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27 ottobre 2008
Istruzione, scuole e università perdono 471 milioni nel 2009
Il Sole 24Ore, Antonello Cherchi e Gianni Trovati, 27 ottobre 2008

Sono protagoniste nelle piazze e sulle pagine dei giornali, ma a leggere la radiografia dei sacrifici chiesti dalla manovra d'estate all'attività dei ministeri scuola e università sembrano giocare un ruolo di secondo piano. L'«istruzione scolastica» trova infatti nell'articolo 60 della legge 133/2008 un conto da 293 milioni, pari allo 0,6% degli oltre 45 miliardi di euro che l'amministrazione centrale dedica a questa voce. L'università, invece, paga un pegno da 178 milioni, cioè il 2% del budget complessivo della "missione" 2009.
Ma queste cifre offrono solo una visione parziale, e la distanza fra i numeri messi in fila dalla Ragioneria generale e la tensione che agita classi e aule universitarie ha un trait d'union. Prima di tutto, i tagli all'istruzione sono progressivi, e il 2009 offre solo un primo assaggio di quello che succederà negli anni successivi (nel 2011/2012 la riduzione degli organici a scuola dovrebbe produrre, nei calcoli del Governo, 3,1 miliardi di euro). Le sorprese peggiori per le università, invece, sono arrivate non dalla manovra d'estate, ma dalle tabelle della Finanziaria "snella" che l'Esecutivo sta approvando per il 2009. E che lascia intatto per l'anno prossimo il fondo di finanziamento ordinario, in vista di una riduzione di 731 milioni nel 2010 e di 863 nel 2011. In bilico, in pratica, c'è il 12% del fiume da 7,2 miliardi di euro che finora ha mantenuto in piedi l'accademia italiana.
Tornando invece agli effetti finanziari della manovra d'estate, a ricevere il conto più salato è lo «sviluppo e riequilibrio territoriale» (missione 28), che sull'altare del tendenziale equilibrio di bilancio per il 2011 sacrifica oltre 2,3 miliardi, più di un quarto dello stanziamento totale. Una dieta frutto soprattutto della rimodulazione dei Fondi per le aree sottoutilizzate. Una super-cura riguarda anche i fondi per il «diritto alla mobilità» (missione 13), che perdono 2 miliardi di euro pari al 17% del budget.
Ma le sforbiciate introdotte dalla manovra d'estate nei ministeri non hanno solo una declinazione economica. Entro il 30 novembre, infatti, le amministrazioni statali dovranno aver messo a punto il loro riassetto, imposto dalla riduzione degli organici che investirà tutti: dalle alte sfere dirigenziali all'ultimo degli addetti. Ridimensionamenti che oscillano, a seconda delle categorie, dal 10 al 20% delle dotazioni e che, ovviamente, si tradurranno anche in risparmi di spesa. Un obbligo previsto dall'articolo 74 del Dl 112, che se non messo in pratica impedirà agli inadempienti di «procedere ad assunzioni di personale a qualsiasi titolo e con qualsiasi contratto».
Per capire l'entità dell'operazione è sufficiente dare uno sguardo ai tre ministeri che, per effetto dell'accorpamento, hanno già precorso i tempi e hanno messo a punto i regolamenti di riorganizzazione, di recente sottoposti all'esame del Parlamento. Sviluppo economico, che nel nuovo Governo ha inglobato Comunicazioni e Commercio internazionale, Istruzione, a cui fa ora riferimento anche l'Università, e Infrastrutture, in cui sono confluiti i Trasporti, hanno già fatto i conti.
Il ministero dello Sviluppo economico perde 4 dirigenti generali (passano da 33 a 29) e 37 dirigenti di seconda fascia (da 245 a 208), con un risparmio di 4,5 milioni di euro. Per quanto riguarda le altre posizioni non dirigenziali, la dotazione organica passa da 4.396 a 3.733 addetti, con un'economia di circa 20 milioni (da 150 a quasi 130).
Le cifre diventano più sostenute nel caso degli altri due ministeri. L'Istruzione conta di tagliare 4 posti di alta dirigenza e 75 di seconda fascia, per un risparmio complessivo di poco più di 7 milioni. A cui si devono sommare i 33 milioni di minori spese che derivano dal taglio di circa mille posizioni non dirigenziali. Le Infrastrutture, infine, si preparano a fare a meno di 5 dirigenti di prima fascia e 31 di seconda fascia. Il che permetterà di risparmiare 3,8 milioni, che salgono a 41 con il ridimensionamento delle posizioni non dirigenziali.
Non si tratta, tuttavia, dei tagli (e dei risparmi) più consistenti. Il regolamento a cui sta lavorando il ministero dei Beni culturali dovrà, per esempio, garantire minori spese per 73,8 milioni.
Arrivare al risultato imposto dal legislatore significa porre mano all'organizzazione. In alcuni casi, ripensarne completamente l'assetto, con evidenti ricadute sul funzionamento degli uffici. Per rimanere all'esempio dei Beni culturali, quella che si profila è la quarta riforma in otto anni: non è ancora andato a regime il riassetto voluto dall'ex ministro Francesco Rutelli, che ha reintrodotto la figura del segretario generale e abolito i dipartimenti, che già ci si prepara a rimettere mano al dicastero.
Eppoi, si tratterà di trovare una sistemazione al personale in esubero. Si dovrà fare ricorso alla mobilità, nonché, come previsto dall'articolo 72 del Dl 112, al nuovo istituto dell'esonero dal servizio e al pensionamento di chi, pur non avendo raggiunto l'età per uscire dal lavoro, ha maturato 40 anni di contributi.

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permalink | inviato da zemzem il 27/10/2008 alle 19:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
27 ottobre 2008
«I tre insegnanti? Fu solo una questione di soldi»
Il Giornale, Paola Setti, 27 ottobre 2008

Claudio Martelli, lei è uno dei papà del maestro a tre teste.
«Confesso, nel 1990 ero vicepresidente del Consiglio».
Governo Andreotti, la riforma della scuola la firmò Sergio Mattarella.
«Abolimmo il maestro unico».
Avrete consultato fior di pedagogisti.
«Mah...».
Eh?
«Quando si fanno queste riforme non è tanto in discussione la pedagogia, si tratta più di questioni di bilancio».
All’epoca tutti però ne fecero una questione didattico-pedagogica.
«Giocarono più fattori, certo».
Ma vinse la necessità di sostenere l’economia assumendo più insegnanti.
«Anche adesso si tratta di una questione soprattutto economica».
Adesso il ministro Gelmini vuol tornare al maestro unico.
«Ed è comprensibile. In tempi di difficoltà di bilancio e di crisi economica cercare di risparmiare mi pare normale».
Invece è scoppiato il putiferio, la sinistra parla di pensiero unico, gli studenti occupano le università...
«Io non travestirei le esigenze economiche con necessità pedagogiche che sinceramente non vedo. Non c’erano allora con l’introduzione del modulo e non ci sono adesso con il ritorno al maestro unico».
E se non le vede lei.
«Capisco che possa creare malumori il capitolo dei tagli agli insegnanti, ma bisogna anche dirsi le cose come stanno».
E come stanno?
«Non ci sono licenziamenti, ma il blocco del turn over, in Italia non è la prima volta. Del resto se il 97 per cento del bilancio scolastico se ne va in salari bisognerà pur porsi il problema di come correggere questa curva».
Quindi lei approva.
«La riforma può piacere oppure no, resta il fatto che il livello di istruzione, nelle università soprattutto ma anche nella scuola media e media superiore, è assolutamente inadeguato, e va cambiato».
Lo vada a dire a studenti e insegnanti.
«Certo io consiglierei al governo e alla maggioranza un atteggiamento diverso, dovrebbero chiarire, discutere, o rischiano di infilarsi in un imbuto come con l’articolo 18. Non è più il tempo delle rigidità contrapposte».
Ecco.
«Sa qual è il problema?».
Diciamolo.
«Il problema è il ’68».
Son passati 40 anni.
«Appunto! Quel movimento giovanile voleva addirittura abbatterlo, il sistema, questo invece vuole conservarlo».
40 anni dopo la sinistra è conservatrice.
«Sono almeno 20 anni che diciamo che il sistema scolastico non va bene, tant’è che anche loro hanno provato a cambiarlo. E adesso vogliono tenerlo così com’è?».

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