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1 novembre 2008
Non sperperate il sapere

La Stampa, Antonio Scurati, 1 novembre 2008

C’è una cosa che il ministro dell’Università e della Ricerca deve sapere: il momento peggiore della vita di un giovane professore universitario non è quello in cui riceve il suo magro stipendio ma quello in cui esamina i propri studenti o ne discute le tesi di laurea.

È allora, infatti, che si assiste al disastro della pubblica istruzione. La rovina del millenario edificio del sapere assume i tratti somatici del tuo allievo che, seduto all’altro capo della scrivania, in un italiano stentato, smozzica frasi per lo più sconnesse, ciancica frattaglie di nozioni irrancidite, rimastica rigurgiti di conoscenze mal digerite. In quei momenti il nostro fallimento sta lì, a meno di un metro di distanza da noi, ci basterebbe allungare la mano per afferrarlo. Dire una parola per porre fine a esso. Ma non lo facciamo. Rimaniamo a guardare, come incantati dal fascino del disastro. Ascoltiamo, quasi ipnotizzati, la nenia dello studente oramai prossimo alla laurea eppure incapace di coniugare i verbi, di coordinare le frasi, di articolare un discorso. Tendiamo l’orecchio a quel balbettio perché in esso avvertiamo la vibrazione sorda di un grande organismo in decomposizione. Ce ne stiamo lì, soggiogati dalla malia dei cimiteri di campagna. Non chiudiamo nemmeno gli occhi, non distogliamo lo sguardo: abbiamo davanti a noi lo spettacolo di una catastrofe al rallentatore. Ed è quella della nostra istituzione.

Ecco cosa pensavo in questi giorni se mi trovavo a sfilare accanto a un ventenne che con me protestava contro i drastici tagli all’università. Pensavo: questo è probabilmente uno di quei miei tanti studenti che mi fa disperare quando li esamino, uno di quei ragazzi ai quali oramai ci accontentiamo di insegnare poco o niente, uno di quei ragazzi che, educati dalla televisione e dallo shopping center, intendono l’università come parte del loro tempo libero, per lo più devoluto a godersi la vita, consumare, concedersi ogni facile piacere.

C’è però un’altra cosa che l’opinione pubblica dovrebbe sapere ed è che quel ricercatore universitario che s’immalinconisce perché non riesce più a fare il suo mestiere percepisce in media uno stipendio di 1480 euro al mese.

Il che significa che i giovani scienziati da cui ci aspettiamo la cura del cancro, la scoperta di fonti di energia rinnovabile o, anche - perché no? -, la nuova cultura che ci consenta di interpretare e capire il nostro tempo, guadagnano meno dell’idraulico che ci ripara il lavandino. E, si badi bene, non è soltanto questione di conto in banca: questa sproporzione tra stipendi e valore sociale della conoscenza è indice di un immiserimento generale - materiale e morale -, è specchio di un’università in cui i fisici che lavorano nella facoltà che fu di Enrico Fermi fanno ricerca negli scantinati, in cui per trovare fondi si deve emigrare all’estero, in cui ogni giorno si laureano studenti semplicemente ignoranti. La miseria degli stipendi è, insomma, segno di un letterale disprezzo per il sapere.

In questi giorni, si è molto discusso di baronie, clientele, privilegi, inefficienze e sprechi vari. Giustissimo. Quel giovane professore sconfortato, quel ricercatore immiserito sarebbero i primi a volerle estirpare: dategli (simbolicamente) un’accetta e lo troverete al vostro fianco a far pulizia perché è lui il primo a soffrirne. Ma non dimentichiamo, per favore, che lo spreco più grande di cui ci stiamo macchiando è lo sperpero di forme di sapere che stiamo perdendo, di occasioni di scoperta che stiamo mancando, di capitali di conoscenza che stiamo depauperando, di livelli di conoscenza che vanno precipitando, di risorse umane che stiamo svilendo. Si tratta di valori inestimabili.

La riduzione indiscriminata di 600 milioni del budget per le università non sfronda i rami secchi, non estirpa le piante infestanti, ma rischia di menare un micidiale colpo d’accetta alla base del tronco, quella base dove cresce, con grande fatica, la speranza del giovane professore disperato. Un solo esempio: il blocco automatico dei concorsi significa, non solo e non tanto guerra alle baronie ma impossibilità di carriera per i giovani ricercatori. In questo modo, i baroni saranno ancora più baroni, i giovani ricercatori ancora più spiantati, asserviti e i nostri studenti sempre più ignoranti.

I tanti cittadini insofferenti nei confronti di un’università che si vuole «sprecona» farebbero bene a non confondersi su cosa stiamo sprecando, su chi stiamo «tagliando». Non sempre i nemici dei nostri nemici sono nostri amici. Vale anche per gli studenti. Stiamo pure al fianco dei ragazzi che marciano e protestano contro i tagli indiscriminati, ma poi stiamo loro di fronte e pretendiamo che studino.

26 ottobre 2008
Università, il miracolo dei laureati precoci

Corriere della Sera, Gian Antonio Stella, Sergio Rizzo, 26 ottobre 2008


Marko Tasic, un serbo di 19 anni, è finito su tutti i giornali del mondo perché, partito per l' America per studiare, ha preso la laurea e pure il dottorato in otto giorni? Noi italiani, di geni, ne abbiamo a migliaia. O almeno così dicono i numeri, stupefacenti, di alcune università. Numeri che, da soli, rivelano più di mille dossier sul degrado del titolo di «dottore». I «laureati precoci», studenti straordinari che riescono a finire l' università in anticipo sul previsto, ci sono sempre stati. È l' accelerazione degli ultimi anni ad essere sbalorditiva. Soprattutto nei corsi di laurea triennali, dove i «precoci» tra il 2006 e il 2007, stando alla banca dati del ministero dell' Università, sono cresciuti del 57% arrivando ad essere 11.874: pari al 6,83% del totale. Tema: è mai possibile che un «dottore» su 14 vada veloce come Usain Bolt? C' è di più: stando al rapporto 2007 sull' università elaborato dal Cnvsu, il Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario, quasi la metà di tutti questi Usain Bolt, per la precisione il 46%, ha preso nel 2006 l' alloro in due soli atenei. Per capirci: in due hanno sfornato tanti «dottori» quanto tutti gli altri 92 messi insieme. Quali sono queste culle del sapere occidentale colpevolmente ignorate dalle classifiche internazionali come quella della Shanghai Jiao Tong University secondo cui il primo ateneo italiano nel 2008, La Sapienza di Roma, è al 146° posto e Padova al 189°? Risposta ufficiale del Cnvsu: «Stiamo elaborando i dati aggiornati per la pubblicazione del rapporto 2008. Comunque i dati sui laureati sono pubblici e consultabili sul sito dell' ufficio statistica del Miur». Infatti la risposta c' è: le culle del sapere che sfornano più «precoci» sono l' Università di Siena (494ª nella classifica di Shanghai) e la «Gabriele D' Annunzio» di Chieti e Pescara, che non figura neppure tra le prime 500 del pianeta. Numeri alla mano, risulta che dall' ateneo abruzzese, che grazie al contenitore unico di un' omonima Fondazione presieduta dal rettore Franco Cuccurullo e finanziata da molte delle maggiori case farmaceutiche (Angelini, Kowa, Ingenix, Fournier, Astra Zeneca, Boheringer, Bristol-Myers...), conta su una università telematica parallela non meno generosa, sono usciti nel 2007 la bellezza di 5.718 studenti con laurea triennale. In maggioranza (53%) immatricolati, stando ai dati, nell' anno accademico 2005-2006 o dopo. Il che fa pensare che si siano laureati in due anni o addirittura in pochi mesi. Quanto all' ateneo di Siena, i precoci nel 2007 sono risultati 1.918 su un totale di 4.060 «triennali»: il 47,2%. La metà. Ancora più sorprendente, tuttavia, è la quota di maschi: su 1.918 sono 1.897. Contro 21 femmine. Come mai? Con ogni probabilità perché alla fine del 2003 l' Università firmò una convenzione coi carabinieri che consentiva ai marescialli che avevano seguito il corso biennale interno di farsi riconoscere la bellezza di 124 «crediti formativi». Per raggiungere i 148 necessari ad ottenere la laurea triennale in Scienza dell' amministrazione, a quel punto, bastava presentare tre tesine da 8 crediti ciascuna. E il gioco era fatto. Ma facciamo un passo indietro. Tutto era nato quando, alla fine degli anni Novanta, il ministro Luigi Berlinguer, adeguando le norme a quelle europee, aveva introdotto la laurea triennale. Laurea alla portata di chi, avendo accumulato anni d' esperienza nel suo lavoro, poteva mettere a frutto questa sua professionalità grazie al riconoscimento di un certo numero di quei «crediti formativi» di cui dicevamo. Un' innovazione di per sé sensata. Ma rivelatasi presto, all' italiana, devastante. Colpa del peso che da noi viene dato nei concorsi pubblici, nelle graduatorie interne, nelle promozioni, non alle valutazioni sulle capacità professionali delle persone ma al «pezzo di carta», il cui valore legale non è mai stato (ahinoi!) abolito. Colpa del modo in cui molti atenei hanno interpretato l' autonomia gestionale. Colpa delle crescenti ristrettezze economiche, che hanno spinto alcune università a lanciarsi in una pazza corsa ad accumulare più iscritti possibili per avere più rette possibili e chiedere al governo più finanziamenti possibili. Va da sé che, in una giungla di questo genere, la gara ad accaparrarsi il maggior numero di studenti è passata attraverso l' offerta di convenzioni generosissime con grandi gruppi di persone unite da una divisa o da un Ordine professionale, un' associazione o un sindacato. Dai vigili del fuoco ai giornalisti, dai finanzieri agli iscritti alla Uil. E va da sé che, per spuntarla, c' è chi era arrivato a sbandierare «occasioni d' oro, siore e siore, occasioni irripetibili». Come appunto quei 124 crediti su 148 necessari alla laurea, annullati solo dopo lo scoppio di roventi polemiche. Un andazzo pazzesco, interrotto solo nel maggio 2007 da Fabio Mussi («Mai più di 60 crediti: mai più!») quando ormai buona parte dei buoi era già scappata dalle stalle. Peggio. Perfino dopo quell' argine eretto dal predecessore della Gelmini, c' è chi ha tirato diritto. Come la «Kore» di Enna che, nonostante il provvedimento mussiano prevedesse che il taglio dei crediti doveva essere applicato tassativamente dall' anno accademico 2006-2007, ha pubblicato sul suo sito internet il seguente avviso: «Si comunica che, a seguito della disposizione del ministro Mussi, l' Università di Enna ha deciso di procedere alla riformulazione delle convenzioni» ma «facendo salvi i diritti acquisiti da coloro che vi abbiano fatto esplicito riferimento, sia in sede di immatricolazione che in sede di iscrizione a corsi singoli, nell' ambito dell' anno accademico 2006-2007». Bene: sapete quanti studenti risultano aver preso la laurea triennale nell' ateneo siciliano in meno di due anni grazie ad accordi come quello con i poliziotti (76 crediti riconosciuti agli agenti, 106 ai sovrintendenti e addirittura 127 agli ispettori) che volevano diventare dottori in «Mediazione culturale e cooperazione euromediterranea»? Una marea: il 79%. Una percentuale superiore perfino a quella della Libera università degli Studi San Pio V di Roma: 645 precoci su 886, pari al 73%. E inferiore solo a quella della Tel.M.A., l' università telematica legata al Formez, l' ente di formazione che dipende dal Dipartimento della funzione pubblica: 428 «precoci» su 468 laureati. Vale a dire il 91,4%. Che senso ha regalare le lauree così, a chi ha l' unico merito di essere iscritto alla Cisl o di lavorare all' Aci? È una domanda ustionante, da girare a tutti coloro che hanno governato questo Paese. Tutti. E che certo non può essere liquidata buttando tutto nel calderone degli errori della sinistra, come ha fatto l' altro ieri Mariastella Gelmini dicendo che di tutte le magagne universitarie «non ha certo colpa il governo Berlusconi che, anzi, è il primo governo che vuol mettere ordine». Sicura? Certo, non c' era lei l' altra volta alla guida del ministero. Ma la magica moltiplicazione delle università (soprattutto telematiche), la corsa alle convenzioni più assurde e il diluvio di «lauree sprint», lo dicono i numeri e le date, è avvenuta anche se non soprattutto negli anni berlusconiani dal 2001 al 2006. E pretendere oggi una delega in bianco perché «non si disturba il manovratore», è forse un po' troppo. O no?




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permalink | inviato da zemzem il 26/10/2008 alle 15:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
25 ottobre 2008
Dopo la pantera il gattopardo
 

 Il Foglio, Cesare Lombroso, Roma, 25 ottobre 2008

Non conosco i dettagli del progetto di riforma del ministro Gelmini per l'università. Fa una certa impressione comunque, vedere condividere la protesta dagli studenti e dai professori universitari, i baroni, discendenti delle dinastie che da anni dominano l'università italiana, senza altro merito che il diritto di famiglia, con i risultati accademici che sono sotto gli occhi di tutti.
Potrei anche non condividere l'analisi e le soluzioni proposte dalla Gelmini, ma non riesco a fare giustizia di un dubbio: come si concilia la difesa della nostra scuola quale essa è con la constatazione che i nostri studenti sono agli ultimi posti nelle graduatorie internazionali di istruzione?

 


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permalink | inviato da zemzem il 25/10/2008 alle 23:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
25 ottobre 2008
Studenti, blitz all' Auditorium Scontro con polizia e carabinieri

 Corriere della Sera, Fabrizio Caccia, 25 ottobre 2008


ROMA - La «zona rossa» stavolta è il Red Carpet. E quattro di loro, dribblando poliziotti e carabinieri, alla fine ci arrivano. Sono quattro studentesse della Sapienza (una di Psicologia, una di Scienze Politiche, due di Lettere), corrono più di tutti, raggiungono il tappeto rosso del «Festival del Cinema» in pieno svolgimento all' Auditorium e riescono a srotolare uno striscione: «Pay Attention (fate attenzione, ndr) Movimento Irrappresentabile». Sono le sette di ieri sera, missione compiuta, il movimento universitario («Siamo l' onda che vi travolge», «Noi la crisi non la paghiamo») si guadagna così la scena internazionale. «Gelmini e Tremonti vi piace questo film?», gridano in coro gli studenti. E ancora: «Siamo qui per bloccare un brutto film», «Se ci bloccate il futuro, noi blocchiamo il cinema». Sono un migliaio, sono partiti in corteo dalla Sapienza, hanno riempito sette treni della metropolitana alla stazione Termini. Francesco Raparelli, dottorando, portavoce dei collettivi, spiega al megafono: «Volevamo un palcoscenico per portare all' attenzione internazionale i problemi dell' università. Ma questo è un altro spettacolo. Si spendono milioni di euro per la Festa del Cinema, mentre si tagliano otto miliardi alla ricerca». Loro vorrebbero arrivare in fondo all' obiettivo: un gigantesco sit-in sul tappeto rosso. Ma intanto le forze dell' ordine hanno serrato i ranghi e un cordone di poliziotti e carabinieri blocca la strada che porta al foyer. Vola pure qualche manganellata, cinque studenti contusi, si alzano cori all' indirizzo degli uomini coi caschi («Vergogna», «Noi non abbiamo paura») ma anche dal corteo qualcuno tira pile e accendini e due poliziotti vengono colpiti. Serata agitata, tanto più che a quell' ora all' Auditorium si proietta il film sulla banda Baader Meinhof, i terroristi tedeschi della Raf. Sono minuti di caos, cameramen e fotografi impazziti, mentre l' ex ministro Rocco Buttiglione sfila sul Red Carpet sorridente. Per un po' si chiudono i cancelli, il pubblico pagante non riesce più a entrare, chi è già dentro solidarizza con gli studenti: «Non li picchiate». Poi, per fortuna, tutto si placa. Gli universitari si accontentano del risultato raggiunto, protestano a mani alzate per sottolineare che il movimento resta pacifico. Le studentesse che avevano srotolato lo striscione (subito sequestrato) vengono identificate e rilasciate. All' uscita, una di loro, Chiara B., 21 anni, di Psicologia, sale sulle spalle di un compagno e racconta al megafono l' impresa, salutata da mille applausi


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