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26 ottobre 2008
Svolta rosa del Sinodo. Bibbia letta dalle donne.

 Corriere della Sera , Luigi Accattoli,  26 ottobre 2008


Tra le 55 «proposizioni» approvate dai «padri sinodali» e «consegnate» al Papa come «consigli» per le sue decisioni, ce n'è una che chiede il «lettorato » per le donne, fino a oggi riservato agli uomini: si tratta cioè di autorizzare le donne a «proclamare» le letture bibliche durante le celebrazioni liturgiche. Non è una grande riforma, in quanto di fatto già le donne leggono, anche nelle celebrazioni papali, e dunque è verosimile che venga attuata. Altre proposizioni — che nell'insieme trattano della diffusione, dell'interpretazione e del culto della «Parola di Dio» nella Chiesa: era questo il tema del Sinodo — parlano della mancanza di libertà religiosa in molti Paesi e delle persecuzioni che ne vengono per chi si fa «portatore» della Parola, della necessità di instaurare riguardo alle Scritture un dialogo con le altre due religioni del Libro che sono l'Ebraismo e l'Islam, dell'opportunità di fare in modo che in ogni casa vi sia una Bibbia. Il Sinodo si chiude oggi con una concelebrazione dei 253 «padri» e del papa in San Pietro. Le proposizioni — che sono scritte in latino: «propositiones » — sono state presentate ieri alla stampa dal cardinale relatore del Sinodo, il canadese Marc Ouellet. A conclusione dei lavori il Papa ha offerto un pranzo agli ospiti nella «Casa Santa Marta». Questa è la proposizione numero 17 che chiede il lettorato per le donne: «I padri sinodali riconoscono e incoraggiano il servizio dei laici nella trasmissione della fede. Le donne, in particolare, hanno su questo punto un ruolo indispensabile soprattutto nella famiglia e nella catechesi. Infatti, esse sanno suscitare l'ascolto della Parola, la relazione personale con Dio e comunicare il senso del perdono e della condivisione evangelica. Si auspica che il ministero del lettorato sia aperto anche alle donne, in modo che nella comunità cristiana sia riconosciuto il loro ruolo di annunciatrici della Parola». Il fatto che le donne già leggano (avviene da quando è stata fatta la riforma liturgica di Paolo VI, nel 1969) e che si discuta se riconoscere questa funzione come «ministero ordinato», cioè come incarico conferito con una particolare «benedizione», sta a dire quanto sia prudente la Chiesa cattolica di fronte a qualsiasi riforma. Alle donne accenna anche la proposizione 53 che invita al dialogo con l'Islam, raccomandando di insistere «sull'importanza del rispetto della vita, dei diritti dell'uomo e della donna, come pure sulla distinzione tra l'ordine sociopolitico e l'ordine religioso nella promozione della giustizia e della pace nel mondo. Tema importante in questo dialogo sarà anche la reciprocità e la libertà di coscienza e di religione. Si suggerisce alle conferenze episcopali nazionali, dove risulti proficuo, di promuovere circoli di dialogo tra cristiani e musulmani ». Sono parole sobrie, ma impegnative: quando si dice diritti delle donne si allude alla poligamia, con la «reciprocità» si chiede che i cristiani abbiano nei Paesi musulmani le libertà di cui i musulmani godono nei Paesi a tradizione cristiana. La proposizione 38 afferma che «la testimonianza del Vangelo porta spesso alla persecuzione» e il Sinodo «fa appello ai responsabili della vita pubblica perché garantiscano la libertà religiosa». Una dichiarazione del portavoce vaticano Federico Lombardi sviluppa questo concetto applicandolo alla «orribile violenza» di cui sono oggetto i cristiani in Iraq: «Occorre assolutamente che i gruppi fanatici fondamentalisti vengano combattuti con decisione ».


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26 ottobre 2008
Roma e la povertà

 Il Manifesto, Filippo Gentiloni, 26 ottobre 2008



Si torna a parlare di teologia della liberazione, anche se in maniera occasionale e non molto convincente. Due le occasioni. La prima è la persona di uno dei protagonisti, Miguel D’Escoto, nicaraguense, ex prete cattolico, divenuto presidente dell’assemblea generale dell’Onu. D’Escoto dichiara, fra l’altro, al
Corriere della sera: «La verità più importante, da cui dipende la nostra stessa sopravvivenza è che siamo tutti fratelli e sorelle». Naturalmente tifa per Obama e dice di non avere «tempo per litigare con il Vaticano». La seconda occasione è un’interessante disputa all’interno della stessa teologia della liberazione (la riporta estesamente il Regno, 2008, 17). Da una parte alcuni teologi, sempre latinoamericani (fra cui il più noto, Clodovis Boff), timorosi che l’attenzione della teologia per i poveri possa eclissare quella - necessaria e prima - per Gesù Cristo; dall’altra altri teologi (fra cui il fondatore Gustavo Gutierrez) difendono la teologia della liberazione sostenendo che l’attenzione ai poveri non distoglie da quella per Gesù. Una discussione di grande interesse, ma che non basta a dissipare l’impressione di una certa crisi. Negli ultimi anni nella stessa America latina la teologia della liberazione procede con una certa difficoltà. I motivi evidenti: Roma e la situazione internazionale. A Roma è stata largamente dominante la paura del comunismo ateo e della sua possibile diffusione anche in America latina. Perciò una certa freddezza anche nei confronti di una teologia che metteva i poveri in primo piano. Una freddezza che si univa, anche se accidentalmente, con una situazione politica largamente dominata dalla Casa bianca. La teologia della liberazione ha dovuto resistere a questo duplice attacco convergente. Una resistenza spesso eroica anche se non sempre vincente. Ci vorrà tempo per valutare i risultati di uno scontro che ha reso più difficile il rapporto di Roma con i poveri non soltanto dell’America latina ma di tutto il mondo, specialmente dell’Africa. Vedremo le vicende dei prossimi anni - specialmente le elezioni negli Stati uniti - potranno modificare il rapporto del cristianesimo con i poveri, riportando in primo piano le posizioni della teologia della liberazione. Se ne avvantaggerebbero non soltanto i poveri del mondo ma la stessa autenticità del messaggio cristiano. Il papa non rischierebbe più di apparire, come è stato detto, cappellano della Casa bianca.


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26 ottobre 2008
E Ratzinger apre agli ebrei "Non usare mai il nome Jahvè"

 la Repubblica, Marco Politi, 26 ottobre 2008

 

Non nominare il nome di Jahvè invano. Anzi, non usarlo mai. La Chiesa cattolica si mette sulla stessa lunghezza d'onda dell'ebraismo e prescrive a tutti i sacerdoti di non pronunciare mai il nome
sacro durante i riti. L'invito, anzi un ordine, è contenuto in una circolare inviata dalla
Congregazione per il Culto divino prima dell'estate a tutte le conferenze episcopali. Il documento, non pubblicizzato, è riemerso in margine ai dibattiti sinodali sul legame tra cristianesimo ed ebraismo. Firmato dal cardinale Francis Arinze prescrive tassativamente: «Non si deve pronunciare il nome di Dio sotto la forma del tetragramma YHVH nelle celebrazioni liturgiche, nei canti, nelle preghiere». Quanto alle traduzioni della Bibbia nelle lingue moderne, che servono alla funzioni liturgiche, il divino tetragramma dovrà essere letto come Adonai (ebraico), Kyrios (greco) e dunque Signore, Herr, Lord, Seigneur. E' uno dei cardini della tradizione ebraica che il nome di Dio sia indicibile. Solo il Sommo Sacerdote nel Tempio di Gerusalemme poteva pronunciarlo in rare occasioni. Nell'ultima fase, prima della distruzione del secondo Tempio, soltanto nel giorno del Kippur e unicamente in quella sala denominata Santo dei Santi. Il documento vaticano parte dalla premessa che non si sa nemmeno quale sia la pronuncia esatta. Jahvè? Jahweh? Jave? Jehowah? I testi ebraici, infatti, riportano nella scrittura soltanto le consonanti. Ma questo rimane un dettaglio filologico. La Congregazione per il Culto richiama invece l'attenzione sul fatto che le prime comunità cristiane si sono sempre attenute alla tradizione di ritenere ineffabile il nome di Dio e di renderlo con un altro termine. I primi cristiani, in effetti, hanno adottato la parola che già la traduzione della Bibbia in greco - fatta in pieno ellenismo dagli ebrei grecizzanti - usava: Kyrios, che significa Signore. Ma c'è anche una sottigliezza del magistero papale. Se Signore è il termine che qualifica Jahvè, cioè Dio, allora quando nei testi dei Vangeli e nelle Lettere di san Paolo si legge che Gesù Cristo «è il Signore», questo significa confermare la sua divinità. E' indubbio che la decisione vaticana riflette la particolarissima attenzione di Benedetto XVI verso l'ebraismo. E c'è un retroscena. E' stato il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, andando in udienza da papa Ratzinger il 16 gennaio 2006, a sollevare il problema spiegando al pontefice il disagio dell'ebraismo, quando viene usato nei riti il nome divino. «Il Papa - ricorda oggi Di Segni - si mostrò molto attento e disponibile, dicendo che in realtà si trattava di una deviazione dalla tradizione». La risposta papale alla richiesta del rabbino capo si trova nella lettera ai vescovi delle Congregazione per il Culto e non è un caso che la data della firma sia il 29 giugno 2008, festa di Pietro e Paolo, festa del papato. «Per direttiva del Santo Padre» è scritto nel preambolo del documento. E' una decisione che avvicina molto, dal punto di vista liturgico, la Chiesa cattolica all'ebraismo. «Lo considero un segno di rispetto nei confronti della sensibilità ebraica», commenta Di Segni. D'altra parte l'uso di "Jahvè" è sempre stato più diffuso fra i protestanti. Tuttavia non sempre fra gli ebrei dell'antichità il nome divino è stato impronunciabile. Come altri popoli dell'antico Oriente gli ebrei avevano l'abitudine di comporre i nomi propri usando il nome della divinità preferita. «Jahvè o El o Baal-mi - protegge», ad esempio. Giovanni, Giosuè, Gesù sono tutti nomi del genere, che hanno nella loro radice il termine divino. E sono state trovate anche iscrizioni che invocano espressamente la benedizione di Jahvè (comunque sia stato pronunciato) e persino graffiti che raffigurano il dio Yahvè con la sua (compagna-dea) Asherah.


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