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25 ottobre 2008
Vento di razzismo in Italia

Le Monde,  Philippe Ridet, 25 ottobre 2008


In tempi normali, la notizia non avrebbe superato le frontiere di Vigevano, provincia di Pavia
(Lombardia). Nella serata di sabato 18 ottobre, l'arbitro di un incontro di basket tra i Cats di
Vigevano e i Bopers di Casteggio si rivolgeva così ad un giocatore che contestava una delle sue
decisioni: “Va a raccogliere banane in Africa”. L'insulto era rivolto a Bryant Inoa Piantini, 20 anni,
italiano di origine dominicana. Il giorno dopo, il quotidiano torinese La Stampa dava ampio spazio
al racconto dell'incontro.
In tempi normali... Ma nell'Italia di oggi, non passa settimana senza che accadano avvenimenti a
carattere razzista. La lista è già lunga. Dopo gli incendi criminali dei campi dei Rom che hanno
segnato la primavera e l'inizio dell'estate, sono arrivate le aggressioni.
Il 14 settembre, a Milano, un giovane originario del Burkina Faso, Abdul Guibré, è ucciso a colpi di
sbarre di ferro dai gestori di uno snack-bar dove il giovane aveva rubato un pacchetto di biscotti.
“Sporco negro” hanno udito i testimoni.
Il 29 settembre, a Parma (Emilia-Romagna), Emmanuel Bonsu-Foster, 22 anni, originario del Gana,
è prelevato da membri della polizia locale per un controllo al commissariato. Ne esce qualche ora
più tardi con un occhio tumefatto, una gamba rovinata, e tenendo in mano una busta nella quale
protegge le sue carte. “Emmanuel Negro”, vi hanno scritto sopra i poliziotti, con la scusa di non
aver capito l'ortografia del suo nome.
Il 2 ottobre a Roma, nel quartiere degradato di Tor Bella Monaca, Tong Hongshen, 36 anni, è
riempito di botte da cinque adolescenti, davanti alla fermata di un bus. “Cinese di merda”, grida
uno degli aggressori.
A questa litania si aggiunge il massacro di Castel Volturno (Campania): sette persone, di cui sei
africani, hanno trovato la morte sotto le pallottole degli assassini della camorra. Crimine razzista?
Alcuni lo pensano. Le immagini della manifestazione organizzata il giorno dopo lungo la via
principale di questa terra desolata hanno fatto il giro delle agenzie di stampa: immigrati africani che
brandivano cartelli stradali, cassonetti dell'immondizia incendiati, auto rovesciate e queste grida:
“Italiani razzisti”!
Da allora, la stampa tiene il conto preciso di tutte le manifestazioni di razzismo. Qui, una
marocchina insultata, là una prostituta lasciata nuda in una sala del commissariato, altrove un
venditore senegalese picchiato con una mazza da baseball per aver osato esporre la sua mercanzia
accanto ai venditori italiani. Nei telegiornali della penisola, questi atti di violenza contro gli stranieri
si intercalano ormai all'enumerazione dei crimini commessi dagli “extracomunitari”.
Sociologi, psicologi, vescovi, politici, si affollano al capezzale della Penisola. Anche il Presidente
della Repubblica, Giorgio Napolitano, si inquieta: “C'è un allarme razzista”. Che cosa sono
diventati gli “italiani brava gente” che hanno creato la reputazione dell'accoglienza in Italia?
Impregnati di tradizione cattolica e di compassione, gli italiani hanno dapprima accolto gli stranieri
a braccia aperte. “Il razzismo non è nel nostro DNA”, dicono in coro gli eletti delle città nelle quali
hanno avuto luogo le violenze.
E allora? I sociologi avanzano una pista: paese di emigrazione, l'Italia è divenuta in meno di
trent'anni un paese di immigrazione. Un cambiamento troppo rapido per essere adeguatamente
preparato. L'ultimo censimento rileva la presenza di 3 432 651 immigrati regolari, di cui 457 000
nati in Italia. Sono più numerosi nel Nord, ricco e prospero, che nel Sud.
Per scoraggiare i candidati all'immigrazione, sotto l'influenza della Lega Nord, un partito
apertamente xenofobo, il governo fustiga gli immigrati, presentati come fonte di insicurezza.
Moltiplica gli ostacoli alla loro integrazione. Il ministro dell'interno, Roberto Maroni, eccelle in
questo esercizio. Un giorno, propone il permesso di soggiorno a punti, un altro le classi separate per
i bambini stranieri, un altro ancora il rifiuto di cure agli immigrati clandestini.
Il sindaco di Oppeano (Lombardia) preferisce acquistare terreni piuttosto che vedere i musulmani
della sua comunità costruirvi una moschea. Quello di Treviso si interroga: “Una moschea? Gli
africani vadano a pisciare e pregare nel deserto!” Quello di Pordenone rifiuta un'esposizione
sull'Africa nella sua città col motivo che “gli Africano nessuno li vuol più vedere, neppure in foto,
dato che sono già il 25% della popolazione”. Quello di Verona ha fatto appello, lunedì 20 ottobre,
contro la sua condanna a due mesi di prigione e tre anni di interdizione dai diritti civili: aveva
distribuito dei volantini sui quali era scritto: Fuori i Rom”. “La Lega è l'incubatrice del razzismo”,
scrive il giurista di centrosinistra Stefano Rodotà.
Italia razzista? E' “un fenomeno di automutilazione”, spiega Mario Marazziti, della comunità di
Sant'Egidio, che opera presso le persone in difficoltà. “Senza gli immigrati, prosegue, l'Italia
perderebbe abitanti ogni hanno e sarebbe in declino. Gli immigrati regolari pagano 2 miliardi di
euro di tasse all'anno. Criminalizzando gli irregolari li si rende fragili, li si marginalizza e si
finisce per gettarli tra le braccia del crimine organizzato. A New York, nel 1904, gli italiani erano
all'origine del 51% dei delitti commessi nella città mentre rappresentavano solo il 5% della
popolazione”.
Italia razzista? Sociologo all'università di Bologna, Marzio Barbagli ha dedicato tre libri (Laterza)
al problema. “Negli anni 1990, la forte rappresentazione degli immigrati tra spacciatori e
prostitute ha spinto le persone a pensare che l'immigrazione fosse la causa principale
dell'insicurezza. Ma questa è solo una delle conseguenze del loro rifiuto”.
Italia razzista? “Diciamo che il terreno è fertile, spiega il deputato di centrosinistra Sandro Gozi.
Gli immigrati sono ormai visti da molti italiani come dei concorrenti per l'accesso alle cure e
all'alloggio. Se non sviluppiamo un discorso più positivo nei loro confronti, rischiamo una guerra
tra poveri”. Nel 2006, a capo di una commissione parlamentare, Gozi ha redatto un rapporto di 650
pagine nelle quali deplorava “un'assenza di un modello nazionale di integrazione e di riflessione
sulla multiculturalità”. “Occorrono politiche strutturali, prosegue, non soluzioni d'emergenza. Le
buone pratiche esistono. Devono ispirarci”.
Per vederle, andiamo in Emilia Romagna, a Reggio Emilia. 162 000 abitanti nel 2007, di cui 21 334
stranieri, vale a dire il 13,18% della popolazione. Nel 2000, erano solo 7 900. Reggio e il suo 2% di
disoccupazione, Reggio e le sue industrie meccaniche prospere, Reggio luogo di nascita delle prime
cooperative, è diventata per gli immigrati un eldorado, la promessa di vita stabile. In passato
comunista, il comune destina il 50% del suo budget alle spese sociali. Il 40% dei bambini da 1 a 6
anni vanno a scuola o all'asilo nido (contro il 9% dell'insieme dell'Italia). Gli imprenditori, che
hanno bisogno di manodopera integrata e serena, sostengono la politica del sindaco, Graziano
Delrio (centrosinistra). Insediata sul territorio comunale, la casa di alta moda Prada ha donato una
scuola, pagandola in contanti.
“Ma attenzione, dice Delrio, l'accoglienza non è carità. Noi chiediamo agli immigrati di
comportarsi da uomini. Devono essere dei partner”. Approfittando di una rete associativa capillare
e di una struttura efficace, Mondo Insieme, Reggio propone ai nuovi abitanti un vero kit di
integrazione che comprende anzitutto la scuola e il lavoro. Tutti i servizi del municipio e la metà
degli impiegati sono coinvolti. “L'immigrazione è il problema più importante d'Italia”, assicura il
sindaco.
Attraverso i centri sociali, Reggio si sforza di moltiplicare i punti di contatto tra stranieri e italiani,
in particolare nel quartiere della stazione, dove vive più del 50 % di immigrati: “Vediamo bene che
il ristoratore cinese ha gli stessi problemi del barbiere italiano”, spiega un membro di
un'associazione. Risultato: la città è diventata una delle più sicure d'Italia. “Le cose che sento alla
radio, a Reggio non succedono”, assicura Bandago Seni, un immigrato venuto dal Burkina Faso.
Ma tutti ammettono: “Il contesto politico rende le cose più difficili.” Perché il sindaco e la sua
squadra non possono offrire agli “extracomunitari” ciò che lo Stato rifiuta loro e che chiedono
prima di tutto: il diritto di voto alle elezioni amministrative e procedure più rapide di accesso alla
cittadinanza italiana – il diritto di sangue prevale dall'epoca in cui gli italiani emigravano in tutto il
mondo. “Il governo tratta l'immigrazione come se le persone dovessero tornare nel loro paese,
come gli italiani che sono tornati al paese dopo aver fatto fortuna”, deplora André Lekeunen, uno
studente di diritto camerunense.
Nonostante tre leggi sull'immigrazione, nonostante la politica repressiva del governo, ogni giorno o
quasi nuove imbarcazioni mollano il loro carico di clandestini impauriti ed intirizziti nel porto di
Lampedusa. I 14 centri di permanenza temporanea della penisola sono diventati insufficienti. Il
governo ne promette altri dieci e ospita i candidati all'immigrazione in alberghi. Ogni giorno
aumenta la tensione tra gli italiani e i nuovi arrivati.
Mario Marazzitti, della comunità di Sant'Egidio, si ricorderà a lungo della visita a Roma della
ministra della giustizia del Burkina Faso. La stava accompagnando a Palazzo Chigi, sede del
governo, per firmare un accordo tra il Burkina e l'Italia per organizzare meglio il censimento della
popolazione immigrata, quando un tizio ha urlato, al passaggio della ministra: “Torna a casa tua,
negra!”.


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25 ottobre 2008
Il piccolo razzismo che l'Italia non vede

  la Repubblica, Carlo Bonini, 25 ottobre 2008

 

Il giorno in cui H., cittadino tunisino con regolare permesso di soggiorno, chiese di partecipare albando comunale da sessanta licenze per taxi, scoprì che tassisti, qui da noi, si diventa solo secittadini italiani. Il giorno in cui F. ed L., coppia nigeriana residente in Veneto, risposero a unannuncio per cuochi, scoprirono che l´albergo che li cercava, di neri non ne voleva. E «non per una questione di razzismo», gli venne detto dalla costernata direttrice della pensione, «perché ingiardino, ad esempio», lavoravano «da sempre solo i pachistani». Il giorno in cui S., deliziosaadolescente napoletana, finì nella sala d´attesa di un pediatra di base di Roma accompagnata dal padre, alto dirigente del Dipartimento della pubblica sicurezza, realizzò che insieme a lei attendevano soltanto bambini dal colore della pelle diverso dal suo. E ne chiese conto: «Papà, perché da quando ci siamo trasferiti a Roma siamo diventati così sfigati?». Il Razzismo italiano è un «pensiero ordinario». Abita il pianerottolo dei condomini, le fermate dell'autobus, i tavolini dei bar, i vagoni ferroviari. "Negro", una di quelle parole ormai pronunciate con senso liberatorio nel lessico pubblico, non nelle barzellette. Volendo, da esporre sulle lavagne del menù del giorno di qualche tavola calda, per allargare a una parte degli umani il divieto di ingresso ai cani. L´Italia Razzista è la geografia di un odio di prossimità, che nei primi dieci mesi di quest´anno ha conosciuto picchi che non ricordava almeno dal 2005. Un odio «naturale», dunque apparentemente invisibile, anche statisticamente, fino a quando non diventa fatto di sangue. Il pestaggio di un ragazzo ghanese in una caserma dei vigili urbani di Parma; il linciaggio di un cinese nella periferia orientale di Roma; il rogo di un campo nomadi nel napoletano; la morte per spranga, a Milano, di un cittadino italiano, ma con la pelle nera del Burkina Faso; l´aggressione di uno studente angolano all´uscita di una discoteca nel genovese. Dunque, cosa si muove davvero nella pancia del Paese? Al quinto piano di Largo Chigi, 17, Roma, uffici della presidenza del Consiglio dei ministri, Dipartimento per le pari opportunità, lavora da quattro anni un ufficio voluto dall´Europa la cui esistenza, significativamente, l´Italia ignora. Si chiama «Unar» (Ufficio nazionaleantidiscriminazione razziale). Ha un numero verde (800 90 10 10) che raccoglie una media di 10 mila segnalazioni l´anno, proteggendo l´identità di vittime e testimoni. È il database nazionale che misura la qualità e il grado della nostra febbre xenofoba. Arriva dove carabinieri e polizia non arrivano. Perché arriva dove il disprezzo per il diverso non si fa reato e resta "solo" intollerabile violenza psicologica, aggressione verbale, esclusione ingiustificata dai diritti civili. Nei primi nove mesi di quest´anno l´Ufficio ha accertato 247 casi di discriminazione razziale, con una progressione che, verosimilmente, pareggerà nel 2008 il picco statistico raggiunto nel 2005. Roma, gli hinterland lombardi e le principali città del Veneto si confermano le capitali dell'intolleranza. I luoghi di lavoro, gli sportelli della pubblica amministrazione, i mezzi di trasporto fotografano il perimetro privilegiato della xenofobia. Dove i cittadini dell´Est europeo contendono lo scettro di nuovi Paria ai maghrebini. In una relazione di 48 cartelle ("La discriminazione razziale in Italia nel 2007") che nelle prossime settimane sarà consegnata alla Presidenza del Consiglio (e di cui trovate parte del dettaglio statistico in queste pagine) si legge: «Il razzismo è diffuso, vago e, spesso, non tematizzato. La cifra degli abusi è l´assoluta ordinarietà con cui vengono perpetrati. Gli autori sembra che si sentano pienamente legittimati nel riservare trattamenti differenziati a seconda della nazionalità, dell´etnia o del colore della pelle». Privo di ogni sovrastruttura propriamente ideologica, il razzismo italiano si fa «senso comune». Appare impermeabile al contesto degli eventi e all´agenda politica (la curva della discriminazione, almeno sotto l´aspetto statistico, non sembra mai aver risentito in questi 4 anni di elementi che pure avrebbero potuto influenzarla, come, ad esempio, atti terroristici di matrice islamica). Procede al contrario per contagio in comunità urbane che si sentono improvvisamente deprivate di ricchezza, sicurezza, futuro, attraverso «marcatori etnici» che si alimentano di luoghi comuni o, come li definiscono gli addetti, "luoghi di specie". Dice Antonio Giuliani, che dell´Unar è vicedirettore: «I romeni sono subentrati agli albanesi ereditandone nella percezione collettiva gli stessi e identici tratti di "genere". Che sono poi quelli con cui viene regolarmente marchiata ogni nuova comunità percepita come ostile: "Ci rubano il lavoro", "Ci rubano in casa", "Stuprano le nostre donne". Dico di più: i nomadi, che nel nostro Paese non arrivano a 400 mila e per il 50% sono cittadini italiani, sono spesso confusi con i romeni e vengono vissuti come una comunità di milioni di individui. E dico questo perché questo è esattamente quello che raccolgono i nostri operatori nel colloquio quotidiano con il Paese». L´ordinarietà del pensiero razzista, la sua natura socialmente trasversale, e dunque la sua percepita "inoffensività" e irrilevanza ha il suo corollario nella modesta consapevolezza che, a dispetto anche dei recenti richiami del Capo dello Stato e del Pontefice, ne ha il Paese (prima ancora che la sua classe dirigente). Accade così che le statistiche del ministero dell´Interno ignorino la voce "crimini di matrice razziale", perché quella "razzista" è un´aggravante che spetta alla magistratura contestare e di cui si perde traccia nelle more dei processi penali. Accade che nei commissariati e nelle caserme dei carabinieri di periferia nelle grandi città, il termometro della pressione xenofoba si misuri non tanto nelle denunce presentate, ma in quelle che non possono essere accolte, perché «fatti non costituenti reato». Come quella di un cittadino romeno, dirigente di azienda, che, arrivato in un aeroporto del Veneto, si vede rifiutare il noleggio dell´auto che ha regolarmente prenotato perché - spiega il gentile impiegato al bancone - il Paese da cui proviene «è in una black list» che farebbe della Romania la patria dei furti d´auto e dei rumeni un popolo di ladri. O come quella di un cittadino di un piccolo Comune del centro-Italia che si sveglia un mattino con nuovi cartelli stradali che il sindaco ha voluto per impedire «la sosta anche temporanea dei nomadi». La xenofobia lavora tanto più in profondità quanto più si fa odio di prossimità (è il caso del maggio scorso al Pigneto). Disprezzo verso donne e uomini etnicamente diversi ma soprattutto socialmente «troppo contigui» e numericamente non più esigui. Anche qui, le statistiche più aggiornate sembrano confermare un´equazione empirica dell´intolleranza che vuole un Paese entrare in sofferenza quando la percentuale di immigrazione supera la soglia del 3 per cento della popolazione autoctona. In Italia, il Paese più vecchio (insieme al Giappone), dalla speranza di vita tra le più alte al mondo e la fecondità tra le più basse, l´indice ha già raggiunto il 6 per cento. E se hanno ragione le previsioni delle Nazioni Unite, tra vent´anni la percentuale raggiungerà il 16, con 11 milioni di cittadini stranieri residenti. Franco Pittau, filosofo, tra i maggiori studiosi europei dei fenomeni migratori e oggi componente del comitato scientifico della Caritas che cura ogni anno il dossier sull´Immigrazione nel nostro Paese (il prossimo sarà presentato il 30 ottobre a Roma), dice: « È un cruccio che come cristiano non mi lascia più in pace. Se la storia ci impone di vivere insieme perché farci del male anziché provare a convivere? Bisogna abituare la gente a ragionare e non a gridare e a contrapporsi. Non dico che la colpa è dei giornalisti o dei politici o degli uomini di cultura o di qualche altra categoria. La colpa è di noi tutti. Rischiamo di diventare un paese incosciente che, anziché preparare la storia, cerca di frenarla. Si può discutere di tutto, ma senza un´opposizione pregiudiziale allo straniero, a ciò che è differente e fa comodo trasformare in un capro espiatorio. Alcuni atti rasentano la cattiveria gratuita. Mi pare di essere agli albori del movimento dei lavoratori, quando la tutela contro gli infortuni, il pagamento degli assegni familiari, l´assenza dal lavoro per parto venivano ritenute pretese insensate contrarie all´ordine e al buon senso. Poi sappiamo come è andata». Se Pittau ha ragione, se cioè sarà la Storia ad avere ragione del «pensiero ordinario», l´aria che si respira oggi dice che la strada non sarà né breve, né dritta, né indolore. I centri di ascolto dell´Unar documentano che nel nord-Est del paese sono cominciati ad apparire, con sempre maggiore frequenza, cartelli nei bar in cui si avverte che «gli immigrati non vengono serviti» (se ne è avuto conferma ancora quattro giorni fa a Padova, alle «3 botti» di via Buonarroti, che annunciava il divieto l´ingresso a «Negri, irregolari e pregiudicati»). E che nelle grandi città anche prendere un autobus può diventare occasione di pubblica umiliazione, normalmente nel silenzio dei presenti. Come ha avuto modo di raccontare T., madre tunisina di due bambini, di 1 e 3 anni. «Dovevo prendere il pullman e, prima di salire, avevo chiesto all´autista se potevo entrare con il passeggino. Mi aveva risposto infastidito che dovevo chiuderlo. Con i due bambini in braccio non potevo e così ho promesso che lo avrei chiuso una volta salita. L´autista mi ha insultata. Mi ha gridato di tornarmene da dove venivo. E non è ripartito finché non sono scesa». T., appoggiata dall´Unar, ha fatto causa all´azienda dei trasporti. L´ha persa, perché non ha trovato uno solo dei passeggeri disposto a testimoniare. In compenso ha incontrato di nuovo il conducente che l´aveva umiliata. Dice T. che si è messo a ridere in modo minaccioso. «Prova ora a mandare un´altra lettera», le ha detto.


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25 ottobre 2008
Hanno tolto la sordina al razzismo

 La Repubblica,Tahar Ben Jelloun,  25 ottobre 2008

 

Gli immigrati sono incorreggibili. Fanno troppi figli. Fossero almeno bambini come gli altri, cioè bianchi e tranquilli, con una conoscenza perfetta dell´italiano. Ah, se potessero essere muti e anch eun po´ sordi, o magari invisibili! Di fatto, meglio ancora se fossero trasparenti, cioè inesistenti. Perché mai gli immigrati si sposano e fanno l´amore? Bisognerebbe chiederglielo quando arrivano in Italia. E perché le loro donne non fanno uso di contraccettivi? Prima, ai tempi felici in cui l'immigrazione era nascosta, lontana dai centri delle città, quando solo i maschi celibi venivano a lavorare in Europa, tutto andava per il meglio. Gli immigrati erano modesti e si facevano piccoli piccoli, tanto che finivano per scusarsi di esistere e scomparivano dietro i muri. Se qualche volta andavano in città, camminavano in punta di piedi senza far rumore, rasentando i muri, e al calar della sera si ritraevano nei loro luoghi di transito o città-dormitorio. Questo per quanto riguarda la Francia. Mentre l´Italia di oggi, che da Paese d´emigrazione è passata ad essere una delle mete degli immigrati, non conserva quasi più traccia delle sue memorie. Per fortuna Luchino Visconti ci ha lasciato «Rocco e i suoi fratelli», un capolavoro che mostra le ferite dell´immigrazione interna italiana. Ma i politici di oggi non sono cinefili. Preferiscono la televisione, della quale hanno fatto il principale strumento della società dello spettacolo, come aveva previsto il filosofo Guy Debord. Sono interpellato oggi da cittadini italiani preoccupati per l´attuale deriva della politica del loro governo. L´Italia non è un Paese razzista, benché esistano anche qui, come ovunque, forme di razzismo tra la gente. Oggi però questo razzismo si esprime con una violenza inedita. A Milano è stato ucciso un giovane italiano che per sua sfortuna aveva la pelle nera. E anche altrove sono state commesse aggressioni dello stesso tipo. Non starò ad elencarle tutte; ma episodi del genere suscitano un legittimo allarme nella popolazione che assiste a un cambiamento rilevante del paesaggio umano in cui vive, e alle conseguenze sanguinose cui può portare il razzismo. In Francia è stato il Fronte nazionale - il partito di estrema destra - a sdoganare i fautori delle discriminazioni: li ha liberati e incoraggiati a dare libero sfogo ai più bassi istinti razzisti. Molti ormai manifestano senza più remore la loro avversione per la gente di colore, gli zingari, gli arabi, i musulmani ecc. E anche in Italia assistiamo allo stesso fenomeno, soprattutto da quando le dichiarazioni di alcuni politici berlusconiani hanno «autorizzato» la gente comune a dire a voce alta ciò prima si mormorava in sordina. Ed ecco arrivare le nuove norme sulla scuola. Norme non solo gravi e pericolose, ma anche demagogiche e inefficaci, che col pretesto di volere solo il bene dei bambini immigrati li inquadrano in una categoria discriminatoria. La creazione di classi speciali non servirà certo a risolvere i problemi dell´integrazione, che non si favorisce separando i figli degli immigrati, e ancor meno segnandoli a dito. Ho letto il testo di quella mozione: sembra scritta da un cittadino del Sudafrica dei tempi dell´apartheid, con la preoccupazione di scegliere le parole e le frasi evitando con ogni cura di far trasparire il razzismo che di fatto è sotteso a quelle norme. L´Italia è un grande Paese, una bella, immensa civiltà. E non merita di finire oggi in una deriva come quella di un velato razzismo. Se i figli degli immigrati non padroneggiano la lingua italiana non è colpa loro. La Svezia ha creato un programma di insegnamento della lingua che viene proposto, al momento dell´arrivo, agli immigrati e ai loro figli; ma non fa alcuna discriminazione tra gli alunni delle scuole. Di fatto, è attraverso i contatti e gli scambi nella vita quotidiana che i bambini apprendono la lingua di un Paese, e non certo all´interno di classi riservate ad alunni di livello inferiore. Non è così che ci si può attendere un sano sviluppo, e neppure l´integrazione di questi bambini nel tessuto sociale del Paese. E´ venuto il momento di dire alcune verità all´Europa: non solo gli immigrati non se ne andranno, ma altri stranieri saranno chiamati a lavorare nei Paesi europei; I loro figli sono o saranno comunque cittadini europei; perciò non ha senso trattarli da immigrati, visto che sono nati sul suolo europeo e vi trascorreranno la loro vita. È urgente che l´Europa adotti una politica comune per l´immigrazione. A tal fine sarebbe utile e necessario avviare un lavoro pedagogico nei due sensi: dar modo ai nuovi venuti di apprendere le leggi e i valori del Paese d'accoglienza, informandoli dei loro diritti e doveri; e al tempo stesso rivolgersi ai popoli europei, spiegando loro perché l´Europa ha bisogno di immigrati, da dove vengono, come vivono, in quale misura pagano le tasse ecc. Infine - anche solo per finzione o per gioco - si dovrebbe cercare di immaginare cosa accadrebbe se da un giorno all´altro tutti gli immigrati decidessero di rimpatriare; e chiedersi in quali condizioni si ritroverebbe allora l´economia del Paese. In Francia, nonostante qualche insuccesso, la scuola ha costituito un magnifico strumento di integrazione: è qui che si impara veramente a vivere insieme. Se ad alcuni alunni capita di trovarsi in difficoltà, non è perché sono immigrati, e ancor meno per via del colore della loro pelle. Non è mai esistita una scuola formata solo da primi della classe; c´è sempre chi riesce meglio degli altri, ed è sempre stato così. Infine, un´ultima constatazione: è razzismo ciò che trasforma le differenze in disuguaglianze.

(traduzione di Elisabetta Horvat)


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