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1 novembre 2008
Il frutto dell'amore - meditazione sulla festa dei santi

 statusecclesiae.net, Enzo Bianchi, 1 novembre 2008


 

In questi ultimi decenni sono stati proclamati tanti santi e beati: mai c'è stata nella Chiesa una

stagione così ricca di canonizzazioni, segno anche di un'estesa "cattolicità" raggiunta dalla

testimonianza cristiana. Eppure molti, all'interno e attorno alla Chiesa, hanno la sensazione di non

conoscere dei santi "vicini", di non riuscire a discernere "l'amico di Dio" - questa la stupenda

definizione patristica del santo - nella persona della porta accanto, nel cristiano quotidiano.

Questo forse è dovuto anche al fatto che viviamo in una cultura in cui si privilegia l'apparire, un

mondo in cui - come ha detto qualcuno - "anche la santità si misura in pollici": molti allora cercano

non il discepolo del Signore, ma l'ecclesiastico di successo, l'efficace trascinatore di folle, l'opinion

leader capace di parole sociologiche, politiche, economiche, etiche, la star mediatica cui si chiede

una parola a basso prezzo su qualsiasi evento, facendolo apparire il più eloquente a prescindere

dalla consistenza della sua sequela del Signore.

Ma è proprio in questa ambigua ricerca della santità attorno a noi che ci viene in aiuto la festa di

tutti i santi, la celebrazione della comunione dei santi del cielo e della terra. Sì, al cuore

dell'autunno, dopo tutte le mietiture, i raccolti e le vendemmie nelle nostre campagne, la Chiesa ci

chiede di contemplare la mietitura di tutti i sacrifici viventi offerti a Dio, la messe di tutte le vite

ritornate al Signore, la raccolta presso Dio di tutti i frutti maturi suscitati dall'amore e dalla grazia

del Signore in mezzo agli uomini. La festa di tutti i santi è davvero un memoriale dell'autunno

glorioso della Chiesa, la festa contro la solitudine, contro ogni isolamento che affligge il cuore

dell'uomo: se non ci fossero i santi, se non credessimo "alla comunione dei santi" - che non certo a

caso fa parte della nostra professione di fede - saremmo chiusi in una solitudine disperata e

disperante.

In questo giorno dovremmo cantare: "Non siamo soli, siamo una comunione vivente!"; dovremmo

rinnovare il canto pasquale perché, se a Pasqua contemplavamo il Cristo vivente per sempre alla

destra del Padre, oggi, grazie alle energie della risurrezione, noi contempliamo quelli che sono con

Cristo alla destra del Padre: i santi. A Pasqua cantavamo che la vite era vivente, risorta; oggi la

Chiesa ci invita a cantare che i tralci, mondati e potati dal Padre sulla vite che è Cristo, hanno dato il

loro frutto, hanno prodotto una vendemmia abbondante e che questi grappoli, raccolti e spremuti

insieme formano un unico vino, quello del Regno. Noi oggi contempliamo questo mistero: i morti

per Cristo, con Cristo e in Cristo sono con lui viventi e, poiché noi siamo membra del corpo di

Cristo ed essi membra gloriose del corpo glorioso del Signore, noi siamo in comunione gli uni con

gli altri, Chiesa pellegrinante con Chiesa celeste, insieme formanti l'unico e totale corpo del

Signore. Oggi dalle nostre assemblee sale il profumo dell'incenso, segno del legame con la Chiesa

di lassù, la Gerusalemme celeste che attende il completamento del numero dei suoi figli ed è

vivente, gloriosa presso Dio, con Cristo, per sempre.

Ecco il forte richiamo che risuona per noi oggi: riscoprire il santo accanto a noi, sentirci parte di un

unico corpo. E' questa consapevolezza che ha nutrito la fede e il cammino di santità di molti

credenti, dai primi secoli ai nostri giorni: uomini e donne nascosti, capaci di vivere quotidianamente

la lucida resistenza a sempre nuove idolatrie, nella paziente sottomissione alla volontà del Signore,

nel sapiente amore per ogni essere umano, immagine del Dio invisibile. Il santo allora diviene una

presenza efficace per il cristiano e per la Chiesa: "Noi non siamo soli, ma avvolti da una grande

nuvola di testimoni" (Ebr 12,1), con loro formiamo il corpo di Cristo, con loro siamo i figli di Dio,

con loro saremo una cosa sola con il Figlio. In Cristo si stabilisce tra noi e i santi una tale intimità

che supera quella esistente nei nostri rapporti, anche quelli più fraterni, qui sulla terra: essi pregano

per noi, intercedono, ci sono vicini come amici che non vengono mai meno. E la loro vicinanza è

davvero capace di meraviglie perché la loro volontà è ormai assimilata alla volontà di Dio

manifestatasi in Cristo, unico loro e nostro Signore: non sono più loro a vivere, ma Cristo in loro,

avendo raggiunto il compimento di ogni vocazione cristiana, l'assunzione del volere stesso di

Cristo: "Non la mia, ma la tua volontà sia fatta, o Padre" (Lc 22,42). Sostenuti da quanti ci hanno

preceduto in questo cammino, scopriremo anche i santi che ancora operano sulla terra perché il

seme dei santi non è prossimo all'estinzione: caduto a terra si prepara ancora oggi a dare il suo

frutto. "Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?" (Is 43,19)

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