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27 ottobre 2008
«I tre insegnanti? Fu solo una questione di soldi»
Il Giornale, Paola Setti, 27 ottobre 2008

Claudio Martelli, lei è uno dei papà del maestro a tre teste.
«Confesso, nel 1990 ero vicepresidente del Consiglio».
Governo Andreotti, la riforma della scuola la firmò Sergio Mattarella.
«Abolimmo il maestro unico».
Avrete consultato fior di pedagogisti.
«Mah...».
Eh?
«Quando si fanno queste riforme non è tanto in discussione la pedagogia, si tratta più di questioni di bilancio».
All’epoca tutti però ne fecero una questione didattico-pedagogica.
«Giocarono più fattori, certo».
Ma vinse la necessità di sostenere l’economia assumendo più insegnanti.
«Anche adesso si tratta di una questione soprattutto economica».
Adesso il ministro Gelmini vuol tornare al maestro unico.
«Ed è comprensibile. In tempi di difficoltà di bilancio e di crisi economica cercare di risparmiare mi pare normale».
Invece è scoppiato il putiferio, la sinistra parla di pensiero unico, gli studenti occupano le università...
«Io non travestirei le esigenze economiche con necessità pedagogiche che sinceramente non vedo. Non c’erano allora con l’introduzione del modulo e non ci sono adesso con il ritorno al maestro unico».
E se non le vede lei.
«Capisco che possa creare malumori il capitolo dei tagli agli insegnanti, ma bisogna anche dirsi le cose come stanno».
E come stanno?
«Non ci sono licenziamenti, ma il blocco del turn over, in Italia non è la prima volta. Del resto se il 97 per cento del bilancio scolastico se ne va in salari bisognerà pur porsi il problema di come correggere questa curva».
Quindi lei approva.
«La riforma può piacere oppure no, resta il fatto che il livello di istruzione, nelle università soprattutto ma anche nella scuola media e media superiore, è assolutamente inadeguato, e va cambiato».
Lo vada a dire a studenti e insegnanti.
«Certo io consiglierei al governo e alla maggioranza un atteggiamento diverso, dovrebbero chiarire, discutere, o rischiano di infilarsi in un imbuto come con l’articolo 18. Non è più il tempo delle rigidità contrapposte».
Ecco.
«Sa qual è il problema?».
Diciamolo.
«Il problema è il ’68».
Son passati 40 anni.
«Appunto! Quel movimento giovanile voleva addirittura abbatterlo, il sistema, questo invece vuole conservarlo».
40 anni dopo la sinistra è conservatrice.
«Sono almeno 20 anni che diciamo che il sistema scolastico non va bene, tant’è che anche loro hanno provato a cambiarlo. E adesso vogliono tenerlo così com’è?».

27 ottobre 2008
Vince il concorso a Medicina ma è laureata in Lettere

la Repubblica,  Marino Bisso e Carlo Picozza, 27 ottobre 2008



Et voilà, dal cilindro di un docente a contratto escono i nomi dei vincitori di due concorsi per tre posti da ricercatore. Accade prima che si svolgano le prove. Teatro: la facoltà di medicina dell'università Cattolica del Sacro Cuore. Così, quei concorsi che appaiono pilotati, finiscono nel mirino delle indagini coordinate da Maria Cordova, procuratore aggiunto di Roma. La previsione centrata e non solo: a incuriosire gli inquirenti, ci sarebbero i titoli dei vincitori. In particolare, il possesso di una laurea in lettere per un concorso in medicina legale vinto dalla figlia di un ordinario della facoltà e componente del consiglio di amministrazione dell'ateneo.

Gli inquirenti vogliono chiarire se le prove sostenute da diversi aspiranti ricercatori per l'istituto di Medicina legale dell'università Cattolica del Sacro Cuore siano state decise anzitempo. In anticipo, come le previsioni di un candidato escluso. I carabinieri della sezione di palazzo di giustizia hanno concentrato le indagini proprio sul concorso svolto per la nomina di un ricercatore a Medicina legale e vinto da una candidata con una laurea in Lettere.

Il sostituto procuratore Maria Cristina Palaia ha disposto nei giorni scorsi l'acquisizione della documentazione inerente la selezione. L'inchiesta, al momento contro ignoti, è scattata dopo alcuni esposti. In particolare quelli di uno dei candidati che aveva partecipato alle due selezioni e previsto i risultati delle prove. E per dare maggiore valore probatorio ai suoi pronostici, aveva inviato una lettera al ministro dell'Università e della Ricerca con i nomi dei futuri vincitori, quando ancora non si conoscevano numero e identità dei concorrenti. In effetti, su sei candidati, ha centrato il nome dei due fortunati.

A tutta risposta, dal ministero è arrivata al docente a contratto la comunicazione che le sue segnalazioni erano state girate alla magistratura. E adesso, con la procura di Roma, a occuparsi del caso sono anche i giudici del Tribunale amministrativo regionale del Lazio.
 
 Le indagini dei pm tendono a chiarire se il possesso di una laurea in lettere per un concorso in Medicina legale, sia titolo adeguato. Tanto più che le prove vertevano sugli accertamenti dell'autopsia. Certo, nel bando la Cattolica chiede che i candidati sappiano anche di Bioetica clinica. Ma proprio sulle parole sembra consumarsi l'equivoco. E la vittoria del concorso. La candidata scelta, infatti, ha sì un curriculum orientato sulla Bioetica ma non, naturalmente, su quella clinica. I magistrati vogliono far luce sulla regolarità delle prove e sulle procedure.

E sciogliere ogni dubbio sui possibili vantaggi derivanti dalla parentela stretta della vincitrice con un prof di Medicina che siede anche nel cda dell'università.
Ora il candidato escluso dopo cinque anni di insegnamento si sfoga: "Non è la prima volta con lo stesso presidente di commissione: anche l'anno scorso fui l'unico escluso in un concorso per dottorato in Scienze medico-forensi pur essendo il solo ad avere in tasca la laurea in Medicina".


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permalink | inviato da zemzem il 27/10/2008 alle 17:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
27 ottobre 2008
Scuola, il cinismo del doppio standard
  Il Corriere della Sera, Pierluigi Battista, 27 ottobre 2008

Ma se una frazione cospicua della classe dirigente, pur predicando l'intangibilità della scuola pubblica così com'è, spedisce i propri figli nelle scuole private, è solo un deplorevole pettegolezzo sottolinearne la plateale incoerenza?
Non le viene in mente che se la libera scelta di scuole diverse da quella pubblica è resa possibile solo e soltanto dalle favorevoli possibilità economiche, è legittimo e plausibile definire quella scelta come il frutto di un privilegio, il trionfo di un doppio binario mentale, un divario troppo marcato tra i princìpi che si proclamano e il modo concreto di prefigurare il futuro dei propri figli?
E non si percepisce, in questo divario, il senso di una resa, di una rassegnata accettazione dell'ineluttabile decadimento della scuola pubblica, del destino grigio e desolante che attende chi non frequenta le scuole dove le lingue straniere sono coltivate, e la conoscenza non assume quell'aspetto spappolato e informe tipico di molti istituti scolastici degradati e abbandonati?

E non si interrogano sul perché, se i figli delle (poche) famiglie italiane che hanno nel loro futuro un apprendistato all'estero e un titolo di studio meritatamente guadagnato nelle università più prestigiose del mondo, non accade mai il contrario, non succede mai o quasi mai che il figlio di qualche facoltosa famiglia europea o americana si rivolga alle scuole italiane per riceverne istruzione, sapere, formazione? E non è ingiusta questa sottile, non detta, mai confessata deriva classista mentre si finge di non vedere che una scuola pubblica dove il merito non conta niente è una scuola che conserva sì la sua titolarità pubblica ma ha smarrito il significato della sua natura democratica?
Dove gli insegnanti che valgono (e ce ne sono, tanti ma ridotti al silenzio dell'impotenza) sono mortificati dalla mediocrità, dalla notte burocratica che svuota l'anima, uccide ogni passione, spegne ogni scintilla di autentico amore per la cultura, lascia risucchiare nella logora e mal pagata routine quotidiana ogni ambizione e qualsiasi progetto di vita?

Rinserrati nelle loro auree nicchie d'eccellenza, i genitori che bocciano con furore ogni parvenza di riforma della scuola pubblica ma proteggono i loro figli dalla sorte di frustrazione e di insignificanza cui sono condannati tutti gli altri, pensano davvero che prima o poi nessuno chiederà il conto di un così cinico doppio standard?
Non capiscono che prima o poi dovranno fronteggiare chi si ribellerà all'insensatezza di una scuola che soffre in modo umiliante ogni comparazione con le nazioni a noi più simili? Che si sta recitando in questi giorni nelle piazze italiane una fiera grottesca dell'ipocrisia, senza che ci si domandi perché l'università italiana è ridotta in condizioni miserevoli, perché è così diffusa la fatalistica convinzione che tanto non c'è più niente da fare per la scuola italiana, tanto la partita è perduta? Che se gli studenti applicassero davvero la massima secondo cui «ribellarsi è giusto», il bersaglio della loro rabbia dovrebbe essere un po' più chiaro e più circoscritto? E se loro se ne vanno nelle isole beate dell'«eccellenza», che titolo hanno più per parlare, e per difendere l'indifendibile, senza nemmeno un po' di convinzione?

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permalink | inviato da zemzem il 27/10/2008 alle 17:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
27 ottobre 2008
I voltagabbana del maestro unico

  Il Giornale, Michele Brambilla, 27 ottobre 2008


«Quando l’antica maestra intera si scisse nelle tre maestre per due classi, per ragioni sindacali contro il crollo demografico, si minò un pilastro della nostra convivenza».
Ecco, non riuscivo a trovare le parole per esprimere quel che penso sulla questione del maestro unico, sui danni prodotti dalla sua abolizione, e perfino sulle ragioni («sindacali», non pedagogiche) che portarono alle tre maestre invece che una, e grazie al Cielo ho trovato un altro che aveva già messo in fila le parole giuste prima di me. Così, con una bella citazione, me la sono cavata senza faticare troppo. E sapete di chi è la frase sopra riportata fra virgolette? Di Mariastella Gelmini? Del leghista Roberto Cota? O addirittura del premier? No: sono parole di Sofri. Adriano Sofri.
E sapete dove le ha scritte? Forse sul Foglio, che è un po’ berlusconiano? No: le ha scritte su Repubblica.
E sapete quando le ha scritte? Forse anni fa, in un altro tempo e con un’altra scuola? No: le ha scritte il 3 giugno 2008. Meno di cinque mesi fa.
Per completezza di informazione: l’articolo di Sofri era pubblicato in prima pagina e s’intitolava «Ecco perché ci servono più maestre da libro Cuore». Sempre per completezza, Sofri prendeva spunto da due fatti: un articolo di Zagrebelsky («La democrazia ha ancora bisogno di maestri») e l’appello di una quarta elementare di Roma al ministero affinché non cambiasse la maestra, in età di pensione.
Siccome quando si citano frasi altrui è sempre dietro l’angolo l’accusa di estrapolazioni selvagge, chiarisco che la frase citata all’inizio va inserita nel seguente contesto, che cito testualmente: «Zagrebelsky commemora i grandi maestri civili, soppiantati da televisione, pubblicità, moda: altrettante seduzioni facili, aliene dal suscitare i bravi discepoli senza i quali non compaiono i bravi maestri. Ma nel mondo che si perde la prima e decisiva formazione civile era l’opera delle maestre. Erano loro a insegnare a leggere e scrivere, a fare le operazioni, a dire le preghiere, a stare seduti e alzarsi in piedi. Il tramonto delle maestre può essere salutato come un capitolo dell’emancipazione femminile». E subito qui di seguito la frase citata all’inizio: «Ma quando l’antica maestra intera si scisse...».
Si potrebbe obiettare che Repubblica dispone di un ampio parco di grandi firme, e non è detto che quella di Sofri sia la posizione del giornale. Ok. Però, così, giusto per procedere sulla completezza d’informazione: pochi giorni prima, sempre sulla questione della quarta elementare romana che rischiava di cambiare maestra, Repubblica aveva affidato il commento a un altro suo esperto di scuola, Marco Lodoli. Il quale, dopo aver tratteggiato le qualità e l’importanza della vecchia maestra, scriveva: «Poi qualcuno ha deciso che la maestra doveva moltiplicarsi e da una è diventata tre, e tre maestre sono diventate un viavai di volti, abbondanza e confusione, e forse qualcosa si è guadagnato e di sicuro qualcosa si è perso». Notare il «forse» e il «di sicuro». Era il 27 maggio 2008, esattamente tre mesi e venti giorni prima che lo stesso Lodoli, sempre su Repubblica, così commentasse il progetto del governo di reintrodurre il maestro unico: «Le elementari, fiore all’occhiello del nostro sistema educativo, sono finite sotto l’accetta della ministra Gelmini, che per rispettare le esigenze di risparmio non ha immaginato nient’altro che la maestra unica: come dire suicidiamoci per consumare meno ossigeno». Era il 16 settembre 2008.
Non è che vogliamo sottolineare, a proposito di maestrine dalla penna rossa, incoerenze e giravolte (nel caso di Sofri, tra l’altro, non risulta che abbia cambiato idea). Vogliamo solo esprimere lo stupore per l’attuale levata di scudi della sinistra contro il ritorno del maestro unico. Sono giorni che sentiamo demonizzare questa figura da pedagogisti che mai avevamo udito, prima, esprimersi in tal modo. Politici, giornalisti e genitori anti-Gelmini s’accodano. L’altra sera ad AnnoZero hanno parlato di «rischio di pensiero unico». Fosse un vecchio cavallo di battaglia della sinistra, capiremmo. Ma mai c’è stata, nella cultura della sinistra, l’esaltazione dei tre maestri, anzi. La loro introduzione fu motivata solo dalla volontà di salvare posti di lavoro, ma mai nessuno ne aveva esaltato l’efficacia. Al contrario, sono tantissime le testimonianze di una sinistra perplessa. Ortensio Zecchino, ministro dell’Università con D’Alema e Amato, al momento della riforma votò contro dicendo: «Non resta che prendere atto dell’esistenza di uno schieramento che ha inteso privilegiare il momento sindacale... svalutando il momento formativo e culturale». Ed Edgar Morin, consulente del ministro Fioroni proprio per la riforma della scuola, ha fatto dell’unitarietà dell’apprendimento il suo credo: «Il nostro sistema d’insegnamento - ha detto - separa le discipline e spezzetta la realtà, rendendo di fatto impossibile la comprensione del mondo».
Chissà come mai, insomma, tanti repentini cambiamenti. Personalmente ho un ricordo fantastico e commovente, della mia maestra unica. Solo che fatico anche qui a trovare le parole. Le prendo in prestito: «La figura della maestra campeggia nella nostra memoria come un totem sacro, è l’asse attorno al quale ha girato la nostra infanzia, fu la solenne e dolce depositaria di ogni sapere, quella che ci ha insegnato gli affluenti del Po e le divisioni a tre cifre, le Guerre Puniche e le poesie di Pascoli, ci ha aiutato a crescere nella pace di un tempo immobile e fecondo. (...) L’infanzia ha bisogno di certezze (...) se l’amata maestra dopo quattro anni scompare, allora tutto può svanire». Chi ha scritto queste belle parole? Ma sempre Marco Lodoli, sempre su Repubblica. Sembra ieri, invece erano ben cinque mesi fa.


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permalink | inviato da zemzem il 27/10/2008 alle 17:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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