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25 ottobre 2008
«E' l'ora di creare nuove forme di felicità».

L'Unità, Enrico Rotelli, 25 ottobre 2008





 Intervista a Miguel Benasayag, psicanalista e filosofo argentino

Miguel Benasayag, ritratto da Riccardo Gallini, alle giornate di Studio Pio Manzù, Rimini, ottobre 2008Parla di "Epoca delle passioni tristi", di nuove forme di resistenza, di "Elogio del conflitto", anzi, ne scrive, Miguel Benasayag: sono infatti i suoi titoli più recenti tradotti in Italia da Feltrinelli. Un passato da studente di medicina e militante nella guerriglia guevarista nell'Argentina natia, di carcere e tortura, prima di approdare in Francia, terra materna.

Ed un presente di filosofo, sempre militante, alla ricerca della "presa in conto della complessità del reale attraverso pratiche di emancipazione concrete", nei confronti del neoliberismo, come spiega il collettivo Malgré tout (www.malgretout.org) che ha fondato.

Sente la verve negativa che incombe sull'attualità, dove domina la paura, «quindi il futuro, l'altro e persino il nostro corpo possono essere percepiti come una minaccia». La tesi è che in una società sovrainformata per quanto riguarda la paura: «è molto difficile oggi sfuggire alle informazioni riguardanti minacce epidemiologiche, demografiche, sanitarie, ecc...».

E, in un mondo saturo di sollecitazioni, sono minacce che sentiamo lontane, «in un modo quasi estraneo. E' quindi chiaro che quando il mondo e gli altri irrompono nella nostra vita, lo fanno come problemi, non come fatto positivo».

Non per questo Benasayag cede le armi al pessimismo: «La sfida è di riuscire a vivere in questo mondo in modo gioioso». E poi, «la cosa migliore per la mia generazione è creare il modo migliore di agire». Qui e ora, perché nella transizione non c'è certezza del come saremo domani. Come dire: così è, diamoci una mossa. Come possiamo, magari con una punta di ironia. Come quando, tra gli stucchi del Grand hotel di Rimini, smette i panni del ricercatore, dello psichiatra e del filosofo e chiede al fotografo ufficiale del Pio Manzù "una foto artistica", estraendo dal taschino il suo naso da clown. Una risata ci salverà.

Come si parla oggi di povertà?

La novità è che si parla per la prima volta come fatalità inevitabile. Un cambio storico molto grande, perché fino a un secolo e mezzo fa si credeva che la povertà era qualcosa che avremmo superato. Un cambio che porta molta tristezza e pessimismo. Un problema specialmente di ideologia dominante e non di realtà. La novità è che la fine del mito del progresso fa sì che la povertà cambi di luogo e di statuto.

In un suo intervento, citando Gramsci, ha detto che "quest'epoca in crisi, potremmo dire che il vecchio mondo è scomparso, il nuovo non è ancora apparso e in questo intermezzo appaiono tutti mostri".

Realmente siamo nell'intermezzo, in un periodo di transizione storica: non sappiamo verso dove stiamo andando né sappiamo come realizzarlo. La cosa importante per la mia generazione è di creare il miglior modo di agire e di pensare, ma in questa transizione. Non si possono organizzare le azioni nella transizione pensando al dopo, perché il dopo è oscuro. Impegnarsi ad agire oggi equivale a quello che in filosofia significa agire in un "universale concreto". Le faccio un esempio di universale concreto, tratto da Aspettando Godot, di Samuel Beckett. Un personaggio dice: c'è qualcuno che chiede aiuto. Si - risponde l'altro - questa richiesta è per tutta l'umanità. Ma in questo momento - dice il primo - l'umanità siamo tu ed io. In questo momento storico la giustificazione dell'azione è interna all'azione stessa. Se io lotto in un luogo preciso contro la povertà, non ho bisogno di un programma globale contro la povertà. Io mi impegno nello specifico e metto tra parentesi la globalità. Perché la globalità non esiste in un luogo concreto. Così come il neoliberismo non ha nessun centro, ma prende forma in ciascuna situazione. Per questo le forme di resistenza devono esser molteplici e in rete.

Parlando di resistenza, lei ha detto che in un sistema neoliberale è più difficile, ricordando ad esempio i limiti dell'esperienza di José Bové, che smontava i fast food McDonalds.

Bové rappresentava il metodo classico di resistenza, era "contro" il potere. Io non denigro questa passione: in Argentina sono stato anche io contro la dittatura, ho passato 10 anni in carcere. Non credo sia sufficiente lottare contro. Voglio dire: che si parli di un ristorante o un altro luogo da vivere, dobbiamo creare un luogo che sia altrettanto abitabile dalle persone. Distruggerlo non è sufficiente. In ciò è la sfida grande: viene chiesta più energia per creare alternative che per combattere l'esistente. La rabbia è giusta, legittima, non dico che sia ignobile, ma la rabbia non è sufficiente.

Può farci alcuni esempi di esperienze di resistenze, in casi politici o sociali...

In politica quel che succede in Bolivia, in Argentina, in Brasile. Ho partecipato ad azioni di presa di terreni di contadini o di lavoro in autogestione. Dal punto di vista politico in America Latina si sta costituendo un modello alternativo, movimenti sociali molto potenti, più potenti che in Venezuela con Chavez, dove il cambiamento è dall'alto, mentre altrove viene dalla base. Un altro esempio è in Francia, con le università popolari, che creiamo nei quartieri. Non andiamo ad insegnare, ma creiamo laboratori con la gente per produrre sapere. Un sapere popolare e culturale concreto, dove gli universitari non salgono in cattedra ma creano con la gente dei saperi.

Azioni che ricordano le comunità web, di sviluppo di sistemi "open source" o applicate a temi o problemi...

Il web certo non è un'esperienza a senso unico. Perché può essere strumento di alienazione e disciplina. Perché la gente rimane in casa e vive una vita virtuale. Ma può essere uno strumento di liberazione: per questo dico che non è uno strumento a senso unico. Un mondo di disciplina dove la gente è sempre più sedentaria e se anche va in giro, con il proprio portatile, e si collega, non va da nessuna parte, perché il web crea un non - luogo pubblico. La cosa fondamentale è che le nuove tecnologie, il web come i telefoni cellulari, fanno scomparire il mondo, che diventa virtuale, ci spingono a vivere in un ambiente virtuale. Il web, per stare dalla parte della resistenza, deve fare in modo che non virtualizzi il mondo ma resti misto: non deve cancellare i corpi, perché la vita è una questione di corpi.


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permalink | inviato da zemzem il 25/10/2008 alle 23:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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