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27 ottobre 2008
Frigo? Lavvocato Frigo? Ma chi è questo Frigo?
Il Foglio, Giuliano Ferrara, 27 ottobre 2008

Notizia esplosiva e ridicola dei giorni scorsi. Se c’è accordo sulla Rai, allora alla Corte costituzionale sarà eletto l’avvocato Pecorella. Senno, bè, alla fine viene eletto Giuseppe Frigo, un avvocato che porta due magnifici e grandi mustacchi. Berlusconi dovrebbe approfittare del momento magico per introdurre qualcosa di nuovo nella democrazia repubblicana, per diventare un riformatore. Detto con tutto il rispetto: ma chi è mai l’avvocato Giuseppe Frigo? Certo, uno può informarsi. C’è Google. Wikipedia. Il Who’s Who. E ci sono i giornali, che qualche notiziola ogni tanto la rimediano e la riferiscono. E gli annali giudiziari, le riviste specializzate... ma è chiaro che la mia domanda è un’altra: chi è per la democrazia istituzionale l’uomo che le Camere hanno eletto senza discussione nella Corte suprema, quella che dovrebbe decidere cose basilari come la costituzionalità delle leggi, e dunque ispirare l’insieme del nostro sistema giuridico quando si tratti dei nostri diritti, delle libertà civili e di altre questioni di vita o di morte per una moderna democrazia?
 
Come per il Presidente della Repubblica, uno scandalo inutilmente gridato in passato da questo giornale, anche per i giudici costituzionali le Camere procedono all’elezione riunendosi a data certa nella forma del "seggio elettorale". Questa formula significa che è vietato discutere il nome della persona candidata, è espressamente vietato interrogarla e ascoltare dalla sua viva voce quale sia la sua cultura giuridica o politica o civile prevalente, quale sia la sua esperienza dei problemi che incontrerà nella lunga fase della sua vita (nove anni) in cui si prenderà cura di noi al vertice di autorevoli istituzioni. La istituzione parlamentare degli hearing, delle audizioni, che è una delle qualità legittimanti della funzione di controllo dei parlamenti anglosassoni, da noi è sconosciuta, la si usa solo in funzione informativa e consultiva per ascoltare talvolta i membri del governo, il governatore della Banca d’Italia, autorità varie e rappresentanti della società civile (se avanza il tempo).
 
Lasciamo adesso stare il quadro generale. Non chiedo riforme globali, così difficili da impostare, discutere e varare (eppoi per demagogia magari un referendum le seppellisce). Ma sarebbe così complicato (è solo una proposta, ma è una proposta) fare in modo che i membri della Corte costituzionale siano in ogni caso, sia quando eletti dal Parlamento sia quando designati da altre fonti decisionali, sottoposti a audizione parlamentare e a un voto consultivo? I presidenti delle Camere non potrebbero riunirsi e far valere per una volta un punto di vista riformatore nuovo, magari d’accordo con il capo dell’esecutivo? Onorevole Fini e senatore Schifani, perché non ci provate voi?
 
Sarebbe una piccola ma significativa rivoluzione culturale. Si saprebbe chi e perché va a sorvegliare il diritto costituzionale in Italia. Si potrebbe vagliare in un dibattito pubblico e trasparente la sua qualificazione e la sua filosofia della legge e dello stato e dei diritti individuali e sociali. Sarebbe un modo per sottrarre a quella logica da Rotary club o da piccola massoneria di servizio una serie di nomine che esprimono alla fine il potere della democrazia, ma lo fanno con regole che oggi negano la democrazia come controllo rappresentativo dei cittadini attraverso le assemblee elettive. La stampa non sarebbe ridotta a raccogliere pettegolezzi, e l’interesse culturale per la Costituzione vivente cancellerebbe quello che oggi è il pomposo omaggio di prammatica a una cultura costituzionale morta.
6 ottobre 2008
Il cardinale e lo storico fanno apologia misericordiosa della promiscuità
 
La prossimità corporea delle persone prima del matrimonio è un fatto”, dice eufemisticamente il cardinal Martini. E’ vero: i ragazzi e le ragazze, anzi ragazzini e ragazzine (e poi su su con l’età le cose cambiano ma non di molto) scopano come pare a loro, e piace (non sempre piace, per la verità). Martini ne desume che la chiesa non ha riconosciuto questa realtà, le si è messa contro, ha perso autorevolezza, e quindi dovrebbe chiedere scusa per l’enciclica Humanae vitae scritta da Paolo VI nel 1968, il testo che diede scandalo e mise il Papa in una situazione di tormentosa solitudine.

Per Martini la decisione se fare o no un figlio è un atto di responsabilità individuale, di “autodeterminazione”, per riprendere la parola fatale di cui abbiamo discusso a partire dalla abiura di Roberta de Monticelli; e dunque l’uso di scopare liberamente ma con il palloncino o la pillola di tutti i giorni o del giorno dopo, ed eventualmente un veniale aborto in caso di fallimento, è parte di un complesso culturale e psicologico diffuso, un orientamento di massa da convalidare rinnegando la parola degli ultimi tre papi. Bene.

In sostegno al cardinale arriva lo storico Adriano Prosperi. Prosperi fa sempre la stessa operazione. Se qualcuno afferma che l’aborto è divenuto un gesto moralmente indifferente, che trentacinque anni dopo la sentenza americana Roe vs. Wade e trent’anni dopo le legislazioni europee l’aborto non è più depenalizzato per sanare la piaga della clandestinità ma legittimato da una oscena cultura di morte che si incarna anche in politiche pubbliche eugenetiche in tutto il mondo, lo storico insigne ti spiega che nei secoli la chiesa e la medicina repressive obbligavano le donne a partorire e martoriavano il loro corpo. Segue lezione di progressismo morale e implicita rilegittimazione dell’aborto di massa indifferente, e del martirio subito nel presente, non ad opera della chiesa ma della cultura secolare, dal corpo delle donne.

Così per il sesso in generale. In appoggio a Martini, e contro Benedetto XVI, Prosperi racconta secoli di controllo dei preti sulla riproduzione, sul matrimonio, e bolla questa lunga e complicata storia come l’epoca in cui l’amore veniva domato o addomesticato per ragioni di potere sui corpi, sulle anime, sui patrimoni, di concerto tra chiesa e autorità civile. Il magistero tradizionale della chiesa era così oscurantista che si fondava, fino al Concilio Vaticano II, sulla scomparsa dell’amore umano dall’orizzonte della fede e della carità, quando il prete si intrufolava nella camera da letto dei coniugi. Segue lezione d’amore, richiesta di scuse alla chiesa, in sintonia con il cardinale, e condanna degli ultimi tre papati che non si accorgono della libera sessualità dei fedeli neanche quando raccolgono palloncini dopo le Giornate Mondiali della Gioventù a Torvergata o a Sidney.

Penso anche io che “la prossimità corporea delle persone prima del matrimonio è un fatto”, ci mancherebbe, ma non ne deduco che l’ultima istituzione capace di ragionare d’amore, cioè la chiesa con la sua dottrina cattolica e la cultura cristiana in generale, debba rinunciare alla propria esperienza e alla parola razionale per prosternarsi in un mea culpa di fronte alla libera libido moderna. Perché mai? Può essere, e lo dico da laico, lo dico accettando senza obblighi di coscienza e di fede la diagnosi e le indicazioni di Benedetto XVI e dei suoi predecessori, può essere che la “prossimità”, la promiscuità, il divorzio, l’aborto, l’infertilità generalizzata siano testimonianze straordinarie di amore moderno, ma può essere vero il contrario. Vogliamo continuarla questa discussione, o vogliamo chiuderla con le scuse oscurantiste della chiesa cattolica, con una bella abiura, e con il trionfo del secolarismo più invadente, ideologico e saccente?

Giuliano Ferrara, Il Foglio, 6 ottobre 2008


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permalink | inviato da zemzem il 6/10/2008 alle 18:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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