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26 ottobre 2008
Quelle grottesche revisioni

 Corriere della Sera, Claudio Magris, 26 ottobre 2008


 

Ormai parecchi anni fa avevo scritto sul Corriere un articolo in cui parlavo di un documento che mi era capitato per caso fra le mani, la relazione con cui nel 1907 il direttore didattico della scuola elementare di Tolmezzo, in Carnia, dichiarava, con sincero dispiacere, di non poter confermare
l'incarico a un supplente «di non comuni risorse intellettuali», appassionato dell'insegnamento, ma
privo di metodo, incapace di «applicarsi con ordine», e soprattutto di tenere la disciplina nella
seconda classe elementare. Il supplente si chiamava Benito Mussolini e veniva spontaneo, in
quell'articolo, parlare con umana simpatia di quel pasticcione che aveva a cuore gli scolari, viveva
una grama esistenza con 75 lire al mese e si abbandonava, in quella sua stagione socialista, a
scomposte proteste rivoluzionarie, ad irriverenti sceneggiate anticlericali e ad amori disordinati; un
uomo che meritava di diventare qualcosa di meglio di un duce.
Oggi quel mio articolo, scritto a quel modo, rischierebbe di risultare ambiguo; di non essere più la
testimonianza di una comprensione umana, bensì di cooperare a quella strisciante, crescente,
aberrante falsificazione della storia patria che si sta diffondendo sempre più e divenendo, in nome di una falsa equanimità imparziale, una vera riabilitazione se non celebrazione del fascismo, dimenticando che quel supplente — per il quale continuo a provare simpatia, rispetto e quasi tenerezza — è anche l'uomo che a Trieste, nel 1938, ha proclamato con imperdonabile e stupida
enfasi le infami leggi razziali. C'è un'aggressiva negazione dei valori della Resistenza e della democrazia che pare voglia costringerci a ridiventare ciò che speravamo veramente di non aver più bisogno di essere ossia intransigenti antifascisti, posizione che ritenevamo non più necessaria e dunque finita, nel presupposto che non solo il fascismo fosse finito ma che anche il giudizio su di esso, pacato e comprensivo di tutti gli elementi umani ma chiaro e netto sul piano politico, fosse definitivo. Ora sembra che troppi sprovveduti e malintenzionati ci vogliano far tornare indietro, a ripetere — cosa che non vorremmo proprio — «no pasarán». Il revisionismo storico sta diventando la caricatura o la perversione di se stesso. È certo necessario rivedere ossia integrare o correggere la storiografia dei vincitori, in questo caso della Seconda guerra mondiale; anche contestare la retorica e la strumentalizzazione politica della Resistenza, ricordarne le contraddizioni e i crimini di cui pure essa si è anche gravemente macchiata. Cose del resto da tempo indagate e dette — come ricorda il recente libro di Sergio Luzzatto, recensito sul Corriere da Aldo Cazzullo — dagli storici, purtroppo poco ascoltati anche dall'opinione moderata finché politicamente quelle verità non servivano. D'un tratto, invece, quelle stesse cose, quelle stesse verità, sono state ripetute, strombazzate ed esagerate, grazie a tanti improvvisati pseudostorici, quando sono divenute un'arma nella lotta politica attuale. Un grande poeta e fuoriuscito antifascista come Giacomo Noventa auspicava la fine dell'antifascismo in quanto non più necessario. È da mio padre, mazziniano e prima militante nel Partito d'Azione, che ho imparato come sia imbecille dare del «fascista» a chi professa opinioni che si avversano o anche si detestano. La fermezza di giudizio va unita alla
pietas e alla comprensione — che non significa giustificazione — delle cause storiche e delle passioni che hanno portato individui e comunità — che possono condurre ognuno di noi — a scelte disastrose e colpevoli. Occorre comprendere i motivi e i sentimenti che hanno generato il fascismo, bollare le sue infamie, valutare serenamente alcuni suoi risultati; condannare senza sfumature il suo totalitarismo e sciovinismo, e capire ciò che ha spinto alcuni spiriti generosi, spesso divenuti in seguito suoi avversari o vittime, a credere in esso, come ad esempio Piero Iacchia, di famiglia ebraica, inizialmente fascista e poi caduto combattendo in Spagna contro i franchisti. Ora invece — per citare un altro esempio — la giunta comunale di Trieste ha deciso di intitolare una via a Mario Granbassi, un buon giornalista triestino specialmente radiofonico, morto in Spagna combattendo, da volontario, dalla parte dei franchisti. Tale decisione ha suscitato molte proteste, fra cui quelle di numerosi spagnoli, in particolare catalani; cittadini di quella Catalogna i cui civili furono vittime dei bombardamenti degli aerei fascisti italiani. Dissentire da questa decisione di intitolare una via a Mario Granbassi non significa mancare di rispetto né alle sue qualità professionali né ai suoi sentimenti personali che l'hanno portato alla morte; non significa condannarlo, ma soltanto considerare inopportuna la sua glorificazione. Non avere una via che porti il proprio nome non vuol dire subire un'ingiustizia. Neppure quelli che lo meriterebbero godono tutti di tale onore: non mi consta che le migliaia di alpini morti eroicamente in Russia, dove il fascismo li aveva mandati con irresponsabile e cinica incoscienza, abbiano ognuno una via intestata al suo nome. Nella guerra di Spagna a salvare l'onore italiano sono stati uomini come Randolfo Pacciardi, medaglia d'argento della Prima guerra mondiale, antifascista, comandante delle truppe antifranchiste che sconfissero a Guadalajara quelle falangiste e i loro alleati fascisti italiani, magnanimo con questi ultimi fatti prigionieri e difensore degli antifascisti anarchici perseguitati a morte dai comunisti in quella stessa Catalogna. Un autentico antifascista non rimuove la consapevolezza delle colpe compiute dalla sua parte. Nemmeno si tratta di considerarsi personalmente migliori di chi ha fatto la scelta di Granbassi, così come non mi passa per la testa di considerarmi migliore di un mio carissimo cugino, Gustavo, morto a diciott'anni volontario nelle file di Salò, e non solo perché l'età (avevo quattro anni nel '43) non mi ha dato la possibilità di commettere questo errore disastroso — che tuttavia resta tale, perché, se la parte per la quale mio cugino è morto avesse vinto, il mondo sarebbe divenuto una Auschwitz. La buona fede va rispettata, ma sapendo che si possono commettere pure cose orrende in buona fede. L'unità e la pacificazione di un Paese non sono un frullato che sminuzza e confonde tutto, non sono una media fra gli opposti — Gobetti più Starace fratto due — bensì esigono una base di valori comuni, che ne escludono altri. L'inno patriottico francese, la Marsigliese, non è un compromesso fra tutte le parti e le ideologie in lotta, bensì l'espressione di una precisa scelta di campo, in cui il Paese riconosce la propria identità. Nessun astio dunque, ma solo rispetto — per tornare a uno degli esempi citati — per Mario Granbassi, che ha vissuto la sua vita e la sua morte e non ha chiesto che gli venisse intestata alcuna via. E che non è responsabile di quella grottesca casualità che — grazie all' ironia della realtà, la quale ci dà spesso belle sberle — fa passare la voglia di ogni indulgente strizzatina d'occhi al fascismo: la via che gli era stata dedicata nel 1939, anno della sua morte, dal commissario prefettizio dell'epoca, con un procedimento più tardi revocato, portava un altro nome, quello dello storico Samuele Romanin, allora cancellato perché ebreo. È bene che le autorità vadano caute con la toponomastica, scienza pericolosa che può fare brutti scherzi.

26 ottobre 2008
«Dobbiamo ribellarci contro chi pretende di cancellare la memoria»

 L'Unità,  conversazione con Elie Wiesel a cura di Umberto De Giovannageli, 26 ottobre 2008

Ricordare è un investimento sul futuro e non solo un tributo alla memoria delle vittime di un tragicopassato. Non possiamo, non dobbiamo dimenticare ciò che accadde nei lager nazisti. E che al fondodell'Olocausto vi era il proposito di annientare gli ebrei, colpevoli di esistere: chi continua a negarlo infligge alle vittime dei campi di sterminio una seconda morte. Come non vedere che nel voluto oblio della memoria c'è chi cerca di costruire una nuova pratica dell'intolleranza?». A parlare, è Elie Wiesel, premio Nobel per la Pace 1986, che nei campi di sterminio di Auschwitz (vi perse la madre, il padre e la sorellina) e Buchenwald trascorse undici mesi. Ricordare non è solo un tributo ai milioni di donne e uomini annientati nei lager. «L'antisemitismo e l'odio razziale, riflette Wiesel, segnano anche questo inizio secolo. Non posso perdonare gli aguzzini e coloro che ne esaltano le gesta». Oggi ricorda Elie Wiesel, lo spettro di una nuova Shoah torna ad essere agitato da «una figura che non può avere un posto nel panoramadei leader politici internazionali. Dovrebbe diventare "persona non grata", per ciò che sta facendo al suo Paese, al suo popolo, a tutta l'umanità. Il nome di questa persona è Mahmoud Ahmadinejad: costui rappresenta la parte più buia dell'orizzonte politico odierno». «Stiamo lasciando alle nuove generazioni un mondo pieno di paura - riflette il grande scrittore della Memoria - cosa ne faremo, lo trasformeremo in una fortezza?»

Professor Wiesel, a Roma sono riapparse scritte contro gli Ebrei e che negano la Shoah. A un ragazzo di oggi che le chiedesse: cosa è stato l'Olocausto, che risposta darebbe?

«È stato il Male assoluto. Ecco cosa è stato. Ciò che ha caratterizzato quel periodo fu una determinazione assoluta nel pianificare e condurre a compimento l'annientamento di un popolo.Questo è stato l'Olocausto, in questo consiste la sua novità rispetto al passato: per la prima volta nella storia, si intendeva eliminare completamente dalla faccia della terra un popolo. Gli ebrei non furono perseguitati e sterminati per motivi specifici, perché credevano o non credevano in Dio, perché erano ricchi o poveri, o perché professavano ideologie nemiche: no, gli ebrei venivano uccisi, umiliati, torturati per il semplice fatto di essere tali. Perché erano colpevoli di esistere: questo è l'orrore incancellabile della Shoah»

La memoria dell'Olocausto sembra smarrirsi: c'è chi afferma che ciò è un bene, che ricordare serve solo a perpetuare antiche divisioni.

«No, no, sono assolutamente contrario. Dimenticare le vittime significa null'altro che infliggere lorouna seconda morte! Una vera riconciliazione, inoltre, non può avvenire che a partire dal ricordo, preservando la memoria di ciò che furono quegli anni. È vero: oggi c'è chi esalta l'oblio, chi ritiene giunto il momento di archiviare il passato. A questa operazione sento il dovere morale di ribellarmi, ieri come oggi: perché per nessuna ragione al mondo è possibile cancellare la distinzione tra il carnefice e la sua vittima. Ed ancor oggi l'Olocausto insegna che quando una comunità viene perseguitata tutto il mondo ne risulta colpito».

La diffidenza verso il diverso sembra oggi concentrarsi sui Rom…

«Di nuovo dovrebbe sorreggerci la memoria: ricordo che nei lager nazisti morirono migliaia emigliaia di rom. Morirono assieme a milioni di ebrei. Non intendo entrare in polemiche politiche,ciò che voglio dire è che l'Europa ha un debito verso la popolazione rom. Questa consapevolezza dovrebbe guidare la definizione di politiche di integrazione, il che naturalmente non significa giustificare comportamenti malavitosi che riguardano la persona, il singolo individuo e non l'etnia di appartenenza. Mi lasci aggiungere che la multietnicità propria delle società moderne non va vissuta come un pericolo bensì come un valore, una opportunità comune di crescita, ma perché questa aspirazione si trasformi in realtà compiuta è necessario far vivere una cultura della solidarietà che è qualcosa di più ricco e impegnativo di una cultura della tolleranza. Sento parlare di classi separate per bambini immigrati, di sbarramenti…, ma una società multietnica pienamente democratica, deve abbattere i ghetti e non realizzarne di nuovi. L'inclusione non è nemica di un comprensibile bisogno di sicurezza».

Per chi ha vissuto l'esperienza dei lager nazisti ha un senso la parola «perdono»?

«È la domanda che ha accompagnato la mia esistenza di sopravvissuto. Ma parole come perdono o misericordia non trovano posto nell'inferno di Auschwitz, di Buchenwald, di Dachau, di Treblinka.... No, non è possibile perdonare gli aguzzini di un tempo e coloro che ancora oggi ne esaltano le gesta. In questi sessantatre anni, ho pregato più volte Dio e la preghiera è la stessa che recitavo quando ero rinchiuso nel lager: "Dio di misericordia, non avere misericordia per gli assassini di bambini ebrei, non avere misericordia per coloro che hanno creato Auschwitz, e Buchenwald, e Dachau, e Treblinka, e Bergen-Belsen... Non perdonare coloro che qui hanno assassinato. Ma questo non vuol dire condannare per sempre il popolo tedesco, perché noi ebrei, le vittime, non crediamo nella colpa collettiva. Solo il colpevole è colpevole. I nostri aguzzini volevano cancellare la nostra identità, prima di negarci la vita, per ridurci solo a numeri, quelli marchiati a fuoco sulle nostre braccia. Ma non ci sono riusciti: hanno ucciso sei milioni di ebrei ma non sono riusciti a cancellare la nostra identità».,

Dal passato ad un presente inquietante. Lei ha usato parole durissime contro il presidente iraniano Ahmadinejad. Perché?

«Perché costui, nel ridicolizzare le verità storicamente accertate, nell'offendere la memoria dei sopravvissuti all'Olocausto ancora vivi, glorifica l'arte della menzogna. Da numero uno dei negazionisti al mondo, da antisemita con una mente disturbata, dichiara che la "soluzione finale" di Hitler non è mai esistita. E non basta. Secondo Ahmadineiad, non c'è stato un Olocausto nel passato, ma vi sarà nel futuro. Elucubrazioni di un fanatico?Sì, ma il fanatico si rivolge a folle che plaudono alle sue idee. Parole vuote?Lui non parla per nulla. Sembra impegnato nel mantenere le sue "promesse". Sarebbe un errore mettere in dubbio la sua determinazione. Una persona non predica odio per niente. Appartengo a una generazione che ha imparato a prendere sul serio le parole del nemico. Anche perché queste parole sono accompagnate da fatti: chi c'è dietro l'organizzazione terrorista degli Hezbollah?L'Iran. L'Iran li fornisce di tutte le armi più sofisticate e degli ufficiali che addestrano le loro milizie. Gli Hezbollah non vogliono la nascita di uno Stato palestinese a fianco dello Stato d’Israele. Il loro unico obiettivo - e del presidente iraniano - è la distruzione di Israele. Ecco perché io sostengo che Ahmadinejad non può avere un posto nel panorama dei leader politici internazionali. Dovrebbe diventare "persona non grata", per quello che sta facendo al suo Paese, al suo popolo, a tutta l'umanità».

Israele. Cosa rappresenta per Lei?

«L'alba dei nostri sogni. L'affermazione del diritto del popolo ebraico ad un suo focolaio nazionale. Un diritto difeso a caro prezzo in questi 60 anni».

Israele potrà un giorno vivere in pace con i palestinesi?

«È la speranza che so di condividere con la grandissima maggioranza degli israeliani consapevoli che non esiste altra soluzione che quella di due Stati che vivano fianco a fianco, optando per la pace. Ma perché ciò possa accadere è necessario che i palestinesi comprendano che non è con l'odio e la violenza praticati da gruppi estremisti come Hamas che vedranno realizzate un giorno le loro aspirazioni».


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permalink | inviato da zemzem il 26/10/2008 alle 15:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
25 ottobre 2008
«E' l'ora di creare nuove forme di felicità».

L'Unità, Enrico Rotelli, 25 ottobre 2008





 Intervista a Miguel Benasayag, psicanalista e filosofo argentino

Miguel Benasayag, ritratto da Riccardo Gallini, alle giornate di Studio Pio Manzù, Rimini, ottobre 2008Parla di "Epoca delle passioni tristi", di nuove forme di resistenza, di "Elogio del conflitto", anzi, ne scrive, Miguel Benasayag: sono infatti i suoi titoli più recenti tradotti in Italia da Feltrinelli. Un passato da studente di medicina e militante nella guerriglia guevarista nell'Argentina natia, di carcere e tortura, prima di approdare in Francia, terra materna.

Ed un presente di filosofo, sempre militante, alla ricerca della "presa in conto della complessità del reale attraverso pratiche di emancipazione concrete", nei confronti del neoliberismo, come spiega il collettivo Malgré tout (www.malgretout.org) che ha fondato.

Sente la verve negativa che incombe sull'attualità, dove domina la paura, «quindi il futuro, l'altro e persino il nostro corpo possono essere percepiti come una minaccia». La tesi è che in una società sovrainformata per quanto riguarda la paura: «è molto difficile oggi sfuggire alle informazioni riguardanti minacce epidemiologiche, demografiche, sanitarie, ecc...».

E, in un mondo saturo di sollecitazioni, sono minacce che sentiamo lontane, «in un modo quasi estraneo. E' quindi chiaro che quando il mondo e gli altri irrompono nella nostra vita, lo fanno come problemi, non come fatto positivo».

Non per questo Benasayag cede le armi al pessimismo: «La sfida è di riuscire a vivere in questo mondo in modo gioioso». E poi, «la cosa migliore per la mia generazione è creare il modo migliore di agire». Qui e ora, perché nella transizione non c'è certezza del come saremo domani. Come dire: così è, diamoci una mossa. Come possiamo, magari con una punta di ironia. Come quando, tra gli stucchi del Grand hotel di Rimini, smette i panni del ricercatore, dello psichiatra e del filosofo e chiede al fotografo ufficiale del Pio Manzù "una foto artistica", estraendo dal taschino il suo naso da clown. Una risata ci salverà.

Come si parla oggi di povertà?

La novità è che si parla per la prima volta come fatalità inevitabile. Un cambio storico molto grande, perché fino a un secolo e mezzo fa si credeva che la povertà era qualcosa che avremmo superato. Un cambio che porta molta tristezza e pessimismo. Un problema specialmente di ideologia dominante e non di realtà. La novità è che la fine del mito del progresso fa sì che la povertà cambi di luogo e di statuto.

In un suo intervento, citando Gramsci, ha detto che "quest'epoca in crisi, potremmo dire che il vecchio mondo è scomparso, il nuovo non è ancora apparso e in questo intermezzo appaiono tutti mostri".

Realmente siamo nell'intermezzo, in un periodo di transizione storica: non sappiamo verso dove stiamo andando né sappiamo come realizzarlo. La cosa importante per la mia generazione è di creare il miglior modo di agire e di pensare, ma in questa transizione. Non si possono organizzare le azioni nella transizione pensando al dopo, perché il dopo è oscuro. Impegnarsi ad agire oggi equivale a quello che in filosofia significa agire in un "universale concreto". Le faccio un esempio di universale concreto, tratto da Aspettando Godot, di Samuel Beckett. Un personaggio dice: c'è qualcuno che chiede aiuto. Si - risponde l'altro - questa richiesta è per tutta l'umanità. Ma in questo momento - dice il primo - l'umanità siamo tu ed io. In questo momento storico la giustificazione dell'azione è interna all'azione stessa. Se io lotto in un luogo preciso contro la povertà, non ho bisogno di un programma globale contro la povertà. Io mi impegno nello specifico e metto tra parentesi la globalità. Perché la globalità non esiste in un luogo concreto. Così come il neoliberismo non ha nessun centro, ma prende forma in ciascuna situazione. Per questo le forme di resistenza devono esser molteplici e in rete.

Parlando di resistenza, lei ha detto che in un sistema neoliberale è più difficile, ricordando ad esempio i limiti dell'esperienza di José Bové, che smontava i fast food McDonalds.

Bové rappresentava il metodo classico di resistenza, era "contro" il potere. Io non denigro questa passione: in Argentina sono stato anche io contro la dittatura, ho passato 10 anni in carcere. Non credo sia sufficiente lottare contro. Voglio dire: che si parli di un ristorante o un altro luogo da vivere, dobbiamo creare un luogo che sia altrettanto abitabile dalle persone. Distruggerlo non è sufficiente. In ciò è la sfida grande: viene chiesta più energia per creare alternative che per combattere l'esistente. La rabbia è giusta, legittima, non dico che sia ignobile, ma la rabbia non è sufficiente.

Può farci alcuni esempi di esperienze di resistenze, in casi politici o sociali...

In politica quel che succede in Bolivia, in Argentina, in Brasile. Ho partecipato ad azioni di presa di terreni di contadini o di lavoro in autogestione. Dal punto di vista politico in America Latina si sta costituendo un modello alternativo, movimenti sociali molto potenti, più potenti che in Venezuela con Chavez, dove il cambiamento è dall'alto, mentre altrove viene dalla base. Un altro esempio è in Francia, con le università popolari, che creiamo nei quartieri. Non andiamo ad insegnare, ma creiamo laboratori con la gente per produrre sapere. Un sapere popolare e culturale concreto, dove gli universitari non salgono in cattedra ma creano con la gente dei saperi.

Azioni che ricordano le comunità web, di sviluppo di sistemi "open source" o applicate a temi o problemi...

Il web certo non è un'esperienza a senso unico. Perché può essere strumento di alienazione e disciplina. Perché la gente rimane in casa e vive una vita virtuale. Ma può essere uno strumento di liberazione: per questo dico che non è uno strumento a senso unico. Un mondo di disciplina dove la gente è sempre più sedentaria e se anche va in giro, con il proprio portatile, e si collega, non va da nessuna parte, perché il web crea un non - luogo pubblico. La cosa fondamentale è che le nuove tecnologie, il web come i telefoni cellulari, fanno scomparire il mondo, che diventa virtuale, ci spingono a vivere in un ambiente virtuale. Il web, per stare dalla parte della resistenza, deve fare in modo che non virtualizzi il mondo ma resti misto: non deve cancellare i corpi, perché la vita è una questione di corpi.


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