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29 ottobre 2008
Una vittoria da rispettare

Il Giornale, Mario Cervi, 29 ottobre 2008


La polemica sulle celebrazioni del 4 Novembre è faziosa, sterile, vecchia e a mio avviso anche sciocca. L’ha innescata il direttore di Liberazione, Piero Sansonetti, con un editoriale in cui qualificava la Grande Guerra come «un avvenimento orribile, feroce, sanguinosissimo», un’inutile strage da addebitare alle «classi dirigenti europee». Le quali aprirono le porte al fascismo e al nazismo. Niente cerimonie all’Altare della Patria, dunque, niente discorsi, niente alzabandiera.
Di rincalzo a Sansonetti sono arrivati – le idee peggiori dilagano – alcuni insegnanti di Villafranca Padovana, ostili alla commemorazione perché potrebbe offendere le minoranze etniche; ed è anche arrivata, di nuovo sulle pagine di Liberazione, Lidia Menapace all’insegna della parola d’ordine «né vinti né vincitori». Già il foglio – dichiaratamente comunista – da cui viene la predica lascia piuttosto perplessi. Da quella parte nessuno ha mai chiesto il cambio di nome delle innumerevoli vie e piazze dedicate all’Armata Rossa e a Stalingrado. L’Armata Rossa come la Wehrmacht? Stalingrado pari e patta, né vinti né vincitori? Non mi pare che queste siano state le intenzioni di chi ha voluto solennemente ricordare, nella toponomastica italiana, le vittorie dell’Urss. Quelle sono degne di memoria, e il 4 Novembre, conclusione d’una guerra che è stata veramente di popolo – e il popolo ci ha lasciato seicentomila caduti – deve invece trascorrere nel silenzio, o al più essere allietato – si fa per dire – da logore manfrine pacifiste?
Spero di non essere frainteso. So bene – lo sa chiunque s’interessi un po’ di storia – quanto orrore, quanta incapacità dei comandi, quanto sangue e quanta sofferenza dei soldati vi siano stati in quella vicenda. Non mi sogno nemmeno di riabilitare i generali macellai (ma lo erano quasi tutti in tutti gli eserciti, non solo Cadorna teorico dell’«attacco frontale». Comunque Cadorna non l’avrei mai candidato a una targa stradale).
Ma il conoscere gli aspetti crudeli e meschini di quella guerra non può far dimenticare ciò che essa rappresentò e tuttora rappresenta nell’immaginario nazionale, quale punto di riferimento indispensabile essa costituisca quando si vuol fare appello all’identità italiana. Non è un caso che solo a quella del ’15-’18 sia toccato e sia rimasto l’appellativo di «Grande Guerra». Grande per il numero degli italiani che vi si immolarono, ma grande anche per i contenuti che ebbe.
Lo so, l’Italia approdò all’intervento dopo giri di valzer, e l’enfasi dannunziana nelle «radiose giornate» di maggio ebbe qualcosa di falso. Ma l’anelito al compimento dell’Unità con l’acquisizione delle città italiane che si chiamano Trento e Trieste aveva un’eco potente in tantissimi cuori. Anche cuori di sinceri democratici che successivamente rifiutarono d’intrupparsi nel fascismo. Sansonetti lascia intendere che la retorica gli ripugna. Peccato, ripeto, che gli ripugni la retorica spesa in onore di glorie militari italiane, e non la retorica spesa per glorie altrui.
Il ritorno dei riti civili che ci rammentano le tappe d’una lunga storia è stato fortemente voluto dal presidente Ciampi. Gliene va reso merito anche se qualche volta – non ho mancato di rimarcarlo – ha secondo me ecceduto. Così nel filone resistenziale, e perciò politicamente corretto, ha voluto interpretare l’8 settembre 1943 come un momento di rinascita del Paese, dopo il ventennio mussoliniano e la disastrosa sconfitta. No, l’8 settembre resta la data d’una vergogna nazionale, del «tutti a casa» appena un po’ riscattato da singoli episodi d’eroismo. Ma la Grande Guerra deve essere rispettata, è nostra, nonostante le eccessive grancasse trionfalistiche che possono soltanto aver disturbato l’eterno sonno dei morti.


Oziosa mi sembra anche la discussione sull’Inno di Mameli e sulla canzone del Piave: il cui verso «non passa lo straniero» sarebbe addirittura – vero maestri e maestre di Villafranca Padovana? – intriso di xenofobia. Che baggianata. A voler essere pignoli altro dovrebbe essere contestato alla celeberrima canzone: i fanti che il 24 maggio 1915 marciavano «per raggiunger la frontiera, per far contro il nemico una barriera». In realtà la guerra all’Austria l’avevamo dichiarata noi, non per fare barriere ma per conquistare terre irredente. Ma la poetica di queste canzoni che riescono a riassumere il patriottismo ingenuo e la malinconia struggente degli umili travolti da fatti tanto più grandi di loro, prescinde dall’esattezza storica. È, quella poetica, un omaggio al sacrificio dei combattenti, ciascuno i suoi. Uguali nel rispetto i vincitori e i vinti. Ma la «Grande Guerra» l’Italia l’ha vinta.

29 ottobre 2008
Ma la politica non è solo propaganda

la Stampa, Emanuele Macaluso, 29 ottobre 2008


Il gran confronto sul numero dei partecipanti ai comizi di Veltroni e Berlusconi pare si sia concluso senza vinti e vincitori. Barano tutti. Quel che manca invece è un confronto vero e forte sulla crisi economica e sociale che scuote, col mondo, il nostro Paese. I comizi, le grandi o piccole assemblee popolari sono certo momenti di democrazia, ma lo sono se i cittadini riescono, grazie a un ragionare collettivo, a essere protagonisti dei cambiamenti necessari a dare soluzione ai problemi all’ordine del giorno. Anche l’opera del governo e le sue iniziative legislative dovrebbero essere tali da sollecitare l’opposizione a misurarsi con temi d’interesse generale.

Non basta dire, come fa Berlusconi, che le sue sono le soluzioni più giuste per i problemi del Paese e se non piacciono all’opposizione ha una maggioranza per imporle. Non c’è confronto se la ministra dell’Istruzione dice che il decreto 133 è quello che è, e in ogni caso tale resterà; e dall’opposizione si chiede che quel provvedimento venga ritirato e basta. La politica è anche mediazione, capacità di trovare soluzioni valide e più largamente condivise e non mediocre opportunismo.

Per questo versante mi hanno colpito le dichiarazioni del rettore del Politecnico di Torino, il quale non accetta tagli indiscriminati e al tempo stesso chiede riforme serie. Non pensa, e lo dice, che oggi l’Università vada bene così com’è. Il propagandismo, cara Gelmini, non serve. Dire che chi non è d’accordo con i suoi provvedimenti vuole la conservazione è falso. Spero che non sfugga a nessuno che i problemi della scuola e dell’Università, come tutti gli altri, oggi debbono essere visti e riconsiderati nel quadro più vasto e generale che impone la crisi economico-finanziaria. Ma per farlo occorre un’analisi corretta del fenomeno e una strategia adeguata per affrontarla. Si tratta di una crisi che certamente non travolge il sistema capitalistico, ma ne cambierà i connotati che abbiamo conosciuti. Quali saranno i nuovi non si capisce ancora e nessuno ha una ricetta pronta.

La storia ci ha insegnato che le crisi economiche del capitalismo contengono in sé i fattori per la sua trasformazione. Ma per individuare quei fattori e operare per la trasformazione occorre l’intervento tempestivo e consapevole della politica. Solo la politica può ridisegnare il rapporto, di cui oggi tanto si parla, tra Stato e mercato. È un’opera difficile che però qualifica una forza riformista. Difficile, perché l’esperienza ci dice che lo Stato come gestore della società è fallito, ma ci dice anche che il mercato come regolatore della società è fallito. Quale sia oggi, nella situazione data, nell’economia globalizzata, il ruolo della politica, la quale non è globalizzata, è il tema su cui cimentarsi.

È stato detto e ridetto che dopo la crisi del ’29 Roosevelt mosse i tasti della politica e promosse il New Deal. In Europa prevalse quello che è stato chiamato il «compromesso socialdemocratico» e il «Welfare State». Ma oggi la politica, cioè i partiti che l’esprimono, i governi, le opposizioni parlamentari, i sindacati, quali analisi fanno? E che cosa propongono? Siamo entrati in una fase in cui tutti si rivolgono alla politica: la Confindustria, gli agricoltori, i sindacati, le associazioni dei piccoli produttori, dei risparmiatori e dei consumatori. Tutti chiedono più intervento della politica, ma se leggiamo i sondaggi vediamo che i soggetti della politica, governo e opposizione, perdono consensi. E forse li perdono proprio perché non si vedono in campo strategie che indichino una strada che guardi all’oggi e al futuro.

Data la mia età non vorrei apparire nostalgico, ma è bene ricordare che all’inizio degli Anni Sessanta, quando si manifestò un cambiamento di fase (il miracolo economico), il Pci convocò presso l’Istituto Gramsci un grande convegno, con Amendola, sulle «tendenze del capitalismo» e si svolse un dibattito che fa riflettere ancora oggi. La Dc convocò un suo seminario di studi sulla nuova fase a S. Pellegrino ponendo le basi della politica di centro-sinistra, lo stesso fece il meglio della cultura socialista, con Lombardi, Giolitti, Guiducci, Rossi Doria e altri. La Malfa scrisse saggi, articoli e «note» sul bilancio dello Stato che suscitarono grandi discussioni anche in Parlamento. Oggi c’è solo uno scontro sulla propaganda. Ma la politica è un’altra cosa. Ed è quel che manca.


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29 ottobre 2008
Una battaglia di democrazia
 la Repubblica, Miriam Mafai, 29 ottobre 2008

Rischia di essere, quella di ieri, una giornata infausta per la storia della nostra democrazia. La giornata nella quale un presidente del Consiglio, rifiutando con arroganza ogni invito alla discussione che gli viene da una parte importante del Parlamento e dallo stesso Presidente della Repubblica, annuncia che intende procedere per la sua strada. E che intende modificare a suo piacimento la legge elettorale con la quale gli italiani dovranno tra qualche mese scegliere i propri rappresentanti al Parlamento europeo.

Si può modificare una legge elettorale a colpi di maggioranza? Teoricamente si può. Nessuna norma lo vieta. Ma la storia ci insegna che le leggi elettorali approvate a maggioranza non sono soltanto il segno di una sofferenza della democrazia, ma aprono una lacerazione profonda nel paese dalla quale nessuna forza politica trae un duraturo vantaggio. Basti ricordare la tormentata vicenda della cosiddetta «legge truffa» del 1953 cui seguì la sconfitta della Dc e di un leader politico come Alcide De Gasperi.

Le leggi elettorali, non possono essere che l´esito di un confronto e di un accordo tra le varie forze politiche. La legge elettorale fissa le regole del gioco democratico, trasforma i voti espressi nel segreto dell´urna in seggi da attribuire nella assemblea per la quale si vota. Si prefigurano così o si determinano, anche a seconda della legge adottata, le possibili maggioranze. Ma, in qualsivoglia gioco, le regole devono essere stabilite in accordo tra i giocatori. In caso contrario, quando questo non si verifichi, l´esito del gioco risulterà arbitrario, falsato dalla violenza o dall´inganno di uno dei giocatori.

E´ la regola che ci siamo dati quando, entrata in crisi la cosiddetta Prima Repubblica con il suo sistema rigorosamente proporzionale, si è proceduto, di comune accordo, alla adozione di un sistema misto (maggioritario e con una quota proporzionale) che avrebbe dovuto garantire, come di fatto garantì insieme rappresentanza e governabilità. A quel sistema ha fatto seguito quello che lo stesso suo autore, l´on. Calderoli, ha definito in uno slancio di sincerità, il «porcellum». E´ stata la prima pesante forzatura di quella norma non scritta che voleva che le leggi elettorali venissero cambiate solo con un accordo tra le parti in gioco.

Ora siamo alla seconda puntata della violazione della regola. La proposta di modifica della legge elettorale per le europee che la maggioranza ha presentato lunedì nell´aula di Montecitorio prevede uno sbarramento elettorale al 5% e l´abolizione del voto di preferenza. Lo sbarramento se approvato impedirebbe l´entrata nel Parlamento europeo (dove non esistono esigenze di governabilità) di forze oggi minoritarie, sia dello schieramento di centro come l´Udc sia di quella sinistra che già, in nome della governabilità, è stata esclusa dal parlamento nazionale. L´abolizione poi del voto di preferenza suona come una rinnovata pretesa di arroganza da parte dei partiti che vogliono nominare essi stessi, nel chiuso delle loro segreterie, i parlamentari europei, dopo avere scelto, nel chiuso delle stesse segreterie, i parlamentari nazionali.

Sul tema è intervenuto ieri con la consueta autorevolezza ed equilibrio il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ricordando non solo l´opportunità di ricercare, sulla eventuale riforma elettorale, un ampio consenso in Parlamento, ma indicando anche come necessaria l´esigenza di «non comprimere il pluralismo politico» e, insieme, la necessità di «garantire un effettivo intervento dei cittadini elettori nella scelta dei loro rappresentanti». Su questa linea, che vuole una riduzione della soglia dello sbarramento e il mantenimento della preferenza, sono già schierati il Pd di Walter Veltroni, l´Idv di Di Pietro, e l´Udc di Casini.

La battaglia è aperta alla Camera. E tutto fa pensare che il Pd intenda utilizzare, questa volta, tutte le possibilità che il regolamento della Camera (e le divisioni che vanno emergendo nella maggioranza) gli consente e gli offre. Non tutte queste possibilità vennero utilizzate a suo tempo, quando il cosiddetto «Porcellum» venne in discussione nella precedente legislatura, sottovalutando probabilmente i pericoli che da quella legge sarebbero venuti alla stessa vita democratica del paese.

Ora, ogni illusione è scomparsa. La risposta fornita da Berlusconi alle preoccupazioni del presidente Napolitano, l´arroganza con la quale rifiuta ogni confronto con l´opposizione, la esplicita pretesa di arrogarsi il diritto di «nominare», mandandoli in Europa, i suoi personali esperti e i suoi avvocati (senza consentire agli elettori di esprimere le proprie preferenze) è l´anticipazione di un modello di democrazia già disciplinata o meglio dimezzata. La democrazia è fatta anche, forse soprattutto, di contrasti, di polemiche, di contrapposizione di idee, di scelte e soluzioni. E´ un processo che richiede in primo luogo il rispetto dell´avversario politico, la presa in considerazione delle sue idee, delle sue opzioni, perché sono le idee le opzioni le scelte di quella metà del paese che non ha votato per chi ha vinto le elezioni...

In democrazia chi vince le elezioni ha il compito di governare, ma non è il padrone del paese. E ha soltanto in prestito il governo, per un numero limitato di anni. Chi pensa, come Berlusconi, di essere il padrone del governo e del paese, rappresenta un reale pericolo per la nostra vita democratica. E´ augurabile che se ne rendano conto anche alcuni che fanno parte, oggi, della sua maggioranza. Prima che sia troppo tardi.
28 ottobre 2008
Il papa buono
l 'Unità, Giuseppe Tamburrano, 28 ottobre 2008

Giovanni XXIII è passato nell’immaginario collettivo come il «Papa buono». E tale certamente fu il
pontefice che veniva da una famiglia contadina non ricca. Stupende le parole «Fate una carezza ai
vostri bambini da parte del papa». Significativo il suo interessamento per gli operai dell’Arsenale di
Venezia quando fu patriarca in quella città. Ma Papa Giovanni fu qualcos’altro, di grande
importanza: aveva cuore e cervello, e usò la sua intelligenza, la sua saggezza, la sua cultura per una
profonda riforma degli orientamenti della Chiesa cattolica «universale». Ha raccontato Fanfani che
un giorno, vedendo una moltitudine di contadini che scendeva da una collina, il Papa gli disse:
«Ecco, io a quelle persone non chiederei da dove vengono, ma dove vanno per fare eventualmente il
cammino insieme». In questa frase vi è la «rivoluzione» giovannea.
Pio XII fu il papa della «condanna dell’errore» e volle una chiesa combattente, animatrice della
crociata contro il comunismo. Giovanni XXIII volle una chiesa universale, di tutti gli uomini e
donne di buona volontà, a prescindere dalle loro provenienze ideologiche o culturali: una chiesa
evangelica e pastorale. E fu il papa del «dialogo con l’errante». Molti furono i segnali di questo suo
orientamento ben prima di salire sulla cattedra di Pietro. Ne ricordo uno significativo, anche per le
sue implicazioni politiche (nel senso più alto). Il Partito socialista tenne a Venezia nel febbraio del
1957 il suo XXXII congresso. Il patriarca salutò l’assise con un manifesto beneaugurante con
queste parole molto significative: «Io apprezzo l’importanza eccezionale dell’avvenimento che
appare di grande rilievo per l’immediato indirizzo del nostro Paese» (le Gerarchie lo indussero ad
una ritrattazione).
Salito al soglio pontificio esattamente cinquanta anni or sono, papa Roncalli dispiegò la sua azione
riformatrice che consisté nel rinnovamento non delle Gerarchie (se si esclude la direzione
dell’Osservatore Romano), ma degli indirizzi ecclesiastici. La prima enciclica è la Mater et
Magistra, del luglio 1961, che rinnova la dottrina sociale della chiesa cattolica della Rerum
novarum di Leone XIII, e nella quale è sollecitato l’impegno ad operare per la giustizia sociale
scegliendo autonomamente le alleanze necessarie: è il superamento dell’integralismo, è l’apertura ai
soggetti collettivi impegnati nel sociale. L’enciclica successiva, Pacem in terris (10 aprile 1963), è
il documento fondamentale dell’indirizzo giovanneo che ispirerà il Concilio Vaticano II. Ecco il
passaggio centrale: «Va altresì tenuto presente chen on si possono neppure identificare false
dottrine filosofiche sulla natura, l’origine e il destino dell’universo e dell’uomo con movimenti
storici e finalità economiche e sociali, culturali e politiche… Inoltre, chi può negare che in quei
movimenti, nella misura in cui sono conformi ai dettami della retta ragione e si fanno interpreti
delle giuste aspirazioni della persona umana, vi siano elementi positivi e meritevoli di
approvazione? Pertanto, può verificarsi che un avvicinamento o un incontro di ordine pratico, ieri
ritenuto non opportuno e non fecondo, oggi invece sia tale, o lo possa divenire domani».
Per comprendere l’importanza del papato di Giovanni XXIII e il suo contributo al superamento
della guerra fredda, occorre collocarlo nel contesto mondiale, oltre che in quello nazionale. Era il
tempo in cui i popoli coloniali conquistavano l’indipendenza ed entravano nella storia e sulla scena
internazionale: il Terzo Mondo che fu fattore di equilibrio tra le due grandi potenze atomiche. Un
giovane intelligente e lungimirante entra alla Casa Bianca, J. F. Kennedy, con il programma della
«Nuova Frontiera» che non era solo impegno per la distensione internazionale, ma anche apertura ai
nuovi paesi del mondo sottosviluppato. Dalla rigida nomenclatura sovietica emerge un segretario
generale estroso, iconoclasta, Nikita Krusciov, che favorisce il disgelo con l’Occidente e avvia la
destalinizzazione (un cambiamento nel e non del sistema burocratico e autoritario del partito unico
russo). L’Italia è investita dal miracolo economico che rinnova il tenore di vita, le abitudini e le
culture, «europeizzava» il paese e faceva cadere gli steccati della rigida contrapposizione, specie tra
le forze sociali e politiche. Una parte della sinistra, il PSI di Nenni, aveva rotto col PCI di Togliatti
ed era disponibile all’incontro con i cattolici di sinistra e con la DC. La vecchia politica centrista e
conservatrice era in crisi e la DC non aveva più una maggioranza in Parlamento. È in questo
contesto che si collocano e risaltano l’opera del «Papa buono» e il suo Concilio. Egli ha favorito
una svolta decisiva nella politica italiana: ritirandosi nella sfera religiosa ed evangelica ha fatto
crescere l’autonomia politica dei cattolici: e Fanfani e Moro ebbero meno freni alla loro iniziativa
verso i socialisti. Ma l’indirizzo giovanneo non era solo una implicita apertura al dialogo tra
socialisti e cattolici. Il suo «dialogo con l’errante» è universale: riguarda tutti coloro che operano
per il «bene comune», e si rivolge anche ai popoli nuovi usciti dal dominio coloniale. La prima
traduzione concreta di questo dialogo fu in Italia il centro-sinistra. I socialisti furono profondamente
legati al Pontefice. Non per caso il 19 febbraio 1965 fu Nenni a celebrare all’ONU la Pacem in
Terris.

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permalink | inviato da zemzem il 28/10/2008 alle 19:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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