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26 ottobre 2008
Roma e la povertà

 Il Manifesto, Filippo Gentiloni, 26 ottobre 2008



Si torna a parlare di teologia della liberazione, anche se in maniera occasionale e non molto convincente. Due le occasioni. La prima è la persona di uno dei protagonisti, Miguel D’Escoto, nicaraguense, ex prete cattolico, divenuto presidente dell’assemblea generale dell’Onu. D’Escoto dichiara, fra l’altro, al
Corriere della sera: «La verità più importante, da cui dipende la nostra stessa sopravvivenza è che siamo tutti fratelli e sorelle». Naturalmente tifa per Obama e dice di non avere «tempo per litigare con il Vaticano». La seconda occasione è un’interessante disputa all’interno della stessa teologia della liberazione (la riporta estesamente il Regno, 2008, 17). Da una parte alcuni teologi, sempre latinoamericani (fra cui il più noto, Clodovis Boff), timorosi che l’attenzione della teologia per i poveri possa eclissare quella - necessaria e prima - per Gesù Cristo; dall’altra altri teologi (fra cui il fondatore Gustavo Gutierrez) difendono la teologia della liberazione sostenendo che l’attenzione ai poveri non distoglie da quella per Gesù. Una discussione di grande interesse, ma che non basta a dissipare l’impressione di una certa crisi. Negli ultimi anni nella stessa America latina la teologia della liberazione procede con una certa difficoltà. I motivi evidenti: Roma e la situazione internazionale. A Roma è stata largamente dominante la paura del comunismo ateo e della sua possibile diffusione anche in America latina. Perciò una certa freddezza anche nei confronti di una teologia che metteva i poveri in primo piano. Una freddezza che si univa, anche se accidentalmente, con una situazione politica largamente dominata dalla Casa bianca. La teologia della liberazione ha dovuto resistere a questo duplice attacco convergente. Una resistenza spesso eroica anche se non sempre vincente. Ci vorrà tempo per valutare i risultati di uno scontro che ha reso più difficile il rapporto di Roma con i poveri non soltanto dell’America latina ma di tutto il mondo, specialmente dell’Africa. Vedremo le vicende dei prossimi anni - specialmente le elezioni negli Stati uniti - potranno modificare il rapporto del cristianesimo con i poveri, riportando in primo piano le posizioni della teologia della liberazione. Se ne avvantaggerebbero non soltanto i poveri del mondo ma la stessa autenticità del messaggio cristiano. Il papa non rischierebbe più di apparire, come è stato detto, cappellano della Casa bianca.


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permalink | inviato da zemzem il 26/10/2008 alle 22:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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