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1 novembre 2008
Nel Congo l'Occidente è dalla parte sbagliata

La Stampa, Matteo Fagotto (intervista),1 novembre 2008


Dopo giorni di pesanti scontri che hanno devastato la regione del Kivu, provocando decine di migliaia di profughi e un numero ancora sconosciuto di vittime, nel Congo orientale è tornata una calma apparente. L`ex generale Laurent Nkunda, capo dei ribelli del Consiglio Nazionale per la Difesa del Popolo, ha cinto d`assedio il centro abitato di Goma, al confine con il Ruanda. A presidiare la città sono rimaste poche centinaia di caschi blu della Monuc, la missione Onu nel Paese, e i soldati congolesi, accusati di essersi lasciati andare a stupri e massacri nei confronti dei civili, secondo quanto riferito anche da rappresentanti delle Nazioni Unite.

Ma secondo il portavoce dei ribelli, Bertrand Bisimwa, la situazione sta cambiando in meglio.

Cosa succede attorno a Goma? «Rispetto a ieri ci sono grandi novità.

Mentre stiamo parlando, migliaia di civili fuggiti durante i combattimenti dei giorni passati stanno facendo ritorno in città. E` un contro esodo che ci rende felici e che stiamo favorendo in tutti i modi».

La tregua da voi proclamata regge? «Negli ultimi due giorni non ci sono stati scontri, la situazione rimane calma.

Ieri però abbiamo notato dei movimenti da parte delle truppe governative presso Kibumba».

Come prosegue l`assistenza ai civili? «Molto bene. Abbiamo aperto un corridoio umanitario, è operativo da oggi e consente l`entrata degli aiuti a Goma».

Siete rimasti in contatto con la Missione Onu? «L`unica cosa che sappiamo è che la Monuc ha avviato dei pattugliamenti in città. Abbiamo inviato al comando Onu una lettera in cui denunciamo le violenze contro i civili, i saccheggi e gli stupri che l`esercito congolese e i miliziani Hutu stanno perpetrando, e abbiamo chiesto di fare qualcosa. Ma non abbiamo avuto risposta».

Ritenete la Monuc responsabile delle violenze commesse negli ultimi giorni? «I caschi blu hanno un mandato. Ci piacerebbe che facessero qualcosa contro i criminali, che aiutassero il Congo a creare un esercito efficiente. Questi sono i compiti per cui sono stati chiamati. Ma pare che siano più interessati a immischiarsi nella politica interna del Paese e ad allearsi con il governo per darci la caccia.

Non abbiamo nulla contro di loro, ma la Monuc deve capire che, se ci attacca, noi ci difenderemo. E a quel punto si entrerà in una logica di guerra».

Per far fronte alle violenze, l`Unione Europea sta considerando la possibilità di inviare un contingente militare. Qual è la vostra posizione al riguardo? «Non è la soluzione giusta. Non pensiamo che i congolesi vogliano un`altra missione militare straniera, che costerà miliardi e perpetuerà la logica di guerra di questo Paese. La gente ha bisogno di parlarsi, di sedersi a un tavolo e trattare, non ci servono altri militari».

A proposito di trattative, ritiene ancora possibile il dialogo con il governo? «Noi il dialogo l`abbiamo sempre sostenuto, è il governo congolese che ci ha chiuso la porta in faccia. Onestamente, non sembra che le trattative facciano parte del suo programma politico».

Cosa chiedete alla comunità internazionale per far cessare una guerra che va avanti ormai da 10 anni? «Che si prenda un po` di tempo per studiare bene la realtà congolese, e che torni con delle soluzione adatte ai nostri problemi. Finora sono state adottate politiche sbagliate, troppo compiacenti verso il governo.

Invece di costruire il nuovo Congo, così si rischia di distruggere quel poco che ci rimane».

Il governo di Kinshasa vi accusa di essere degli agenti stranieri al soldo del governo del Ruanda.

«Da che pulpito! Vorrei ricordare che chi guida in questo momento il Congo (il presidente Joseph Kabila) deve il suo potere a una ribellione che rovesciò il precedente regime partendo proprio dal Ruanda. Ora quelle stesse persone sputano nel piatto dove hanno mangiato. A parte ciò, uno dei grandi problemi di questo Paese è che, ogni volta che succede qualcosa, accusiamo gli Stati vicini.

Non penso sia la filosofia giusta.

Noi siamo congolesi, partiamo dalla realtà congolese e proponiamo soluzioni per i nostri problemi. Non siamo né armati, né sostenuti dal Ruanda. Il resto sono speculazioni».


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permalink | inviato da zemzem il 1/11/2008 alle 16:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
18 ottobre 2008
Onu, battuto Ahmadinejad L' Iran fuori dal Consiglio
 


Corriere della Sera, Alessandra Farkas, 18 ottobre 2008



 

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE NEW YORK - L' esito era scontato. Al Palazzo di Vetro l' Iran ieri è stato battuto al primo scrutinio dal Giappone, vedendo naufragare il suo sogno di sedere come membro non permanente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel prossimo biennio. Oltre a Tokio, l' Assemblea Generale Onu ha assegnato un posto alla Turchia, all' Austria, al Messico e all' Uganda, respingendo anche le richieste dell' Islanda. Principale organo decisionale dell' Onu, il Consiglio di sicurezza si compone di quindici membri, di cui cinque permanenti che godono del diritto di veto (Cina, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Russia). Gli altri dieci sono eletti ogni anno a gruppi di cinque - distribuiti in base a zone geografiche - per mandati di due anni non immediatamente rinnovabili. Lo scrutinio è segreto. Per il gruppo Europa Occidentale quest' anno Austria, Islanda e Turchia erano in lizza per i due seggi che perderanno il Belgio e l' Italia. Non c' era gara, invece, per l' America Latina e l' Africa, perché i rispettivi gruppi regionali si erano già accordati su Messico e Uganda. I riflettori dell' Assemblea erano tutti puntati sulla candidatura della Repubblica Islamica, da anni sotto le sanzioni Onu, che ha ottenuto solo 32 voti contro i 158 del Giappone, che ha immediatamente superato i due terzi dei consensi necessari per essere eletti. Una sconfitta a dir poco bruciante che, secondo l' ambasciatrice di Israele all' Onu Gabriela Shalev «dimostra la determinazione della comunità internazionale contro l' Iran di Ahmadinejad: un Paese che appoggia il terrorismo e minaccia la pace mondiale». «Le sanzioni si riflettono sui pochi voti raccolti dall' Iran - le fa eco Alejandro Wolff, ambasciatore aggiunto degli Usa - la comunità internazionale ha rifiutato questa candidatura». Eppure alla vigilia Teheran aveva ostentato la certezza di una vittoria. «Le nazioni islamiche e i 118 membri del Gruppo dei Paesi non allineati ci appoggiano pubblicamente», ha scritto ieri l' agenzia di stampa iraniana Fars sul suo sito Web, citando, tra gli «alleati sicuri», Pakistan e Tagikistan. Ma dietro le quinte la comunità internazionale ha montato una vasta campagna per stoppare la candidatura. Oltre a perseguire la distruzione di Israele, l' Iran ha più volte denunciato come «illegittimo» il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che negli ultimi due anni ha votato ben quattro risoluzioni contro Teheran cui sono state imposte sanzioni a causa del suo programma nucleare. La crociata ha visto l' Italia in prima fila. Alcuni giorni fa Fiamma Nirenstein (Pdl), vicepresidente della Commissione Esteri della Camera, annunciò l' approvazione all' unanimità di una mozione bipartisan che impegnava il governo ad agire anche a livello europeo contro la candidatura dell' Iran. Sì perché, anche se Teheran è entrata in Consiglio soltanto una volta, nel 1955-56, al tempo degli Scià, alcuni temevano un colpo a sorpresa di certi Paesi, decisi a esprimere il proprio dissenso rispetto alle decisioni dei Quindici. Dei 192 Paesi dell' Onu, 114 non si sono mai seduti in Consiglio o non hanno avuto che un solo mandato di due anni, e Teheran si era appellata a loro per chiedere «una migliore applicazione del principio dell' uguaglianza sovrana di tutti gli Stati membri, sancito nella carta dell' Organizzazione». Ma ben pochi hanno «comprato» quest' argomentazione. «Essere sotto le sanzioni Onu è un problema serio», teorizza l' ambasciatore russo Vitaly Churkin, «l' Iran voleva entrare in un organismo che ha sempre criticato». «Il Giappone era imbattibile», gli fa eco l' ambasciatore indiano Nirupam Sen. «È il secondo contribuente dell' Onu dietro gli Usa ed è in campagna da molti anni per ottenere un seggio permanente al Consiglio». Nei corridoi del Palazzo di Vetro era persino corsa voce di un ritiro dell' Iran. «Nessuno vuole ripetere l' esperienza del Ruanda - scrive sull' International Herald Tribune Neil MacFarquhar - che, in quanto membro non permanente nel 1995-1996, riuscì ad ostacolare i lavori dei Quindici, proprio mentre era in corso un genocidio nel suo territorio».



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permalink | inviato da zemzem il 18/10/2008 alle 17:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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