondazione Cariplo Giuseppe Guzzetti: «Non c' è niente di vero, il mio mandato scade nel 2010, quello di Guzzetti ancora più in là». E va detto anche che ieri è stata una giornata nera per tutte le banche in Europa: Barclays ha perso il 12%, il Santander il 10,3%, Ing l' 11,1%, Deutsche bank quasi il 10%. Istituti sotto attacco dunque: del resto sono i più colpiti dalla crisi e le conseguenze sui bilanci sono profonde. Secondo il rapporto sulle banche europee realizzato da R&S di Mediobanca a giugno di quest' anno i primi 20 big del continente (fra i quali Unicredit e Intesa) hanno già accusato un peggioramento dei risultati per 213 miliardi, fra perdite su trading e svalutazione crediti. E' poi pari a 742 miliardi la loro esposizione alle «attività più rischiose» (titoli strutturati, finanza a leva e altre) pari al 93,5% del patrimonio di vigilanza, e superano i 380 miliardi le attività di classe 3, cioè senza mercato e illiquide, non valutabili. Una dose di rischio che vede però molto più «leggere» Intesa (4,8 miliardi) e Unicredit (1,6). Ci sono inoltre effetti «paradossali» del passaggio da Basilea 1 a 2 avviato a fine 2007: gli attivi ponderati per il rischio dei primi 12 big (senza le italiane) sono diminuiti del 10%. I ratio patrimoniali come il tier1 e il core-tier1 vedono le grandi europee rispettivamente in media all' 8,9% e al 6,8%. Quelle italiane sono leggermente sotto (intorno al 6%) anche se Mediobanca può vantare un tier1 superiore al 10%. Sempre secondo il rapporto infine gli aumenti di capitale già realizzati nei primi sei mesi del 2008 per circa 50 miliardi sono andati a coprire la sola perdita di patrimonio da valutazione titoli e gli interventi pubblici a favore delle banche hanno superato in ottobre i 108 miliardi.


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18 ottobre 2008
Il ritorno del modello Iri
 


la Repubblica, Alberto Statera, 18 ottobre 2008

 


«WHAT' S Iri?», che cos' è l' Iri, si è sentito chiedere l' altro giorno Sergio Trauner, ex consigliere d' amministrazione e membro del Comitato di presidenza dell' originariamente mussoliniano Istituto per la Ricostruzione Industriale. A porre la domanda un elegante giovane leone, trader nella City, mentre Gordon Brown avviava a Londra una gigantesca nazionalizzazione del sistema bancario britannico e un ingresso dello Stato in economia forse senza precedenti. Dopo che anche George Bush era stato costretto a tradire la religione liberista. Trauner è un avvocato settantenne che è stato anche presidente dell' Ilva, fattrice dell' acciaio di Stato nell' Italia del boom del dopoguerra e che tra gli anni Ottanta e Novanta, epoca di tripudio del «Caf» (C come Craxi) e della lottizzazione politica, fu designato dal Partito Liberale (liberale!), il Pli di Renato Altissimo, a rappresentarlo nel maggiore conglomerato industriale del paese. L' Iri era più grande e potente della Fiat, il caposaldo di quel poco di impresa privata che la presunta liberale borghesia italiana, boriosa ma inetta, era riuscita a tenere in vita. Per spiegare al giovane operatore della finanza londinese cosa l' Iri fosse allora, al di là della formula burocratica di «gruppo polisettoriale integrato», Trauner, che ha buona memoria, ha dovuto rispolverare un antico apologo di Franco Schepis, ex-potente direttore centrale del Servizio Pubbliche Relazioni, dotato ai tempi del presidente fanfaniano Giuseppe Petrilli di risorse quasi illimitate da destinare alla politica e alla «stampa amica» (pressoché tutta). «Un turista straniero arriva in Italia con un aereo dell' Alitalia?» - chiedeva l' inclito Schepis, che a piazza del Gesù, sede storica della Diccì, ma anche a via del Corso, nido delle aquile socialiste, aveva ingresso libero di giorno e di notte. «L' Alitalia - si rispondeva da solo - è la compagnia aerea dell' Iri. Quel turista sbarca a Genova da uno dei più bei transatlantici del mondo, come la Michelangelo o la Raffaello, la Cristoforo Colombo o la Leonardo da Vinci? Sono dell' Iri. Noleggia una macchina veloce ed elegante, come un' Alfa Romeo? E' dell' Iri. Per uscire da Genova percorre la prima strada sopraelevata costruita in Italia? E' dell' Iri ed è stata realizzata con l' acciaio della Finsider (Iri) e il cemento della Cementir (Iri). Uscito dalla città, quel turista straniero prende un' autostrada della più estesa rete esistente in Europa? E' dell' Iri. Si ferma per pranzare in un Autogrill? E' dell' Iri. Dopo pranzo telefona alla fidanzata nella sua città straniera usando la prima teleselezione integrale da utente del continente? E' una linea della Sip, cioè dell' Iri. Deve cambiare valuta? Va in una delle principali banche italiane (la Commerciale, il Banco di Roma o il Credito Italiano). Anch' essa è dell' Iri». Ecco, le banche. Il salvataggio delle banche, da cui l' Iri nacque nel 1933, fu la tecnicizzazione del sistema produttivo colpito dalla crisi come strumento culturale del neocapitalismo degli anni Trenta, l' operazione del regime fascista per inserire l' intervento dello Stato in un disegno più generale con la creazione delle corporazioni, come sostiene lo storico Lucio Villari. Sembra che oggi il mondo intero, da Washington a Reykjavik, sia tentato di copiare quello schema, mentre a Stoccolma l' Accademia Svedese dà il Nobel al neokeynesiano Paul Krugman, trent' anni dopo aver consegnato l' alloro al suo opposto, il liberista Milton Friedman. Corsi e ricorsi. Ma per dare allo yuppie della City gli autentici punti di riferimento della singolare epopea dell' Iri, che allo straniero giunto con l' Alitalia e sfrecciante su un' Alfa Romeo poteva offrire perfino deliziosi panettoni di produzione propria, l' antico liberale Trauner avrebbe dovuto segnalare un libro in imminente uscita per «Bevivinoeditore» («I venti anni che sconvolsero l' Iri») ad opera di Carlo Troilo, uno dei funzionari dell' Istituto che partecipò alla cosiddetta «Rivolta dei dirigenti», quando il management si rivoltò pubblicamente contro la gestione clientelare e democristiana del primo gruppo industriale italiano, tormentato da lotte di potere e di concretissimo interesse (monetario) tra i partiti della prima Repubblica. Lì è la piccola miniera che può insegnare qualcosa sullo statalismo rinascente, non solo in Italia, ma nel mondo intero, da Londra a Berlino, da Washington a Parigi. Per la verità, stando a Troilo, cui si perdona persino un' affezione un po' smodata alla sua ex «azienda» privatizzata negli anni Novanta «follemente» (come dicono gli aficionados) dalla «Scuola Goldman Sachs», ci fu già un' epoca in cui da tutto il mondo, persino dalla Cina, venivano a vedere cos' era questa meraviglia italica dell' impresa pubblica. Poi la formula diventò un' idrovora di denaro pubblico. Troilo svela tante storie sostanzialmente inedite, come i mille «patti leonini» siglati per salvare, anno dopo anno, imprese private in difficoltà, pubblicizzando le perdite a carico di tutta la collettività e privatizzando i profitti. Non il tondinaro di Brescia, che sgobbava, ma l' aristocrazia dell' impresa privata, che nello Stato padrone ha trovato per interi lustri la sua più disponibile àncora di salvataggio. Si distingue al rimorchio dello Stato padrone, la Fiat, che stabilisce con aziende dell' Iri intese «paritetiche» per poi scomparire lasciando in eredità le perdite. E' il caso degli accordi con la Fincantieri per la «Grandi Motori Trieste» o con la Finsider per gli acciai speciali. Insipienza dei massimi capi dell' Iri e complicità della politica. Fino ai grandi scandali, che datano da tempi assai remoti. Correva il 1976, per dirne uno, quando Camillo Crociani, presidente della Finmeccanica, caricò sul suo aereo personale la giovane moglie Edy Wessel, ex «attrice», e volò in Messico per sfuggire all' arresto, inseguito dai magistrati che scoprirono le tangenti Lockheed, uno scandalo nel quale forse ingiustamente lasciò le penne persino il presidente della Repubblica Giovanni Leone. La signora è sopravvissuta a lungo al marito e soltanto poco tempo fa, in altri regimi, ha venduto allo Stato - a chi se no? - la Vitrociset, azienda di strumenti per il controllo tecnico del volo strategica per la sicurezza nazionale, che Crociani aveva creato riciclando i ricchi benefici, diciamo così, riscossi come manager pubblico. La signora, tuttavia, anche da potente manager in proprio non riuscì mai a scrollarsi di dosso, per sua sfortuna mondana, quella che va sotto il nome di «saga del Montalcino», esempio preclaro della satrapia che in epoca prima Repubblica - ma la seconda o terza fanno di tutto per imitarla e, se possono, superarla - dava la cifra della potenza dei singoli boiardi democristiani e socialisti. La signora è in crociera col marito, allora presidente della Finmare, di cui con la Tirrenia subiamo tuttora una fresca aura pubblica fatta di perdite, e pretende dallo sconfortato sommelier che un Brunello di Montalcino d' annata le venga servito gelido. Quello - viva i professionisti - si rifiuta risolutamente, mettendo a serio rischio il posto del comandante della «Michelangelo», di cui Crociani chiede il licenziamento. Amenità? Questo era lo stile del potere dato per grazia politica a molti ircocervi che navigavano tra politica e affari. Vi risparmieremo la storia grottesca della presunta «onda anomala» che nell' aprile 1966, in pieno oceano Atlantico rischiò di far naufragare la «Michelangelo», appena visitata da Elena Castellucci Buonarroti, ultima discendente di Michelangelo, e tutti gli aneddoti raccolti da Troilo in un lavoro certosino, per cercare la morale di un mondo che oggi, dopo le ustioni e i tradimenti dall' iperliberismo di Chicago, sembra tornare all' ideologia dell' intervento statale come ultima e salvifica panacea. Il destino dell' Iri, di cui molti chiedono adesso il segreto di un antico successo vissuto quando era quasi un esempio di intervento statale capace di produrre un boom dell' economia di un paese uscito dalle distruzioni di una guerra perduta, fu segnato dagli scandali politici, dall' intrusione di una casta vorace. Una casta che tradì la saggezza dei fondatori, Beneduce, Menichella, Sinigaglia e di quei molti successivi manager di grande qualità. Credevamo con Troilo che l' Iri, divenuto terra di conquista di una classe miope quando non corrotta, fosse un episodio della storia concluso con il ventesimo secolo per noi e per il resto del mondo. Se non fosse per lo yuppie della City che tanti anni dopo, speranzoso, chiede: «What' s Iri?». Lo Stato «ultima spe»?


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12 ottobre 2008
Brunetta:"Questa Crisi? Una salutare pulizia"
 

Il Gazzettino, 12 ottobre 2008 Ario Gervasutti

 


«Questa crisi è la conferma che il mercato funziona». Non è un paradosso quello di Renato Brunetta: è un’analisi ‘da professore’, da economista sicuro del fatto che «se oggi avessi un po’ di euro andrei di corsa a investirli in Borsa». Chi non ha risparmi investiti, con comprensibile distacco pensa che sia in bene che si sia sgonfiata una bolla basata sul nulla: E'saggezza popolare , conferma il ministro della Pubblica Amministrazione. Le crisi sono un elemento di forza dell’economia di mercato; sono la pulizia dei cattivi comportamenti. Ma non è scoppiata l’economia di mercato. E come la pioggia che porta via la peste: la crisi si porta via la cattiva finanza».
Quindi è una crisi che alla fine potrà far bene all’economia?
«Sì, farà bene. A patto che i governi prendano atto che devono definire regole più efficienti e trasparenti nella finanza, più capaci di governare le dinamiche economiche: la finanza serve, è l’ossigeno che fa respirare i mercati. Ma come l’ossigeno, non deve essere inquinato o alterato, sennò diventa anidride carbonica».
La crisi delle Borse convincerà i detentori dei capitali a ritornare a investire nella produzione, nell’economia reale?
«E auspicabile che ci sia un riequiibrio. Ma è anche vero che per chi ha i soldi questo è il momento di comprare: ci sono corsi azionari molto bassi con rendimenti alti, se uno compra fa l’affare della vita».
Perché scendono anche azioni di imprese che invece secondo logica dovrebbero salire, come quelle dei titoli energetici?
«Perché chi ha pacchetti di azioni vende a prescindere, anche senza giustificazioni. Pochi mesi fa tutti erano preoccupati per il petrolio oltre i 130 dollari al barile, e adesso che costa quasi la metà tutti stanno zitti. C’è poca razionalità, vincerà chi mantiene la mente fredda».
Ma è vero o no che sono stati ‘bruciati” centinaia di miliardi al giorno?
«E una fesseria da cattiva informazione. Si pensa che siano bruciati 400 miliardi di valore reale, invece è un titolo, un indice. Se bruci 400 miliardi di grano, non ricrescono il giorno dopo: qui invece lo possono fare. In Borsa così come si brucia, si crea; ci sono un’infinità di aziende, di imprese che hanno
alla base una produzione concreta e che saranno premiate dalla ripresa degli indici».
In una crisi mondiale come questa hanno senso politiche di reazione nazionali?
Se fossero coordinate sarebbe meglio: ma piuttosto che niente... Il mercato è un sistema di vasi comunicanti: chi pensa di controllare il livello del liquido dal proprio vaso, è un illuso. Il difetto del sistema è proprio questo: non c’è un
controllo globale. La finanza, è internazionale, ma non c’è un sistema di governance internazionale. Nemmeno europeo, nonostante la moneta unica>.
Da cosa dipende il fatto che non si è riusciti a costruire una politica economico-finanziaria europea?
«Dal fatto che l’Europa non c’è. Manca un Tremonti europeo; manca una vigilanza europea, la Bce non ha questo ruolo che invece è in capo alle 27 banche nazionali. Questa crisi era l’occasione giusta per fare un salto di qualità, non si è stati capaci di farlo. E stata una lezione molto dura, una volta scampato il pericolo l’Europa dovrà per forza riflettere. Il continente deve parlare con una voce unica anche in campo economico, non avere un “mister vigilanza è una gravissima debolezza».
Questa crisi è anche un faJlimento della gestione della politica economistica europea affidata ai banchieri di Francoforte invece che ai politici?
«No: i banchieri hanno di fatto strumenti limitati. Possono definire il tasso di sconto, possono mettere più o meno liquidi nel sistema, e basta. Il problema è un altro, L’emergenza in Caucaso ha spinto l’Europa a parlare con una voce unica, quella di Sarkozy: nell’emergenza economica si sarebbe dovuto fare la stessa cosa, ma la Merkel non l’ha consentito. E una lezione per il futuro».
Una crisi come questa avrà ripercussioni sui prezzi?
»Intanto cala il petrolio, e questo è un segno positivo. La bassa domanda dovrebbe portare a un raffreddamento dei prezzi: questi chiari di luna dovrebbero portare gli speculatori a più miti consigli, così la dinamica dei prezzi si raffredderà e quello sarà
il segnale della ripresa»>. Abbiamo sempre lamentato che le banche italiane fossero poco ‘internazionali, poco esposte nel mare grande della finanza globale. Ma oggi quella più sotto schiaffo è Unicredit proprio perché è la più internazionale: allora è meglio restare piccoli?
«Unicredit è una buona
banca, il suo management
non ha particolari
responsabilità e comunque ha reagito ricorrendo con successo al mercato, facendo un aumento di capitale
che è stato sottoscritto a dimostrazione che c’è ampia fiducia nell’istituto. E la fiducia deriva anche dal fatto che è una banca grande, internazionale».
Perché l’Italia sareb•
be messa meno peggio di altri Paesi di
frontealla crisi?
«Per tre elementi: il sistema bancario è solido, l’economia reale ancora tiene, e c’è un governo forte che
prende decisioni tempisticamente all’altezza in modo tecnicamente ineccepibile. Non possiamo pensare di sfangarla da soli, ma per la prima volta nella storia partiamo da una condizione economica e di governance più solida di altri Paesi>.
La presidente di Confindustria Emma Marcegaglia però dice che siamo ufficialmente in recessione.
<Per definire la recessione sono necessari due trimestri consecutivi con il segno meno; e questo non è accaduto. Penso che le immissioni di liquidità, la reazione dei governi e il coordinamento internazionale possano in breve mutare le aspettative di operatori,
imprese e famiglie, Se que
 sto mutamento avverrà in
tempi brevi,  se ci sarà la svo1ta più lunga invece sarà l’altalena,  è possibile che il contagio passi dall’economia di carta all’economia rea1e.
Cosa possono fare i
governi?
«Garantire che il sistema bancario continui a fornire crediti alle imprese per finanziare la loro attività. Sarebbe grave e ingiustificato se le banche frenassero sui fidi alle imprese: se il governo interviene per garantire le banche, queste non possono che fare altrettanto con le
famiglie e le aziende. Ciascuno faccia la propria parte: anche le parti sociali: pensare a scioperi o vertenze sindacali senza senso come quelle sulla Pubblica Amministrazione o sulla scuola è incomprensibile».
Ma l’ingresso dello Stato nei capitali delle banche non è una sorta di ‘nazionalizzazione” mascherata?
«Entrando nei pacchetti azionari delle banche, i governi forniscono liquidi e capitali: ma non entrano nella governance degli istituti. Si assicura solo la liquidità necessaria per i clienti. Lo Stato non si ricompra le banche, questo è certo».
Quanto pesano simili operazioni sulle casse dello Stato?
«Non è un costo che si scarica sulle famiglie o sulle imprese con un aumento di tasse, se è a questo che pensa. Se lo Stato interviene oggi acquistando azioni di una banca e le rivende magari fra un anno quando le quotazioni in virtù della ripresa saranno maggiori, ci guadagna».

 




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12 ottobre 2008
Crisi, c'è chi piange e chi di essa si nutre
 

Il Tempo 12-10-2008 Carlo Lottieri

 

In ogni situazione di crisi la libertà individuale declina, poiché quando la stabilità dei rapporti sociali viene meno i politici di qualunque colore intravvedono l’opportunità di ampliare il loro potere.
Per questo, il crollo delle borse rappresenta in ambito economico quello che fu in politica estera la distruzione delle Twin Towers, ma oggi sono gli scambi ad essere sovvertiti dall’imporsi del nuovo statalismo. Per chi governa l’America o l’Europa non è importante sapere quali siano le cause del disastro, nè quali saranno gli effetti del salvataggio delle banche, del rastrellamento dei titoli «tossici», della
nazionalizzazione del credito, dell’assicurazione statale da ogni rischio. Quando viene meno la terra sotto i piedi, la parola d’ordine è intervenire ovunque: costi quel che costi. Il guaio è che la crisi attuale è figlia di una politica monetaria espansiva, la quale ha fissato un costo del denaro troppo basso, e non gia del mercato. Dovrebbe insomma esser chiaro che all’origine di tutto vi è la gestione statale del credito. Non è quindi vero che questa fase segni il fallimento del capitalismo, perché semmai è l’opposto. E quando si passa dalla diagnosi alla terapia, oggi il comportamento più avveduto consisterebbe nel lasciar affondare le imprese disastra
te, così che il mercato possa ripulirsi.
La classe politica, però, ha altre mire. L’economista Paul Krugman ha rilevato che «come non vi sono atei sul letto di morte, così non vi sono fautori del mercato nel mezzo di una crisi finanziaria». Ma questo significa solo che quando l’economia crolla, è più facile per i politici realizzare ciò che di solito è impensabile: e così in America ci si è impadroniti in poche ore di 700 miliardi di dollari (sottraendo circa 7 mila euro a famiglia), ma qualcosa di simile avviene ovunque. Lo Stato produce crisi, caos, disordini e povertà, e poi si candida a risolvere tutto ciò moltiplicando il proprio controllo sulla comunità e aggiungendo danno a danno.
D’altro canto, le società terrorizzate sono spesso disposte ad abbracciare soluzioni autoritarie e quando scoppiò la crisi del 1929 sul «New York Times» vi fu chi augurò all’America un Mussolini che potesse evitarle un Lenin. Anche oggi il dirigismo che sta imponendosi incarna una logica economica autoritaria. Lo riconobbe lo stesso Keynes, quando nel 1936 scrisse la prefazione all’edizione tedesca della Teoria generale e suggerì a Hitler di adottare le sue idee: «La teoria della produzione aggregata, che è il punto cruciale del mio libro, può essere più facilmente adattata alle condizioni di uno Stato totalitario che alla teoria della produzione e della distribuzione di un’economia caratterizzata da libera competizione e da un ampio grado di laissezfaire».
Oggi non vi sono croci uncinate all’orizzonte. Per ora, sono «soltanto» i nostri risparmi ad essere in pericolo, ma questa riduzione dell’autonomia economica può aprire la strada ad una compressione delle nostre libertà tout court.

 




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7 ottobre 2008
I ventisette in ordine sparso

 LUSSEMBURGO - Travolti dal crollo dei mercati azionari, i governi europei non riescono a trovare una risposta comune abbastanza forte per mandare un segnale di stabilità. Dopo che la dichiarazione dei Quattro a Parigi evidentemente non è bastata a tranquillizzare i mercati, i ministri delle Finanze dei paesi dell'euro si sono ritrovati ieri a Lussemburgo mentre le Borse vivevano il peggior lunedì nero da vent'anni a questa parte.

Ma le misure che il consiglio Ecofin, oggi, potrebbe varare sulla falsariga della "strategia comune" adottata a Parigi, appaiono ormai come pannicelli caldi somministrati ad un malato terminale. E soprattutto sono bruciate dalla rincorsa dei governi a cercare di salvare il salvabile dei rispettivi sistemi bancari con misure decise autonomamente e destinate a ripercuotersi negativamente sulla stabilità dei paesi vicini.

Ieri, per cercare di tamponare la situazione, il francese Sarkozy, presidente di turno della Ue, ha anticipato i ministri con una dichiarazione a nome dei Ventisette resa nota dall'Eliseo: "Tutti i dirigenti dell'Unione europea dichiarano che ciascuno tra loro prenderà tutte le misure necessarie per assicurare la stabilità del sistema finanziario sia con iniezioni di liquidità fornite dalle banche centrali, sia attraverso misure mirate a talune banche o da dispositivi di protezione rafforzata dei depositi. Nessun correntista delle banche dei nostri paesi ha subito perdite e continueremo ad assumere le misure necessarie per proteggere il sistema e i risparmiatori".

Ma questa presa di posizione comune, anticipata poco elegantemente da Palazzo Chigi, non riesce a nascondere la cacofonia delle misure nazionali che ormai si contendono a colpi di assicurazioni la scarsa fiducia degli investitori nel panico. Ha cominciato l'Irlanda che si è attirata le critiche di tutti garantendo i depositi delle sue sei banche e drenando così i depositi dei risparmiatori britannici. Poi è stato il turno della Grecia di varare misure analoghe. Quindi è sceso in campo il governo tedesco, dopo il salvataggio in extremis di Hypo Re, di garantire i depositi dei privati cittadini. Immediatamente Austria, Svezia, Danimarca e Portogallo hanno seguito l'esempio.

Sotto la pressione dei governi, la commissaria europea alla concorrenza, Neelie Kroes, ha esteso una specie di assoluzione plenaria per tutte le operazioni di salvataggio e di garanzia. Ma la corsa al dumping nazionale in materia di ammortizzatori della crisi non è probabilmente la risposta che i mercati si aspettano.
E lo hanno dimostrato ieri con una crisi di panico senza precedenti. Resta sul tavolo l'idea di un fondo di garanzia europeo, lanciata dagli olandesi e sostenuta con insistenza da Silvio Berlusconi a Parigi e da Giulio Tremonti ieri a Lussemburgo. Ma questa ipotesi, in realtà l'unica che consentirebbe di dare una risposta europea solida e convincente ai mercati, si scontra con una serie di obiezioni. Siccome il fondo dovrebbe essere finanziato con contributi proporzionati al Pil (si è parlato del tre per cento), i tedeschi si oppongono perché temono di dover sostenere il grosso delle spese di salvataggio senza ricavarne una contropartita adeguata, e di vedere Paesi poco virtuosi come l'Italia sfondare impunemente il tetto del proprio deficit pubblico. I britannici sono contrari all'idea, come a qualsiasi iniziativa che riduca le sovranità nazionali a scapito di quella europea. Molti governi e le stesse autorità comunitarie sollevano perplessità di tipo procedurale, in quanto non si capisce chi dovrebbe gestire il fondo e a chi andrebbe la proprietà delle azioni che questo rastrellerebbe sul mercato.

Ma i veri motivi di perplessità sull'idea del fondo derivano dalla convinzione radicata in alcuni governi che il proprio sistema bancario, relativamente più solido di altri, potrebbe uscire vincitore dal gioco al massacro dei mercati. La presidenza francese, che inizialmente era favorevole al "piano Paulson euopeo", ora si mostra più scettica dopo che Paribas si è aggiudicata la parte di Fortis non nazionalizztaa dagli olandesi, e dopo che la Société Générale si è dimostrata interessata alla spartizione del colosso belgo-francese Dexia. Anche gli spagnoli, il cui sistema bancario non dà per ora segni di crisi, arricciano il naso di fronte all'idea di un ombrello centralizzato.

In questo quadro, la discussione intavolata ieri dai ministri delle finanze della zona euro su quanto elevare la soglia di garanzia dei depositi bancari (oggi fissata ad un risibile minimo comunitario di ventimila euro) appare quantomento grottesca dopo che la maggioranza degli stessi governi ha offerto in proprio garanzie pressoché totali. Alla fine il presidente dell'Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, ha detto che "non consentiremo il fallimento di nessuna banca" e che "il patto di stabilità va rispettato totalmente". Il presidente della Commissione Barroso cerca al solito di gettare acqua sul fuoco. L'Europa, spiega, non è uno stato nazionale, "ci sono contesti diversi" e dunque le risposte alla crisi non possono essere uguali per tutti: quel che importa è la convergenza. Ed oggi i ministri delle Finanze, al termine di una delle più drammatiche riunioni della storia europea, cercheranno di dare prova, se non di unità, almeno di armonia. Resta da vedere quanto i mercati daranno loro credito.

Andrea Bonanni, La Repubblica, 7 ottobre 2008



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6 ottobre 2008
L'impero Cgil "fattura" 1 miliardo di euro
 

Roma - È il sacro Graal del giornalismo d’inchiesta e sindacale. E proprio come il calice dell’ultima cena, il «bilancio consolidato» della Cgil ha assunto un alone mistico, si è smaterializzato per diventare simbolo, non tanto degli ideali e degli obiettivi irraggiungibili, quanto dell’opacità e del potere sindacale. Chi conosce anche il più remoto cantuccio della confederazione guidata da Guglielmo Epifani giura che - al pari di quelli delle altre centrali sindacali - il bilancio della Cgil nel suo complesso in realtà non esiste. E che per pesare tutte le attività economiche della Corso d’Italia Spa ci si debba rassegnare a spulciare la bellezza di 2.500 documenti contabili. Ogni categoria ha il suo. E ogni livello centrale di una federazione va moltiplicato per le mille stratificazioni territoriali.
Tutti i dati ovviamente confluiscono alla centrale romana, ma la sintesi è conservata gelosamente come il peggiore dei segreti. Non è nemmeno messa nero su bianco per evitare fughe di notizie. Perché è nota la resistenza dei sindacati a qualsiasi tentativo di rendere pubblica la loro contabilità.

«Profitti» in tempi di crisi. È meno conosciuto, invece, il piglio aziendale con il quale il primo sindacato del Paese gestisce le sue risorse economiche. Un’amministrazione oculata che, per fare un esempio recente, ha portato l’ultimo bilancio confederale - quello, tanto per intenderci, che riguarda solo il palazzo di Corso d’Italia, non tutto il sindacato - in attivo per 643mila euro. Un piccolo «profitto» per la testa del sindacato, firmato dal riservatissimo tesoriere Lodovico Sgritta, contro un rosso che l’anno precedente era di 560mila euro, realizzato in tempi decisamente grami per famiglie e imprese.

Epifani come Bombassei. Nonostante tutto non è impossibile farsi un’idea di quanto valgono le attività economiche di Corso d’Italia e delle sue controllate. Un miliardo all’anno è una delle ultime stime, mai smentita. Tanto per farsi un’idea è quanto fattura una multinazionale del made in Italy come la Brembo di Alberto Bombassei, delegato alle relazioni industriali per Confindustria, controparte di Epifani in più di una trattativa. Solo che la Cgil non produce sofisticati sistemi di frenaggio. Vende tessere. Poi fornisce servizi per conto dello Stato, pagati profumatamente dal contribuente. Si serve di «lavoro» pagato dalla pubblica amministrazione attraverso i distacchi retribuiti. Infine sfrutta ogni possibilità di finanziamento pubblico: dai fondi per l’editoria, al cinque per mille passando per i «gettoni» di presenza in vari organismi pubblici.

Il caro tessera. A sostenere il primo sindacato italiano sono soprattutto i 5.604.741 aderenti (dato 2007). Il costo della tessera che pagano al momento dell’iscrizione e le trattenute che ogni mese si ritrovano in busta paga. La percentuale per il momento varia da categoria a categoria, ma presto potrebbe essere uniformato e, per molti, aumentare. Nella relazione dell’ultima conferenza di organizzazione è scritto chiaramente. Per il 2008 è in agenda «la realizzazione dell’obiettivo di generalizzare la quota dell'1% di contribuzione per chi si iscrive alla Cgil». In questo modo al sindacato arriverebbero circa 600 milioni. Per il momento la confederazione si deve accontentare di una cifra che si dovrebbe aggirare intorno ai 400 milioni di euro l’anno; 250 milioni che provengono dai 2,7 milioni di lavoratori attivi iscritti e altri 140 milioni dai 2,8 milioni di pensionati che pagano quote di iscrizione e contributi sindacali più bassi.

 

Come un commercialista. Non c’è vertice organizzativo della Cgil dedicato alla pecunia, al quale non partecipi anche «l’area servizi». Perché il sindacato che più si oppone all’idea del sindacato di servizio, cara invece alla Cisl, è in realtà quello che incassa la fetta più consistente di risorse pubbliche per svolgere compiti dello Stato in sussidiarietà. Ad esempio dal Fisco. Perché ormai non c’è dichiarazione dei redditi che non possa passare dai Centri di assistenza fiscale. Ai Caf di Epifani, secondo le stime fatte da Giuliano Cazzola, vanno 38 milioni sui 186 milioni totali che i centri, generalmente emanazione di un sindacato o di un’associazione, incassano. Poi c’è il «contributo volontario» che l’interessato versa ai Caf, che può arrivare a 25 euro, nel caso in cui non sia iscritto al sindacato, e che ha portato ai centri circa 175 milioni di euro. Se le proporzioni sono rispettate alla Cgil toccano circa una trentina di milioni. Un’altra decina vanno invece per la compilazione del cosiddetto redditometro (l’Ise e l’Isee) per le famiglie che hanno diritto a prestazioni sociali, per il quale lo stato versa nel complesso circa 45 milioni di euro l’anno.

Monopolio sui pensionati. C’è poi il capitolo patronati, che presidiano il ricchissimo mercato dell’assistenza per le pratiche con gli istituti previdenziali, l’Inps in primo luogo. E che si occupano anche di sanità. Le scartoffie per richiedere la pensione passano praticamente tutte da questi centri di assistenza. Una torta da 400 milioni l’anno, della quale la Cgil, tramite il suo patronato che si chiama Inca, si aggiudicherebbe circa 80 milioni l’anno.

Lavoro gratis. Non poteva mancare nella «Cgil corporate», una gestione più che efficiente delle risorse umane. Il sindacato di Epifani spicca anche nella classifica dei distacchi retribuiti nella pubblica amministrazione. Un diritto che, una volta «monetizzato», si trasforma in un affare milionario per i sindacati che possono contare su forza lavoro gratuita. O meglio, a spese del contribuente. In tutto i distaccati della Cgil sono circa 1.134. E le giornate lavorative «sottratte» agli uffici dove lavoravano circa 330mila. Approssimativamente, dei 120 milioni l’anno che lo Stato «paga» ogni anno per i distacchi sindacali (senza contare i permessi retribuiti), la Cgil si aggiudica un bonus-lavoro gratis da 32 milioni di euro.

Varie ed eventuali. Insomma, se si materializzasse il bilancio della Cgil, tutte questa voci di finanziamento, pubblico e privato, sarebbero le più pesanti. Perché valgono più di 600 milioni di euro. Ma poi ce ne sarebbero molte altre. Ad esempio tutto il capitolo della formazione. Con i fondi europei e le trattenute in busta paga dello 0,30 per cento. Qualche decina di milioni in quota Cgil, visto che nel complesso la partita della formazione vale 200 milioni di euro. I contributi all’editoria delle società controllate che editano la galassia dei media targati Cgil, dalla gloriosa Rassegna sindacale alla nuovissima Articolo uno, la web radio di Epifani. Ci sono le società partecipate dalla Cgil che offrono servizi ai Caf. A voler essere cattivi si potrebbero conteggiare anche i gettoni di presenza che percepiscono i sindacalisti. Se fossero asset di una azienda, ma anche emanazioni di un partito politico potremmo pesare tutte queste attività. Un obbligo alla trasparenza che riguarda tutti, tranne i sindacati.

Antonio Signorini, Il Giornale, 6 ottobre 2008




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5 ottobre 2008
Marcegaglia e le altre
 
Marcegaglia, la signora che presiede l’Associazione degli industriali italiani, è una dirigente inflessibile. Fra poche ore potrebbe crollare la finanza del mondo ma lei non si distrae, tiene lo sguardo fisso sul punto «nuovo modo di rinnovare i contratti da lavoro in Italia per sbloccare lo sviluppo del Paese». La missione sembra piccola rispetto agli enormi problemi del momento. In realtà, così come lo vuole con perizia strategica il grosso dei suoi associati, porta l’Italia a fare, sia pure con deplorevole ritardo, ciò che è avvenuto in America ai tempi di Reagan: isolare il lavoro dipendente, umiliare i sindacati con il progetto di accantonarli, o di cooptarli con la strategia del «merito», della «produttività», della «competitività».

Ma in tutti questi bei progetti chi lavora con rischio e fatica, non c’entra niente, non può farci niente. Niente di tutto ciò dipende dai singoli lavoratori o da tutta la mano d’opera di un impresa. Però le tre parole, nate e poi risuscitate in America dalla celebre «scuola di Chicago» (il grande consigliere economico di Pinochet) e cresciute col reaganismo, suonano «moderne», fanno strage di consensi anche a sinistra (quante tesine vi hanno dedicato i giovani rampanti del Pd) e sono diventate luoghi comuni sia del liberismo che del riformismo in cerca di buona reputazione.

Ho letto della appassionata difesa del lavoro da parte di Epifani, il più competente e il meno populista, dunque il più moderno leader sindacale, in Italia, oggi (l’Unità, 3 ottobre). Infatti non subisce il fascino di parole vuote per il lavoro, che in America hanno portato all’iperfinanziarizzazione delle aziende e al crollo che adesso lascia tutti col cuore in gola. Tutti, salvo Marcegaglia e Berlusconi.

Berlusconi ha di fronte la montagna sconosciuta di detriti finanziari del mondo, non si sa quanti salvabili e quanti marci, non si sa quanti italiani e quanto importanti o, al contrario, quanti di questi debiti inesigibili siano, con discrezione non notata, diventati italiani e quanta Lehman Brothers ci sia nella filiale sotto casa, dove il direttore simpatico e rampante accostava il risparmiatore col gruzzoletto per fare proposte «interessanti». Berlusconi punta il dito come faceva a Napoli di fronte alla spazzatura e proclama: «tranquilli, ci penso io». Fa credere che anche per i prodotti tossici della finanza ci sarà un Castel Volturno, con i suoi italiani disperati e con i suoi immigrati disperati, disposti a lasciarsi portare in casa quest’altra spazzatura da nascondere.

Quanto alla Marcegaglia, donna giovane e non incolta, ci aspettavamo un soprassalto. Ovvero, per la prima volta in Confindustria, poteva accadere che finalmente qualcuno, magari perché donna, venisse avanti con le due cose che non sono state mai fatte: dire che cosa l’associazione degli imprenditori può fare per il Paese, invece di chiedere continuamente al Paese che cosa può fare, anzi deve fare per gli imprenditori.

E capire e dire ai propri consociati che la vecchia sceneggiata, comunisti cattivi contro liberisti buoni, Peppone contro Don Camillo è davvero finita, che l’incubo della finanziarizzazione tossica riporta attenzione e prestigio intorno all’impresa. Quell’incubo dice che - invece che mettersi in mano alle banche - è meglio lavorare, produrre, esportare. Ma per farlo ci vuole ricerca (qualcosa che nessuno fa e nessuno promette di fare in Italia) e un idea del tempo e del mondo. E ci vogliono lavoratori, ma non come fannulloni da rimettere al loro posto di ubbidienti subordinati che costano sempre troppo.

Chi «fa impresa» come si dice ai convegni di Confindustria con un tono ispirato, quasi religioso, come se si trattasse di prendere i voti, chi «fa impresa» sa che l’impresa è fatta di buon lavoro. Sa anche che il buon lavoro comincia come e dove l’azienda si identifica, quando si esprime con i suoi leader, nel modo in cui sa scegliere i suoi dirigenti. E sa che non è il conteggio dei minuti per andare in bagno dei dipendenti che assicura il buon lavoro ma un clima di lealtà reciproca che tiene conto del resto del mondo: quanto costa il lavoro a me imprenditore; quanto costa un minimo di dignità della vita a te che lavori.

Questa strada c’era, ed era modernissima, ai tempi di Adriano Olivetti in Italia, nelle imprese di David Rockefeller in America, dove ogni persona era una persona dall’inizio del lavoro fino ai livelli manageriali. Adesso, in questa Italia in ritardo, prevale il modello Thatcher-Reagan che era già vecchio e fallito, quando è stato riesumato dal prima della Depressione del 1929 e che, infatti, ci sta portando a un’altra depressione: distanza, diffidenza, delusione, sospetto, solitudine, tutte condizioni pessime per costruire il futuro del lavoro e dunque delle imprese.

Marcegaglia sta dicendo che preferisce che i lavoratori si presentino ad uno ad uno, per fare contratti legati al merito, alla produttività, cui segue l’eterna invocazione «per tornare a essere competitivi». Ma perché fingere di non sapere che la competitività d’impresa dipende dall’impresa, perché dipende dalla guida, dal realismo ma anche dalla visione; che la produttività è il compito e il capolavoro del manager, perché è il frutto della buona organizzazione; che il merito si misura soltanto dove si vede, ovvero se chi lavora è messo nelle condizioni psicologicamente sicure e fisicamente protette in cui può dare e mostrare (mostrare a chi? si potrebbe chiedere oggi) il meglio delle proprie capacità. Qualcuno vuole il meglio da un precario, oppure soltanto un tot di ore e un tot intercambiabile di fatica?

Ho fatto parte della vita aziendale del tipo rappresentato dalla Marcegaglia. E so che l’imprenditore si presenta a qualunque tavolo scortato da buoni avvocati, esperti fiscalisti, e dai più abili esecutori di tagli sui salari, di solito camuffati con il gentile titolo di responsabili delle risorse umane.

Il lavoratore invece - ci dice la Marcegaglia - deve presentarsi da solo e togliere di mezzo i sindacati. Che mercato è? Un simile squilibrio non ha mai generato civiltà. Questo sta dicendo Epifani. Quando insiste e tiene duro, non boicotta l’impresa. Propone il lavoro dignitoso, psicologicamente alla pari, che è parte essenziale dell’impresa.


Ma ecco che arriva sulla scena l’altra nuova dirigente di Confindustria, Federica Guidi, figlia di, Presidente dei Giovani imprenditori. Lei ha una visione del mondo. Ma lo vede da una prospettiva retrò in cui però invoca il retrò come futuro. Strano per una donna giovane, passata per buone scuole. Ma ecco quello che ha da dire, mentre i giovani industriali, tutti figli di anziani e robusti imprenditori della precedente generazione, si preparano, come i loro papà, a far festa al governo, a Berlusconi, a Tremonti, nel loro convegno di Capri. «Qui c’è qualcuno che continua a guardare al vecchio, che resta ancorato a schemi ormai passati, che nemmeno adesso, nel mezzo del crac finanziario che sta mettendo a dura prova il mondo, si rende conto di come quegli schemi siano del tutto inadeguati ad affrontare cambiamenti rapidissimi e a volte drammatici». (Corriere della Sera, 2 ottobre).

Santo cielo, ma davvero Federica Guidi pensa che Lehman Brothers, la banca che lo scorso Natale aveva pagato ai suoi top manager “bonus” (premi individuali) tra i cento e i duecento milioni di dollari, sia inciampata e caduta e scomparsa a causa della irresponsabile resistenza del sindacato dei fattorini e dei ragazzi che distribuiscono la posta ai piani bassi dell’azienda?

Non le ha raccontato nessuno che, nel Paese di Reagan e dei due Bush, una volta spezzato, troncato e poi gradatamente escluso da ogni partecipazione il sindacato, una volta reso il lavoro e anche la manodopera più specializzata una variabile di mercato di ultimo livello, un po' sotto la scelta e l’acquisto del materiale da ufficio, moltissime aziende si sono trasformate, come New Orleans, in avamposti abbandonati a raid, accorpamenti, merger, svendite delle divisioni più remunerative e preziose, perdita deliberata di personale specializzato, mentre calava l’originalità e desiderabilità dei prodotti, diminuivano le esportazioni e dalle finestre senza vetri dei piani alti passava il vento di uragani finanziari che si sta portando via l’intero management americano di generali senza esercito?

Dice ancora al Corriere la Guidi: «Persino in momenti di crescita l’Italia rimane ferma al palo». Quando, dove, quale azienda è stata bloccata dagli operai (che in Italia muoiono anche in tre al giorno, mentre lavorano, lavorano, lavorano di giorno e di notte)? Quando nell’Italia della Thyssen-Krupp (al processo i sindacati sono stati autorizzati dal giudice a costituirsi parte civile)? Quando, in questo Paese, prima di questa crisi mondiale che non ha niente di sindacale, un’azienda è rimasta al palo per colpa dei lavoratori, invece che per la responsabilità di un pessimo management?

Possibile che la giovane Guidi, Presidente dei Giovani imprenditori, non si sia accorta di suo, o non sia stata avvertita dai colleghi che stanno appena arrivando, come lei, a sostituire i padri (c’è da essere orgogliosi: sono tutti al convegno di Capri invece che al “Billionaire“) che la Fiat ha avuto una buona ripresa, che ha fatto notizia nel mondo, non per avere finalmente umiliato il lavoro, ma per avere ritrovato un management adeguato, nuovi progetti, nuovi modelli, nuovi modi di vendere?

Prendiamone atto al momento di riflettere sulle relazioni industriali: non è stata la «forte spinta» invocata dalla giovane Guidi (parola codice che significa mano dura sul sindacato) a far tornare in prima fila la Fiat. E’ stato il buon lavoro organizzato bene. Non c’è niente di più moderno che riconoscerlo. Non c’è niente di più vecchio che dare la colpa ai soldati, come facevano, ad ogni sconfitta i generali sabaudi, nella Prima Guerra mondiale.

Quasi nelle stesse ore si fa avanti Barbara Berlusconi, neolaureanda in filosofia, giovanissimo membro del consiglio di amministrazione di Fininvest. Partecipa, insieme alla madre Veronica, a un convegno sull’etica dell’impresa organizzato dai ragazzi di «Milano young», figli che esistono in nome del padre, come sempre in Italia e quasi solo in Italia. Dice Barbara Berlusconi che «Fininvest ha una struttura etica», ed è bello sentirglielo dire di una azienda fondata da e con Marcello Dell’Utri. Dice di avere imparato dal padre «il rispetto per gli altri e l’importanza di non ledere la libertà altrui». Non è il primo caso di padri affettuosi che in casa dicono una cosa e fuori gli scappa di dire che i giudici del proprio Paese o sono mentecatti o sono un cancro, e, in ogni caso, «dovranno presentarsi col cappello in mano». Sarebbe ingiusto giudicare gli affetti. Ma di nuovo si vede che cosa questi padri non hanno insegnato ai figli, persino i padri migliori di Berlusconi. Non gli hanno insegnato che un’azienda non è solo proprietà e dirigenti, altrimenti, se i piani alti continuano a dare “bonus” a se stessi e a guardare giù con l’irritazione di Federica Guidi, ogni impresa sarà Lehman Brothers. Spiacerà a tutte queste signore, ma ha ragione Epifani: un’impresa è il lavoro.
 
Furio Colombo L'Unità, 5 ottobre 2008


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29 settembre 2008
Così è nata la quarta confederazione guidata dalla tosta Renata Polverini
 
 «Renata è una tosta», dice Guglielmo Epifani della collega Polverini, leader dell' Ugl, prima donna in Europa a guidare un sindacato. E in quell' aggettivo c' è forse anche la chiave per leggere la sorprendente ascesa dell' Ugl, già Cisnal e già sindacato della destra pure un po' nostalgica, a diventare, nei fatti e nell' epoca della frantumazione del lavoro, la quarta confederazione, accanto a Cgil, Cisl e Uil. La promozione - la "tosta" Renata - se l' è conquistata sul campo della vertenza Alitalia. Per la prima volta è stata ammessa al tavolo delle trattative che contano - quello delle riunione "ristrette", come si chiamano in gergo - e lei non l' ha più mollato, notte e giorno. Si è alleata prima con la Cisl di Raffaele Bonanni per indebolire le resistenze della Cgil, ma ha chiuso il negoziato stringendo un patto di ferro con la Uil di Luigi Angeletti per non vedersi scavalcata dalle corporazioni dei piloti di Anpac e Up. Lei gioca a geometrie variabili. Ora tifa Lufthansa, in vista dell' alleanza internazionale della Cai tricolore, ma è stata l' unica tra i sindacalisti a incontrare Jean-Cyril Spinetta, numero uno di Air France, quando i francesi cercavano l' accordo con i sindacati italiani per comprare la compagnia. Renata Polverini, romana, 46 anni, sindacalista da sempre, è di destra ma non ha mai avuto una tessera di partito. Anche per questo piace di qua e di là. Walter Veltroni l' avrebbe imbarcata nel Partito democratico, il centrodestra, prima o poi, le chiederà di scendere in politica. «Vedremo», dice lei. Da anni l' Ugl marcia a fianco a quella che un tempo era l' odiata "triplice". Sei scioperi generali unitari contro il precedente governo Berlusconi; nessuno contro Prodi ma una manifestazione (da sola) contro la Finanziaria di Padoa-Schioppa. I retaggi del passato, però, restano in alcune vicende fondamentali delle relazioni industriali. Infatti l' Ugl non tratta allo stesso tavolo di Cgil, Cisl e Uil la riforma della contrattazione con la Confindustria di Emma Marcegaglia. Qui vale ancora la conventio ad escludendum che vedeva la Cisnal attendere nella sala d' attesa dei ministeri per poi essere ricevuta dal capo di gabinetto o, peggio, dimenticata e chiusa all' interno del dicastero. E così mentre i partiti politici si sfaldano e poi si fondono alla ricerca di un bipartitismo che resta "imperfetto", nei sindacati, perse le storiche occasioni dell' unità, si esaltano le identità e le differenze: la Cgil è scesa in piazza sabato scorso contro la politica economica del governo, la Cisl manifesterà sabato prossimo chiedendo meno tasse sul lavoro e la riforma dei contratti. E l' Ugl rosicchia posizioni, soprattutto nel terziario, tra i giovani precari de-ideologizzati. Contano gli iscritti, certo, anche se nessuno può certificarne la veridicità. La Polverini dichiara di avere superato i due milioni di tessere, più della Uil che, contesta quei dati, e che si ferma sotto quella soglia. Ma contano anche altri fattori. Per esempio, nella primavera scorsa, la conquista della Pirelli Bicocca, già roccaforte della Cgil proprio dove Sergio Cofferati cominciò a costruire la sua carriera sindacale. Lì un gruppo di delegati ex Cgil si presentò, e fu eletto, con l' Ugl. E le loro ragioni, quei delegati, le spiegarono chiare in una lettera al Manifesto: «L' Ugl è una struttura in forte mutamento dove ci è sembrato di cogliere che "fare sindacato" venga prima della politica». Ma la prima a "usare" l' Ugl è stata la Cgil in funzione anti-Cisl, scommettendo sulla loro potenziale concorrenza (come in parte è accaduto) per via di alcune similitudini. A cominciare dal tema della democrazia economica, che la Cisl, però, chiama "partecipazione" e che l' attuale ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, declina in una ardita "complicità" tra imprese e lavoratori. L' Ugl, però, è anche simile alla Cgil: per la struttura organizzativa e poi perché difende la centralità del contratto nazionale. Insomma sono tutte queste geometrie sindacali molto variabili che ormai fanno dell' Unione generale del lavoro la quarta delle confederazioni.
 
La Repubblica, Roberto Mania, 29 settembre 2008  



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