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25 ottobre 2008
PRAGA '68 E LO STRAPPO FANTASMA

La Stampa, Enzo Bettiza, 25 ottobre 2008

Il convegno dedicato a Montecitorio dalla Fondazione della Camera al 40 anniversario della Primavera di Praga è stato sotto diversi aspetti un evento di rilevanza politica e storica tutt’altro che liturgica. La stessa presenza del capo dello Stato Giorgio Napolitano, che svolse un ruolo difficile ai vertici del Pci nelle roventi giornate d’agosto del 1968, non poteva non assumere il valore di un atto morale e personale che andava al di là di un omaggio rituale reso agli esponenti parlamentari, oggi separati, delle repubbliche ceca e slovacca.
La rinnovata destra italiana e la sinistra autocritica erano rappresentate dal presidente in carica del Parlamento Gianfranco Fini e dall’ex presidente Fausto Bertinotti. La locuzione «memoria condivisa», che ha un suono d’ipocrisia strumentale, non mi ha mai convinto. D’altronde, i giudizi di Fini e di Bertinotti sulle reazioni d’epoca delle sinistre e in particolare dei comunisti italiani, più che «condivisi», sono apparsi direi diversfficati. Il presidente della Camera è stato assai più vicino da destra che Bertinotti da sinistra alla tesi difensiva espressa con energia da Piero Fassino. Paradossalmente, il leader di An ha usato press’a poco lo stesso concetto dell’ultimo segretario dei Ds per riscattare, in senso democratico e postumo, l’immagine di un Pci imbrigliato nel «legame di ferro» con Mosca. Ha asserito: «Il fatto nuovo del 1968 fu che il partito comunista italiano assunse una posizione assai critica nei confronti dell’Urss. Da allora ebbe inizio quel processo di graduale ma inarrestabile presa di distanza dai modelli del socialismo reale».
Fassino ha voluto sublimare ancor più il passato sostenendo che il Pci «condannò con nettezza» l’intervento militare sovietico in Cecoslovacchia. In realtà non vi fu nessuna «condanna netta»; vi fu una blanda «riprovazione» pronunciata accortamente dai comunisti italiani di comune intesa con i francesi. Nulla di più. In quelle ore tremende tra la notte del 20agosto e l’alba del 21, Luigi Longo, segretario del partito, si trovava a Mosca ospite dell’aggressore, mentre a Roma i dirigenti dell’ufficio politico non sapevano quale parola scegliere per difendere gli aggrediti senza offendere troppo l’aggressore. Non solo. Quando uno dei simboli viventi della Primavera di Praga, il giornalista televisivo Jirì Pelikan, bussò alle porte di Botteghe Oscure, i battenti restarono chiusi:
s’aprirono soltanto quelli del Psi di Craxi che lo fece eleggere nelle liste socialiste al Parlamento Europeo. Il segretario Longo taglierà corto coi rimorsi e dichiarerà su Rinascita, già nel settembre del 1968: «Noi staremo sempre dalla parte del socialismo, dei Paesi e dei partiti che hanno realizzato il socialismo e che intendono salvaguardarlo e portarlo avanti». Anni dopo lo stesso Giorgio Napolitano, che capiva e stimava l’«esule indigesto» Pelikan, scriverà:
«Non fui, neppur io, solidale con lui come avrei dovuto esserlo in
quanto comunista italiano. La spiegazione non poteva cercarsi che nella contraddizione di fondo di un Pci sempre più diverso, critico e distante dalla dirigenza sovietica, ma nello stesso tempo riluttante a una chiara e conseguente rottura con i vincoli e i miti del
movimento comunista internazionale e del rapporto con l’Urss». La voce della rottura definitiva ancorché tardiva è dilagata all’improvviso nelle sale di Montecitorio per bocca di Fausto Bertinotti. E’ stata una vera e propria requisitoria che non ha lasciato alibi né alla sinistra movimentista né al partito ancora togliattiano del ‘68. Ha ribadito che non v’era stata un’autentica «condanna» antisovietica: Praga fu lasciata sola dal Pci,  che non seppe rompere drasticamente con l’Urss», e anche dai sessantottini che plaudivano Mao e non vedevano le armate di un imperialismo vicino alle porte di casa. Il fatto che i dirigenti comunisti italiani non avessero brindato all’invasione della Cecoslovacchia con un bicchiere di Barbera, come brindò Togliatti all’invasione dell’Ungheria, contribuì a irritare gli esigenti cassieri sovietici e a mettere in movimento la titubante e lunghissima operazione di distacco del Pci. Dovevamo aspettare una ventina d’anni per assistere al tracollo e alle metamorfosi del comunismo. Se i nostri comunisti avessero osato parlare con più audacia nel 1968, con le stesse parole usate da Bertinotti adesso, il «fattore K» sarebbe forse evaporato in Italia nel 1979 anziché crollato nel 1989.


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permalink | inviato da zemzem il 25/10/2008 alle 18:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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