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1 novembre 2008
Non sperperate il sapere

La Stampa, Antonio Scurati, 1 novembre 2008

C’è una cosa che il ministro dell’Università e della Ricerca deve sapere: il momento peggiore della vita di un giovane professore universitario non è quello in cui riceve il suo magro stipendio ma quello in cui esamina i propri studenti o ne discute le tesi di laurea.

È allora, infatti, che si assiste al disastro della pubblica istruzione. La rovina del millenario edificio del sapere assume i tratti somatici del tuo allievo che, seduto all’altro capo della scrivania, in un italiano stentato, smozzica frasi per lo più sconnesse, ciancica frattaglie di nozioni irrancidite, rimastica rigurgiti di conoscenze mal digerite. In quei momenti il nostro fallimento sta lì, a meno di un metro di distanza da noi, ci basterebbe allungare la mano per afferrarlo. Dire una parola per porre fine a esso. Ma non lo facciamo. Rimaniamo a guardare, come incantati dal fascino del disastro. Ascoltiamo, quasi ipnotizzati, la nenia dello studente oramai prossimo alla laurea eppure incapace di coniugare i verbi, di coordinare le frasi, di articolare un discorso. Tendiamo l’orecchio a quel balbettio perché in esso avvertiamo la vibrazione sorda di un grande organismo in decomposizione. Ce ne stiamo lì, soggiogati dalla malia dei cimiteri di campagna. Non chiudiamo nemmeno gli occhi, non distogliamo lo sguardo: abbiamo davanti a noi lo spettacolo di una catastrofe al rallentatore. Ed è quella della nostra istituzione.

Ecco cosa pensavo in questi giorni se mi trovavo a sfilare accanto a un ventenne che con me protestava contro i drastici tagli all’università. Pensavo: questo è probabilmente uno di quei miei tanti studenti che mi fa disperare quando li esamino, uno di quei ragazzi ai quali oramai ci accontentiamo di insegnare poco o niente, uno di quei ragazzi che, educati dalla televisione e dallo shopping center, intendono l’università come parte del loro tempo libero, per lo più devoluto a godersi la vita, consumare, concedersi ogni facile piacere.

C’è però un’altra cosa che l’opinione pubblica dovrebbe sapere ed è che quel ricercatore universitario che s’immalinconisce perché non riesce più a fare il suo mestiere percepisce in media uno stipendio di 1480 euro al mese.

Il che significa che i giovani scienziati da cui ci aspettiamo la cura del cancro, la scoperta di fonti di energia rinnovabile o, anche - perché no? -, la nuova cultura che ci consenta di interpretare e capire il nostro tempo, guadagnano meno dell’idraulico che ci ripara il lavandino. E, si badi bene, non è soltanto questione di conto in banca: questa sproporzione tra stipendi e valore sociale della conoscenza è indice di un immiserimento generale - materiale e morale -, è specchio di un’università in cui i fisici che lavorano nella facoltà che fu di Enrico Fermi fanno ricerca negli scantinati, in cui per trovare fondi si deve emigrare all’estero, in cui ogni giorno si laureano studenti semplicemente ignoranti. La miseria degli stipendi è, insomma, segno di un letterale disprezzo per il sapere.

In questi giorni, si è molto discusso di baronie, clientele, privilegi, inefficienze e sprechi vari. Giustissimo. Quel giovane professore sconfortato, quel ricercatore immiserito sarebbero i primi a volerle estirpare: dategli (simbolicamente) un’accetta e lo troverete al vostro fianco a far pulizia perché è lui il primo a soffrirne. Ma non dimentichiamo, per favore, che lo spreco più grande di cui ci stiamo macchiando è lo sperpero di forme di sapere che stiamo perdendo, di occasioni di scoperta che stiamo mancando, di capitali di conoscenza che stiamo depauperando, di livelli di conoscenza che vanno precipitando, di risorse umane che stiamo svilendo. Si tratta di valori inestimabili.

La riduzione indiscriminata di 600 milioni del budget per le università non sfronda i rami secchi, non estirpa le piante infestanti, ma rischia di menare un micidiale colpo d’accetta alla base del tronco, quella base dove cresce, con grande fatica, la speranza del giovane professore disperato. Un solo esempio: il blocco automatico dei concorsi significa, non solo e non tanto guerra alle baronie ma impossibilità di carriera per i giovani ricercatori. In questo modo, i baroni saranno ancora più baroni, i giovani ricercatori ancora più spiantati, asserviti e i nostri studenti sempre più ignoranti.

I tanti cittadini insofferenti nei confronti di un’università che si vuole «sprecona» farebbero bene a non confondersi su cosa stiamo sprecando, su chi stiamo «tagliando». Non sempre i nemici dei nostri nemici sono nostri amici. Vale anche per gli studenti. Stiamo pure al fianco dei ragazzi che marciano e protestano contro i tagli indiscriminati, ma poi stiamo loro di fronte e pretendiamo che studino.

1 novembre 2008
La violenza delle minoranze
 

Il Corriere della Sera, Piero Ostellino, 1 novembre 2008

Lo Stato si è squagliato come neve al sole. E' diventato una sorta di «8 settembre permanente». La Cassazione ribadisce che l' interruzione di pubblico servizio è reato, perché «è sufficiente che l' entità del turbamento della regolarità dell' ufficio o l' interruzione del medesimo... siano stati idonei ad alterare il tempestivo, ordinato ed efficiente sviluppo del servizio, anche in termini di limitata durata temporale»; ma, poi, afferma che non è causa sufficiente a giustificare l' impossibilità dell' avvocato difensore a presenziare all' udienza. Ai diritti del cittadino non è riconosciuta dignità pari a quelli di chi occupa, blocca il traffico, eccetera. Poiché sottostante alla giurisprudenza c' è «una certa idea» del Contratto sociale, qualcuno, e da sinistra - Antonio Polito, amico mio, fallo almeno tu sul Riformista - dovrebbe spiegare al Partito democratico che non diventerà una sinistra riformista fino a quando non accetterà il principio che la democrazia rappresentativa non è un' assemblea aperta, in seduta permanente fra rappresentanti e rappresentati. La democrazia rappresentativa si fonda sul principio della delega. Il popolo detiene il potere di governare, ma non governa direttamente; governano i suoi rappresentanti, cui il popolo - con le elezioni - ne ha delegato l' esercizio. Non passa, invece, occasione che il Pd - di fronte a un provvedimento sgradito - non invochi «l' apertura di un dialogo» fra governo (i rappresentanti del popolo) e società civile (il popolo). Ora, non ci piove che sia buona prassi, e persino nell' interesse di ogni governo democratico, consultare, oltre all' opposizione parlamentare, i soggetti sociali interessati quando deve prendere decisioni che li riguardino. Ma un conto è che accada «prima»; un' altra è invocare che accada «dopo» che la decisione sia diventata legge dello Stato. In questo secondo caso siamo alla negazione della democrazia rappresentativa. Ciò non esclude che opposizione parlamentare e soggetti sociali interessati abbiano diritto di manifestare, anche dopo che la decisione sia stata presa. Ma, qui, si gioca su un altro terreno: quello dei diritti (di libertà) costituzionali; non su quello delle procedure di formazione delle decisioni, cioè del funzionamento della democrazia. La sinistra post-comunista queste cose le sa. Ma o non riesce ancora a metabolizzarle - per un riflesso antidemocratico - o le fa comodo fingere di ignorarle e usare la piazza per supplire alla propria condizione di minoranza parlamentare, perpetuando una vocazione assemblearistica ancora presente nel Paese. Che si tratti di cattivo funzionamento del metabolismo democratico o di finzione strumentale, il Pd finisce, così, con legittimare le minoranze che tentano di imporre con la violenza la propria volontà. Violenza che si concreta in un reato: nell' interruzione di un pubblico servizio; dal blocco di un treno, a danno di cittadini estranei alla questione, all' occupazione di un' università, contro studenti che vorrebbero continuare a seguire le lezioni.

29 ottobre 2008
I cervelli perduti di firenze
 la Repubblica, Curzio Maltese, 29 ottobre 2008

Ottantamila in corteo nelle strade cittadine. Cinquemila in Piazza Signoria, in un silenzio irreale e contagioso perfino per i turisti, ad ascoltare la lezione di astronomia di Margherita Hack all´ombra del David. Mille o duemila nelle assemblee più calde, «come nel ‘68» commenta qualche docente con l´occhio umido. Domani trenta pullman partiranno per lo sciopero generale di Roma, roba da sindacato. «Ci siamo ripresi la città» dicono i ragazzi e non è uno slogan. Dal centro di Firenze gli studenti sono stati deportati in questi anni nelle nuove e quasi sempre spaventose sedi periferiche di Novoli, Sesto Fiorentino, perse nel grigio dei centri commerciali. Avete presente un campus californiano? Ecco, il contrario. Non un campus, ma nemmeno un campo, un giardinetto, un´aiuola, un portico, una panchina per studiare. E le tasse sono uguali a Berkeley: duemila euro.
«Firenze ha una grande università suo malgrado» racconta Francesco Epifani («non parente»), 24 anni, uno dei capi della rivolta a Matematica. «I bolognesi si sono ritirati sulle colline e guardano dall´alto la città degli studenti. Qui invece ci hanno sloggiato dal centro e ci tollerano soltanto come ramo secondario del turismo». E´ due volte vero. Nel senso che gli studenti benestanti vengono spolpati al pari di comitive di russi: gli altri fanno i camerieri.
Nella città d´arte più famosa del mondo, l´università e le gloriose istituzioni culturali campano come le antiche famiglie patrizie cittadine: ogni anno si vendono un palazzo. «E´ l´unico modo per chiudere il bilancio e rinviare di anno in anno il commissariamento» spiegano al rettorato. L´anno scorso l´ateneo fiorentino ha messo all´asta la splendida Villa Favard accanto a Santa Maria Novella, ex sede di Economia. Quest´anno è toccato all´ex convento delle Montalve, fra le colline di Careggi. Nella partita di giro a guadagnarci sono soltanto i costruttori fiorentini, più quelli importati come l´intramontabile Salvatore Ligresti. S´arricchiscono con gli appalti delle nuove sedi e investono una parte degli utili comprando a prezzi di liquidazione i palazzi d´epoca nel cuore di Firenze e sulle colline.
In questo vorticoso giro di soldi le università s´indebitano. Non solo Firenze. Nella piccola università di Siena, nonostante i soldi pompati dal Monte dei Paschi, il debito è di 245 milioni. Ma l´Onda è arrivata perfino alle isole felici, come la Normale di Pisa. I «normalisti» non scioperano e non occupano («Come si fa? Viviamo già qui dentro»), ma sono solidali. Hanno appeso sulla facciata di Piazza dei Cavalieri lo striscione che è diventato un simbolo in tutta Italia: «Un Paese vale quel che ricerca». Nella notte un temporale o una manina l´ha buttato giù. «Ma domani ne facciamo uno ancora più grande».
Sopravvivono con le toppe anche le prestigiose istituzioni fiorentine, l´Istituto del Rinascimento, l´Accademia della Crusca. La presidente della Crusca, Nicoletta Maraschi, appena tornata da un giro all´estero per promuovere l´italiano nel mondo, ha subito sposato la protesta degli studenti. Oggi terrà la sua lezione di storia della lingua italiana in piazza Santissima Annunziata. «Il degrado è impressionante, di anno in anno, di governo in governo, di taglio in taglio. Era normale che prima o poi esplodesse il disagio. Dovremmo congratularci con gli studenti, invece di attaccarli. Chiedono una riforma seria, un reclutamento fondato sui meriti e non sulle conoscenze, un progetto complessivo che manca da molti anni. Sono la prima generazione davvero europea, girano il mondo, anche se non abbastanza, e chiedono gli standard dei loro coetanei francesi, tedeschi, inglesi, spagnoli».
E´ l´effetto Erasmus. Ne parlo con Massimo Livi Bacci, demografo, uno dei punti di riferimento della cultura fiorentina, autore di un libro che si vede circolare in queste settimane negli atenei. Attualissimo fin dal titolo: "Avanti giovani alla riscossa". Quasi tutti i capi della protesta che ho incontrato a Roma, Milano, Firenze, Bologna, studenti o ricercatori, professori e associati, avevano alle spalle un´esperienza comune, l´Erasmus oppure un contratto all´estero. «Ma certo, tornano in Italia e scoprono che siamo fuori dall´Occidente, in ritardo su tutto» commenta Livi Bacci. «Io l´Erasmus lo renderei obbligatorio per tutti i giovani, non solo gli studenti. Un anno fuori da casa, da mamma e papà, in un altro paese. Obbligatorio come un tempo il servizio militare». Come si esce dalla crisi giovanile italiana, è il sottotitolo del libro. Come se ne esce, professore? «Con investimenti, di sicuro non con i tagli. Con una politica per i giovani che in Italia non c´è. Ci sono le solite emergenze settoriali, un mese l´emergenza precari, un´altra l´emergenza studenti. Ci sono i ministeri delle politiche giovanili: nel complesso, una bella pagliacciata. La Gelmini ha l´aria di saper poco o nulla di come funziona nel resto d´Europa. Questa cosa del turn over dei ricercatori ridotto al venti per cento è ridicola. Ma ha un´idea il ministero di che cosa vuol dire in concreto?».
Un´idea me la faccio io incontrando nei corridoi di Farmacia un esubero vivente, il ricercatore precario Duccio Cavalieri. «Che succede se passano i tagli? Faccio le valigie e torno in America. Sono stato cinque anni ad Harvard, benissimo, ben pagato, dirigevo un laboratorio di microbiologia. Sono tornato tre anni fa nel mio paese, pieno di speranze. In tre anni, con lo stipendio di un impiegato, ho fatto ottenere all´università di Firenze finanziamenti europei per 750 mila euro che altrimenti sarebbero andati in Spagna, Francia, Portogallo… Ora mi dicono che sono un lusso. Non il barone, io sono un lusso, capito?».
Ad Architettura i ricercatori tengono corsi con duecento studenti, aule stracolme, alla paga di tre euro all´ora, meno di un ragazzo di un call center. A Economia i professori di ruolo hanno proposto un fondo di solidarietà per pagare gli stipendi a tre dei ventitré ricercatori «tagliati». A Giurisprudenza 32 ricercatori associati, in attesa di chiamata da anni, hanno inviato una lettera aperta al rettore: «La chiamata di ciascuno di noi costerebbe 3 mila euro. E´ troppo?». Il professor Lorenzo Foà, fisico di fama internazionale, docente alla Normale di Pisa, ha lanciato l´allarme dall´Unità: «Formiamo cervelli gratis per i paesi stranieri». Gli studenti dell´Onda l´hanno preso alla lettera. A Piazza della Signoria hanno organizzato la «fuga dei cervelli», con cervelli di cartapesta, stile carnevale di Viareggio. I turisti ridevano, gli italiani anche. Ma non ne abbiamo motivo.


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25 ottobre 2008
Studenti, blitz all' Auditorium Scontro con polizia e carabinieri

 Corriere della Sera, Fabrizio Caccia, 25 ottobre 2008


ROMA - La «zona rossa» stavolta è il Red Carpet. E quattro di loro, dribblando poliziotti e carabinieri, alla fine ci arrivano. Sono quattro studentesse della Sapienza (una di Psicologia, una di Scienze Politiche, due di Lettere), corrono più di tutti, raggiungono il tappeto rosso del «Festival del Cinema» in pieno svolgimento all' Auditorium e riescono a srotolare uno striscione: «Pay Attention (fate attenzione, ndr) Movimento Irrappresentabile». Sono le sette di ieri sera, missione compiuta, il movimento universitario («Siamo l' onda che vi travolge», «Noi la crisi non la paghiamo») si guadagna così la scena internazionale. «Gelmini e Tremonti vi piace questo film?», gridano in coro gli studenti. E ancora: «Siamo qui per bloccare un brutto film», «Se ci bloccate il futuro, noi blocchiamo il cinema». Sono un migliaio, sono partiti in corteo dalla Sapienza, hanno riempito sette treni della metropolitana alla stazione Termini. Francesco Raparelli, dottorando, portavoce dei collettivi, spiega al megafono: «Volevamo un palcoscenico per portare all' attenzione internazionale i problemi dell' università. Ma questo è un altro spettacolo. Si spendono milioni di euro per la Festa del Cinema, mentre si tagliano otto miliardi alla ricerca». Loro vorrebbero arrivare in fondo all' obiettivo: un gigantesco sit-in sul tappeto rosso. Ma intanto le forze dell' ordine hanno serrato i ranghi e un cordone di poliziotti e carabinieri blocca la strada che porta al foyer. Vola pure qualche manganellata, cinque studenti contusi, si alzano cori all' indirizzo degli uomini coi caschi («Vergogna», «Noi non abbiamo paura») ma anche dal corteo qualcuno tira pile e accendini e due poliziotti vengono colpiti. Serata agitata, tanto più che a quell' ora all' Auditorium si proietta il film sulla banda Baader Meinhof, i terroristi tedeschi della Raf. Sono minuti di caos, cameramen e fotografi impazziti, mentre l' ex ministro Rocco Buttiglione sfila sul Red Carpet sorridente. Per un po' si chiudono i cancelli, il pubblico pagante non riesce più a entrare, chi è già dentro solidarizza con gli studenti: «Non li picchiate». Poi, per fortuna, tutto si placa. Gli universitari si accontentano del risultato raggiunto, protestano a mani alzate per sottolineare che il movimento resta pacifico. Le studentesse che avevano srotolato lo striscione (subito sequestrato) vengono identificate e rilasciate. All' uscita, una di loro, Chiara B., 21 anni, di Psicologia, sale sulle spalle di un compagno e racconta al megafono l' impresa, salutata da mille applausi


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25 ottobre 2008
Non è il 77 ma io prenderei misure

 

 

Il Sole 24 Ore, Francesco Cossiga, 25 ottobre 2008

 Caro Direttore, non perché sia un suo amico ed estimatore da lungo tempo, ma ritengo che uno dei più begli articoli sulle agitazioni in atto nelle università, nelle scuole medie e in quelle elementari sia quello scritto da Stefano Folli sul giornale da te diretto.

Forse io sono troppo legato ad una visione del passato, ma credo di essere uno dei pochi sopravvissuti della prima repubblica (il mio "ministro ombra" Ugo Pecchioli, ormai dimenticato e quasi "censurato" dai suoi vecchi compagni, non c`è più) che ricordi come è nato e si è sviluppato il terrorismo nel nostro Paese. Quando accaddero i fatti di Valle Giulia - io ero sottosegretario di Stato alla Difesa con la delega per l`Arma dei Carabinieri -, e cioè il primo violento scontro del movimento studentesco con le forze di polizia, carabinieri e appartenenti all`allora corpo militare delle guardie di pubblica sicurezza (furono molto più numerosi i carabinieri e le guardie ferite che non i... pacifici studenti!), chi avesse preconizzato la degenerazione terroristica e avesse anche solo ipotizzato la nascita di organizzazioni del "partito armato", sarebbe stato considerato un visionario o un provocatore "fascista". E per lungo tempo il partito comunista ed anche parte del partito socialista solidarizzavano nel 1974-1976 con gli "occupanti". Fino al 1976 il problema posto con forza dalle sinistre -ricordo una riunione a Palazzo Chigi presieduta da Aldo Moro cui io partecipai come ministro per la Funzione pubblica e segretario del Comitato interministeriale per l`ordine pubblico - non era quello di come affrontare, anche sul piano sociale, la montante marea di quella che allora gli universitari occupanti chiamavano, al canto di "Bella ciao!", la "Nuova Resistenza", ma il problema del disarmo della polizia e dei carabinieri in servizio di ordine pubblico.

Tutto cambiò quando Luciano Lama, da me scongiurato di non andare a tenere un discorso all`Università de La Sapienza, occupata, ne fu cacciato via con il suo servizio d`ordine da una folla di universitari occupanti sotto un lancio di cubetti di porfido, come ben racconta Lucia Annunziata in un suo sincero e coraggioso libro, che porta ancora come ricordo nella sua borsetta uno di quei cubetti di porfido.

Quello fu l`inizio di un cambiamento radicale e a me ministro dell`interno fu data mano libera: e l`università fu sgombrata in poche ore, non certo con il puro e semplice "confronto" e "dialogo", ma con forme di "confronto" e "dialogo" un po` più dure... Oggi la situazione è certo diversa e universitari, studenti medi e bambini delle elementari manifestano non contro, ma insieme e capitanati da professori universitari, da professori di scuola media e elementari; ma ho sentito usare una antica terminologia:

"scuola democratica", "nuove forme di insegnamento", "gestione socializzata", e cioè un progetto che, ma quanti oggi lo ricordano? Aldo Moro e Alessandro Natta, normalista di Pisa, chiamavano: "un progetto per una scuola di asini"! Ho letto con preoccupazione un articolo apparso su L`Unità, non più giornale fondato da Antonio Granisci e organo del partito comunista, ma rotocalco a colori di "varia umanità", nel quale mi ricordano che io...

diedi l`ordine ai carabinieri di uccidere prima un militante di Lotta Continua, una cui pacifica formazione aveva aperto il fuoco contro un reparto dell`Arma, poi Giorgiana Masi e poi, sotto sotto, in combutta con la Cia e la P2 anche Aldo Moro. Ma queste cose in fondo un anno fa le aveva "quasi" dette anche l`amico Fassino, sostenendo che nel caso Moro la linea della fermezza era stata un tragico errore compiuto dalla DC, dato che come è noto il Pci di Berlinguer e Pecchioli era... trattativista...

Non dico che da questo confuso "movimiento" (un po` di Fidel Castro e di Hugo Chavez ci sta bene...) possa rinascere il terrorismo, ma qualche misura l`adotterei. La maggioranza dovrebbe ritirare il decreto-legge Gelmini, far diventare tutti gli insegnanti universitari professori di prima fascia, far entrare in ruolo non solo i precari ma anche i laureati, stabilire che nella scuola elementare i maestri ruotano ogni mezz`ora di orario, introdurre il "18" obbligatorio negli esami universitari, stabilire il passaggio automatico da una classe all`altra dalla scuola elementare fino alla maturità, e così via.

Da parte sua il Partito democratico per essere credibile dovrebbe dare alla manifestazione al Circo Massimo un profilo meno legalitario: qualche automobile bruciata, qualche vetrina sfondata, qualche carabiniere picchiato; e poi il Partito Democratico dovrebbe gestire con forte cipiglio il "movimento": qualche slogan come "Berlusconi boia!", "se vedi un punto nero spara a vista, o è un carabiniere, e, perché no? o è un prete o è un fascista" certo aiuterebbe...


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25 ottobre 2008
Scuola in rivolta: diritti senza doveri

Corriere della Sera, Piero Ostellino, 25 ottobre 2008



 Gli studenti manifestano contro la riforma della scuola. È un loro diritto. Lo sarebbe anche se non sapessero di che parlano; del che li accusa il ministro della Pubblica istruzione. Per manifestare, non è obbligatorio sapere perché si manifesta. Ci mancherebbe. Se così fosse, non ci sarebbero più manifestazioni in Italia. O quasi. Manifestano anche i docenti universitari. È un loro diritto. Lo è anche dirsi progressisti, dopo aver manifestato contro tutte le riforme dell' università proposte da ministri di ogni colore, in nome dello status quo. Ci mancherebbe. Se così non fosse, non si saprebbe più chi sono i progressisti e chi sono i conservatori. O quasi. Sai che guaio. I media si chiedono, e chiedono ai loro lettori, se sia giusto che la polizia intervenga. Anche porre domande sbagliate è un diritto. Ci mancherebbe. Se così non fosse, sarebbe impossibile dire che progressisti sono quelli contrari all' intervento - ma chi non lo sarebbe, rispondendo a una domanda tanto generica? - e reazionari quelli favorevoli; ma chi lo è in questo caso? A me pare, perciò, che la domanda sia mal posta. La domanda corretta - ma che temo metterebbe in imbarazzo qualche «progressista» - dovrebbe essere questa: è giusto che la polizia intervenga e la magistratura si pronunci, sanzionando i responsabili, nel caso di interruzione delle lezioni, di danneggiamento degli edifici? A me non pare sia un diritto quello di una minoranza che - è accaduto in questi giorni - occupa una università, impedisce a migliaia di altri studenti di seguire i corsi, strappa il microfono dalle mani di un docente che voleva continuare a tenere lezione e cerca di ficcarglielo in quel posto. Posso ricordare - senza incorrere nell' accusa di essere un reazionario - che la legge definisce reato l' interruzione di pubblico servizio? Non sono neppure d' accordo con quei presidi e rettori che hanno sospeso l' attività didattica, non hanno chiesto l' intervento delle forze dell' ordine, e un pronunciamento della magistratura, «per evitare guai». Posso insistere che il loro comportamento mi sembra omissione di atti d' ufficio? Ma qui casca l' asino. Una sentenza, del 30 marzo 2000, della Seconda sezione penale della Cassazione dice che «la scuola costituisce una realtà non "estranea" agli studenti, che contribuiscono e concorrono alla sua formazione e al suo mantenimento: nel senso, cioè, che gli studenti non sono dei semplici frequentatori... ma soggetti attivi della comunità scolastica a mezzo di una partecipazione... che conferisce loro un ben più incisivo potere-dovere di collaborazione... nonché di iniziativa per il miglioramento delle strutture e di programmi di insegnamento; e non sembrando, invero, configurabile un loro limitato diritto di accesso all' edificio scolastico nelle sole ore in cui è prevista l' attività didattica in senso stretto». Occupare è, dunque, un diritto e persino un dovere. Mah. È lecito dubitarne senza incorrere nell' accusa (da parte di Di Pietro e compagnia di giro) di oltraggio alla magistratura e (da parte di «progressismo continuo») di reazionarismo?


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25 ottobre 2008
La lezione di piazza Duomo

La Repubblica, Curzio Maltese, 25 ottobre 2008

MILANO - Nei capannelli di piazza del Duomo da sempre si dà appuntamento il luogo comune reazionario delle maggioranze silenziose milanesi. Nel mezzo degli anni Settanta, nella bufera delle lotte operaie e studentesche, qui lo slogan vincente era "ma andate a lavorare, barboni!". Figurarsi oggi, in fondo a un trentennio asfaltato da Craxi, Bossi e Berlusconi.

Ieri mattina, mentre i capannelli di anziani discutevano se aveva più ragione il Feltri a scrivere che la polizia doveva "manganellare gli studenti nelle parti molli", oppure il Cossiga a volerli "mandare tutti all'ospedale, senza pietà", si sono presentati i ragazzi dell'Onda milanese con i banchetti per tenere le lezioni in piazza. La prima, bellissima, del professor Roberto Escobar, filosofo della politica e raffinato recensore della pagina culturale del Sole 24 Ore, sul tema attualissimo: "Paure e controllo sociale". I capannelli si sono ritratti schifati. "Occhio, sono quelli là, i balordi del Leoncavallo".

Il Leoncavallo era un famoso centro sociale degli anni Settanta, rimasto da allora un mito più per la destra che per la sinistra. Nessuno ha trovato ancora il coraggio di comunicare ai pensionati di piazza del Duomo, ai consiglieri di An in giunta, a Berlusconi stesso e alle redazioni di Libero e Giornale che purtroppo il Leoncavallo, sentina di tutti i mali, covo di comunisti drogati, non esiste più da anni. L'hanno deportato a Greco ed è ridotto a un locale di reduci. I ventenni di oggi semmai si trovano al centro sociale Il Cantiere, in via Monterosa, o in quelli della Bicocca. Comunque Roberto Escobar non ha proprio l'aria dell'agitatore rosso, in più non parla in professorese e ha un bel senso dell'umorismo, quindi alla fine qualche benpensante si è staccato dal gruppo, con passo timido, verso l'adunata di sovversivi.


C'è un'astuzia da guerriglieri mediatici degli studenti milanesi, pochi e accerchiati nella roccaforte del Cavaliere, che meriterebbe di essere studiata dall'opposizione, dalla sinistra. Se a Milano la sinistra non si fosse estinta da tempo. "Saremo imprevedibili", avevano promesso e hanno mantenuto. Il rapporto di studenti mobilitati, rispetto a Roma, è di uno a dieci. Per non parlare dei professori "fiancheggiatori", quatto gatti. Eppure riescono a far parlare di sé ogni giorno.

Si dividono pezzi di città sulle cartine, come l'altro giorno per il blocco del traffico, e danno l'impressione così di essere moltissimi. Nell'aula della Statale che fu il tempio dei liderini sessantottini, da Capanna a Cafiero, specialisti nel discettare sulle prospettive planetarie del capitalismo, assisto a un collettivo sul tema della comunicazione. Discorsi ruvidi ma affascinanti. Del tipo: "Occupazioni, slogan, cortei, tutta roba che puzza di vecchio. Dobbiamo inventarci ogni giorno una cazzata buona per i notiziari, fare come lui. Il Berlusca quando deve distrarre l'attenzione dal taglio del tempo pieno che fa? Scatena il dibattito sul grembiulino". E quindi vai con le trovate. Un giorno la lezione in piazza sfidando i capannelli, un altro il sit-in coi libri sulle linee del tram, un altro ancora i messaggi in bottiglia da distribuire ai passanti, poi la festa aperta a tutti ("un momento ludico ci vuole"). "Qualcuno ha un'altra idea?". Sembra una riunione creativa di pubblicitari.

Marco prende la parola: "Bisogna trovare il modo di non farsi criminalizzare. Di non farsi fottere come i lavoratori dell'Alitalia o i fannulloni dell'impiego pubblico o gli immigrati delinquenti. Se ci trovano un'etichetta, tipo che siamo comunisti o non vogliamo studiare, ce l'abbiamo nel c...". Per ora, in qualche modo, ce l'hanno fatta a sfuggire all'iscrizione nelle liste nere del nuovo maccartismo. A svicolare dalla caccia alle streghe che concentra ogni volta la rabbia di tanti contro una micro categoria in genere di poveri cristi.

Hanno vent'anni, non sanno nulla del '68, poca roba del '77, non s'interessano di politica e neanche all'antipolitica. Non è un trucco per non passare "da comunisti". Soltanto negli ultimi dodici anni, dal '96 al 2008, l'astensionismo al voto dei ventenni è raddoppiato, dal 9 al 18 per cento. Ma sono nati e cresciuti in pieno berlusconismo, nel cuore dell'impero, e hanno sviluppato gli anticorpi giusti. Oltre a una vera ossessione per la comunicazione. "È anche esperienza di vita", chiarisce Luca, 21 anni, Scienze Politiche "Per arrangiarci in fondo che facciamo? Lavoriamo al call center, facciamo i baristi, le consegne, qualcuno lavoricchia in pubblicità. Insomma tutto il giorno a contatto con il pubblico, la gente normale".

"E la prima regola per comunicare i contenuti di una lotta è non farsi etichettare dalla politica. Non saremo mai l'esercito di nessun partito", aggiunge una bella ragazza alta e mora, dal piglio lideristico. Età? 22 anni. Nome? Carlotta Cossutta. Parente? "Nipote". Una rivendicazione di autonomia politica dalla nipote dell'Armando Cossutta, il boss del Pci milanese, l'uomo di Mosca, il rifondatore del comunismo, fa un certo effetto. "Intendiamoci, ciascuno ha le sue idee. Ma qui si tratta di comunicare la sostanza. Oggi per esempio siamo qui a discutere del perché sui media ha avuto tanto spazio il piccolo scontro con la polizia dell'altro giorno e non gli argomenti contro la legge". Carlotta guida un gruppo di guerriglieri mediatici che ogni mattina fa monitoraggio su stampa, radio e tv, analizza, studia come "fare notizia".

Alcuni dimostrano un vero talento. La protesta a Scienze Politiche nasce per esempio da una rivista, Acido Politico, la migliore rivista universitaria di questi anni, creata, diretta e scritta quasi per intero fino all'anno scorso da uno studente, Leo. Per esteso il nome è Leonard Berberi, albanese, nato a Durazzo, arrivato in Italia a dieci anni, senza parlare una parola d'italiano. Nessuno l'ha messo in una classe differenziata, si è diplomato e laureato col massimo dei voti ed è arrivato primo al test di ammissione del master di giornalismo della Statale. Nel movimento milanese sono molti i figli di immigrati e moltissimi gli studenti del Sud. Alla ministra Gelmini, che lamenta l'eccesso d'insegnanti meridionali al Nord, bisognerà un giorno comunicare la percentuale di studenti meridionali nella più prestigiosa università milanese, la Bocconi: 45 per cento.

Il marketing del movimento milanese in ogni caso funziona e l'Onda comincia a ingrossarsi. Dal mondo dei docenti arriva solidarietà. Il preside di Scienze Politiche, Daniele Checchi, per primo ha proclamato un giorno di blocco didattico in appoggio alla protesta. La preside di Psicologia alla Bicocca, Laura D'Odorico, ha aderito con entusiasmo: "Era ora che gli atenei si svegliassero dalla rassegnazione decennale a tagli brutali fatti passare come riforme".

Lo stesso rettore della Statale, Enrico Decleva, finora assai tiepido, se n'è uscito a sorpresa con un'intervista a Radio Popolare in cui ha ammesso: "Con questi ultimi tagli la Statale non potrà chiudere il bilancio del 2010". Non è neppure vero che l'Onda milanese non faccia politica, almeno nelle alleanze. A cominciare dalla più classica, cioè sfruttare le divisioni nel campo nemico.

A Milano, in Lombardia, nelle università il vero potere e il vero consenso non è neppure berlusconiano: si chiama Comunione e Liberazione. Ovvero Formigoni. Ovvero uno che da mesi è impegnato, da destra, nel fare opposizione a qualsiasi iniziativa del governo. Non sarà un caso se uno dei Formigoni boys, Francesco Cacchioli detto "Bencio", responsabile della lista ciellina a Scienze Politiche, che incontro per i corridoi della Statale, dice: "Questa roba qui non è una riforma, è una completa idiozia, una serie di colpi di mannaia senza dietro alcun disegno politico. Noi cattolici finora abbiamo contestato certi modi, i picchetti, i cortei, roba di sinistra. Ma diciamo la verità, nella sostanza non è che abbiano proprio torto".


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permalink | inviato da zemzem il 25/10/2008 alle 16:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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